Genocidio: ambiguità europee da Srebrenica a Gaza

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L’Ue ricorda il massacro di 30 anni fa, ma non interviene sulla strage in corso ora

«Riconosciamo il nostro passato e riconosciamo la nostra responsabilità per non essere riusciti a prevenire e fermare il genocidio. (…) Non permetteremo mai che la storia venga riscritta. (…) I leader politici hanno una grande responsabilità in tal senso». Sono alcune frasi pronunciate dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, in occasione del 30° anniversario del genocidio di Srebrenica, giustamente definito «uno dei capitoli più oscuri della memoria collettiva europea».

L’11 luglio 1995, durante la guerra che stava devastando la Bosnia-Erzegovina, l’esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina entrò nella città di Srebrenica, designata “zona sicura” dalle Nazioni Unite in quanto sotto tutela di un contingente olandese della Forza di protezione internazionale (UNPROFOR), e massacrò 8.372 maschi di età compresa tra i 12 e i 77 anni, poi sepolti in fosse comuni. Nel 2007 la Corte internazionale di giustizia (ICJ) ha stabilito che il massacro di Srebrenica, essendo stato commesso con lo specifico intento di distruggere il gruppo etnico dei bosgnacchi (bosniaci musulmani), costituisce un «genocidio». Nel 2024 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha poi proclamato l’11 luglio Giornata internazionale di riflessione e commemorazione del genocidio di Srebrenica.

«La verità sulle atrocità deve essere universalmente riconosciuta e l’istituzione dell’11 luglio come Giornata internazionale di riflessione e commemorazione per il genocidio di Srebrenica è stato un passo avanti. Dobbiamo preservare la memoria delle vittime, rifiutando al contempo qualsiasi negazione, revisionismo o interpretazione errata del genocidio, per imparare dal passato e costruire un futuro migliore» hanno dichiarato i rappresentanti delle commissioni Affari esteri e Diritti umani del Parlamento europeo. Gli europarlamentari, inoltre, ribadiscono il loro impegno «a lavorare per un’Europa e un mondo in cui tali atrocità non possano mai più accadere e in cui i diritti umani, la democrazia e lo Stato di diritto siano rispettati per tutti».

Il genocidio non è un atto ma un processo

Un “mai più”, quello espresso dalle istituzioni europee, in contraddizione rispetto allo scarso impegno mostrato sulla situazione in corso a Gaza. «Il genocidio non è un atto ma un processo, che se capito in tempo può essere prevenuto ed evitato. Da un punto di vista giuridico il genocidio è la distruzione intenzionale di un gruppo, etnico, razziale, nazionale o religioso, in quanto tale» spiega Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni unite per il Territorio palestinese, secondo la quale «Gaza è il cuore pulsante di un genocidio che non siamo stati in grado di prevenire ma abbiamo l’obbligo di fermare. E di portare in giudizio chi l’ha concepito». Uccidere in modo indiscriminato e intenzionale i civili, affamare la popolazione, sono crimini di guerra e contro l’umanità che l’esercito israeliano sta compiendo a Gaza ormai da mesi, senza che la comunità internazionale, Europa compresa, faccia nulla per impedirglielo. «Israele compie intenzionalmente questi crimini come mezzo per distruggere la popolazione. Il genocidio è uno strumento per cancellare ciò che resta dei palestinesi e della Palestina nell’ambito di un progetto di pulizia etnica» sostiene la relatrice speciale delle Nazioni Unite, che per questo è stata minacciata di sanzioni dal segretario di Stato Usa, Marco Rubio. «Questo è un vergognoso e trasparente attacco ai principi fondamentali della giustizia internazionale» ha dichiarato Amnesty International, aggiungendo che «invece di attaccare la relatrice speciale e compromettere ulteriormente l’ordine basato sul rispetto delle regole, il governo statunitense dovrebbe porre fine al suo incondizionato sostegno a Israele, che consente a quest’ultimo di beneficiare della completa impunità per i suoi crimini nel Territorio palestinese occupato».

Amnesty: uno dei momenti più vergognosi dell’Ue

Ma anche l’Ue e i suoi Stati membri non sono finora intervenuti contro la strage in corso a Gaza. Il 15 luglio i ministri degli Esteri dell’Ue si sono riuniti a Bruxelles per decidere se sospendere l’accordo di associazione con Israele, atto che avrebbe potuto segnare una netta condanna dell’operato israeliano a Gaza. Varie le opzioni, tra cui la sospensione completa dell’accordo, la sospensione dei pilastri commerciali e/o di ricerca preferenziali, un embargo sulle armi, sanzioni contro ministri israeliani, la sospensione del regime di viaggi senza visto per i cittadini israeliani nell’Ue o il divieto di commercio con gli insediamenti israeliani. Nessuna di queste opzioni ha però ottenuto il sostegno dei ministri europei. I Paesi dell’Ue dovranno quindi adottare misure unilaterali o concertate per agire secondo il diritto internazionale, cosa che avrebbe però un effetto molto più debole di una decisione comune.

«Il rifiuto dell’Ue di sospendere il suo accordo con Israele è un tradimento crudele e illegale della visione e del progetto europei, fondati sul rispetto del diritto internazionale e sulla lotta contro le pratiche autoritarie, delle stesse regole dell’Ue e dei diritti umani» ha commentato Amnesty International. Secondo l’organizzazione internazionale, questa decisioni sarà ricordata come «uno dei momenti più vergognosi nella storia dell’Unione europea» perché, spiega Amnesty, «i suoi leader avevano l’opportunità di prendere una posizione di principio contro i crimini commessi da Israele, ma hanno invece dato via libera alla continuazione del genocidio nella Striscia di Gaza, dell’occupazione illegale dell’intero Territorio palestinese occupato e del sistema di apartheid contro le persone palestinesi». Mettere all’ordine del giorno la possibile revisione dell’accordo di associazione era stata una rilevazione da parte dell’Ue del fatto che effettivamente Israele sta violando i suoi obblighi in materia di diritti umani ai sensi dell’accordo. Ma anziché adottare misure per sospenderlo ed evitare la propria complicità, gli Stati membri dell’Ue hanno scelto di mantenere un accordo commerciale a discapito degli obblighi internazionali e della popolazione palestinese. «Qui siamo oltre la codardia politica – ha denunciato la segretaria generale di Amnesty, Agnès Callamard –. Ogni volta che l’Unione europea non agisce, il rischio di complicità nelle azioni di Israele cresce. Si invia così un messaggio estremamente pericoloso agli autori di crimini atroci: non solo resteranno impuniti, ma verranno premiati. Le vittime hanno diritto a ben più che parole vuote».