Con la guerra la più grave crisi petrolifera della storia
Allarme dell’Agenzia internazionale per l’energia, che chiede accesso alle riserve
«La guerra in Medio Oriente sta causando la più grande interruzione delle forniture nella storia del mercato petrolifero globale» ha denunciato l’Agenzia internazionale per l’energia (Aie-Iea) nel suo Rapporto di marzo 2026. Oltre alle vittime e all’ennesima violazione del diritto internazionale, dunque, la guerra lanciata da Israele e Usa contro l’Iran ha conseguenze economiche disastrose, alle quali si cerca disperatamente di far fronte ma con enormi difficoltà. I flussi di greggio e prodotti petroliferi attraverso lo Stretto di Hormuz sono crollati da circa 20 milioni di barili al giorno prima della guerra a livelli minimi inferiori al 10%, osserva l’Aie, sottolineando come la limitata capacità di aggirare la via navigabile bloccata dello Stretto di Hormuz abbia costretto i Paesi del Golfo a ridurre la produzione totale di petrolio di almeno 10 milioni di barili al giorno. E, ammonisce l’Agenzia per l’energia, «in assenza di una rapida ripresa dei flussi marittimi, le perdite di approvvigionamento sono destinate ad aumentare». Si prevede che nel mese di marzo in corso l’offerta globale di petrolio crollerà di 8 milioni di barili al giorno, con le riduzioni in Medio Oriente parzialmente compensate dalla maggiore produzione di Paesi non Opec+ quali Kazakistan e Russia. Paese quest’ultimo per il quale l’amministrazione Trump ha deciso di sospendere le sanzioni petrolifere introdotte per la guerra in Ucraina, decisione che ha provocato nuovi contrasti tra Usa e Ue.
Aie: 400 milioni di barili dalle riserve
I 32 Paesi membri dell’Aie, nata proprio per garantire la sicurezza energetica, hanno concordato di mettere a disposizione del mercato 400 milioni di barili di petrolio dalle proprie riserve di emergenza: «Le sfide che stiamo affrontando sul mercato petrolifero sono senza precedenti per portata, pertanto siamo lieti che i Paesi membri abbiano risposto con un’azione collettiva di emergenza di dimensioni senza precedenti» hanno dichiarato i vertici dell’Agenzia. Si tratta del sesto rilascio coordinato di scorte nella storia dell’Aie, dopo quelli del 1991, 2005, 2011 e due volte nel 2022, per l’Agenzia fondata nel 1974 e i cui Stati membri detengono scorte di emergenza per oltre 1,2 miliardi di barili, a cui si aggiungono altri 600 milioni di barili di scorte industriali detenute per obblighi governativi. Il tentativo dell’Aie è di limitare le conseguenze della guerra su produttori e consumatori a livello globale, dato che il blocco del commercio di greggio ha già causato un aumento dei prezzi di oltre 20 dollari al barile, con incrementi ancora maggiori nei mercati dei prodotti petroliferi. Secondo l’Agenzia «il rilascio coordinato di scorte di emergenza fornisce un cuscinetto significativo e benvenuto, ma in assenza di una rapida risoluzione del conflitto, rimane una misura tampone. L’impatto finale del conflitto sui mercati del petrolio e del gas e sull’economia in generale dipenderà non solo dall’intensità degli attacchi militari e da eventuali danni alle infrastrutture energetiche, ma anche, e soprattutto, dalla durata delle interruzioni alla navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz».
Onu: gravi conseguenze sanitarie e ambientali
Il blocco della navigazione commerciale nello Stretto di Hormuz sta avendo gravi conseguenze anche sull’accesso a «energia, cibo e fertilizzanti per la popolazione della regione e non solo», così come l’aumento del prezzo del petrolio ha effetti economici e sociali a catena. Lo ha denunciato l’Alto commissariato dell’Onu per i diritti umani, lanciando un allarme dell’impatto della crisi in Medio Oriente sui civili, deplorando i numerosi attacchi nelle aree residenziali e contro servizi essenziali, tra cui strutture sanitarie, istituti scolastici, beni culturali e infrastrutture idriche ed energetiche. «Il mondo sta guardando» ha detto l’Alto commissario Volker Türk, ricordando che «secondo le leggi di guerra, i civili e le infrastrutture civili devono essere protetti a tutti i costi. Tutte le parti sono vincolate da queste regole e devono essere chiamate a risponderne in caso di violazione». Manifestando preoccupazione per le conseguenze sanitarie e ambientali sugli abitanti dell’area in guerra, causa incendi di petrolio e contaminazione da piogge acide, l’Alto commissario ha ricordato come il crollo del traffico marittimo commerciale abbia un grave impatto sull’accesso all’energia, al cibo e ai fertilizzanti per le popolazioni della regione e non solo, soprattutto per le fasce vulnerabili della popolazione mondiale. «Alcuni Paesi stanno già subendo restrizioni in ambito scolastico, lavorativo e dei trasporti, oltre a perdite dirette per il turismo e altri settori», mentre l’impatto dell’impennata dei prezzi del petrolio avrà ripercussioni a catena sulla stabilità macroeconomica e sociale di molti Paesi, in particolare di quelli già in difficoltà a causa del debito.
L’Ue pensa a piccoli reattori nucleari
In questa situazione globale ad alto rischio, anche in materia energetica, l’Ue esprime preoccupazione per l’aumento dei prezzi ma fa sapere che su petrolio e gas «non ci sono preoccupazioni immediate in termini di sicurezza dell’approvvigionamento», mentre gli Stati membri stanno valutando la richiesta avanzata dall’Aie sulle scorte di greggio.
Intanto, la Commissione europea ha presentato alcune iniziative per incentivare gli investimenti in soluzioni energetiche pulite, aumentare la resilienza e diminuire i prezzi dell’energia, con l’obiettivo di ridurre i rischi derivanti dalla dipendenza europea dall’importazione di combustibili fossili. L’obiettivo dell’Ue è di sfruttare al meglio, nel medio termine, le proprie risorse energetiche attraverso un cambiamento del sistema energetico e delle infrastrutture, una strategia da attuare con il supporto della Banca europea per gli investimenti che dovrà erogare oltre 75 miliardi di euro di finanziamenti nei prossimi 3 anni a sostegno della transizione verso l’energia pulita. «Il rafforzamento delle capacità europee e la creazione di solide catene di approvvigionamento per le tecnologie a zero emissioni nette sono essenziali per ridurre la dipendenza dalle importazioni e garantire l’autonomia strategica» sostiene la Commissione europea, proponendo anche «tecnologie nucleari innovative» come la costruzione di piccoli reattori modulari (Smr), con capacità prevista da 17 a 53 Gw e che dovrebbero essere operativi all’inizio degli anni 2030.