Ritardi dell’Ue nella lotta alla povertà

La Rete europea anti povertà denuncia una situazione piuttosto preoccupante

Con la proclamazione del Pilastro europeo dei diritti sociali, nel 2017, l’Ue e i suoi Stati membri si erano impegnati a ridurre di almeno 15 milioni entro il 2030 il numero di persone in condizioni di povertà, di cui 5 milioni avrebbero dovuto essere bambini e ragazzini. Non è però avvenuto molto in quest’ottica, dal momento che oggi la situazione è stabile, se non in peggioramento, con un unico Paese dell’Ue ad aver raggiunto l’obiettivo nazionale di riduzione della povertà (Cipro), mentre gli obiettivi europei 2030 restano lontanissimi da raggiungere. Le persone a rischio di povertà o esclusione sociale nell’Unione europea sono infatti circa 95,3 milioni, il che equivale a oltre un quinto della popolazione generale che sale però a un quarto circa tra i minorenni (quasi 20 milioni).

Si tratta di una situazione «allarmante», come ha denunciato recentemente la Rete europea contro la povertà (Eapn) presentando l’European Poverty Watch, un Rapporto che attraverso il lavoro delle organizzazioni e dei gruppi che aderiscono al network monitora lo stato della povertà nei Paesi europei e delle politiche di contrasto. Ne emerge un quadro di crescenti difficoltà e disagi, dovuti principalmente all’aumento generalizzato dei prezzi che ha avuto ricadute soprattutto sui gruppi più vulnerabili, con un costo della vita più elevato e un declino nel potere d’acquisto delle famiglie. Le conseguenze segnalate dalle reti nazionali dell’Eapn sono evidenti e diffuse in tutta Europa: insicurezza alimentare, carenza di accesso agli alloggi, alla salute, all’energia, all’acqua in molti Paesi europei. Durante le recenti crisi pandemica ed economica sono state introdotte misure importanti per cercare di limitare ulteriori impoverimenti, ma secondo l’Eapn si è trattato di iniziative «solo temporanee» che sono state poi addirittura «parzialmente invertite». L’European Poverty Watch rileva inoltre come in 14 Paesi su 21 siano diminuiti i livelli di democrazia egualitaria, misurati in termini di disuguaglianze materiali e immateriali, il che evidenzia i limiti di sistemi di welfare sempre più ridotti e inefficaci: «È fondamentale una riflessione più approfondita al centro del dibattito pubblico sul modo in cui il sistema di welfare è finanziato e organizzato per prevenire e combattere le disuguaglianze. L’uguaglianza nella distribuzione delle risorse è fondamentale per garantire la capacità dei cittadini di esercitare i propri diritti fondamentali e partecipare alla democrazia».

Disoccupazione fattore di grande vulnerabilità

Secondo l’Eapn, lo stress finanziario e l’incertezza non hanno solo conseguenze economiche per le persone che vivono al di sotto della soglia di povertà, ma incidono anche sulla loro salute mentale: «Nove persone su dieci che non pagano le bollette segnalano effetti negativi significativi sul loro benessere mentale ed emotivo». Oltre a ciò, le persone in condizioni di povertà spesso subiscono discriminazioni «che possono esacerbare i modelli di esclusione e contribuire all’alienazione». L’inflazione è stata guidata principalmente dall’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, che ha colpito più duramente le famiglie a basso reddito. Tra le sempre più elevate spese per l’abitazione, con costi di affitto che in molti casi raggiungono o superano il 50% delle entrate mensili, c’è poi un serio problema di povertà energetica e un tasso di incapacità di mantenere adeguatamente calda la propria casa che varia notevolmente tra gli Stati membri: si va dall’1,4% della popolazione totale in Finlandia al 22,5% in Bulgaria, percentuale che sale però significativamente tra le persone a rischio di povertà, passando dal 3,9% in Finlandia al 50,6% a Cipro, con una media europea del 20,2%.

La disoccupazione continua ad essere un problema importante, «fattore di grande vulnerabilità alla povertà in Europa» osserva l’Eapn. Secondo Eurostat, mentre il rischio di povertà o esclusione sociale nell’Ue era nel 2022 dell’11,1% tra gli occupati, per quasi due terzi (65,2%) dei disoccupati e delle persone inattive tale rischio saliva al 42,9%. «Mentre l’occupazione è la principale fonte di reddito per la maggior parte della popolazione, sta perdendo sempre più la sua forza come garante di un reddito sufficiente» sottolinea il Rapporto. Una povertà che nel lavoro è solitamente legata a irregolarità e precarietà, come i lavori occasionali, temporanei e autonomi, tuttavia «in alcuni casi i salari sono semplicemente insufficienti per far fronte all’aumento del costo della vita». I dati mostrano poi come la povertà economica e la povertà educativa si alimentino a vicenda, perché «la mancanza di mezzi culturali e di reti sociali riduce anche le opportunità di lavoro». Questo «porta a risultati economici, educativi, culturali e disuguaglianze sociali trasmesse dai genitori ai figli».

Serve un controllo della povertà in tutte le politiche

La Rete europea anti povertà ha quindi identificato una serie di azione sulle principali dimensioni politiche che influiscono sui rischi di povertà ed esclusione sociale, formulando un elenco di raccomandazioni per le istituzioni dell’Ue e i suoi Stati membri.

Rispetto alle dimensioni della povertà, oltre a rivedere le statistiche sugli alloggi e sui gruppi di popolazione più difficili da raggiungere, l’Eapn ritiene necessario adottare adeguati regimi di reddito minimo nonché definire «criteri chiari per calcolare il salario minimo a livello nazionale», in modo che si possa attuare la direttiva sul salario minimo. Per il pieno godimento dei diritti delle persone in povertà è richiesta l’introduzione di un «controllo della povertà» in tutti i nuovi provvedimenti politici e legislativi adottati, oltre a un «Piano nazionale inclusivo a lungo termine» con la partecipazione delle organizzazioni della società civile.

In un’ottica di sostenibilità dello Stato sociale è richiesta l’adozione dell’iniziativa dei cittadini in materia fiscale per finanziare la transizione sociale ed ecologica. L’Eapn ritiene inoltre necessario sviluppare tasse progressive e riforme fiscali ambientali, attuando il principio del “chi inquina paga” e garantendo al tempo stesso che ciò non influisca negativamente, soprattutto sui gruppi a basso reddito.

È proposta poi la creazione di un fondo di investimento pubblico a lungo termine, per guidare una trasformazione socialmente e ambientalmente giusta dell’economia europea.