Inserto n. 43:
Cantiere europeo


le prospettive per l'Ue
e per la sua Costituzione

Il 1° novembre 2006 sarebbe dovuto entrare in vigore il Trattato che istituisce una Costituzione per l’Europa, siglato a Roma il 29 ottobre 2004. Era stato previsto, infatti, che due anni sarebbero stati sufficienti per permettere la ratifica del Trattato a tutti gli Stati membri dell’Ue. Così non è stato, perché il voto contrario espresso nei referendum costituzionali dai cittadini di Francia e Paesi Bassi nella primavera 2005 ha rappresentato molto più di un semplice intoppo al processo di ratifica. Il “no” di francesi e olandesi ha riaperto il dibattito europeo su cosa è e dovrebbe essere l’Ue e, soprattutto, ha reso evidente quanto la costruzione europea non possa prescindere dal giudizio dei cittadini.
Si è così aperto ufficialmente un “periodo di riflessione”, in corso da ormai un anno e mezzo, sul futuro dell’Ue e della sua Costituzione. Anche se, come osserva l’eurodeputato dei Verdi europei, Pierre Jonckeere, la denominazione di Costituzione «è ingannevole, sia da un punto di vista giuridico che da un punto di vista politico, dal momento che gli elettori non hanno consegnato alcun mandato costituente».
Intanto, con l’imminente ratifica della Finlandia salgono a 16 gli Stati membri dell’Ue favorevoli al Trattato, numero che dal gennaio prossimo raggiungerà almeno quota 18, dato l’assenso dei due nuovi Stati membri Bulgaria e Romania. Per alcuni altri Paesi, come Portogallo, Irlanda e Svezia, la ratifica sembra probabile così che l’adesione al Trattato potrebbe riguardare presto 20 Stati membri, numero che obbligherà il Consiglio europeo a riunirsi per decidere come procedere nel percorso costituzionale. Le maggiori incognite derivano dalla nota ostilità di Regno Unito e Polonia, dalle incertezze della Repubblica Ceca e dagli sviluppi politici dei due Paesi che finora hanno ufficialmente espresso il loro rifiuto, cioè Francia e Paesi Bassi, entrambi alla vigilia di importanti appuntamenti elettorali.
Varie le ipotesi per uscire dall’attuale situazione di stallo (come illustrato in questo inserto): dal cambio del nome ad alcune modifiche del Trattato costituzionale, dal suo smembramento alla scrittura di un testo nuovo. Nessuna di queste proposte è però riuscita, almeno finora, a mettere tutti d’accordo, anche perché ognuna di esse contiene visioni differenti non solo delle regole dell’Unione europea ma del suo stesso ruolo e significato. È piuttosto evidente che, a livello politico, il fragile compromesso raggiunto due anni fa dagli Stati membri dell’Ue è saltato, ma è altrettanto chiaro che la sola “ingegneria” politico-istituzionale non è sufficiente se contemporaneamente non si sviluppa un dialogo e un confronto con i cittadini.

perchè un trattato costituzionale


«La questione è innanzitutto sapere perché abbiamo bisogno di un testo costituzionale» ha dichiarato il presidente della Commissione europea Josè Manuel Barroso intervenendo al Parlamento europeo nel giugno scorso e ponendo una domanda: cosa perde l’Ue senza un Trattato costituzionale? «Si perde una chiara attribuzione delle competenze tra i diversi livelli, l’estensione della co-decisione e l’estensione del voto a maggioranza qualificata, si rinuncia a una Carta dei diritti fondamentali giuridicamente vincolante, si rinuncia a un ministro degli Affari Esteri dell’Ue che è al contempo vicepresidente della Commissione, si rinuncia ad un’azione più efficace nel campo della sanità pubblica, della sicurezza alimentare e anche dell’energia, visto che la Costituzione ha ampliato le competenze in questo ambito. Si perde anche una maggiore coesione sul piano estero. E su questo punto, (…) abbiamo assoluto bisogno in Europa di quel che il Trattato costituzionale ha apportato sul piano degli Affari Esteri: maggiore efficacia, democrazia, coerenza». Questa la risposta di Barroso, secondo il quale gli attuali Trattati dell’Ue non consentono di raggiungere pienamente tutti questi obiettivi. È necessaria, sostiene Barroso, «un’Europa allargata, aperta, più competitiva, che abbia un progetto politico basato sul concetto di solidarietà», perché l’Ue del XXI secolo non può essere «chiusa in se stessa, ma una grande Europa allargata che sia capace di affrontare la globalizzazione invece di subirne le conseguenze».

fallimento senza solidarietà

«Se nei prossimi dieci anni non riusciremo a trasformare la costruzione economica dell’Europa, costruzione senza dubbio riuscita, in un’Unione europea socio-politica altrettanto valida e a ridurre la disoccupazione, allora l’Europa sarà un fallimento» ha ammonito il premier lussemburghese e presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, ricevendo nel maggio scorso ad Aquisgrana il premio Carlo Magno per il suo impegno a favore dell’unificazione europea. Secondo Juncker, «senza Costituzione, senza il completamento del mercato interno, senza una dimensione sociale dell’Ue, volenti o nolenti, l’Europa diventerà, senza che nessuno di noi se ne renda conto, uno spazio sofisticato di libero scambio». L’Europa ha invece bisogno di una «dimensione politica» perché «non può essere compresa solo da un punto di vista economico». Il mercato, ha aggiunto il presidente dell’Eurogruppo, «da solo non produce alcuna solidarietà, che si tratti di solidarietà tra persone o tra nazioni. E ciò di cui abbiamo bisogno è la solidarietà tra le nazioni europee».

Emma Bonino: «per rilanciare l’Ue
servono unità e risultati concreti»

Il prolungamento della cosiddetta “pausa di riflessione” europea ha inevitabilmente rimandato le necessarie riforme istituzionali dell’Ue. Per contrastare l’inazione, è però essenziale promuovere «un genuino “dibattito di società”, che vada dal Parlamento europeo e dai parlamenti nazionali fino a un coinvolgimento popolare». Nel frattempo, occorre continuare a «lavorare con determinazione in quei settori che possono abbattere le barriere all’integrazione dei cittadini europei», come la Strategia di Lisbona per il rilancio della crescita e dell’occupazione, l’attuazione di una vera politica energetica, l’allargamento del progetto comunitario e le politiche di vicinato dell’Ue. È quanto sostiene Emma Bonino, già membro autorevole della Commissione e del Parlamento europei e ora ministra per le Politiche comunitarie e per il Commercio internazionale nel governo italiano. Secondo Bonino, continua a essere valida l’idea di un governo federale per l’Ue perché, di fronte alla divisione di competenze tra varie istituzioni che spesso si sovrappongono, manca un vero governo europeo che possa esprimere la politica dell’Ue.

Nell’ultimo anno e mezzo si è registrato un forte rallentamento nel processo di costruzione europea e un evidente riemergere degli interessi nazionali a danno dello “spirito comunitario”. Quali sono, a suo avviso, le vie percorribili per rilanciare l’Ue, anche alla luce di quanto emerso finora dal cosiddetto “periodo di riflessione”?

Ora, più che mai, questa domanda è di difficile risposta. Prima di tutto, direi che bisogna riprendere il dialogo sul Trattato costituzionale. E per farlo occorre una soluzione condivisa. Anche se non mi entusiasmano, alcune idee stanno emergendo e questo è già un segnale positivo. Il governo tedesco sta lavorando in vista della Dichiarazione solenne che dovrà essere adottata, sotto la sua presidenza di turno, dai capi di Stato e di governo in occasione del 50° anniversario della firma dei Trattati di Roma, il 25 marzo prossimo. Mi auguro si possa giungere ad un testo essenziale, relativamente breve e poco retorico. Personalmente, spero si possa anche andare verso un tipo di riforma istituzionale che preveda un generale rafforzamento dei poteri dell’Unione, attraverso una giusta applicazione del principio di sussidiarietà e un ampliamento delle materie governate dalla procedura di codecisione - così da legittimare gran parte delle politiche europee attraverso il Parlamento europeo finalmente dotato di un vero potere legislativo -, un rafforzamento dei poteri della Commissione per l’attuazione delle politiche comunitarie e l’abbandono dell’unanimità nelle votazioni al Consiglio.

È appena stato confermato dalla Commissione europea l’ingresso di Bulgaria e Romania nell’Ue dal gennaio 2007, mentre continuano i negoziati con i Paesi dei Balcani occidentali in un’ottica di adesione e si è aperto il difficile capitolo della Turchia. Qual è il significato reale dell’allargamento e non vede incongruenze tra la continua spinta espansiva dell’Ue e la sua crisi d’identità interna?

Da sempre, l’approccio dell’Ue è stato di carattere multilaterale ed inclusivo con i suoi vicini naturali, e si basa sulla capacità di far recepire, da parte di Paesi terzi, il rispetto degli stessi principi democratici e liberali su cui si fonda l’Unione. Così agendo, l’Europa è diventata l’area di pace, stabilità e prosperità che conosciamo e, come cerchi concentrici, ha propagato i suoi benèfici effetti attorno a sé, stabilizzando aree a rischio e aiutando i Paesi vicini nel loro progresso democratico, sociale ed economico. Proprio perché, fin dalle sue origini, il progetto europeo è stato inteso come strumento che non si occupava dell’identità europea, né delle sue radici, cristiane o meno, che non faceva riferimento a Carlo Magno, ma che, invece, indicava un processo politico, mirato a creare stabilità, democrazia e coesione, rimango convinta che il processo di integrazione di altri Paesi dovrà continuare, includendo Turchia e Balcani qualora questi Paesi soddisfino i criteri per l’adesione. Se la politica dell’allargamento è quindi l’anima dell’integrazione europea intesa come progetto politico, e se, d’altra parte, si riconosce la necessità di un adeguamento istituzionale per alimentare la cosiddetta capacità d’assorbimento dell’Unione, nella riflessione sul futuro dell’Europa la questione costituzionale diventa ovviamente centrale.

L’Ue ha grandi responsabilità e suscita enormi aspettative a livello internazionale per il suo ruolo sia nell’area mediterranea che in ambito globale. Tuttavia, negli ultimi anni si è registrato il protagonismo europeo quasi esclusivamente in campo economico. Sono evidenti, ad esempio, gli scarsi risultati della cooperazione euromediterranea nell’ambito del cosiddetto Processo di Barcellona. Quando e come, a suo avviso, l’Ue riuscirà ad essere un soggetto forte e positivo del multilateralismo e della cooperazione internazionale?

Indubbiamente l’Europa è stata più efficace dal punto di vista economico. Tuttavia è innegabile che si inizi a vedere una cooperazione dell’Europa anche in campo di politica estera e di difesa. Il caso dell’intervento a sostegno del Libano lo dimostra, anche se è un peccato che i Paesi partecipino con le loro bandiere e non sotto quella europea. Quanto al rapporto con i Paesi mediterranei, dobbiamo prendere atto che il processo di Barcellona sembra essersi di fatto arenato, ma continuo a ritenere che non esistano alternative ad una maggiore cooperazione tra i Paesi delle due sponde del Mediterraneo. Per questo occorre lavorare tutti insieme per favorire lo sviluppo: unico rimedio duraturo per arginare fenomeni come i flussi incontrollati dell’immigrazione. Negli altri campi, come quello energetico ad esempio, l’Europa nascerà quando gli Stati membri smetteranno di farsi concorrenza tra di loro e guarderanno più avanti. Il mondo cambia rapidamente, cambiano i rapporti di forza, mentre noi si procede troppo lentamente e rischiamo di uscire dal gioco. Infatti, come si può pensare di affrontare, oltre alle grandi economie mature, come Stati Uniti e Giappone, i nuovi giganti asiatici Cina e India, e anche nuove economie emergenti come Brasile e Russia, se non con la forza e la competitività del nostro mercato unico?

I differenti livelli di tutela dei lavoratori nei vari Stati membri, le pari opportunità molto avanzate nel Nord Europa ma scarse nell’Europa mediterranea, le discriminazioni (e in molti casi violazioni) diffuse ai danni degli immigrati non comunitari e di alcune minoranze etniche o religiose, nonché il forte disagio sociale in molte aree di varie città europee, portano a domandarsi: che fine ha fatto il tanto decantato “modello sociale europeo”?

Al di là di quanto possa apparire dai fatti di cronaca, l’Europa si è data un articolato sistema di norme condivise da tutti gli Stati membri anche in materia di difesa dei diritti sociali. Ovviamente nel definire tali norme è necessario tener conto delle differenti sensibilità. La normativa che ci siamo dati nel corso degli anni costituisce un enorme patrimonio che fa dell’Europa una delle aree più avanzate in tema di garanzia e rispetto dei diritti fondamentali.

Cosa si deve fare, a suo avviso, perché i cittadini europei credano veramente nell’Ue?

L’identificazione dei cittadini con l’Europa è sempre stato un processo lento e a macchia di leopardo. Il punto principale sul quale pongo l’accento è l’Europa dei risultati. Occorre dimostrare ai cittadini che l’Europa rappresenta un valore aggiunto ed è in grado di contribuire alla soluzione dei problemi pratici della vita di tutti i giorni.

I COSTI DELLA NON-COSTITUZIONE

Secondo il Parlamento europeo, riflessione non significa inattività. Al momento di approvare nel luglio scorso una risoluzione sulle iniziative del “periodo di riflessione”, il Parlamento ha invitato il Consiglio europeo «a passare dalla fase di riflessione ad una fase di analisi che si estenda fino alla metà del 2007, al fine di arrivare a una proposta chiara sul metodo da seguire riguardo al Trattato costituzionale entro il secondo semestre 2007». Tale risoluzione ha tratto alcune conclusioni emerse dal primo forum interparlamentare che il Parlamento europeo aveva organizzato in maggio:

• È stata confermata la necessità di portare avanti il processo costituzionale dell’Unione europea fondato sulle idee di pace e di solidarietà e su altri valori comuni.
• È indubbio che gli Stati membri dell’Ue non saranno in grado di affrontare da soli le grandi sfide politiche che si presentano all’Europa.
• È generalmente riconosciuto che il Trattato costituzionale fornirebbe all’Unione europea un quadro adeguato per affrontare tali sfide.
• È necessaria un’analisi più approfondita che consenta la messa a punto, nel corso del 2007, di proposte che portino a una soluzione prima delle prossime elezioni europee.
• Il dialogo interparlamentare sul processo costituzionale cui partecipano il Parlamento europeo e i parlamenti degli Stati membri è fondamentale e deve essere portato avanti; accoglie con favore l’annuncio da parte del presidente finlandese di un secondo forum parlamentare nel dicembre 2006;
• Ricorda a tale riguardo le proposte avanzate perché i dibattiti dei forum parlamentari siano organizzati in modo da permettere uno scambio di opinioni intenso e vivace, allo scopo di costruire il consenso sulle questioni centrali riguardanti il futuro dell’Europa e l’approccio da seguire.

La risoluzione del Parlamento invita inoltre la Commissione a realizzare «uno studio dei costi sostenuti in conseguenza del fatto che, contrariamente a quanto auspicato inizialmente, il Trattato costituzionale non entrerà in vigore il 1° novembre 2006».
Il Parlamento «mette in guardia contro eventuali tentativi di smantellare il compromesso globale raggiunto sul Trattato costituzionale», perché ciò comprometterebbe gravemente il progetto politico europeo e creerebbe il rischio di un’Unione indebolita e divisa. L’Europarlamento ribadisce pertanto la propria «opposizione all’attuazione frammentaria di parti dell’accordo costituzionale globale e all’immediata costituzione di gruppi ristretti di Stati membri», perché considera questo «un modo di eludere il processo costituzionale per l’Unione nella sua integralità». D’altra parte, il Parlamento sostiene i miglioramenti democratici delle procedure istituzionali su cui possa esserci accordo nel quadro degli attuali trattati comunitari, come ad esempio il miglioramento della trasparenza all’interno del Consiglio dei ministri, la riforma dell’accordo sulla comitatologia, l’uso della “passerella” verso il voto a maggioranza qualificata e la co-decisione nell’ambito della giustizia e degli Affari interni, il rafforzamento del controllo parlamentare nazionale e l’introduzione di una forma di iniziativa dei cittadini.
(Fonte: OSE, “Domani, l’Europa” n. 31/2006)


Trattato costituzionale:
il punto sul dibattito europeo

Alla fine di ottobre 2006 sono 15 gli Stati membri dell’Ue ad aver ratificato il Trattato costituzionale. Entro il prossimo dicembre sarà ratificato anche dalla Finlandia, cioè prima del termine del suo semestre di presidenza dell’Ue. Inoltre, i due nuovi Stati membri che entreranno nell’Ue da gennaio, Bulgaria e Romania, hanno già dato il loro accordo a ratificare, per cui nel gennaio 2007 saranno 18 gli Stati membri favorevoli al Trattato. Alcuni altri Paesi, quali Portogallo, Irlanda e forse Svezia, potrebbero decidere la ratifica in tempi brevi, così da rendere piuttosto concreta l’ipotesi che durante il turno della Germania alla presidenza dell’Ue, cioè nel primo semestre 2007, potrà essere raggiunto il numero di 20 Paesi favorevoli. Va sottolineato che quando sarà raggiunta la quota di 20 Stati membri ad aver ratificato il Trattato, il Consiglio europeo dovrà riunirsi per decidere come procedere nel percorso costituzionale.
«È certo che una soluzione non sarà presa entro il periodo di presidenza tedesca dell’Ue, perché il Consiglio europeo che si terrà nel giugno 2007, a conclusione del semestre presieduto dalla Germania, seguirà di poche settimane le elezioni presidenziali in Francia e la nomina del nuovo presidente francese, dunque non ci sarà il tempo necessario per permettere alla Francia di decidere quale posizione prendere dopo il rifiuto verificatosi col referendum popolare del 2005». È quanto sostiene Pier Virgilio Dastoli, direttore della Rappresentanza in Italia della Commissione europea, che da anni si occupa del processo di costruzione europea e negli ultimi mesi segue attentamente il percorso costituzionale (si veda a tale proposito la sezione “Futuro dell’Ue” sul sito http://ec.europa.eu/italia).
Con l’aiuto di Dastoli cerchiamo di fare il punto sulla questione del Trattato costituzionale, in occasione di una data che avrebbe dovuto segnare un tappa fondamentale secondo le intenzioni originarie: il 1° novembre 2006 sarebbe dovuto entrare in vigore il Trattato che istituisce una Costituzione per l’Europa. La realtà è invece decisamente diversa.

le principali proposte

Al momento esistono due ipotesi principali per il futuro del Trattato, emerse finora durante il “periodo di riflessione” deciso dal Consiglio europeo nel 2005.
La prima è quella avanzata dal ministro degli Interni francese Nicolas Sarkozy (vedi box seguente), che prevede modifiche minime ai Trattati attuali con la formulazione di un “mini Trattato”: in pratica, è proposta una frammentazione dell’attuale testo costituzionale mantenendone solo alcuni articoli relativi alle questioni istituzionali. «Ciò significherebbe però che il nuovo testo dovrebbe essere sottoposto nuovamente alla ratifica di tutti gli Stati membri dell’Ue, quindi non avrebbero più alcun valore le numerose ratifiche già adottate dai parlamenti nazionali» osserva Dastoli.
La seconda ipotesi è quella del governo tedesco, che propone di mantenere l’attuale testo costituzionale escludendo la Terza parte del Trattato e allegando un protocollo sulle questioni sociali. In questo modo si riaprirebbe la possibilità di ratifica per Francia e Paesi Bassi sulle parti Prima e Seconda del Trattato.
Queste e altre proposte saranno esaminate da un gruppo di lavoro che ha preso il via poche settimane fa. Coordinato da Giuliano Amato, già vicepresidente della Convenzione europea sul futuro dell’Ue, il gruppo vede la partecipazione anche di due commissari europei (Danuta Hubner, responsabile della Politica regionale, e Margot Wallström, vicepresidente e responsabile delle Relazioni istituzionali e della Strategia di comunicazione). L’incarico del “gruppo di saggi” è di riesaminare il testo costituzionale, alla luce di quanto emerso durante il “periodo di riflessione”, ed elaborare entro il prossimo febbraio una proposta sul Trattato. In prospettiva, nota Dastoli, «emerge comunque con forza l’ipotesi di svolgere un referendum sul futuro testo costituzionale da tenersi in occasione delle elezioni europee del 2009».

presidenza dell’Ue e Consiglio europeo

La Finlandia, attualmente alla presidenza di turno dell’Ue e il cui parlamento ratificherà il progetto di Trattato entro poche settimane, auspica il proseguimento del processo di ratifica negli altri sette Paesi: Danimarca, Irlanda, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca e Svezia. La presidenza finlandese dell’Ue ha avviato a tale proposito delle consultazioni bilaterali e, entro la fine del suo semestre presidenziale, presenterà delle opzioni alla prossima presidenza tedesca dell’Ue. Dopo il turno della Germania, nel primo semestre 2007, i Paesi che si succederanno alla presidenza dell’Ue saranno il Portogallo (secondo semestre 2007), la Slovenia e la Francia (rispettivamente nel primo e nel secondo semestre 2008), la Repubblica Ceca e la Svezia (primo e secondo semestre 2009): tutte presidenze dell’Ue che avranno un ruolo decisivo per il processo costituzionale europeo. L’attuale presidenza finlandese, che auspica l’entrata in vigore del nuovo Trattato entro il 2008, ha reso noto di condividere la necessità di alcune modifiche e miglioramenti nel testo costituzionale (tra cui anche il nome), ma si è detta nettamente contraria allo smembramento delle parti e degli articoli che costituiscono il Trattato costituzionale.
Il Consiglio europeo del giugno scorso, oltre a decidere il proseguimento della “pausa di riflessione”, ha auspicato che il processo di ratifica sia completato secondo quanto stabilito nel Vertice del giugno 2005, senza tuttavia prendere impegni sul termine (2009) ma affermando che i passi necessari per proseguire il processo di riforma dovranno essere effettuati entro il secondo semestre 2008, sulla base di un Rapporto che sarà presentato dalla presidenza tedesca nel corso del Consiglio europeo che si terrà nel giugno 2007. Pur confermato di voler mantenere gli impegni presi con i Paesi candidati, il Consiglio europeo ha sottolineato che l’Ue futura deve essere in grado di funzionare politicamente, finanziariamente e istituzionalmente e che il progetto comune d’Europa deve poter essere ulteriormente approfondito. Cosa che avverrà nel corso del Consiglio europeo del prossimo dicembre, quando a conclusione del suo turno di presidenza la Finlandia presenterà un Rapporto sui vari aspetti dei futuri allargamenti, compresa la discussa questione della capacità di assorbimento dell’Ue.

Francia, Paesi Bassi e gli altri

Altra questione importante per il futuro del Trattato costituzionale riguarda le intenzioni dei due Paesi che finora l’hanno respinto, cioè Francia e Paesi Bassi. In Francia si terranno elezioni presidenziali nell’aprile 2007 e fino ad allora non sarà presa alcuna decisione. Per quanto concerne i candidati di maggior spicco, il conservatore Nicolas Sarkozy propone la formulazione di un “mini Trattato” centrato sulle urgenti riforme istituzionali, soluzione che a suo avviso consentirebbe un rapido negoziato e fornirebbe una via d’uscita ai Paesi che hanno votato “no” nel 2005 (vedi box). L’esponente socialista Segolène Royal ritiene invece che «l’Europa reale deve prevalere sull’Europa delle utopie», per cui la Costituzione europea non è necessariamente al centro delle priorità dell’Ue. La posizione espressa dai socialisti francesi rifiuta una ratifica del Trattato costituzionale respinto il 29 maggio 2005, anche se accompagnato da un nuovo preambolo, e propone la negoziazione di un nuovo Trattato «strettamente istituzionale» da sottoporre a referendum.
Piena di incognite anche la situazione olandese, dove in seguito alle dimissioni del governo nel giugno scorso si attendono gli esiti delle elezioni legislative anticipate in svolgimento a novembre. Nel caso di vittoria dei socialisti dovrebbe mutare anche la posizione olandese sulle questioni europee, rispetto al precedente governo che aveva più volte affermato di ritenere «morta» la Costituzione europea escludendo ogni possibilità di un nuovo referendum.
«Molto dipenderà anche dall’evoluzione della situazione politica che si avrà in Polonia e nel Regno Unito nei prossimi mesi» sottolinea Dastoli, cioè dei due Stati membri al momento meno favorevoli al Trattato costituzionale tra quelli che non hanno ancora stabilito tempi e modi della ratifica. Incerta anche la situazione in Danimarca e Repubblica Ceca (il cui presidente Vaclav Klaus ha dichiarato che la Costituzione europea non è all’ordine del giorno), pare probabile la ratifica della Svezia, il Portogallo sta per definire la data del referendum, mentre l’Irlanda potrebbe attendere le elezioni legislative del maggio 2007 per prendere una decisione.

capacità di assorbimento dell’Ue

Collegata in qualche modo al Trattato è anche la questione dell’allargamento dell’Ue. Secondo molti Stati membri, infatti, è necessario valutare la cosiddetta “capacità d’assorbimento” dell’Ue rispetto agli attuali Paesi candidati e potenziali futuri Stati membri. Alcuni ritengono che finché non sarà approvato un nuovo Trattato bisognerà “congelare” ogni processo di futuro allargamento. «La polemica sollevata da più parti, secondo cui non si può procedere a ulteriori espansioni dell’Ue se non si risolve la questione costituzionale, è del tutto pretestuosa - sostiene Dastoli - Al di là dei due imminenti ingressi di Bulgaria e Romania, infatti, i futuri Paesi candidati sono la Turchia e i Paesi dei Balcani occidentali, per i quali l’eventuale ingresso nell’Ue comunque non avverrà prima del 2014: pur con le difficoltà di cui si è detto, è sperabile che entro quella data la diatriba sul Trattato costituzionale sia già conclusa da tempo. Questo per dire che le due questioni del Trattato e dell’allargamento possono procedere parallelamente senza alcun problema».

spiragli di ottimismo

Se il quadro generale sul futuro dell’Ue, dal processo costituzionale agli ulteriori allargamenti, sembra essere al momento piuttosto incerto, pare emergere anche qualche elemento incoraggiante, come osserva il direttore della Rappresentanza in Italia della Commissione europea: «La situazione dell’Ue negli ultimi mesi è comunque caratterizzata da un’atmosfera tutto sommato positiva - dice Dastoli - La vicenda del Libano e la relativa iniziativa dell’Ue, infatti, ha creato maggior ottimismo perché l’Europa ha dimostrato che unita ha una notevole influenza a livello internazionale, tale da contrastare con successo l’unilateralismo degli Usa». Unità di intenti tra gli Stati membri che si attende di vedere anche sul fronte interno dell’Ue.

PROPOSTO UN “MINI TRATTATO” PER LE RIFORME URGENTI

Per cercare di superare la crisi istituzionale in cui è entrata l’Ue dopo il voto contrario espresso nei referendum costituzionali in Francia e Paesi Bassi, il ministro degli Interni francese Nicolas Sarkozy, candidato conservatore alle elezioni presidenziali che si terranno in Francia nella primavera 2007, ha lanciato una proposta che ha riacceso il dibattito in corso sul futuro dell’Ue. Osservando come la crisi attuale dell’Ue non sia «aperta e rumorosa» quanto piuttosto «latente ma profonda», Sarkozy ritiene che l’Europa abbia «perso la spinta propulsiva». In base a ciò, il ministro francese ritiene necessaria la formulazione di un «mini Trattato», che permetta di uscire dall’attuale situazione di stallo e di realizzare le riforme istituzionali più urgenti, così da garantire il funzionamento dell’Ue fino al 2009 in attesa di un Trattato «più vasto da rinegoziare».

Il “mini Trattato” proposto da Sarkozy dovrebbe contenere alcune priorità, quali:
• l’elezione di un presidente della Commissione da parte del Parlamento e di un ministro degli Esteri europeo di lungo termine;
• l’estensione della maggioranza qualificata e delle decisioni condivise, al fine di superare la regola dell’unanimità, soprattutto per quanto concerne le materie giudiziaria, penale e fiscale;
• riaffrontare il discorso della divisione del potere legislativo tra Parlamento e Consiglio europei.
In particolare, Sarkozy ritiene che l’unico modo per «salvare l’Unione politica» sia quello di sostituire il sistema di voto a unanimità (che attualmente riguarda la maggior parte delle decisioni dell’Ue) con un meccanismo di maggioranza «super qualificata», che richiederebbe il 70-80% dei voti per adottare una decisione. Sottolineando come si sia giunti «al termine del modello europeo concepito 50 anni fa» e che «l’Europa non ha tempo da perdere», Sarkozy ha spiegato che il “mini Trattato” potrebbe essere negoziato in tempi rapidi «senza riaprire i dibattiti politici relativi a temi su cui è già stato raggiunto un compromesso», cosa che a suo avviso «fornirebbe una via d’uscita ai Paesi che hanno votato “no”, senza umiliare coloro che hanno votato “sì”». In questo modo, sostiene il ministro francese, il “mini Trattato” potrebbe essere sottoposto a ratifica parlamentare già durante la presidenza di turno francese dell’Ue, cioè nel secondo semestre 2008.

 

Costituzione europea e scenari possibili

Il fallimento della ratifica del progetto di Trattato costituzionale mette in evidenza una perdita di legittimità dell’Ue nei confronti di una buona parte dei cittadini. La riforma dei trattati resta una necessità, ma dovrebbe essere accompagnata da un profondo dibattito pubblico sugli obiettivi dell’Ue: “perché”, “con chi” e “come” sono interrogativi congiunti che richiedono risposte più convincenti.

una falsa alternativa

L’ipotesi che prevede di portare avanti la ratifica dell’attuale progetto di Trattato costituzionale, per poi sottoporlo nuovamente al voto in Francia e in Olanda nel 2007, dopo le elezioni nazionali, è una prospettiva rifiutata dai dirigenti dei due Stati. Ciò presuppone inoltre che i Paesi rimanenti ratifichino tutti il progetto di Trattato, il che non è certo acquisito.
Si potrebbero quindi immaginare tre principali scenari alternativi alla situazione attuale: una falsa alternativa, in cui si mantengono i Trattati attuali; un miglioramento dei Trattati attuali (la cosiddetta opzione “Nizza +”); un nuovo negoziato su alcuni aspetti del progetto costituzionale.
La situazione più probabile per i prossimi anni sembra essere quella del mantenimento dei Trattati attuali, sui quali l’Ue dei 25 funziona da circa due anni. Infatti, in un processo che richiede l’unanimità, le forze che hanno un interesse nello statu quo partono già vincenti. Alcuni governi, come ad esempio in Polonia, possono considerare di avere un maggiore interesse a conservare i Trattati attuali; inoltre, l’agenda politica della Commissione (in carica fino al 2009), sostenuta da una maggioranza al Consiglio e al Parlamento, può essere portata avanti con il Trattato attuale.

l’ipotesi di un Trattato “fondamentale”

Se non ci si può accontentare dello statu quo, due sono le opzioni possibili: ci si basa sui Trattati attuali invocando “clausole passerella” che permettano di riprendere alcuni dispositivi del progetto di Trattato costituzionale, modificando così i trattati attuali (per via parlamentare), oppure si riaprono i negoziati sulla base del progetto di Trattato costituzionale e si introducono i necessari emendamenti.
Ci sarebbe una quarta opzione, più radicale, che propone di dissociare un Trattato di portata costituzionale da un Trattato sulle politiche. È questa l’opzione sostenuta, in generale, dai Verdi europei. In quest’ottica, il Trattato di portata costituzionale, che potremmo in tal caso definire anche Trattato “fondamentale”, sarebbe composto essenzialmente dagli articoli della parte Prima del progetto di Trattato costituzionale, dalla Carta dei diritti fondamentali e dai cosiddetti articoli “trasversali” sui principi delle politiche dell’Ue. Si potrebbero concepire per i due testi modalità di revisione diverse, nonché un enunciato molto più conciso sulle politiche.
Nell’immediato, però, la fattibilità politica di questa ipotesi è praticamente inesistente, in quanto supporrebbe un autentico cambiamento rispetto all’ordinamento giuridico comunitario.

priorità di carattere costituzionale

A prescindere dalle varie ipotesi e qualora venisse riaperto un negoziato di fondo, andrebbero difesi gli emendamenti che hanno un impatto diretto sulle decisioni politiche. Questo è il nocciolo del dibattito politico e costituisce in realtà l’elemento chiave dell’approfondimento democratico dell’Ue.
Si possono così definire tre obiettivi:

• Rafforzare la democrazia partecipativa (innovazione introdotta nel progetto costituzionale) conferendo un maggior contenuto al diritto di iniziativa: la Commissione e il Parlamento sarebbero obbligati a conformarvisi nell’arco di un anno. Il diritto di iniziativa legislativa del Parlamento ne costituirebbe il logico corrispettivo.

• Rendere maggiormente democratico il processo decisionale in materia di legislazione comunitaria attraverso una revisione dell’attuale procedura di codecisione, che toglierebbe alla Commissione il suo potere di opposizione nei confronti degli emendamenti presentati tanto dal Parlamento quanto dal Consiglio. La procedura di codecisone alla duplice maggioranza verrebbe generalizzata per ogni atto legislativo.

• Agevolare ulteriormente la cooperazione tra gruppi di Stati determinati a continuare sulla strada della sovranità condivisa: le clausole di flessibilità e di cooperazione rafforzata proposte nel progetto attuale sono ancora troppo restrittive, mentre coloro che vogliono procedere oltre devono avere la possibilità di farlo.

una maggiore responsabilizzazione

È bene insistere sull’idea che il Trattato delinea un quadro e delle regole istituzionali. Certo non verranno rimosse dai testi attuali l’affermazione e la sovrapposizione di obiettivi politici parzialmente incompatibili, ma spetta appunto ai partiti politici costruire maggioranze e rapporti di forza nello spazio pubblico europeo in grado di orientare la politica europea. Nulla è scolpito nella pietra.
A fianco di queste rivendicazioni sulla struttura decisionale dell’Ue, i Verdi europei ne sostengono altre due fondamentali che riguardano le modalità di consultazione e l’entrata in vigore del nuovo Trattato.
Il Trattato fondamentale sarebbe sottoposto a una consultazione europea prima delle ratifiche nazionali. Tale consultazione (da svolgersi nello stesso giorno in tutti i Paesi) dovrebbe essere decisa dal Consiglio europeo e giustificherebbe il fatto che le ratifiche nazionali si facciano per via parlamentare. Una clausola d’entrata in vigore del Trattato fondamentale sarebbe poi sottoposta a una doppia maggioranza speciale, basata sul numero di elettori e sul numero di Paesi. Sarebbe questo un modo democratico per responsabilizzare le prese di posizione: rifiutare un progetto di Trattato implica conseguenze che ogni cittadino dovrebbe sapere fin dall’inizio. Ciò rappresenterebbe una rivoluzione nella storia della costruzione comunitaria e avrebbe il grande vantaggio, proprio perché sulla base di un processo elettorale, di aprire in modo più democratico la possibilità di livelli differenziati di integrazione fra Paesi europei.

di Pierre Jonckeere, Deputato al Parlamento europeo, Verdi/Ale

FAR CONOSCERE L’UE PER RILANCIARE IL PROGETTO EUROPEO

La riflessione sul futuro dell’Ue continua, come stabilito dal Consiglio europeo nel giugno scorso. È però necessario «riprendere il cammino verso la Costituzione europea» anche se «le strade da percorrere sono strette», sostiene il direttore della Rappresentanza a Milano della Commissione europea, Roberto Santaniello, il quale rifiuta di considerare la “morte prematura” del testo costituzionale.
Quali sono, a suo avviso, gli elementi più interessanti emersi finora dal “periodo di riflessione”?
È necessario, come ha suggerito la Commissione europea, mostrare all’opinione pubblica l’Europa dei risultati concreti, quelli che spesso e volentieri non sono conosciuti dai cittadini degli Stati membri. Moltissimi europei non sanno, per esempio, che la moderna legislazione in materia di protezione ambientale o dei consumatori trae origine dall’attività delle istituzioni comunitarie. Il miglioramento della conoscenza da parte dei cittadini delle politiche dell’Ue è certamente il dato più significativo che scaturisce dal periodo di riflessione. Per esempio, alcuni sondaggi hanno mostrato che se si conoscono meglio la natura e il funzionamento dell’Ue, la globalizzazione fa meno paura. Viceversa, i cittadini si sentono preoccupati quando non percepiscono l’Ue come qualcosa che può aiutarli a superare le paure e le inquietudini che derivano dai cambiamenti epocali che il nostro pianeta sta conoscendo. Mettere dunque al centro e far conoscere gli innegabili progressi raggiunti dall’Ue dopo 50 anni è essenziale per dare slancio e vigore al progetto europeo.
A tale proposito, negli ultimi mesi la Commissione ha lanciato alcune iniziative per il reciproco avvicinamento tra istituzioni e cittadini europei: quali i risultati ottenuti finora e quali le carenze?
La Commissione europea non ha partecipato come soggetto istituzionale alle campagne referendarie in occasione delle ratifiche del testo costituzionale. Conformemente alla sua filosofia istituzionale ha tenuto una posizione neutrale, per non interferire sulla posizione degli Stati membri, lasciando naturalmente ai parlamenti e alle opinioni pubbliche nazionali la responsabilità di pronunciarsi sulla Costituzione europea. Ma non ha perso l’occasione per alimentare quella che si può definire la “letteratura del successo”. In questo senso si spiega il grande sforzo di comunicazione profuso dalla Commissione Barroso che si è articolato su due assi. Il primo, il Piano D, come Democrazia, Dibattito e Dialogo, un piano per riannodare i fili del confronto con i cittadini europei e per spiegare i contenuti delle politiche dell’Ue che hanno diretta incidenza sulla loro vita. Il secondo, ha puntato invece sul rafforzamento della strategia di informazione e comunicazione (Libro bianco), coinvolgendo tutti coloro (soggetti istituzionali, Ong, forze economiche e sociali) che possono dare un contributo attivo e positivo per far comprendere e conoscere l’Ue all’opinione pubblica. Per ridare fiducia ai cittadini devono comunque essere rafforzate alcune politiche: quelle riguardanti il mercato interno (le liberalizzazioni), i diritti (lo spazio di sicurezza e giustizia), le politiche per l’occupazione (la strategia di Lisbona), la politica estera. Su tutte queste politiche occorre fare di più e meglio. Su questo sono tutti d’accordo.
Il modello sociale europeo, che riguarda direttamente i cittadini, è però messo in forte discussione: come può essere salvaguardato?
Tutti i presidenti della Commissione europea che si sono succeduti hanno messo al centro della loro azione la difesa di tale modello. Pur con tratti differenti, i vari Delors (Libro bianco su crescita, occupazione, competitività), Santer (Patto di fiducia sul lavoro), Prodi (Strategia di Lisbona) e i rispettivi collegi dei commissari hanno lavorato per difenderne la natura e l’impostazione complessiva, basata su giustizia ed equità. Nessuno mette in discussione il suo valore e la sua importanza politica. Ciò che è necessario fare, ed è in questa direzione che l’Ue cerca di avanzare, è di adattare il modello sociale europeo di fronte a mutamenti importanti nel panorama delle relazioni internazionali e dell’economia. Si pensi alla globalizzazione, ai cambiamenti tecnologici, all’evoluzione demografica. L’adattamento è necessario per garantire occupazione e crescita, ma è anche necessaria la difesa dei valori fondanti la società europea. Questa è una delle sfide con cui l’Ue si confronta da alcuni anni. Anzi, è la sfida per definizione. Dalle risposte comuni che le istituzioni comunitarie e i governi sapranno dare dipenderà in gran parte il futuro dell’Ue e del suo modello di società. Recentemente si sono registrati alcuni passaggi importanti, per esempio nell’ambito della valorizzazione del “multilateralismo”, come dimostrano le vicende riguardanti il Libano. Ci auguriamo che l’Ue sappia agire unita anche in campo economico e sociale.


la società civile europea
propone un Piano B per l’Ue


La crisi dell’Europa è profonda e si iscrive nel rapporto dei cittadini europei con la mondializzzazione, le istituzioni europee, il mercato, le frontiere, il modello sociale europeo, la democrazia, le diversità culturali. I cittadini europei attendono risposte e fiducia dall’Europa, ma anche partecipazione e dialogo, soprattutto nella prospettiva dell’urgente rilancio della loro Costituzione. Partendo da queste basi, i membri del Forum permanente della società civile europea hanno presentato nel settembre scorso al Parlamento europeo un testo intitolato Plan B: changer la Gouvernance Européenne - Les citoyens face à l’Union Européenne. Si tratta di una proposta di piano operativo per ridare slancio all’Europa affinché possa uscire dalla crisi e dallo stallo attuale, nonché per portare la società civile, i sindacati e gli imprenditori al centro del dibattito sul futuro dell’Europa.

una Road Map alternativa

I membri del Forum europeo osservano che oggi l’Europa non offre più un’immagine rassicurante ma, al contrario, è diventata fonte di paure e minacce. Il “no” alla Costituzione da parte di due Paesi fondatori quali la Francia e i Paesi Bassi ha creato grande disorientamento non solo nella classe politica, ma anche in quella parte della società civile abitualmente fiduciosa nella costruzione europea. Il Piano B, che indica vie di riflessione e azioni concrete, si pone dunque come un’autentica Road Map alternativa. Un percorso a tappe da completare entro il 2009, che propone di iscrivere il progetto di Trattato costituzionale in un contesto molto più vasto e innovativo, al fine di riconsegnare all’Europa quel ruolo di punto di riferimento per la stabilità e per la nuova organizzazione mondiale.

gli Stati Generali delle Reti

In primo luogo il Forum europeo della società civile ritiene necessaria la convocazione di Stati Generali dell’Europa delle Reti, dove sindacati, imprenditori e società civile, consapevoli delle proprie responsabilità, affronteranno temi cruciali come, ad esempio, i partenariati per una solidarietà intergenerazionale nell’Ue, la globalizzazione e l’azione dell’Europa per un mondo più solidale, le frontiere dell’Europa e la politica di vicinato, l’immigrazione. Essi saranno chiamati a fissare gli obiettivi che gli europei saranno disposti a perseguire insieme, e non solo nel contesto delle istituzioni dell’Unione europea. Gli Stati Generali saranno chiamati anche ad approvare una proposta di Dichiarazione d’Interdipendenza dei cittadini europei, che costituirebbe una proposta di Preambolo nella futura Convenzione. Solo dopo la tenuta di questi Stati Generali, sostiene il Forum, il Consiglio europeo potrà convocare una Terza Convenzione e una Conferenza Intergovernativa, che non avrà solo il compito di esaminare il Trattato costituzionale ma anche di ridefinire un «contratto europeo per una società del benessere», basato su un’etica delle responsabilità e con nuovi criteri di valutazione dei progressi.

l’Alleanza dei tre Mari

Il tema dell’allargamento dell’Ue è affrontato come parte integrante del dibattito sulla Costituzione. Oggi il processo di allargamento, da fattore di stabilità, si sta trasformando in una fonte di instabilità. Paradossalmente è contemporaneamente troppo lento per rispondere alle attuali urgenze (in particolare sul piano energetico, demografico e democratico) e troppo rapido perché i cittadini europei possano essere partecipi di questi storici e difficili cambiamenti così da evitare crisi e paure. Se ci sono infatti ottime ragioni per continuare i negoziati con Turchia e Croazia, e rispondere contemporaneamente alle attese dei Paesi vicini, sono necessari strumenti politici più adeguati, che vadano al di là dell’attuale partenariato euromediterraneo e della politica di vicinato (vista più come una politica di esclusione dei Paesi partner dalle istituzioni europee che una politica di partenariato).
L’avvenire dell’Europa oggi si gioca sempre più nelle sue relazioni con i Paesi del Mediterraneo, del Mar Caspio e del Mar Nero. Il Piano B propone quindi un nuovo partenariato denominato Alleanza dei tre Mari, che costituirebbe un secondo anello agganciato all’Unione dei 27, di cui ne farebbe parte e condividerebbe politiche su quattro temi essenziali: energia e acqua, commercio equo e libero, democrazia e diritti fondamentali, giovani.

modello sociale e cittadinanza europea

Ma se le frontiere dell’Europa rappresentano una delle preoccupazioni maggiori, il futuro del modello economico e sociale europeo è, allo stesso modo, al centro del dibattito e delle paure dei cittadini europei, anche in quanto valore fondamentale per il futuro dell’Europa e il funzionamento della sua democrazia. Un modello sociale europeo esiste, basato su sistemi nazionali che condividono alcuni valori comuni. Ma non basta. Secondo il Forum della società civile europea è urgente uscire dai prismi nazionali e promuovere scelte condivise a livello europeo. Per fare ciò è necessario applicare fino in fondo i Trattati e perseguirne gli obiettivi enunciati, aprire spazi di dialogo e di responsabilità più vasti, rafforzare la democrazia partecipativa, arricchire il concetto di “cittadinanza europea”, applicare subito la Carta dei diritti fondamentali. E qui, forse, si intersecano le paure fra allargamento e protezione del modello sociale europeo e dove la Dichiarazione d’interdipendenza dei cittadini europei trova tutto il suo senso.
Il Piano B chiede quindi con urgenza un’autentica Costituzione. Nove sono le proposte avanzate dal Forum europeo, tra le quali: un ultimo Trattato firmato dagli Stati membri che faccia da base alla Costituzione; una consultazione paneuropea sul testo; l’elezione del presidente della Commissione a suffragio universale; un cambiamento radicale del ruolo del Comitato economico e sociale. Il tutto, secondo il Forum, va realizzatoentro il settembre 2009.

di Adriana Longoni - Apice

INFORMAZIONI: http://www.europa-jetzt.org/forumf

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