Diritti dei lavoratori in declino
Preoccupano i dati dell’Indice globale dei diritti 2026 curato dall’Ituc-Csi
«Stiamo assistendo a un colpo di stato orchestrato dai miliardari contro la democrazia. Le libertà e i diritti su cui le persone comuni fanno affidamento per mantenere un tenore di vita dignitoso e condizioni di lavoro eque sono sotto attacco concertato da una minuscola minoranza, che mira ad accumulare ricchezza e potere a spese di tutti noi».
Si è espressa così la Confederazione sindacale internazionale (Csi-Ituc) presentando la tredicesima edizione dell’Indice globale dei diritti 2026, database completo sui diritti dei lavoratori che classifica 151 Paesi sulla base di 97 indicatori derivati dalla giurisprudenza dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil-Ilo). L’Indice 2026 mostra chiaramente come la situazione dei diritti dei lavoratori stia peggiorando in tutto il mondo, anche in quelle che sono considerate le principali democrazie, come Europa e Stati Uniti, dove si registrano i punteggi medi più bassi da quando, nel 2014, venne istituito questo tipo di monitoraggio. Una situazione, osserva l’Ituc, che «dimostra che la crisi dei diritti dei lavoratori non è più confinata ai margini, ma è ormai al centro delle democrazie. I governi non riescono a proteggere i lavoratori e, in molti casi, li minano attivamente». La Confederazione internazionale dei sindacati individua soprattutto tre «tendenze strutturali» a livello globale: attacchi ai leader sindacali attraverso arresti, violenze e criminalizzazione; l’uso della sorveglianza digitale per monitorare, disciplinare e mettere a tacere lavoratori e attività sindacali; la crescente emarginazione dei sindacati da parte dei governi, che li consultano sempre meno prima di introdurre o modificare le leggi sul lavoro. «Questo è il risultato di un attacco coordinato alla democrazia» sostiene il segretario generale dell’Ituc, Luc Triangle, secondo cui si è di fronte a «un colpo di stato miliardario, appoggiato da leader politici, che sta erodendo i diritti, mettendo a tacere i lavoratori e manipolando le economie a favore di pochi potenti».
Un quadro globale in chiaro peggioramento
Una percentuale record del 72% dei Paesi nega ai lavoratori l’accesso alla giustizia, mentre in circa la metà dei Paesi (75) le autorità hanno arrestato o detenuto lavoratori, anche questo un record negativo e in aumento rispetto ai 71 del 2025. Attacchi ai diritti di libertà di parola e di riunione sono stati segnalati nel 50% dei Paesi, con un forte aumento rispetto al 45% dell’anno precedente, e sono state segnalate violenze contro i lavoratori nel 32% dei Paesi, il 6% in più rispetto al 2025. Le violazioni delle libertà civili sono aumentate del 3%, con i leader sindacali sempre più spesso vittime di arresti, persecuzioni e, in alcuni casi, omicidi. Il diritto di sciopero è stato violato nell’87% dei Paesi e in tre Paesi su quattro è negato ai lavoratori il diritto alla libertà di associazione e alla possibilità di costituire o aderire a un sindacato.
I dieci peggiori Paesi per i lavoratori nel 2026 sono Argentina, Bielorussia, Ecuador, Egitto, eSwatini (ex Swaziland), Myanmar, Nigeria, Panama, Tunisia e Turchia. Argentina e Panama sono nuove entrate in questa “lista nera”, con l’Argentina che ha fatto registrare un drastico calo del punteggio in soli due anni, uno dei cali più repentini mai registrati. Gli Stati Uniti sono invece stati inseriti nella “lista di sorveglianza”, per le crescenti preoccupazioni in merito alle restrizioni sulla contrattazione collettiva e all’uso della forza contro i lavoratori.
L’Indice 2026, afferma l’Ituc, «svela uno schema che i potenti preferirebbero tenere nascosto: l’indebolimento sistematico della democrazia attraverso attacchi ai lavoratori, ai sindacati e alla contrattazione collettiva. Dalla repressione degli scioperi all’erosione delle tutele legali e alla criminalizzazione dei sindacati, non si tratta di episodi isolati, ma di parte di una strategia più ampia volta a mettere a tacere il dissenso e a radicare la disuguaglianza».
Le tattiche variano, osserva la Confederazione sindacale internazionale, ma l’obiettivo di chi le attua è comune: «Impedire alla democrazia di agire a favore dei lavoratori. Dal minare le organizzazioni multilaterali al revocare diritti e libertà conquistati a fatica, queste strategie sono concepite per consolidare il potere e mettere a tacere le voci dei lavoratori».
Regione europea ai minimi storici sui diritti del lavoro
Per quanto riguarda i Paesi europei, il punteggio medio è peggiorato per il quarto anno consecutivo, raggiungendo il minimo storico. «Ciò conferma la tendenza al declino dei diritti dei lavoratori e dei sindacati nei 41 Paesi che compongono il continente (Asia centrale inclusa)» notano gli autori del monitoraggio, che quest’anno hanno declassato Albania e Francia. Circa tre quarti dei Paesi della regione hanno violato il diritto di sciopero, tra i quali Albania, Croazia, Portogallo e Spagna. In Belgio e in Italia è invece stata criminalizzata la partecipazione a scioperi legittimi attraverso il blocco stradale, mentre in Francia i sindacati si sono mobilitati contro le proposte di riforma mirate a indebolire le tutele di sciopero. Finlandia e Spagna hanno imposto restrizioni eccessive attraverso norme sul servizio essenziale o sul servizio minimo, mentre in Turchia i leader sindacali continuano ad affrontare persecuzioni giudiziarie e accuse di terrorismo per le loro attività sindacali.
La contrattazione collettiva è stata ostacolata e il dialogo sociale negato in circa metà dei Paesi della regione, tra cui Germania, Paesi Bassi e Svezia, mentre la Finlandia ha abolito le istituzioni per il dialogo sociale. La libertà di associazione è stata limitata in quattro Paesi su dieci, mentre in Armenia, Estonia, Paesi Bassi, Polonia, Serbia, Slovacchia e Spagna sono state segnalate pratiche antisindacali. In un quarto dei Paesi si sono verificati attacchi violenti o intimidazioni contro i sindacati e in un terzo i sindacalisti sono stati arrestati, detenuti o imprigionati arbitrariamente.
«La vergognosa situazione in cui versano i diritti dei lavoratori in Europa dimostra che non è il momento di mezze misure: il Quality Jobs Act deve rappresentare una svolta» ha dichiarato la segretaria generale della Confederazione europea dei sindacati (Ces), Esther Lynch, secondo cui «l’Europa deve abbandonare la corsa al ribasso e costruire invece un’economia basata su competenze elevate, alta produttività e posti di lavoro di alta qualità che aumenteranno la competitività delle nostre aziende e il tenore di vita dei nostri lavoratori».