Azione per il clima minacciata dalla spesa militare

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Oltre ad aumentare i rischi di guerre, il riarmo incide sui cambiamenti climatici

L’aumento delle spese militari in corso a livello globale e il suo ulteriore incremento, programmato e annunciato soprattutto dai Paesi europei, oltre a destare forti preoccupazioni perché immette forzatamente in un clima, una retorica e anche un’economia bellica assai rischiosi, ha un impatto decisamente negativo sugli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Oss-Sdg) definiti dall’Onu. Soprattutto rappresenta una minaccia per l’Oss 13 sull’azione per il clima, sia in termini di emissioni dirette sia di fondi sottratti all’azione climatica a favore degli armamenti. Un rischio documentato da uno studio del Conflict and Environment Observatory (Ceobs), osservatorio internazionale creato nel 2018 per aumentare la comprensione delle conseguenze ambientali e umanitarie derivanti da conflitti e attività militari, mettendo in discussione l’idea che l’ambiente debba essere una “vittima silenziosa” dei conflitti armati.

Il costo climatico dell’aumento della spesa militare della Nato, ad esempio, potrebbe aumentare le emissioni di 200 milioni di tonnellate all’anno, proprio mentre l’Ue annuncia di essere sulla buona strada per raggiungere l’obiettivo 2030 di ridurre le emissioni di gas serra di almeno il 55%, cioè la via verso l’obiettivo di zero emissioni nette entro il 2050. «È lecito chiedersi come queste due affermazioni possano coesistere» osserva il Ceobs, spiegando che l’Ue sta analizzando i progressi sulla base dei Piani nazionali per l’energia e il clima (Pnec), i quali non includono però il quantitativo di emissioni militari: «Non stiamo ancora calcolando correttamente tale contributo». Le forze armate sono infatti «enormi consumatori di energia», le cui emissioni di gas serra contribuiscono in modo significativo alla crisi climatica, ma i Paesi non registrano e non segnalano sistematicamente le proprie emissioni militari, la cui quota reale è poco chiara. Il Ceobs e l’organizzazione Scientists for Global Responsibility (Sgr) stimano che l’attività militare quotidiana potrebbe essere responsabile di circa il 5,5% delle emissioni globali, «il che significa che se le forze armate mondiali fossero un Paese, sarebbero il quarto maggiore emettitore al mondo» spiegano, ma tale percentuale è destinata ad aumentare con l’aumento delle spese militari e la decarbonizzazione del resto della società.

Oltre al costo diretto in termini di emissioni del forte aumento della spesa militare è anche possibile attribuire un prezzo ai costi più ampi per l’economia e la società in generale. Si tratta del Costo Sociale del Carbonio (Scc), un indicatore monetario del danno derivante da ogni tonnellata aggiuntiva di CO2 emessa nell’atmosfera: secondo lo studio congiunto, l’aumento incontrollato delle emissioni militari potrebbe causare 264 miliardi di dollari di danni climatici all’anno.

L’impatto dell’aumento della spesa militare sull’azione per il clima va poi oltre il solo aumento delle emissioni, perché indebolisce uno degli obiettivi dell’Oss 13 secondo cui i Paesi sviluppati dovrebbero mobilitare impegni finanziari per il clima, inizialmente pari a 100 miliardi di dollari. Alcuni Paesi in via di sviluppo, sottolineando lo squilibrio tra i finanziamenti climatici e quelli militari, hanno lanciato l’obiettivo di 1000 miliardi di dollari per il clima, respinto dai Paesi sviluppati che hanno invece concordato una cifra di 300 miliardi di dollari. Facendo riferimento agli oltre 2500 miliardi di dollari della spesa militare globale, alcuni Pvs hanno commentato: «2.500 miliardi di dollari per uccidersi a vicenda non sono troppi, mentre 1.000 miliardi per salvare vite umane sarebbero irragionevoli?». Purtroppo però vari governi europei hanno già fatto intendere, o detto esplicitamente come il Regno Unito, che tagli agli aiuti internazionali per lo sviluppo sostenibile possono alimentare le spese per la difesa.

Forti effetti di guerre e armamenti anche sul clima

Gli attuali aumenti della spesa militare avvengono in un periodo particolarmente dannoso per il clima, sottolinea lo studio del Ceobs. Secondo i dati più recenti, infatti, le emissioni globali di gas serra sono destinate a superare il limite previsto per avere probabilità di rimanere al di sotto di variazioni della temperatura di 1,5 °C entro il 2027. Obiettivo specificato nell’accordo di Parigi che sta per essere violato, anche senza gli attuali programmi di riarmo. Secondo gli scienziati del clima, al di sopra di tale livello le probabilità di superare i “punti di non ritorno” per cambiamenti climatici irreversibili, come lo scioglimento della calotta glaciale, i cambiamenti nella circolazione oceanica o i principali collassi degli ecosistemi, aumentano notevolmente. Con le attuali politiche di mitigazione si stima che si possa limitare il riscaldamento globale a soli 3,1°C entro il 2100, politiche che oltretutto non tengono conto degli impatti climatici dell’aumento dei bilanci militari per i quali sono invece «essenziali dati accurati per comprenderne le implicazioni sulle emissioni globali» sostiene lo studio, osservando come gli Stati attualmente non siano obbligati a rendicontare la portata delle emissioni prodotte dalle forze armate: «Ciò significa che non abbiamo una comprensione del tutto accurata dell’impatto che le forze armate stanno avendo sulle emissioni globali, il che limita la nostra capacità di valutare i progressi verso l’Obiettivo 13».

A titolo esemplificativo, si stima che le emissioni derivanti dai tre anni di invasione russa dell’Ucraina abbiano prodotto 230 MtCO2e, cioè l’equivalente delle emissioni annuali di Austria, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia messe insieme, mentre le emissioni dei soli primi 120 giorni del conflitto a Gaza abbiano superato le emissioni annuali di 26 singoli Paesi.

Sul dibattito tra chi sostiene l’effetto deterrente del riarmo e chi invece il suo impatto negativo sul rischio bellico, l’Osservatorio internazionale ha pochi dubbi: «L’analisi storica ha dimostrato che aumenti di spesa militare spesso portano a corse agli armamenti, che di fatto aumentano il rischio di guerra. Inoltre, negli ultimi decenni la situazione si è complicata con l’introduzione di nuove tecnologie belliche, che rendono più difficile valutare l’efficacia dei deterrenti. Nel frattempo, è stato dimostrato che una serie di fattori, diversi dall’aumento della spesa militare, riducono la probabilità di conflitti armati». In ogni caso, sottolinea il Ceobs, «vi sono prove evidenti che l’aumento della spesa militare sta in gran parte influenzando negativamente la nostra capacità di raggiungere l’Obiettivo 13 sulla lotta contro il cambiamento climatico».