Gaza: un primo passo, ma accordo fragile

Gaza

Molti dubbi su un accordo che non risolve le cause del conflitto israelo-palestinese

«È un momento di sollievo per il mondo intero. Significa che si può voltare pagina. Un nuovo capitolo può iniziare» ha dichiarato la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, in occasione della cerimonia tenutasi in Egitto, a Sharm el-Sheikh, per la formalizzazione dell’accordo sul cessate il fuoco nella Striscia di Gaza. Un accordo mediato da Stati Uniti, Qatar, Egitto e Turchia, che «l’Europa sostiene pienamente» secondo la presidente della Commissione: «Siamo pronti a contribuire al suo successo con tutti gli strumenti a nostra disposizione. Fornendo supporto alla governance e alla riforma dell’Autorità nazionale palestinese. Saremo una forza attiva all’interno del Gruppo dei donatori e forniremo finanziamenti per la ricostruzione di Gaza». In realtà, l’Ue è stata completamente esclusa, prima dai negoziati e poi dalla stipulazione dell’accordo. I promotori dell’incontro di di Sharm el-Sheikh, cioè Stati Uniti ed Egitto, hanno invitato i leader di vari Paesi, tra i quali alcuni Stati membri dell’Ue come Francia, Germania, Italia, Spagna, Grecia, Ungheria e Cipro, oltre al presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ma questo non fa dell’Ue un partner reale nell’ideazione e nella formulazione del Piano in 20 punti per la cessazione del conflitto israelo-palestinese. Tanto che l’Alta rappresentante per gli Affari esteri dell’Ue, Kaja Kallas, ha voluto rivendicare un ruolo per l’Ue: «Siamo i maggiori donatori alla Palestina in termini di aiuti umanitari, ma anche all’Autorità palestinese. Pertanto, dato il nostro contributo, dovremmo essere presenti al tavolo delle trattative per discutere», aggiungendo che «l’Ue ha un ruolo importante da svolgere in termini di attuazione» e quindi che dovrebbe far parte del cosiddetto Board of Peace previsto nel Piano di pace. Anche perché l’Ue e alcuni suoi Stati membri non nascondono qualche dubbio sull’applicazione del Piano: dalle «molte ambiguità sulla futura governance di Gaza» osservate dal presidente francese Macron, alla necessità di «un ruolo maggiore affidato all’Autorità palestinese e un calendario più chiaro verso l’orizzonte politico dello Stato palestinese», come dichiarato dal portavoce per gli Esteri della Commissione.

Inoltre, secondo l’Onu la distruzione di Gaza «si aggira intorno all’84%. In alcune zone, come Gaza City, arriva addirittura al 92%», con danni stimati in 70 miliardi di dollari.

Amnesty: «Un accordo che arriva crudelmente in ritardo»

Molti i dubbi sull’accordo di cessate il fuoco espressi dall’organizzazione per i diritti umani Amnesty International, secondo cui «mettere in pausa o ridurre temporaneamente gli attacchi e permettere a una goccia di aiuti umanitari di entrare nella Striscia di Gaza non è abbastanza». Amnesty sottolinea come «per oltre due milioni di persone palestinesi della Striscia di Gaza occupata, che da due anni subiscono un’agonizzante sofferenza, incessanti bombardamenti e una sistematica carestia nel contesto dell’attuale genocidio israeliano, per le persone tenute in ostaggio dai gruppi armati palestinesi e per quelle detenute arbitrariamente in Israele, un accordo che potrebbe porre fine agli orrori degli ultimi due anni arriva crudelmente in ritardo e non cancellerà ciò che hanno subito». Per questo, sarà necessario che «in molti ora controllino da vicino che non si tratterà solo di un altro breve momento di sollievo».

Israele deve quindi consentire il flusso di cibo, medicine, carburante, materiali per la ricostruzione della Striscia di Gaza e il ripristino di servizi essenziali per la sopravvivenza di una popolazione provata dalla fame e dai ripetuti sfollamenti di massa, sostiene Amnesty, aggiungendo che «tutte le persone palestinesi costrette a sfollare all’interno della Striscia di Gaza devono poter tornare nelle loro terre». Inoltre, mentre Hamas e gli altri gruppi armati palestinesi devono liberare le persone in ostaggio, Israele deve scarcerare tutti i palestinesi sottoposti a detenzione arbitraria, compresi gli operatori sanitari ingiustamente arrestati solo per aver prestato cure mediche. «È triste constatare che tutto questo è assente nel cosiddetto “piano di pace Trump” – osserva Amnesty –, che non chiede giustizia e riparazione per le vittime dei crimini di atrocità né chiama a risponderne i responsabili». Oltretutto, il progetto israeliano di imporre un “perimetro di sicurezza” «nella parte della Striscia di Gaza dove si trovano i terreni più fertili, rafforzerà ulteriormente il sistema di apartheid, l’occupazione e l’ingiustizia», mentre «qualunque ipotesi di affidare a terzi l’occupazione della Striscia di Gaza senza assicurare la libertà di movimento col resto del Territorio occupato non farà altro che aggravare la frammentazione territoriale». È un Piano che «non assicura una partecipazione attiva delle persone palestinesi alle decisioni sul futuro del Territorio palestinese occupato, su come saranno governate e su come potranno esercitare i loro diritti umani» secondo Amnesty, ma un Piano «che ripeta gli errori e i fallimenti del passato, ignorando i diritti umani e le cause di fondo dell’ingiustizia, non garantirà un futuro giusto e sostenibile a tutte le persone che vivono in Israele e nel Territorio palestinese occupato». Invece, conclude Amnesty International, «è giunto il momento di cogliere l’opportunità di porre fine a questo orrore, rimediare agli sbagli fatti e salvare ciò che è rimasto della nostra comune umanità».

Reti pacifiste: «Non basta fermare le armi, occorre costruire la Pace»

«È un passo che accogliamo con sincera speranza e sollievo, perché fermare le armi è sempre, di per sé, una buona notizia. Ma proprio per questo, non possiamo permetterci ingenuamente di trasformare prima del tempo una fragile tregua in un trionfo: non siamo ancora di fronte ad una vera Pace, e non ci arriveremo finché non saranno garantiti i diritti fondamentali e la sovranità del popolo palestinese» commentano le organizzazioni riunite nella Rete pace e disarmo. Se infatti il cessate il fuoco concretizza un accordo fondamentale sul piano umanitario, d’altro canto «non risolve nessuna delle cause che hanno scatenato tanta violenza, distruzione e morte». Quindi, dichiara la Rete pacifista, «ci uniamo alle manifestazioni di gioia e di speranza per questo accordo, ma diciamo con forza: non basta fermare le armi, occorre costruire la Pace che può derivare solo da un percorso di giustizia che coinvolga direttamente le due popolazioni e i loro legittimi rappresentanti, e sia sotto l’egida delle Nazioni Unite e del diritto internazionale».