Ilo Report 2025 cover

Un bilancio dell’Ilo in vista del Secondo Vertice Mondiale per lo Sviluppo Sociale

Trent’anni fa, nel marzo 1995 a Copenaghen, il Vertice Mondiale delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Sociale riconobbe la centralità delle persone e della qualità della vita nello sviluppo globale, in un mondo dove i bisogni primari non erano soddisfatti, la povertà permaneva, disoccupazione ed esclusione sociale erano in aumento. Oggi, in vista del Secondo Vertice Mondiale per lo Sviluppo Sociale che si terrà a Doha a novembre, l’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo-Oil) prova a fare un bilancio dei progressi ottenuti in questi tre decenni col Rapporto The state of social justice. A work in progress. La situazione è certamente migliorata in molti ambiti, come l’istruzione, la produttività e la riduzione della povertà, tuttavia le disuguaglianze radicate e spesso crescenti, la scarsa fiducia nelle istituzioni e progressi troppo lenti in alcuni settori chiave continuano a ostacolare i progressi della giustizia sociale in tutto il mondo. Dal 1995 ad oggi, infatti, si sono registrati risultati positivi come il dimezzamento del tasso di lavoro minorile, sceso al di sotto del 10%, la riduzione della povertà estrema dal 39% al 10%, l’aumento del tasso di completamento della scuola primaria di 10 punti percentuali e il raggiungimento, per la prima volta, della copertura previdenziale per oltre metà della popolazione mondiale. D’altro canto però, osserva l’Ilo, il 71% del reddito di una persona è ancora determinato da circostanze di nascita come il Paese e il sesso; l’informalità del lavoro è diminuita di soli due punti percentuali in due decenni e colpisce ancora il 58% dei lavoratori; il divario di genere nella partecipazione al lavoro si è ridotto di soli tre punti percentuali dal 2005 e rimane al 24%, mentre ai tassi attuali ci vorrà un secolo per colmare il divario retributivo di genere. I progressi falliti o rallentati hanno compromesso la fiducia nelle istituzioni, situazione che indebolisce il contratto sociale e potrebbe minare sia la legittimità dei sistemi democratici sia la cooperazione globale. Ma, avverte l’Ilo, «la giustizia sociale non è solo un imperativo morale, è essenziale per la sicurezza economica, la coesione sociale e la pace». Per queste ragioni, l’Organizzazione del lavoro chiede azioni urgenti di contrasto alle disparità di accesso, garanzie per una distribuzione più equa dei guadagni economici e una equa transizione ambientale, digitale e demografica. La giustizia sociale, secondo l’Ilo, deve essere posta al centro di tutte le politiche, mentre deve essere rafforzata la cooperazione tra governi, istituzioni internazionali e parti sociali per fornire risposte coerenti alle sfide globali.

Luci e ombre nello sviluppo sociale

Il Rapporto dell’Ilo mostra come nel 2025 il mondo sia «più ricco, più sano e più istruito» rispetto al 1995, evidenziando alcuni dati significativi. Il lavoro minorile è sceso dal 21% all’8%; la mortalità correlata al lavoro è diminuita di oltre il 10% dal 2000; i tassi di completamento della scuola secondaria sono aumentati di 22 punti percentuali; la produzione annua per lavoratore è superiore del 47% rispetto a trent’anni fa; la povertà estrema è scesa dal 39% al 10% della popolazione mondiale, così come è diminuita la povertà lavorativa dal 28% al 7%; per la prima volta nella storia, poi, dal 2023 oltre la metà della popolazione mondiale è coperta da qualche tipo di protezione sociale. Progressi che però in altri ambiti sono stati decisamente più limitati, osserva l’Ilo. Basti prendere in considerazione le disuguaglianze globali in termini di reddito: l’1% più ricco della popolazione mondiale possiede quasi 2,5 volte il reddito totale e più di 20 volte la ricchezza del 50% più povero; almeno il 71% dei guadagni di una persona è determinato dalle circostanze della sua nascita, sulle quali non ha alcun controllo. Il 55% della differenza di reddito delle persone dipende dal Paese in cui nascono, un ulteriore 16% dipende dal sesso, dall’istruzione e dall’occupazione dei genitori o dal colore della pelle. Disuguaglianze che riguardano anche salute e istruzione. Mentre in alcuni Paesi l’aspettativa di vita è di circa 53 anni, in altri è addirittura 30 anni più elevata. Nei Paesi meno sviluppati si registrano mediamente 6 anni di istruzione, mentre in quelli più sviluppati oltre 20 anni. «Impegno, creatività, iniziativa e altre misure di merito giocano un ruolo minore di quanto dovrebbero nel determinare ciò che ognuno ottiene dalla vita» sottolinea l’Ilo, ricordando come un quarto della popolazione mondiale non abbia accesso all’acqua potabile e oltre 800 milioni di persone vivano in estrema povertà, con redditi inferiori a 3 dollari al giorno. E tutto ciò avviene «anche se il mondo è oggi più ricco che in qualsiasi altro momento della storia».

La crescita non garantisce giustizia sociale

«Sebbene fondamentale, la crescita non garantisce la giustizia sociale. Per garantire pari accesso alle opportunità di un lavoro dignitoso e produttivo, le decisioni politiche e di investimento devono essere in linea con obiettivi sociali più ampi» sostiene l’Ilo. L’occupazione informale, ad esempio, è in lento declino, ma la transizione verso l’economia formale si è arrestata negli ultimi anni: l’informalità è diminuita di soli 2 punti percentuali negli ultimi 20 anni e, nei Paesi a basso reddito, colpisce circa sei lavoratori su dieci. La bassa disoccupazione, ai minimi storici in alcune aree del mondo, maschera spesso una preoccupazione: «La qualità del lavoro si è erosa in molti contesti, poiché la sottoccupazione e le forme di lavoro precario e insicuro sono proliferate e stanno minando la sicurezza economica, la protezione e i diritti». Parte del calo della disoccupazione post-Covid, poi, riflette una riduzione della partecipazione alla forza lavoro, con molti lavoratori usciti temporaneamente o definitivamente dal mercato del lavoro. Il tasso globale di giovani che non studiano, non lavorano e non si formano (Neet) è diminuito lentamente negli ultimi decenni, dal 22,8% del 2005 al 20,4% del 2025, ma la media mondiale maschera l’aumento dei tassi nei Paesi a basso reddito e la differenza di genere: oggi è Neet il 28,2% delle giovani donne rispetto al 13,1% dei giovani uomini, il che significa che circa due terzi dei giovani Neet sono donne. E ancora, il numero di persone costrette al lavoro forzato è aumentato, mentre il rispetto della libertà di associazione e dei diritti di contrattazione collettiva è in peggioramento. «La sfida di creare pari opportunità per un’occupazione dignitosa e produttiva permane» osserva l’Ilo, secondo cui «le transizioni ambientale, digitale e demografica renderanno il compito ancora più arduo».