Trasformazione industriale per ridurre le emissioni
Monito lanciato dall’Agenzia europea dell’ambiente sull’inquinamento industriale
Decarbonizzare e reindustrializzare l’Europa per posizionarla come leader mondiale delle industrie pulite, stimolando la competitività e rafforzando l’indipendenza strategica. In questa ottica, un anno fa l’Unione europea varava il Clean Industrial Deal, una strategia per accelerare la trasformazione industriale sostenendo allo stesso tempo la competitività sostenibile. «L’Europa non è solo un continente di innovazione industriale, ma anche un continente di produzione industriale. Tuttavia, la domanda di prodotti puliti ha subito un rallentamento e alcuni investimenti si sono spostati in altre regioni. Sappiamo che troppi ostacoli si frappongono ancora alle nostre aziende europee, dagli elevati prezzi dell’energia agli eccessivi oneri normativi. Il Clean Industrial Deal mira a recidere i legami che ancora frenano le nostre aziende e a creare un chiaro business case per l’Europa» spiegava la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.
Conciliare la produzione industriale con la tutela ambientale è però questione molto complessa e delicata, soprattutto in periodi di forti crisi energetiche e produttive e di enorme instabilità dei mercati. Per capire meglio quale sia la situazione in cui si trova attualmente l’Europa, l’Agenzia europea dell’ambiente (Aea), ha pubblicato in merito un’analisi approfondita secondo cui le emissioni delle industrie ad alta intensità energetica in Europa sono diminuite drasticamente negli ultimi due decenni, ma «i progressi sono in stallo e i costi sanitari dell’inquinamento rimangono elevati». Per ottenere ulteriori riduzioni delle emissioni, dunque, sarà necessaria una «più profonda trasformazione industriale» e dovrà essere attuata effettivamente la legislazione ambientale che l’Ue ha fin qui prodotto.
I costi dell’inquinamento restano elevati
Secondo lo studio dell’Aea, le industrie ad alta intensità energetica sono responsabili di circa il 27% delle emissioni industriali di gas serra dell’Ue e di una quota rilevante di inquinanti atmosferici chiave, tra cui ossidi di zolfo e ossidi di azoto.
I principali settori ad alta intensità energetica su cui si concentra l’analisi, cioè ferro e acciaio, cemento e calce, alluminio, cellulosa e carta, vetro e argilla e prodotti chimici, sono responsabili di oltre il 60% del consumo energetico totale di tutti i settori manifatturieri. Cosa che ha avuto un impatto negativo sulla loro competitività durante la crisi energetica europea, considerando anche che nell’Ue il costo dell’elettricità è da due a quattro volte più elevato rispetto ai principali concorrenti commerciali a livello globale. Progressi sul fronte dell’inquinamento ambientali ce ne sono stati e anche piuttosto importanti, osserva l’Aea: negli ultimi due decenni, le emissioni di gas serra di questi settori sono diminuite di circa il 42% e sono state registrate riduzioni anche degli inquinanti atmosferici, come diossine (63%), nichel (64%) e ossidi di azoto (55%). Lo studio evidenzia però come le riduzioni più marcate delle emissioni osservate dopo il 2020 coincidano con un calo del valore aggiunto lordo (Val) combinato dei settori, il che sta a indicare «un ruolo crescente dei cambiamenti economici strutturali insieme ai miglioramenti tecnologici».
Inoltre, i costi dell’inquinamento causato da questo tipo di industrie sono e rimangono elevati, stimabili dall’Aea intorno ai 73 miliardi di euro all’anno. «Sostenere la trasformazione di questi settori verso la decarbonizzazione, la prevenzione dell’inquinamento e la circolarità offrirebbe molteplici benefici per il clima, l’ambiente e la salute pubblica, rafforzando la competitività complessiva dell’Ue attraverso la riduzione dei costi sociali» sostiene l’Agenzia europea dell’ambiente.
Sempre meno investimenti sulla prevenzione
Sono diverse le aree ad alto costo in Europa secondo lo studio dell’Aes, che evidenzia sia l’impatto non uniforme dei costi esterni associati ai principali inquinanti atmosferici, sia l’importanza di politiche e misure specifiche per ogni regione.
I punti più “caldi” si trovano nelle Fiandre, nella Francia settentrionale, nella regione della Ruhr e in alcune parti della Polonia. Altri impianti con elevati costi esterni si trovano nella Spagna settentrionale, nell’Italia meridionale, nella Francia meridionale, nei Paesi Bassi e nella Germania centrale.
L’efficienza energetica e le nuove tecnologie hanno sicuramente influito sul calo delle emissioni, anche in queste aree, ma l’Aea osserva come soprattutto dopo il 2020 ciò sia avvenuto in modo significativo per le difficoltà economiche che hanno colpito l’Europa e il conseguente rallentamento della produzione. Molte delle industrie ad alta intensità energetica, infatti, stanno pagando l’impatto negativo sulla loro competitività della crisi energetica europea, aggravando difficoltà derivanti da una domanda debole e dalla concorrenza globale, specie in settori come quello siderurgico. Si tratta di una situazione delicata, perché ad approcci necessariamente attenti e specifici in materia di inquinamento potrebbero essere anteposti percorsi di trasformazione industriale che mettono in secondo piano gli obiettivi di politica ambientale.
L’Aea sottolinea infatti come il controllo e la prevenzione dell’inquinamento nell’Ue rappresentino «un grave deficit di investimenti»: gli Stati membri attualmente spendono 35 miliardi di euro in meno all’anno.
Considerate le risorse limitate, quindi, «una strategia economicamente vantaggiosa consisterebbe nel massimizzare le sinergie tra mitigazione del cambiamento climatico, prevenzione dell’inquinamento e circolarità». È quindi essenziale comprendere queste interazioni, sostiene l’Agenzia europea dell’ambiente, «per orientare investimenti e scelte politiche che offrano opportunità di riduzione delle emissioni al minor costo possibile, garantendo che gli sforzi per ridurre le emissioni e l’inquinamento apportino anche benefici in termini di salute, competitività e resilienza».