L’Ue vuole ridurre i controlli sul commercio di armi

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Forti critiche delle Ong europee alla deregolamentazione del settore militare

«Le armi non sono una merce come le altre» e per questo «non possono essere vendute e trasferite applicando le stesse logiche di mercato unico, semplificazione burocratica ed efficienza industriale che governano il commercio di prodotti ordinari». È quanto sostengono 25 organizzazioni della società civile europea in una lettera aperta indirizzata ai responsabili delle istituzioni dell’Ue, denunciando i rischi contenuti nel pacchetto legislativo denominato Defence Readiness Omnibus, adottato dalla Commissione e in fase avanzata di negoziazione, che riforma il settore della difesa europea. In pratica, adottando gli interventi di semplificazione normativa previsti per rilanciare l’economia europea si attuerebbe di fatto una deregolamentazione, che indebolirebbe notevolmente i controlli sul commercio di armamenti. «Le armi e la tecnologia militare non possono essere vendute come giocattoli o lattine di fagioli» osservano le Ong europee, sottolineando che «i governi dell’Ue sono i responsabili del rispetto del diritto europeo e internazionale, in particolare della Posizione Comune dell’Ue sulle esportazioni di armi, del Trattato sul Commercio delle Armi e della Convenzione sulla prevenzione del genocidio».

Il tema della semplificazione normativa è da mesi al centro del dibattito europeo, dal momento che molte proposte avanzate dalla Commissione europea in vari settori, dall’agricoltura al digitale, sono state accusate di nascondere decisioni politiche rilevanti dietro alla necessità di introdurre aggiustamenti tecnici, ignorando oltretutto le forti preoccupazioni espresse dalla società civile. Secondo le Ong europee «l’Omnibus per la difesa non fa eccezione: ha già ristretto la definizione di armi controverse a sole quattro categorie di armi proibite, consentendo così alla finanza sostenibile di investire non solo nelle armi nucleari ma anche in tecnologie dirompenti come i droni e le armi autonome». La richiesta ai decisori dell’Ue è quindi di «impedire che questo provvedimento faciliti la vendita di armi in tutto il mondo, nonché che indebolisca gli standard ambientali e di sicurezza nell’ambito delle proposte sulla “difesa pronta”, principalmente a beneficio dell’industria degli armamenti».

Ong europee: privilegiati gli interessi dell’industria bellica

La Rete italiana pace e disarmo spiega come la proposta della Commissione modifichi la direttiva che disciplina i trasferimenti di armi e tecnologia militare tra gli Stati membri dell’Ue (Transfer Directive). Questo porta a una deregolamentazione dei trasferimenti di armamenti, secondo un’analisi svolta dall’European Network Against Arms Trade (Enaat), con importanti conseguenze sul controllo delle esportazioni militari al di fuori dell’Ue. Presentate come misure di maggior efficienza, le proposte «renderebbero più difficile per le autorità nazionali tracciare la destinazione finale delle armi, dei componenti e delle tecnologie militari esportate sia all’interno che all’esterno del blocco europeo. In altri termini: meno trasparenza, meno controllo, più rischi» sostiene la Rete pace e disarmo. Nella loro lettera aperta alle istituzioni dell’Ue, le Ong europee ritengono che la nuova normativa darebbe alla Commissione europea «il potere di ridefinire a propria discrezione elementi chiave dei sistemi nazionali di controllo delle esportazioni – ambito nel quale non ha alcuna competenza ai sensi dei Trattati dell’Ue». Inoltre, osservano, «la Commissione considera queste questioni principalmente nell’ottica degli interessi dell’industria degli armamenti e non include la società civile critica – e in particolare i movimenti per la pace – nei propri dialoghi con gli stakeholder».

Tra le modifiche più preoccupanti segnalate dalle Ong europee, lo spostamento dell’onere della conformità dagli Stati all’industria degli armamenti, cosa che consentirebbe di fatto alle aziende di autoregolare i propri trasferimenti, con un’inversione della responsabilità democratica: «Invece di essere i produttori a rispondere allo Stato, sono i legislatori nazionali a diventare sempre più dipendenti dagli interessi dell’industria bellica» commenta la rete pacifista, secondo cui «il costo di questa “semplificazione” che avvantaggia un export non controllato di armamenti non si misurerà in crescita economica, ma nel dolore umano causato dalle armi europee nelle zone di conflitto di domani».

Spesa militare europea in forte aumento

Un incentivo al commercio di armamenti di cui l’Europa non avrebbe affatto bisogno, come evidenziato da recenti dati dello Stockholm International Peace Research Institute (Sipri): «Il principale fattore che ha contribuito all’aumento globale della spesa militare nel 2025 è stato un incremento del 14% in Europa, che ha raggiunto gli 864 miliardi di dollari». Oltre alla costante crescita delle spese militari di Russia e Ucraina, infatti, «i continui sforzi di riarmo da parte dei membri europei della Nato hanno portato alla crescita annua più marcata della spesa nell’Europa centrale e occidentale dalla fine della Guerra fredda».

La devastante guerra tra russi e ucraini ha portato a un forte aumento delle spese per armamenti di entrambi i Paesi, tanto che in Russia la spesa militare nel 2025 ha raggiunto i 190 miliardi, con un’incidenza del 7,5% sul Pil, mentre gli oltre 84 miliardi spesi dall’Ucraina rappresentano addirittura il 40% del Pil ucraino.

I 29 Paesi membri europei della Nato hanno speso complessivamente 559 miliardi di dollari nel 2025 per armamenti e 22 di loro hanno fatto registrare una spesa militare pari ad almeno il 2% del Pil. Al primo posto la Germania, che con un aumento del 24% su base annua ha raggiunto i 114 miliardi di dollari. In forte aumento anche la spesa militare della Spagna, cresciuta del 50% nel 2025 per un totale di 40,2 miliardi di dollari. «Nel 2025, la spesa militare dei membri europei della Nato è aumentata più rapidamente che in qualsiasi altro momento dal 1953» nota il Sipri, rilevando come la spesa militare globale sia aumentata per l’undicesimo anno consecutivo, raggiungendo i 2.887 miliardi di dollari e un’incidenza sul Pil globale del 2,5%, il livello più alto dal 2009. «Considerata la portata delle crisi attuali, nonché gli obiettivi di spesa militare a lungo termine di molti Stati, è probabile che questa crescita continui fino al 2026 e oltre» constata amaramente l’Istituto internazionale di ricerche sulla pace.