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Euronote 43/2006


Ue a bassa intensità

putin Tra le molte regole per vivere - e talvolta per sopravvivere - le istituzioni, in particolare quelle internazionali, hanno anche quella che consiste nell’adottare un basso profilo, quasi una tattica di tipo “carsico”, con l’obiettivo di lasciar passare la bufera e continuare a riprodurre nell’ombra le loro complicate procedure e, di tanto in tanto, assumere qualche decisione che ne ricordi l’esistenza e ne giustifichi la legittimità e magari anche gli alti costi.
Qualcosa del genere sta capitando all’Unione europea dopo lo smacco dei due successivi rifiuti della Costituzione da parte di Francia e Paesi Bassi e dopo la travagliata vicenda del bilancio dell’Ue per gli anni 2007-2013, che ha dato dell’Europa un’immagine non proprio di grande solidarietà.
In un clima piuttosto depressivo e in assenza del necessario coraggio per un rilancio politico della costruzione europea, le istituzioni hanno prudentemente ripiegato sulla ricerca di qualche risultato concreto in attesa di tempi migliori: la cosiddetta “Europa dei risultati” invece dell’“Europa politica”. È così che il cantiere europeo (a cui è dedicato l’inserto di questo numero, ndr.) ha continuato a funzionare e a macinare decisioni e orientamenti che avranno comunque un impatto significativo sulla nostra vita quotidiana.
Sul fronte dell’allargamento, la “barca” va. Non così sicura e determinata come ci si potrebbe augurare, ma almeno il timone continua a puntare a est con l’obiettivo di portare a compimento la “riunificazione” del continente europeo dopo la caduta del muro di Berlino e la successiva dissoluzione dell’Unione sovietica. È di poche settimane fa la decisione definitiva per l’ingresso nell’Ue il 1° gennaio prossimo di Romania e Bulgaria (si veda oltre), che porterà la popolazione dell’Unione a quasi mezzo miliardo di cittadini e a tutti noi qualche problema in più, inevitabile ma superabile e comunque economicamente da mettere sulla colonna dell’attivo europeo. Una dinamica che già stiamo vivendo con i Paesi dell’Europa centrorientale entrati nell’Ue il 1° maggio 2004 e oggi in forte crescita economica, ma anche con qualche inquietante involuzione politica, come nel caso di Polonia, Slovacchia e fors’anche Ungheria.
Contemporaneamente continua, non senza difficoltà e qualche lentezza, il negoziato con la Croazia e la preparazione in vista dei negoziati di adesione degli altri Paesi balcanici.
Più complicato il negoziato in corso con la Turchia e, a questo punto, difficili da prevedere i suoi esiti. Se infatti la decisione, un anno fa, di aprire il negoziato fu un gesto coraggioso, adesso sembra di capire che quel coraggio stia venendo meno a fronte delle tensioni crescenti nel mondo islamico che accrescono la diffidenza dei cittadini europei, in netta maggioranza contrari a questo ulteriore allargamento.
In Turchia, intanto, è ferito l’orgoglio nazionale di fronte a un’Unione europea che aumenta le sue esigenze sulle riforme in corso, facendo intravedere come esito finale del negoziato solo un partenariato privilegiato piuttosto che una vera adesione.
Difficile far convivere tutto questo con la decisione del governo turco di intervenire nella forza multinazionale dell’Onu in Libano: chiaro è infatti il calcolo del governo di Ankara di offrire questa decisione, fortemente osteggiata in parlamento e dalla maggioranza della popolazione, come una futura pesante ipoteca in favore della futura adesione all’Ue a pieno titolo.

crisi mediorientale


La vicenda turca riporta al versante esterno dell’Ue, e quello mediorientale in particolare, anche se parlare di una politica estera europea è ancora prematuro.
Sulla questione mediorientale le decisioni prese sono note, meno forse il loro significato e la loro possibile portata futura.
Il conflitto tra Israele e Libano, innestato sull’antico e irrisolto conflitto israelo-palestinese, ha aggiunto nell’area mediterranea un ulteriore motivo di preoccupazione per l’Europa ancora memore - almeno si spera - dei disastri provocati, anche allora ai suoi confini immediati, dalla guerra nell’ex-Jugoslavia e della propria incapacità a svolgere in quel contesto un ruolo politico decisivo di cui si appropriarono gli Usa.
La situazione mediorientale presenta certo altre caratteristiche, ma sicuramente non minore gravità: anche qui una pericolosa vicinanza al territorio dell’Ue, ma più ancora un esplosivo intreccio con Paesi limitrofi come la Siria e l’Iran e, nemmeno troppo lontano, l’Iraq. In questo difficile contesto l’Ue fece le sue prime mosse nel corso della riunione del G8 a San Pietroburgo in giugno, dove l’Italia sollecitò un’iniziativa dell’Onu. Il Consiglio di Sicurezza si rivelò ancora una volta diviso e macchinoso nel suo intervento e ci volle oltre un mese (e oltre 1000 morti, in particolare tra i civili) per giungere alla risoluzione 1701 che istituiva una forza di interposizione multinazionale per restituire l’integrità territoriale al Libano e salvaguardare la sicurezza di Israele.
Va riconosciuto all’Unione europea, e in particolare a una ritrovata capacità di iniziativa dell’Italia e alle sue pressioni sull’esitante Francia, il merito di aver dato un rapido sbocco operativo alla risoluzione dell’Onu con un contributo importante di risorse umane e finanziarie destinate al martoriato territorio libanese (si veda oltre).
La vicenda andrebbe analizzata più in dettaglio, compresi gli interessanti retroscena che l’hanno accompagnata. Basti qui rilevare l’inizio di una svolta verso una futura politica estera e di sicurezza dell’Ue, il ritorno faticoso a dinamiche multilaterali dopo la stagione del miope unilateralismo americano e il ritrovato protagonismo dell’Italia sulla scena internazionale e in particolare nell’area mediterranea. E adesso che il “volano” è stato attivato, altre importanti sfide attendono l’Ue sulla scena mediorientale, in particolare la composizione del conflitto israelo-palestinese, il negoziato con l’Iran sul sempre più scottante dossier nucleare e il difficile dialogo con la Siria.

vincoli europei sull’economia

All’interno dell’Ue, molte le attività in cantiere con un forte impatto, immediato o futuro, sulla vita dei cittadini. Tra tutte, limitiamoci ad un accenno alla politica economica e monetaria in una congiuntura, non si sa bene quanto duratura, di discreta ripresa economica nell’Ue (si veda oltre) con forte crescita in alcuni Paesi (la Polonia con una crescita del Pil attorno al 5% e addirittura del 10% nella piccola Lettonia, il Paese più povero dei Venticinque) e più contenuta ma in espansione in altri (con l’Italia leggermente al di sopra dell’1,5%).
Una situazione che spinge le istituzioni dell’Ue a convergere verso una pressante richiesta di risanamento dei conti pubblici per i Paesi con deficit fuori misura. In particolare la Banca centrale, che in un solo anno ha rialzato per ben quattro volte i tassi di interesse, per contrastare i rischi di inflazione che si accompagnano a questa crescita: con il risultato che cresce il costo del servizio del debito. E qui sta la specificità della situazione economica dell’Italia, che a un deficit da portare al più presto sotto la soglia del 3% del Pil (attualmente al di sopra del 4,5%) deve contemporaneamente affrontare - ed è anche più difficile e urgente - l’enorme debito consolidato oggi al 107% sul Pil (e che cresce fortemente ogni volta che la Banca centrale aumenta i tassi di interesse) rispetto al 60% tendenziale come convenuto nel Patto di stabilità. Numeri non facili da far quadrare per il governo italiano alla ricerca di un difficile equilibrio tra rigore, sviluppo ed equità e di un problematico consenso con le parti sociali nel rispetto dei vincoli europei.
Non scandalizza affatto che la chiave di questo complicato “rebus” venga cercata anche attraverso una manovra fiscale che ritrovi le ragioni dell’equità, attesa dai molti poveri e detestata dai non pochi ricchi e ultra-ricchi che tra evasioni, elusioni e privilegi hanno in questi anni fatto man bassa della ricchezza nazionale. E se l’Europa fosse l’occasione per rimettere un po’ d’ordine, siano benvenuti i “vincoli europei”.

(Franco Chittolina)

via libera per Bulgaria e Romania

Dal 1° gennaio 2007 Bulgaria e Romania entreranno a far parte dell’Unione europea. Sarà così completato il quinto allargamento della storia dell’Ue, culminato nel maggio 2004 con l’ingresso di 10 nuovi Stati membri, da cui i due Paesi furono esclusi per i ritardi in campi fondamentali per l’adesione. Ora, con Bulgaria e Romania, l’Ue porta a 27 il numero dei suoi Stati membri e a quasi mezzo miliardo la sua popolazione complessiva.
La decisione è giunta in seguito alla Relazione finale di verifica del grado di preparazione dei due Paesi in vista dell’adesione all’Ue, adottata dalla Commissione europea il 26 settembre scorso. L’esecutivo europeo ha giudicato buoni i progressi compiuti da Bulgaria e Romania sulle materie indicate dall’Ue, ritenendo così che entrambi i Paesi siano in grado di assumere diritti e doveri che l’adesione all’Ue comporta, mentre per gli interventi ancora necessari in alcuni settori è stato proposto un pacchetto di misure rigorose da adottare in breve tempo. Alla valutazione della Commissione ha fatto seguito la raccomandazione adottata dal Consiglio dei ministri degli Esteri europei lo scorso 17 ottobre, con cui è confermata l’adesione all’Ue dei due nuovi Stati membri ed è chiesto alle autorità di Sofia e Bucarest di proseguire il processo di riforme intrapreso, che sarà monitorato soprattutto nei campi della giustizia, della lotta al crimine organizzato e alla corruzione.

adesione sofferta


Già nel maggio 2006 la Commissione europea aveva stabilito che la Bulgaria e la Romania sarebbero state pronte per l’adesione all’Ue entro il 1° gennaio 2007, a condizione però che risolvessero una serie di questioni in sospeso. Nei mesi successivi, in seguito alle sollecitazioni delle istituzioni europee, entrambi i Paesi si sono adoperati per affrontare un gran numero di problemi, riuscendo secondo la Commissione ad allinearsi in misura sufficiente con gli standard e le pratiche più diffusi nell’Ue. Per quanto concerne le materie in cui necessitano ulteriori interventi, l’Ue ritiene di disporre delle misure correttive sufficienti per tutelare adeguatamente i suoi interessi e quelli dei cittadini.
«La nostra impostazione è giusta e rigorosa» ha dichiarato il commissario per l’Allargamento Olli Rehn: «È giusta, perché abbiamo preso atto dei progressi compiuti e riconosciamo i giusti meriti a chi di dovere. È rigorosa, perché abbiamo predisposto il meccanismo necessario onde sostenere la Bulgaria e la Romania sulla via delle riforme, nell’interesse di questi Paesi e dell’intera Unione europea».

ancora sotto osservazione

Con questo ulteriore allargamento, dunque, l’Ue sposta le sue frontiere fino alla riva occidentale del Mar Nero, anche se non aumenterà il suo benessere relativo: rumeni e bulgari hanno un reddito pro-capite che si aggira su un terzo della media europea, la Romania ha un’inflazione che supera il 15% e la Bulgaria una disoccupazione vicina al 13%. Ma non sono questi dati che hanno reso problematica l’adesione fino all’ultimo momento: è esperienza ormai consolidata che le dinamiche dell’integrazione sono tali che in tempi relativamente contenuti i Paesi con difficoltà economiche al momento dell’ingresso recuperano terreno e migliori livelli di vita nell’ambito dell’Ue. Per la Romania e la Bulgaria è improbabile che il recupero sia “miracoloso”, soprattutto per i ritardi nella realizzazione delle riforme non solo del mercato ma più ancora nel funzionamento democratico.
Su questo si basano le perplessità sul calendario ravvicinato delle due adesioni e la ragione delle pesanti misure di salvaguardia e di monitoraggio sull’evoluzione politica dei due Paesi. Sono infatti messe sotto severo controllo la riforma del sistema giudiziario, il progresso nella lotta alla corruzione e il corretto utilizzo dei fondi comunitari, in particolare quelli destinati all’agricoltura. Per questi ultimi, la Commissione europea ha adottato un regolamento che le consentirà, in caso di inosservanza delle regole imposte, di ridurre del 25% i pagamenti agricoli già nel corso del 2007.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/enlargement

EUROPARLAMENTO: LA TURCHIA ACCELERI LE RIFORME

Con una Relazione approvata il 2 ottobre scorso, il Parlamento europeo ha criticato il rallentamento delle riforme in Turchia. Secondo l’Europarlamento, tale situazione è evidenziata «da persistenti carenze e progressi insufficienti» soprattutto nell’ambito della libertà di espressione, dei diritti religiosi e delle minoranze, delle relazioni civili/militari, dell’applicazione concreta della legge, dei diritti delle donne, dei diritti culturali e della rapida e corretta esecuzione delle decisioni in materia giudiziaria da parte dei servizi statali. La Turchia è quindi invitata a garantire l’uguaglianza dinanzi alla legge di tutti i cittadini turchi nel corso dell’intero procedimento giudiziario, compresa la fase investigativa, il processo, la sentenza e la detenzione, «senza deroghe per i funzionari del governo, il personale militare o i membri delle forze di sicurezza». Dovrebbe inoltre abrogare o modificare, in tempi brevi, le disposizioni del codice penale che consentono interpretazioni arbitrarie da parte dei giudici e dei pubblici ministeri e conducono a sentenze contrarie alla libertà di espressione e alla libertà di stampa, «rappresentando pertanto una minaccia per il rispetto dei diritti umani e delle libertà, con ripercussioni negative sul progresso della democrazia».
Gli eurodeputati sottolineano che occorrono misure più efficaci contro la tortura, come evidenziato dal perdurare delle segnalazioni di torture e maltrattamenti commessi da funzionari di polizia e dall’impunità di cui spesso tali funzionari godono. Anche il mancato rispetto dei diritti delle donne «resta una questione molto preoccupante» in Turchia, rileva il Parlamento che ribadisce la necessità di sforzi ulteriori «per sradicare le pratiche discriminatorie e la violenza contro le donne». Le autorità turche sono quindi invitate a intensificare gli sforzi per garantire alle donne l’esercizio del diritto all’istruzione e alle opportunità di lavoro.
Nonostante l’obiettivo dei negoziati sia l’adesione della Turchia all’Ue, ricorda l’Europarlamento, «la realizzazione di tale ambizione dipenderà dagli sforzi di entrambe le parti».

INFORMAZIONI: http://www.europarl.europa.eu

 

l’Ue in crescita


L’economia europea è in netta ripresa, almeno secondo quanto sostiene la Commissione europea nella sua Relazione trimestrale pubblicata all’inizio di ottobre. Nell’anno in corso, la crescita economica registra un’accelerazione al 2,7% nell’Ue a 25 e al 2,5% nell’area dell’euro, rispetto all’1,6% e all’1,4% nel 2005. Si tratta di una netta revisione al rialzo delle previsioni economiche di primavera 2006 (rispettivamente 2,3% e 2,1%) e della crescita più forte registrata dal 2000. Grazie a tale clima positivo, rileva la Commissione, anche il numero di posti di lavoro creati è in crescita: a luglio 2006 il tasso di disoccupazione è sceso all’8% nell’Ue e al 7,8% nella zona euro (risalito poi al 7,9% in agosto). Nonostante la spinta al rialzo dei prezzi al consumo, dovuta all’aumento dei costi per l’energia, l’inflazione di base rimane contenuta grazie all’aumento della produttività del lavoro e alla maggiore concorrenza a livello internazionale. Nel complesso, secondo la Commissione l’inflazione dovrebbe assestarsi al 2,3% nel 2006 sia nell’Ue che nell’area dell’euro, rispetto al 2,2% dello scorso anno.
La domanda interna ha ripreso a crescere e, in un contesto caratterizzato dal miglioramento del mercato del lavoro e dal raffreddamento dei prezzi del petrolio, nel breve termine le prospettive economiche potrebbero rivelarsi migliori del previsto. Tuttavia, sostiene la Commissione europea, i rischi di un peggioramento sono destinati a diventare più rilevanti, in particolare sul versante macrofinanziario.
«Approfittiamo della congiuntura favorevole per proseguire con le riforme strutturali e il risanamento di bilancio. Solo in questo modo saremo in grado di accrescere il potenziale di crescita lì dove è debole e di creare i margini di sicurezza necessari per affrontare i momenti difficili», ha commentato il commissario europeo responsabile per gli Affari economici e monetari Joaquín Almunia.

cresce la domanda interna


Secondo la Commissione, l’economia europea dovrebbe continuare a crescere oltre il suo potenziale nel corso dell’anno, nonostante l’aumento dell’80% del prezzo del petrolio dall’inizio del 2005. La crescita mondiale continua a sostenere prospettive positive, ma il principale motore della ripresa nell’Ue è la domanda interna. Gli ultimi dati confermano la forza degli investimenti privati, che hanno registrato un aumento del 2% nel secondo trimestre rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente. Questa ripresa della crescita nell’Ue va di pari passo con la riduzione del divario di crescita tra le maggiori economie. Per quanto i dati lascino prevedere un rallentamento nel secondo semestre, gli Stati membri più grandi dovrebbero registrare una crescita equivalente o superiore al loro potenziale. A più lungo termine, l’aggiornamento delle previsioni sulla crescita economica potrebbe comportare una revisione al rialzo anche per il 2007.

stabile l’inflazione, aumenta la produttività

Nonostante i costi dell’energia continuino a spingere al rialzo i prezzi al consumo, l’inflazione di base (che non tiene conto dei prezzi dell’energia e dei prodotti alimentari non trasformati) resta contenuta, il che indica che finora gli effetti secondari sono stati limitati. Le aspettative di inflazione rimangono anch’esse relativamente contenute grazie all’aumento della produttività e all’intensa concorrenza sui prezzi a livello internazionale.
Al pari dell’attività economica, la crescita dell’occupazione è stata più vigorosa a partire dall’ultimo trimestre 2005. Tenuto conto della ripresa dell’attività economica, la produttività del lavoro dovrebbe aumentare a circa il 2% nel 2006.
Le informazioni disponibili indicano inoltre che nella maggior parte degli Stati membri più grandi i risultati di bilancio potrebbero essere leggermente migliori di quanto previsto per il 2006, grazie al miglioramento delle prospettive e alle maggiori entrate fiscali generate dalla crescita economica.

deficit e debito

Nelle scorse settimane Eurostat ha confermato i dati 2005 su deficit e debito. Nella zona euro il disavanzo è sceso al 2,4% rispetto al 2,8% del 2004, mentre il debito è salito al 70,8% contro il 69,8% del 2004. Stessa tendenza nell’Ue a 25, dove il rapporto deficit-Pil è sceso nel 2005 al 2,3% rispetto al 2,7% dell’anno precedente e il rapporto debito-Pil è salito al 63,2% contro il 62,4% del 2004. disoccupazione nell'Ue
Nel 2005 sono stati ben 15 gli Stati membri dell’Ue ad aver migliorato la loro situazione sul fronte del disavanzo. L’Italia, col suo 4,1% nel rapporto deficit/Pil, si colloca tra i Paesi con le prestazioni peggiori: nell’Ue hanno fatto peggio solo la Grecia col 5,2%, il Portogallo col 6% e l’Ungheria col 6,5%, mentre anche la Germania (3,2%) ha sforato il tetto fissato dal Patto di stabilità e di crescita.
Nettamente diversa invece la situazione nei 7 Stati membri dell’Ue che hanno chiuso il 2005 con un attivo di bilancio: Danimarca (+4,9%), Svezia (+3%), Finlandia (+2,7%), Estonia (+2,3%), Spagna (+1,1%), Irlanda (+1,1%) e Lettonia (+0,1%).
Sul fronte del debito pubblico, nel 2005 il livello più basso è stato rilevato in Estonia (4,5%), Lussemburgo (6%), Lettonia (12,1%) e Lituania (18,7%). Tra i Paesi che invece hanno registrato un debito sopra il 60% del Pil, oltre ai record negativi di Grecia (107,5%) e Italia (106,6%) si attestano su quote di debito elevate anche Belgio (93,2%), Malta (74,2%), Cipro e Germania (67,9% entrambe), Francia (66,6%), Portogallo (64%) e Austria (63,4%).

riparte dal Libano l’Unione politica

Dopo anni di gravi assenze e divisioni, l’Ue torna a svolgere un ruolo come soggetto politico nel panorama internazionale. Avviene in Libano, dove su iniziativa italiana l’Ue è stata decisiva nell’azione politica internazionale che ha portato alla cessazione del conflitto e si è assunta un delicato quanto importante compito di pacificazione dell’area. L’intervento europeo è duplice, perché consiste in un importante aiuto umanitario e, contemporaneamente, nell’invio di un contingente di oltre 7000 uomini per garantire il cessate il fuoco tra l’esercito israeliano e le milizie libanesi di Hezbollah.
La collaborazione con le Nazioni Unite sulla questione libanese ha evidenziato due aspetti importanti dell’Ue: il primo è che, con un’adeguata e seria mediazione politica interna, gli Stati membri dell’Ue sono in grado di trovare un’unità di intenti che pareva ormai lontana dopo le divisioni sulla guerra in Iraq e il fallimento del processo costituzionale; il secondo riguarda il ruolo internazionale dell’Ue e la sua capacità di essere attore decisivo sullo scenario mondiale, contrastando così quell’unilateralismo statunitense che troppi danni ha causato negli ultimi anni.

aiuti umanitari

Nelle ultime settimane l’Ue ha stanziato 30 milioni di euro da destinare a interventi umanitari in Libano. Tale contributo porta a 50 milioni di euro il totale del denaro messo a disposizione finora dall’Ue dalla fine del conflitto israelo-libanese. Il finanziamento europeo è stato affidato al Servizio per gli aiuti umanitari della Commissione europea (Echo), che lo distribuirà per «progetti concreti» realizzati da partner presenti in loco, incluse Ong, agenzie dell’Onu, Croce Rossa e Mezzaluna Rossa. Sei le aree di intervento individuate. In primo luogo la bonifica degli ordigni inesplosi (centinaia di migliaia, eredità dei raid israeliani con bombe a frammentazione); sono inoltre previste iniziative di aiuto per il rientro degli sfollati (con la riparazione o installazione di impianti elettrici, idrici e igienici), interventi di assistenza alimentare, progetti medici e di sostegno psicologico, contributi per la rinascita di attività lavorative danneggiate dalla guerra.
L’azione umanitaria dovrebbe proseguire fino all’estate prossima, per lasciare poi spazio a ulteriori interventi economici legati più strettamente alla ricostruzione e affidati a soggetti diversi dall’Echo. Lo stanziamento, infatti, s’inquadra in una prospettiva più vasta, che mira alla prospettiva di «un nuovo Libano, con più giustizia sociale, più giustizia tout court, più partecipazione, più comprensione interetnica e interconfessionale», ha dichiarato il capo della rappresentanza europea a Beirut Patrick Laurent. L’Ue, che nell’agosto scorso ha garantito un impegno finanziario complessivo di circa 100 milioni di euro, auspica infatti che tale percorso possa consolidarsi per gradi, secondo i principi fissati a Barcellona per i Paesi candidati a un rapporto di associazione e buon vicinato con l’Ue.
Va ricordato che in Libano, oltre ai contributi finanziari europei, stanno giungendo somme di denaro ancora più ingenti da parte di alcuni Paesi arabi e dall’Iran, spesso indirizzati a gruppi politico-religiosi contrapposti e dunque non sempre garanzia di stabilizzazione della situazione.

missione di pace

In seguito alla risoluzione Onu n. 1701 dell’11 agosto 2006, che ha previsto il dispiegamento di una Forza internazionale nel Sud del Libano di 15.000 uomini e le relative regole di ingaggio, numerosi Stati membri dell’Ue si sono resi disponibili all’invio di truppe e mezzi militari aerei e navali. Uno degli aspetti più rilevanti è stato il coordinamento di tale invio avvenuto nella riunione straordinaria dei ministri degli Esteri europei che si è tenuta a Bruxelles il 26 agosto su proposta del governo italiano, con la partecipazione del segretario generale dell’Onu Kofi Annan a dimostrazione della stretta collaborazione tra Ue e Onu.
I governi dell’Ue hanno raggiunto l’accordo di inviare 7000-7500 militari europei in Libano, con un ruolo particolare di Italia e Francia che forniranno rispettivamente 3000 e 2000 soldati. Il comando della nuova missione Unifil (United Nations Interim Force in Lebanon, già presente sul campo dal 1978 con circa 2000 militari sotto comando francese) spetterà inizialmente alla Francia, per poi passare nel febbraio 2007 all’Italia. La Spagna ha garantito una partecipazione di 1000-1200 soldati, ai quali vanno aggiunti 500 militari della Polonia, 400 del Belgio e 250 della Finlandia. Regno Unito, Germania, Grecia e Svezia offrono invece un contributo logistico (aereo o navale).

EUROPEI FAVOREVOLI ALLA COOPERAZIONE CON I PAESI VICINI

I cittadini europei pensano che incoraggiare e sostenere le riforme nei Paesi vicini all’Ue comporti benefici per quegli Stati sia in termini di governance che di sviluppo economico e sociale, inoltre ritengono che promuovendo la stabilità, creando un contesto economico favorevole, e favorendo una reciproca apertura dei mercati, si contribuirà alla prosperità all’interno dell’Ue. È quanto emerge da un sondaggio Eurobarometro reso noto lo scorso 10 ottobre, secondo cui il 68% degli intervistati ha una percezione positiva delle relazioni con i Paesi vicini e crede che la collaborazione con questi Paesi porterà vantaggi reciproci. In particolare, i cittadini europei considerano importante la cooperazione in ambiti quali lo sviluppo economico (88%), l’energia (87%), l’ambiente (87%), la democrazia, l’istruzione e la formazione (83%), la ricerca e l’innovazione (78%) e l’immigrazione (77%). Il 90% degli europei sente il bisogno di rafforzare i legami con gli Stati limitrofi soprattutto nella lotta al crimine organizzato e al terrorismo; il 64% degli intervistati è convinto che una stretta collaborazione con i Paesi vicini all’Ue permetterebbe di ridurre l’immigrazione illegale, mentre una larga maggioranza ritiene che l’assistenza europea possa contribuire a rafforzare la pace (70%) e la democrazia (77%) al di fuori dell’Ue.

Frattini: norme comuni sull’immigrazione legale

Lotta all’immigrazione illegale e al lavoro nero, ma anche cooperazione con i Paesi d’origine dei migranti, politiche di apertura all’immigrazione regolare e iniziative per l’integrazione degli immigrati. Questi i campi in cui le istituzioni europee devono esercitare un ruolo centrale nella politica dell’Ue in materia di immigrazione, secondo quanto illustrato dal vicepresidente della Commissione europea responsabile per la Giustizia, la Libertà e la Sicurezza, Franco Frattini, intervenuto a un seminario organizzato da Aspen il 13 ottobre scorso a Venezia.
«La Commissione europea ha ricevuto una prima, necessaria investitura per poter avviare e coordinare una vera politica europea sull’immigrazione e per fronteggiare una doppia emergenza: “da fuori” per controllare le frontiere esterne; “da dentro” per combattere in casa nostra quei fattori - il lavoro nero soprattutto - che rappresentano una grande e pericolosa attrazione per l’immigrazione clandestina».
Frattini ha quindi reso noto che la Commissione europea ha istituito un Gruppo temporaneo di commissari, da lui coordinato, che avrà il compito di governare il fenomeno dell’immigrazione attraverso risposte articolate e d’insieme, così da «convincere i governi che l’Europa è in grado di fornire un valore aggiunto rispetto alle politiche nazionali».

immigrazione economica

La questione dell’immigrazione legale (o economica, com’è spesso denominata) necessita di una risposta politica, sostiene Frattini, perché la materia è ancora soggetta al vincolo dell’unanimità in sede di Consiglio dell’Ue (art. 67 del Trattato di Amsterdam). Secondo il commissario europeo è necessario poter semplificare e armonizzare a livello comunitario i canali di ingresso legale nei settori del mercato del lavoro dove la carenza di manodopera è comprovata, cosa possibile solo attivando la clausola della cosiddetta “passerella” che, in caso di accordo unanime degli Stati membri, permetterebbe di decidere a maggioranza qualificata senza dover attendere il nuovo Trattato costituzionale. Benché molti governi dell’Ue siano contrari a tale svolta, Frattini ritiene «urgente e inevitabile» procedere fin da subito alla creazione di una politica e di una legislazione europea nel campo della migrazione legale: «Dobbiamo offrire agli immigrati un’alternativa credibile ai pericolosi e, umanamente deprecabili, viaggi della speranza». L’Europa avrà maggior forza nel combattere il fenomeno dell’immigrazione illegale, ha dichiarato il vicepresidente della Commissione, solo «se affiancheremo alla cooperazione con i Paesi terzi (per ridurre le cause che spingono migliaia di persone a rischiare la loro esistenza) una politica di migrazione economica che consenta di offrire una vera speranza a coloro che desiderano lasciare il loro Paese d’origine».

iniziative legislative

Come annunciato nel Piano d’azione sull’immigrazione legale, lanciato nel dicembre 2005, la Commissione intende proporre una serie di misure legislative per ampliare le possibilità legali di inserimento nel mercato del lavoro europeo ad alcune categorie di immigrati. Frattini ha così elencato le prossime quattro direttive europee che disciplineranno la materia: quella su ingresso e soggiorno di lavoratori altamente qualificati (prevista per il 2007); quella relativa ai lavoratori stagionali (2008); quella concernente i lavoratori in trasferimento all’interno di società multinazionali; quella sui tirocinanti retribuiti (2009). Fin dal 2007 poi, ha annunciato il commissario europeo, dovrebbe essere varata una direttiva di natura più generale che definirà i diritti di base per i lavoratori stranieri che, ammessi sul territorio di uno Stato membro, non abbiano ancora acquisito lo status di soggiornanti di lungo periodo. L’obiettivo è di definire condizioni di residenza e lavoro comuni e comparabili per tutti i lavoratori stranieri in posizione regolare residenti nell’Ue: «Fermo restando che le quote d’ingresso continueranno a essere fissate a livello nazionale, l’obiettivo è tuttavia di arrivare a produrre, per certe categorie d’immigrati, una specie di “green card” europea» ha spiegato Frattini. Contemporaneamente, la Commissione presenterà anche una direttiva volta a stabilire le sanzioni penali cui sottomettere i datori di lavoro che impiegano immigranti illegali.
Il contrasto dell’immigrazione illegale, ha aggiunto il vicepresidente della Commissione, non deve compromettere il dovere di trattare i migranti «con il massimo rispetto e umanità». Per armonizzare il trattamento degli immigrati illegali sottoposti a espulsione e rimpatrio forzato, la Commissione ha presentato nel settembre scorso un progetto di direttiva (i cui contenuti sono stati fortemente criticati dal Parlamento europeo e dall’Alto commissariato Onu per i rifugiati), di cui Frattini lamenta la non ancora avvenuta approvazione.

informazione nei Paesi terzi

La duplice strategia europea di apertura all’migrazione legale e repressione di quella illegale deve essere coadiuvata da campagne di informazione mirate, che permettano ai cittadini dei Paesi extraeuropei di conoscere la situazione effettiva europea. «Queste campagne d’informazione - ha spiegato Frattini - dovranno fare conoscere i rischi legati ai “viaggi della speranza” nonché l’altissima percentuale d’insuccesso, che è ciò che capita a tutti i clandestini fermati alle frontiere europee o dalle polizie dei Paesi limitrofi e rimpatriati». Le popolazioni dei Paesi terzi dovranno inoltre essere informate sui progetti finanziati con gli aiuti allo sviluppo, mentre dovranno essere migliorate le pratiche di buon governo (good governance, per cui l’Ue ha stanziato per i prossimi anni 3 miliardi di euro) e rafforzate le istituzioni politiche e democratiche di quei Paesi. Frattini ha poi annunciato la volontà della Commissione di comunicare meglio le concrete disponibilità di posti di lavoro esistenti in Europa e offrire indicazioni chiare e operative sul modo di entrare in contatto con i datori di lavoro, di ottenere legalmente i permessi di lavoro, sulle regole esistenti nel mercato del lavoro in ogni singolo Stato membro e in generale in Europa. «In questo senso - ha aggiunto il commissario europeo - è chiaro che l’esperienza rappresentata dal già esistente sito web Eures non è che un punto di partenza. È necessario stabilire un vero e proprio portale dell’Ue sull’immigrazione e riflettere sul modo di creare nei Paesi terzi delle vere e proprie agenzie di collocamento o almeno di informazione».

integrazione necessaria

C’è poi il capitolo dell’integrazione, su cui le competenze comunitarie sono limitate senza l’approvazione del Trattato costituzionale. Nonostante ciò, la Commissione ha promosso un’iniziativa denominata European Forum, che ha avuto la sua prima tappa a Rotterdam il 9 ottobre scorso. «Questo Forum ha permesso di raccogliere idee e dare una maggior rilevanza politica all’integrazione, ancora e troppo spesso percepita come un problema da trattare a livello locale e non europeo. L’Europa può e deve dare il suo contributo e certamente farà tesoro dell’esperienze delle realtà locali» ha detto Frattini, secondo cui l’Europa deve essere protagonista di un processo di integration building e non perdere l’appuntamento che la composizione della sua popolazione futura rende inesorabile.
Criticando alcune iniziative locali che definisce di «finta integrazione» (come tradurre in varie lingue la Costituzione e il codice della strada italiani o le aperture del ministro della Giustizia olandese alla legge islamica), che «incoraggiano la formazione di enclave separate e isolate da qualsiasi occasione di integrazione», il commissario europeo sostiene un altro concetto di integrazione.
Quello fondato «da una parte, sull’idea di promuovere lo sviluppo della personalità dell’immigrato (con l’inserimento professionale, l’istruzione tecnica e la conoscenza linguistica, l’educazione civica, il sostegno alle capacità associative ed espressive) per promuovere il suo pieno inserimento nel tessuto liberaldemocratico dei nostri Paesi. Dall’altra parte, dobbiamo affermare un’idea di integrazione che sappia promuovere nelle comunità d’accoglienza una maggiore capacità di ascolto e comprensione, una più fine predisposizione a convivere con la diversità».

SCAMBIO DI INFORMAZIONI TRA STATI MEMBRI

Il Consiglio dei ministri dell’Ue ha adottato il 5 ottobre scorso una decisione che introduce una procedura d’informazione reciproca sulle misure prese dagli Stati membri nei settori dell’asilo e dell’immigrazione. La decisione si basa su una proposta presentata dalla Commissione un anno fa, partendo dal riconoscimento che l’assenza di controlli di frontiera nella zona Schengen e lo sviluppo progressivo di una politica comune in materia d’asilo e immigrazione hanno aumentato l’interdipendenza delle politiche nazionali in questo campo.
La nuova procedura impone agli Stati membri di informare gli altri Stati e la Commissione in merito alle misure nazionali prese nei settori dell’asilo e dell’immigrazione che potrebbero avere un impatto significativo su altri Stati membri o sull’Ue nel suo complesso.
Anche se è già stata adottata un serie di misure europee comuni, le autorità nazionali svolgono ancora un ruolo importante e continuano a adottare, soprattutto nei settori non ancora disciplinati da norme europee, nuove misure nazionali (come modifiche delle politiche su asilo e immigrazione, istituzione di quote, operazioni di regolarizzazione su ampia scala, accordi di riammissione) che possono avere un impatto su altri Stati membri o sull’intera Ue.
Con la nuova procedura, entrata in vigore alla fine di ottobre, gli Stati membri dovranno trasmettere informazioni sulle misure che intendono prendere o che hanno preso di recente, il più presto possibile e non appena diventano di pubblico dominio. Le informazioni sono comunicate attraverso una rete Internet gestita dalla Commissione e le misure nazionali possono così essere discusse da esperti degli Stati membri e della Commissione. In aggiunta a tali dibattiti tecnici, la Commissione preparerà una relazione ogni anno per sintetizzare le informazioni più importanti inviate dagli Stati membri. La relazione sarà trasmessa al Parlamento europeo e al Consiglio per una discussione a livello di ministri sulle politiche nazionali in materia d’asilo e immigrazione.

RITARDI PER LA DIRETTIVA SULLO STATUS DI RIFUGIATO

Il 10 ottobre scorso è scaduto il termine per l’attuazione della direttiva europea sullo status di rifugiato (n. 83 del 29 aprile 2004), che definisce i criteri per il riconoscimento delle persone bisognose di protezione internazionale e il contenuto dello status di protezione concesso dagli Stati membri. Si registra però un grave ritardo, perché al 9 ottobre solo 6 Paesi dell’Ue avevano comunicato le misure nazionali di recepimento. Una situazione «particolarmente riprovevole, dal momento che la direttiva getta le basi per la creazione di un regime europeo comune in materia di asilo» ha dichiarato il vicepresidente della Commissione europea Franco Frattini.
La direttiva è intesa a garantire che in tutta l’Ue siano applicati gli stessi criteri per il riconoscimento delle persone che hanno effettivamente bisogno di protezione internazionale e che sia loro riconosciuto un livello minimo di diritti e di benefici consolidati in tutti gli Stati membri. Tale cambiamento mira a ridurre notevolmente il numero di criteri tra i Paesi dell’Ue, contrastando cosi il fenomeno del cosiddetto «asylum shopping». È introdotto un regime armonizzato per la protezione di quanti non rientrano nel campo di applicazione della Convenzione in materia di rifugiati ma che necessitano tuttavia di protezione internazionale, quali le vittime della guerra civile. La direttiva propone inoltre un’interpretazione estesa e progressiva del concetto di “responsabile di persecuzioni”, che comprende soggetti non statuali quali le milizie, e tiene conto di considerazioni di genere, riconoscendo lo status di rifugiato a coloro che nutrono timori fondati di essere perseguitati in ragione del sesso o dell’orientamento sessuale. Sono pertanto riconosciute fondate richieste di asilo inoltrate da donne per atti di violenza sessuale, di violenza familiare e di mutilazioni genitali femminili, o quelle presentate da persone perseguitate perché omosessuali. Tanto per lo status di rifugiato che per quello di protezione sussidiaria, la direttiva definisce i diritti e i benefici che ne derivano, tra cui il permesso di soggiorno, l’accesso all’istruzione e all’occupazione, l’assistenza sanitaria e sociale, l’unità del nucleo familiare e l’integrazione. Sono poi previste severe clausole di esclusione, onde evitare che coloro che potrebbero rappresentare una minaccia per la sicurezza dell’Ue o che hanno commesso reati gravi abusino del regime di asilo.

INFORMAZIONI: http://europa.eu.int/eur-lex/pri/it/oj/dat/2004/l_304/l_30420040930it00120023.pdf

affrontare la sfida dell’invecchiamento

L’invecchiamento demografico dell’Europa rappresenta una sfida senza precedenti per l’intera società, ma si tratta di una sfida che occorre affrontare subito integrando questa problematica in tutte le politiche dell’Ue. Questo l’avvertimento lanciato dalla Commissione europea attraverso una comunicazione sul futuro demografico dell’Europa dal titolo The demographic future of Europe - from challenge to opportunity, resa nota lo scorso 12 ottobre. Sottolineando la capacità degli Stati membri di far fronte sia all’invecchiamento della popolazione sia all’inevitabile diminuzione della forza lavoro, il documento indica le linee di intervento necessarie. Risultati soddisfacenti sono possibili solo attraverso la promozione del rinnovo demografico, la creazione di più posti di lavoro e il prolungamento della vita lavorativa, sostiene la Commissione, così come saranno fondamentali una maggiore produttività, l’integrazione degli immigrati e finanze pubbliche sostenibili.
Secondo l’esecutivo dell’Ue, non servono nuove strategie per far fronte all’invecchiamento demografico, è invece necessario che gli Stati membri compiano maggiori sforzi perché la Strategia europea per la crescita e l’occupazione diventi realtà.

previsioni preoccupanti

I cittadini europei vivono oggi più a lungo e in condizioni di salute migliori, mentre le donne hanno un accesso più equo al mercato del lavoro. Si tratta di sviluppi positivi per la società europea, sottolinea il documento, ma per fronteggiare le conseguenze dell’invecchiamento occorre anche riformare le politiche relative ai regimi pensionistici. A tale proposito, secondo la Commissione i primi risultati ottenuti negli Stati membri sono incoraggianti e dimostrano che l’Europa è all’altezza della difficile sfida.
I dati e le previsioni sono chiari. Oggi, ad ogni persona di età superiore a 65 anni ne corrispondono quattro che lavorano. Il calo delle nascite, l’innalzamento della speranza di vita e il pensionamento della generazione del cosiddetto “baby boom” comportano però che entro il 2050 tale proporzione scenderà a due lavoratori per ogni pensionato. Tuttavia, anche se la percentuale della popolazione in età lavorativa si ridurrà, si prevede che complessivamente l’occupazione nell’Ue continuerà ad aumentare fino al 2017, grazie al maggior numero di donne che entrano nel mercato del lavoro e di lavoratori anziani che vi rimangono.

proposte di intervento

La comunicazione della Commissione europea definisce cinque nuovi ambiti d’azione concreta per aiutare gli Stati membri a adeguare i loro contesti nazionali al cambiamento demografico:
• aiutare i lavoratori a equilibrare la vita professionale, familiare e privata in modo che i potenziali genitori possano avere il numero di figli che desiderano;
• migliorare le opportunità di lavoro per i lavoratori anziani;
• aumentare la produttività e la competitività potenziale valorizzando il contributo apportato sia dai lavoratori anziani sia da quelli giovani;
• sfruttare l’impatto positivo dell’immigrazione sul mercato del lavoro;
• garantire finanze pubbliche sostenibili per consentire di assicurare la protezione sociale a lungo termine.
«L’Europa di domani inizia oggi. Le politiche pubbliche vanno adattate al nuovo contesto demografico» ha dichiarato il responsabile europeo per Occupazione, Affari sociali e Pari opportunità, Vladimír Špidla. Il commissario europeo ha ricordato che, attualmente, sulle donne di età compresa fra i 30 e i 45 anni «grava sempre più un triplice onere: avere figli, fare carriera e prendersi cura dei genitori che invecchiano». Secondo Špidla, invece, in un approccio basato sul ciclo della vita «dobbiamo rendere i nostri sistemi educativi e le nostre modalità di lavoro più flessibili, per aiutare coloro che vogliono avere figli a farlo quando lo desiderano». È importante, ha aggiunto il commissario, che gli Stati membri «diano un segnale forte alle imprese e ai cittadini per cambiarne le aspettative e l’atteggiamento, in particolare nei confronti del mercato del lavoro».

conciliare lavoro e famiglia

La comunicazione della Commissione europea fa seguito a una recente consultazione pubblica sulla demografia e al Vertice informale di Hampton Court dell’ottobre 2005. Nel contempo, l’esecutivo europeo sta per avviare una consultazione delle parti sociali sull’equilibrio tra vita professionale, familiare e privata e ha pubblicato una comunicazione sulla sostenibilità delle finanze pubbliche (vedi box).
Per quanto concerne la conciliazione tra vita professionale e familiare, nell’Ue sono già stati fatti notevoli progressi per garantire i diritti dei lavoratori al congedo parentale e per maternità. Gli Stati membri che sono andati oltre la legislazione comunitaria in questo settore hanno dimostrato i benefici delle politiche a favore della riconciliazione: combinando meccanismi di congedo più flessibili con servizi di qualità per la custodia dei bambini e per altri familiari non autonomi, infatti, si consente a un maggior numero di donne di partecipare al mercato del lavoro.
La maggior parte delle questioni relative al dibattito sulla demografia rientrano nella sfera di competenza degli Stati membri, sebbene riguardino l’intera Ue. Così, per dare un seguito alla comunicazione la Commissione ha organizzato alla fine di ottobre il primo Forum europeo sulla demografia, riunendo gli esperti dei governi nazionali di questo settore. Il Forum avrà luogo a cadenza biennale, con lo scopo di individuare e scambiare le pratiche ottimali sulle politiche relative all’invecchiamento, in modo da fornire agli Stati membri nuove idee e per contribuire a eliminare la percezione dell’invecchiamento come una minaccia per la prosperità economica e sociale.
(Fonte: InEurop@)

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/employment_social

NECESSARIO RISANARE I CONTI PUBBLICI

Solo riequilibrando i bilanci a medio termine gli Stati membri dell’Ue potranno far fronte alle conseguenze dell’invecchiamento della popolazione, mentre i rischi sono elevati per i Paesi che presentano forti squilibri e prevedono sensibili aumenti delle spese legate all’età. La soluzione sta nel ridurre il debito pubblico, aumentare il tasso di occupazione e migliorare la produttività, portando avanti nel contempo la riforma dei sistemi pensionistici, dell’assistenza sanitaria e delle cure di lunga durata. È quanto sostiene la Commissione europea in una comunicazione sulla sostenibilità a lungo termine delle finanze pubbliche nell’Ue pubblicata lo scorso 12 ottobre. Se si raggiungeranno entro il 2010 gli obiettivi di bilancio a medio termine introdotti con la riforma del Patto di stabilità e crescita, il rapporto tra debito pubblico e Pil passerebbe dall’attuale media europea del 63% a circa l’80% nel 2050, mentre in assenza di riforme tale rapporto potrebbe raggiungere il 200%.
Secondo lo studio, sulla base dell’attuale posizione di bilancio e dell’aumento previsto dei costi legati all’età, i Paesi dell’Ue si possono dividere in tre gruppi per quanto riguarda il rischio di sostenibilità delle finanze pubbliche.
Il primo gruppo è caratterizzato da un aumento molto significativo della spesa legata all’età nel lungo periodo, che richiede l’attuazione di riforme. Tuttavia, in questi Paesi è necessario e urgente anche risanare il bilancio, in quanto la maggior parte di essi presenta forti disavanzi (in particolare Grecia, Ungheria e Portogallo e, seppure in misura minore, anche Repubblica Ceca, Cipro e Slovenia). Il secondo gruppo è costituito da Paesi per i quali i costi legati all’invecchiamento della popolazione sono significativi e richiedono riforme strutturali (Spagna, Irlanda e Lussemburgo) e da altri che devono risanare le loro finanze pubbliche nel medio termine (Germania, Francia, Italia, Malta, Slovacchia e Regno Unito); l’Italia, in particolare, deve impegnarsi affinché il rapporto debito/Pil scenda costantemente, mentre il Belgio presenta caratteristiche di entrambi questi sottogruppi. I Paesi del terzo gruppo sono quelli che si trovano nella posizione più favorevole per fare fronte all’invecchiamento (Austria, Danimarca, Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Polonia e Svezia). Tuttavia, un rischio basso non significa nessun rischio per quanto riguarda la sostenibilità di bilancio, sottolinea la Commissione.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/economy_finance/index_en.htm

a lezione da Putin

È noto quanto il mondo politico, in Italia come in Europa, sia smemorato e da sempre convinto che la miglior difesa sia l’attacco, fino ad accusare gli altri per i propri errori o comunque sempre pronto a sollevare polveroni per nascondere le proprie responsabilità. Questa, però, dev’essere una stagione di grande competizione anche su questo versante, se persino il presidente russo Vladimir Putin si mette a dar lezioni al mondo e in particolare all’Europa sul rispetto dei diritti umani.
È accaduto il 21 ottobre a Lathi, in Finlandia - come riportato dal quotidiano spagnolo “El Pais” -, dove la presidenza di turno dell’Unione europea aveva convocato un Vertice dei 25 capi di Stato e di governo per discutere di immigrazione ed energia. L’ordine del giorno dell’incontro informale aveva motivato la presenza di un ospite non proprio esemplare come Putin, lo “zar” di una Russia inquieta che a quindici anni di distanza non riesce a elaborare il lutto della dissoluzione dell’Unione Sovietica.
Il comunicato finale, educato e calcolato come al solito, non lasciava trasparire molto delle tensioni che pure si potevano supporre tra i 25 rappresentanti europei, da una parte, bisognosi di energia con il petrolio del Medioriente a rischio ma anche con l’esigenza morale di non svendere nello scambio i diritti umani e, dall’altra, il presidente russo giunto all’incontro con il “dito sul rubinetto” (grilletto della nuova arma energetica) e preparato a sentirsi dire cose non gradevoli sul suo stile di governo.
Al termine del Vertice si è saputo che il confronto tra le due parti non è stato così pacifico e civile come raccontato dal comunicato ufficiale. Non che sia capitato qualcosa di particolarmente sorprendente, visto il curriculum di Putin, il suo passato e il suo presente: la sorpresa è solo e tutta nella fuga di notizie che non deve aver fatto piacere al capo del Cremino. Anche perché capitava pochi giorni dopo la sua rozza battuta di ammirazione per il presidente della Knesset israeliana, accusato di violenze sessuali sulle sue collaboratrici e oggetto di invidia agli occhi di Putin per questa sua performance.
A Lathi, durante la cena di gala, il presidente russo si è sfogato con i suoi colleghi, colpevoli di avergli educatamente ricordato il dovere di rispettare i diritti umani all’indomani di assassini politici, in Russia, di giornalisti e alti dirigenti critici verso le larghe pratiche di corruzione nel suo Paese (vedi nella pagina successiva, ndr.). Putin si è innervosito e ha risposto non già fornendo spiegazioni su quanto accade dentro la Russia o ai suoi immediati confini ma invece attaccando i suoi interlocutori sulle pratiche di corruzione nell’Ue, in particolare riferendosi alla mafia italiana e alla corruzione di amministratori locali spagnoli. Peccato che abbia evitato un necessario passaggio sulle sue responsabilità nell’oppressione in Cecenia o nel sostegno dato alle spinte secessioniste in uno Stato sovrano come la Georgia, minacciata di un “bagno di sangue” se insiste a difendere le sue frontiere.
A cinquant’anni dai carri armati sovietici mandati a reprimere la domanda di libertà ungherese a Budapest, dichiarazioni come quelle di Putin in Finlandia mettono più di un brivido.
Speriamo lo abbiano provato anche i responsabili europei e che ne abbiano fatto tesoro ricavandone un’utile lezione. Perché, grazie alla sua rozzezza, una duplice lezione Putin l’ha data all’Unione europea: per contrastare la prepotenza di chiunque, l’Ue deve avere le carte in regola in casa propria ma anche ricordare da subito che ci sono prezzi che non si possono pagare, nemmeno per evitare il freddo del prossimo inverno. Perché altrimenti ben altri inverni, e non solo metereologici, ci aspetteranno.
(Franco Chittolina)

Anna Politkovskaja: vittima della verità

Tutti hanno paura ora, e anch’io sono una parte del tutto. Anch’io ho paura, ma questa è la mia professione e avere paura è una cosa personale. La professione esige che si lavori e si parli di quello che è il fatto principale nel Paese e la guerra che continua è il fatto principale. Perché lì muore la nostra gente. E avere paura o non averne è il rischio di questa professione». È quanto dichiarava in un’intervista di qualche anno fa (Report, “Rai Tre”, agosto 2003) la giornalista russa Anna Politkovskaja, nota a livello internazionale per il suo impegno a favore dei diritti umani, contro la guerra in Cecenia e per le sue forti denunce su violazioni, abusi e corruzione in Russia e nella provincia caucasica. Come faceva ininterrottamente da circa un decennio, Politkovskaya stava lavorando sulle cause e le conseguenze della guerra, in particolare negli ultimi mesi aveva condotto un’approfondita inchiesta sulla corruzione nel ministero della Difesa e nel contingente russo in Cecenia. Lunedì 9 ottobre avrebbe pubblicato sulla “Novaja Gazeta”, il bisettimanale russo per cui scriveva, un articolo di denuncia sulla tortura, ma non le è stato possibile perché due giorni prima è stata uccisa a colpi d’arma da fuoco mentre rientrava a casa.

una vita per i diritti umani

Anna Politkovskaja denunciava le violazioni dei diritti umani in Cecenia con coraggio e serietà, così come non taceva le responsabilità politiche, militari e di intelligence alla base di una tragedia in corso da 12 anni nel continente europeo: circa 200.000 morti, cioè quasi un quarto della popolazione originaria della Repubblica caucasica; almeno 3000 sparizioni tra gli 80.000 civili passati per i “campi di filtraggio” russi; circa 70.000 profughi ceceni in Inguscezia, 5000 in Georgia e altri 20.000 nel mondo; città rase al suolo (tra cui la capitale Grozny), ospedali e strutture sanitarie in maggior parte distrutti, scuole e università parzialmente chiuse, continue violenze, maltrattamenti e torture, divieto d’accesso alle organizzazioni umanitarie.
Per il suo meritorio lavoro, Politkovskaja aveva ricevuto numerosi premi internazionali, tra cui nel 2001 il Global award for human rights journalism istituito dalla sezione britannica di Amnesty International, nel 2004 il premio intitolato all’ex premier svedese Olaf Palme in quanto «simbolo della lunga battaglia per i diritti umani», mentre in Russia aveva vinto il “Penna d’oro”, equivalente russo del premio Pulitzer di giornalismo.
Per le stesse ragioni, però, si era fatta molti nemici, sia in Russia che in Cecenia. In varie occasioni era stata arrestata e minacciata di pesanti conseguenze se non avesse cessato di scrivere. Nel settembre 2004 era stata avvelenata a bordo di un aereo che la portava nell’Ossezia del Nord, dove si stava recando per cercare di evitare il tragico epilogo che poi ebbe l’azione dei guerriglieri ceceni e delle forze russe nella scuola di Beslan. Due anni prima, nell’ottobre 2002, aveva tentato una mediazione con i guerriglieri ceceni asserragliati nel teatro Dubrovka di Mosca, ma poi l’irruzione delle forze speciali russe vanificò i suoi sforzi.
Come aveva scritto nel suo libro Cecenia. Il disonore russo (Fandango, 2003), Politkovskaja individuava un’unica via d’uscita per la situazione cecena: «La fine senza compromessi dell’anarchia militare; l’inizio di negoziati di pace sotto il controllo di autorevoli osservatori internazionali; smilitarizzare la repubblica, smettere le azioni militari e consegnare alla giustizia i criminali di guerra». Per Politkovskaja, la definizione di uno status politico della regione indipendentista era un problema secondario: «Prima bisogna sopravvivere», sosteneva.

lo sdegno internazionale

L’omicidio di Anna Politkovskaja ha suscitato reazioni in tutto il mondo.
«È una perdita tragica. Chiedo alle autorità russe di scoprire i responsabili dell’omicidio nel più breve tempo possibile», ha dichiarato il presidente dall’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce), che nel 2003 premiò la giornalista russa per la sua azione in difesa dei diritti umani in Cecenia. Esprimendo preoccupazione per la situazione della libertà di stampa in Russia, l’Ue ha sollecitato «un’inchiesta completa su questo crimine, affinché autori e mandanti siano portati davanti alla giustizia». Il Parlamento europeo ha modificato l’ordine del giorno della sessione plenaria per affrontare il tema delle relazioni con la Russia in seguito all’assassinio di Politkovskaja e per renderle ufficialmente omaggio. Amnesty International si è dichiarata scioccata, rattristata e profondamente oltraggiata per l’omicidio di Anna Politkovskaja, chiedendo alle autorità russe di avviare indagini complete e imparziali sull’omicidio, di renderne pubblici i risultati e di portare di fronte alla giustizia i responsabili. «L’intimidazione e l’assassinio di giornalisti sono un oltraggio ai mezzi d’informazione liberi e indipendenti e ai valori della democrazia» ha dichiarato il Dipartimento di Stato degli Usa, invitando le autorità russe ad avviare «immediatamente un’indagine completa» su autori e mandanti dell’omicidio. L’ex presidente sovietico Mikhail Gorbaciov ha definito l’assassinio della giornalista «un crimine selvaggio contro la democrazia e la libertà di stampa» nonché «un vero omicidio politico», mentre molti giornalisti e cittadini russi considerano l’omicidio indice dello scarso livello democratico nel Paese. La fiducia nella classe dirigente è talmente bassa che gli azionisti della “Novaja Gazeta” hanno avviato un’indagine indipendente, offrendo un milione di dollari a chi contribuirà a risolvere il caso, nella convinzione che difficilmente i mandanti e i responsabili dell’omicidio saranno individuati e giudicati dalle inchieste ufficiali.

Russia in emergenza democratica

E in effetti, la situazione dei diritti umani in Russia è preoccupante. Negli ultimi 6 anni sono stati ben 13 i giornalisti uccisi, 63 se si considerano anche gli anni Novanta, mentre circa 120 sono tuttora detenuti. Ma gli omicidi su commissione non riguardano solo giornalisti: in un mese, oltre ad Anna Politkovskaja sono stati uccisi Andrei Kozlov, vicepresidente della Banca centrale che stava contrastando il crimine all’interno del sistema bancario russo; Enver Ziganshin, ingegnere della società petrolifera Tnk-Bp; Alexander Plokhin, direttore di una banca moscovita. Dopo l’ecatombe degli anni Novanta, quando le battaglie per il controllo delle ex proprietà statali causarono centinaia di omicidi (con il triste record di 562 nel 1994), soprattutto tra chi indagava sulla corruzione (come i giornalisti Dmitrij Kholodov e Vladislav Listjev o la deputata Galina Starovojtova), l’apparente tregua di inizio Duemila sembra essere terminata e le uccisioni del direttore di Forbes Russia, Paul Klebnikov, nel 2004 o la recente uccisione di Anna Politkovskaja rappresentano solo i casi più noti di una pratica che in Russia minaccia coloro che lavorano per far emergere verità e giustizia. Denunciando «le persistenti e crescenti preoccupazioni per l’indebolimento della democrazia in Russia, l’accresciuto controllo statale sui mezzi di comunicazione, il peggioramento del clima per le Ong, l’accresciuto controllo politico sul sistema giurisdizionale, le accresciute difficoltà all’azione dell’opposizione politica e altre misure che hanno notevolmente rafforzato il potere del Cremlino», una risoluzione del Parlamento europeo del maggio scorso invitava il governo russo a «onorare la sua responsabilità», quale presidente del G8 e presidente del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, «nell’instaurazione della stabilità, della sicurezza, della democrazia e del rispetto dei diritti dell’uomo». In seguito ai recenti fatti criminosi, l’aula europarlamentare ha chiesto agli Stati membri dell’Ue di inserire democrazia, diritti umani e libertà d’espressione tra i temi del negoziato sul nuovo accordo di partenariato Ue-Russia.
A giudicare dall’atteggiamento tenuto dal presidente russo Vladimir Putin durante il Vertice con l’Ue svoltosi il 22 ottobre scorso, la strada è ancora molto lunga e certamente più difficile senza il contributo di persone come Anna Politkovskaja.

2006 ANNO NERO PER LA LIBERTÀ D’INFORMAZIONE

Il 7 ottobre scorso, giorno in cui è stata uccisa a Mosca Anna Politkovskaja, due giornalisti della radio tedesca “Deutsche Welle”, Karen Fischer e Christian Struwe, sono morti in un’imboscata nel nord dell’Afghanistan. È così salito a 61 il numero dei giornalisti uccisi nel mondo nei primi 10 mesi dell’anno, secondo i dati raccolti dall’organizzazione Reporters sans frontières, a cui vanno aggiunti 28 assistenti (cameraman, interpreti, guardie del corpo).
Il 2006 potrebbe dunque rivelarsi più sanguinoso dell’anno precedente, quando si raggiunse il triste record di 63 giornalisti uccisi. Attualmente il Paese più pericoloso anche per gli operatori dell’informazione è l’Iraq, dove dall’inizio dell’anno sono morti 27 giornalisti e 21 assistenti. Seguono Russia, Colombia, Messico e Sri Lanka con 3 giornalisti uccisi in ognuno di essi (in Sri Lanka anche 4 assistenti); Afghanistan, Angola, Cina, India, Pakistan e Filippine con 2; Brasile, Ecuador, Guatemala, Kazakistan, Libano, Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Sudan, Turkmenistan e Venezuela con uno.
Oltre al numero di operatori dell’informazione uccisi, Reporters sans frontières segnala anche che attualmente si trovano nelle carceri di tutto il mondo 130 giornalisti, 3 assistenti e 61 cyber-dissidenti (dei quali ben 52 in Cina), imprigionati per l’attività che stavano svolgendo.
Come ha dimostrato recentemente la vicenda del fotoreporter italiano Gabriele Torsello, l’Afghanistan continua a essere il Paese più pericoloso dopo l’Iraq. In occasione del secondo anniversario delle prime elezioni dopo la caduta del regime dei taleban, il 9 ottobre scorso, la Federazione internazionale dei giornalisti (Ifj) ha invitato le organizzazioni di reporter di tutto il mondo a mostrare la propria solidarietà nei confronti dei colleghi afgani. A due anni dall’elezione del presidente Hamid Karzai «l’Afghanistan rimane uno dei Paesi più pericolosi al mondo per i giornalisti» sostiene l’Ifj secondo cui «le condizioni di sicurezza continuano a peggiorare e gli operatori dei media afgani non possono fare altro che lavorare in un ambiente a rischio». Dal voto di due anni fa sono stati 6 i giornalisti uccisi nel Paese asiatico e «la violenza contro i cronisti è utilizzata comunemente per mettere a tacere le voci indipendenti» denuncia l’Ifj.

INFORMAZIONI: http://www.rsf.org e http://www.ifj.org



unità sindacale: nasce la Confederazione internazionale

Con il Congresso svoltosi a Vienna nei giorni 1-3 novembre scorsi si è avviata una nuova fase per il movimento sindacale mondiale. È nata infatti la International Trade Unions Confederation (Ituc), Confederazione internazionale dei sindacati (Cis) in italiano, che unisce in un’unica organizzazione le due grandi confederazioni internazionali esistenti, cioè l’International Confederation of Free Trade Unions (Icftu) e la Confédération Mondiale du Travail (Cmt).
L’obiettivo del nuovo soggetto sindacale mondiale, così come espresso dal Congresso costitutivo, è quello di diventare «lo strumento di un nuovo internazionalismo sindacale a vantaggio di tutti i lavoratori», per questo è richiesto agli affiliati «di unirsi in uno sforzo comune affinché la loro solidarietà e la loro influenza possano essere gli strumenti per un futuro migliore in un mondo più giusto».
Il processo di unificazione è durato circa due anni, mentre nell’arco di un anno dovrebbero svolgersi i congressi per unificare le Centrali sindacali di tutti i continenti. Al di là della complessa questione organizzativa, però, questa importante riforma del sindacato internazionale dovrà misurarsi con una serie di problemi che inevitabilmente ne segneranno il destino: il ruolo di un sindacato mondiale nello scenario economico e politico caratterizzato dalla globalizzazione; la lotta contro la povertà e a favore dei diritti umani, sociali, ambientali e sindacali; il rapporto con i governi e con le istituzioni internazionali; il rapporto con le società multinazionali e il loro strapotere, per giungere a una effettiva responsabilità sociale del loro operato; il rapporto con le Federazioni sindacali internazionali. Tutti nodi delicati che la Cis intende affrontare apertamente, secondo quanto indicato dalla risoluzione approvata dal Congresso.

un’altra globalizzazione

Il Congresso impegna la Cis a «cambiare radicalmente» la globalizzazione, in modo che vada a vantaggio delle lavoratrici e dei lavoratori, dei disoccupati e dei poveri. È necessario un governo dell’economia globale che: combini i tre pilastri, economico, sociale e ambientale, dello sviluppo sostenibile; garantisca il rispetto universale dei diritti fondamentali dei lavoratori; generi lavoro dignitoso per tutti; ponga fine alla povertà di massa e riduca sostanzialmente le disuguaglianze all’interno e tra le nazioni; promuova una crescita basata su un’equa distribuzione del reddito. Secondo il Congresso, una nuova globalizzazione deve tener conto dell’agenda per il lavoro dignitoso dell’International Labour Organization (Ilo) e prevedere, come requisito minimo, il compiuto conseguimento degli Obiettivi del Millennio dell’Onu. Nel nuovo modello di globalizzazione, «è necessaria l’introduzione di un’imposta internazionale sulle transazioni in valuta estera», sia per finanziare lo sviluppo sia per frenare i movimenti finanziari speculativi che comportano conseguenze sociali disastrose. Così come deve essere garantita la fornitura di servizi pubblici di qualità per tutti: «È responsabilità dei governi garantire il diritto all’istruzione e un accesso equo alla sanità e ad altri servizi essenziali, tra cui acqua pulita e impianti igienici». Inoltre, sostiene il Congresso, un governo efficace e democratico dell’economia globale richiede una riforma fondamentale delle organizzazioni internazionali, come Fondo monetario internazionale, Banca mondiale e Organizzazione mondiale del commercio, per maggiori trasparenza e democrazia nei processi decisionali: è essenziale che tutte le organizzazioni riconoscano il primato dei diritti umani rispetto alle norme di carattere finanziario, commerciale o economico.

responsabilità sociale

Il Congresso riconosce che le multinazionali costituiscono un elemento chiave della globalizzazione, il che rende la cooperazione tra i governi e la regolamentazione internazionale delle imprese sempre più necessarie e urgenti. L’esercizio efficace del diritto di organizzarsi e del diritto alla contrattazione collettiva diviene sempre più difficoltoso in un quadro in cui le aziende utilizzano la minaccia della delocalizzazione e fanno leva sul loro maggiore potere di dettare le condizioni di lavoro, sfuggendo alle rispettive responsabilità verso i lavoratori, le comunità, le società e l’ambiente nel quale operano. Il Congresso sottolinea come gli esistenti quadri nazionali istituzionali e giuridici per la regolamentazione dell’attività delle imprese si rivelino sempre più inadeguati e come siano urgentemente necessari regolamenti vincolanti, come pure ulteriori accordi collettivi, per dare attuazione alla responsabilità delle imprese e alla corporate governance. Alle imprese deve essere assegnata una maggiore responsabilità per l’impatto sociale, ambientale e sui diritti umani delle proprie attività; gli Stati e le parti in causa devono poter accedere a rimedi di carattere giuridico e all’imposizione di sanzioni.

diritti sindacali

I diritti sindacali costituiscono parte integrante dei diritti umani in ambito lavorativo, quindi il rispetto pieno e universale dei diritti sindacali costituisce un obiettivo chiave della Cis, ancora più urgente nella globalizzazione. Solo dove i lavoratori sono in grado di organizzarsi e di contrattare liberamente, sottolinea il Congresso, essi possono accedere a un’equa quota della ricchezza che creano, contribuendo all’equità, al consenso e allo sviluppo sostenibile. La violazione dei diritti sindacali, tuttora diffusa, costituisce una fonte di concorrenza sleale nell’economia globale e deve quindi essere evitata, sia per motivazioni economiche sia per motivazioni attinenti ai diritti umani: la repressione costituisce una minaccia per la libertà ovunque. Secondo il Congresso, lo sfruttamento di oltre 50 milioni di lavoratori, principalmente donne, nelle Zone di trasformazione per l’esportazione (Epz) di tutto il mondo costituisce una dimostrazione concreta di come i governi stiano soccombendo alle pressioni di una concorrenza internazionale non regolamentata, che richiede la negazione dei diritti sindacali.

antidiscriminazione e sicurezza


Il Congresso impegna la Cis ad attivarsi per porre fine a ogni forma di discriminazione, così che le persone possano vivere e lavorare in condizioni di uguaglianza, dignità e giustizia. Deve essere garantita un’applicazione totale ed efficace del principio di pari retribuzione a parità di valore del lavoro.
Dato che permane una discriminazione di genere profonda e diffusa nel mondo del lavoro e nella società in generale, peggiorata da vari aspetti della globalizzazione, il Congresso chiede che la prospettiva di genere sia integrata pienamente e trasversalmente in tutte le politiche, le attività e i programmi della Cis. Così come si impegna a sostenere il rispetto per la diversità nei luoghi di lavoro e nella società in generale e a promuovere attivamente misure volte a combattere razzismo e xenofobia, in particolare sul posto di lavoro e nel mercato del lavoro.
Deve poi essere portata avanti la battaglia storica del movimento sindacale internazionale contro il lavoro minorile e per garantire l’accesso all’istruzione dei bambini. Insieme alle Ong che ne condividono gli obiettivi, la Cis contrasterà il lavoro minorile, dando priorità all’eliminazione delle forme più deleterie e affrontando in particolare le forme di sfruttamento dei bambini.
È poi riaffermato l’impegno per la salute e la sicurezza sul lavoro, al fine di arrestare la perdita di oltre 2 milioni di vite ogni anno in conseguenza di incidenti sul lavoro e di malattie professionali. Il Congresso richiede che l’accesso a un posto di lavoro sano e sicuro sia accettato come diritto innegabile di tutti i lavoratori, riconosce che la partecipazione dei lavoratori e dei loro rappresentanti riduce gli incidenti e le malattie professionali e richiede alla Cis di promuovere iniziative, nazionali e internazionali, in collaborazione con datori di lavoro e governi per promuovere la salute e la sicurezza.

IL LUNGO PERCORSO VERSO L’UNITÀ

In tutta la sua storia, il sindacalismo internazionale è stato segnato più dalla divisione che dall’unità. Questa è rimasta più che altro un’aspirazione.
Tra le due guerre mondiali e, con alcuni aggiustamenti anche dopo la seconda, sono esistite tre organizzazioni internazionali:
• La Confederazione Internazionale dei Sindacati Liberi (sigla inglese Icftu) dal 1949, cui hanno aderito da subito la Cisl, poi la Uil e infine nel 1992 la Cgil.
• La Confederazione Internazionale dei Sindacati Cristiani, diventata alla fine degli anni Sessanta, dopo la de-confessionalizzazione, Confederazione Mondiale del Lavoro (sigla francese Cmt).
• La Federazione Sindacale Mondiale (Fsm), espressione dei sindacati comunisti.
Questo panorama sindacale rimane fino al 1973 quando, sulla base di un’intesa tra i sindacati liberi e i sindacati cristiani in Europa, nasce la Confederazione Europea dei Sindacati (Ces). Essa nasce come organizzazione indipendente a vocazione unitaria e pluralista.
Nel 1989, con la caduta del muro di Berlino, il contesto cambia radicalmente e avviene la disgregazione della Fsm. Quasi tutti i nuovi sindacati dell’ex area di influenza Sovietica si affiliano alla Icftu o alla Cmt. Processo che si conclude con l’affiliazione alla Icftu delle tre Confederazioni sindacali della Russia, nel dicembre del 2000. Un percorso analogo riguarda anche vari sindacati di altri continenti.
In questo nuovo contesto, il 18° Congresso mondiale della Icftu svoltosi in Giappone, a Miyazaki, dal 5 al 10 dicembre del 2004, annuncia la decisione della costituzione di una nuova Confederazione sindacale mondiale, che sarebbe nata a partire dall’unificazione delle due Confederazioni internazionali Icftu e Cmt, con il coinvolgimento di molte altre Organizzazioni sindacali indipendenti, non affiliate a nessuna delle Centrali internazionali. Si giunge così al Congresso di Vienna dei giorni scorsi (1-3 novembre 2006), con la nascita dell’International Trade Unions Confederation (Ituc), cioè la Confederazione internazionale dei sindacati (Cis).
Va sottolineato che, in questa nuova fase storica, si dovranno ridisegnare i confini e riprecisare l’identità anche del soggetto sindacale europeo. La Ces manterrà la sua specificità di autonoma interlocutrice delle istituzioni dell’Ue e di controparte negoziale degli imprenditori europei, ma dovrà assumere la sfida per costruire una struttura di coordinamento capace di includere anche le Organizzazioni dei Paesi dell’Est europeo. Il prossimo Congresso della Ces, che si terrà a Siviglia nella primavera 2007, affiderà un nuovo ruolo al sindacato europeo: quello di “articolazione regionale europea” della Cis, con un ambito più ampio rispetto al ruolo esercitato in rappresentanza delle attuali affiliate della Ces. Includerà infatti il coordinamento dei Paesi dell’Est europeo, fino alle Confederazioni sindacali russe, coordinamento operato fino ad oggi dalla Icftu.
(Fonte: Dipartimento Politiche Internazionali Cisl)

IL SINDACATO INTERNAZIONALE CRITICA LA BANCA MONDIALE

Si intitola Doing Business un Rapporto pubblicato lo scorso 6 settembre dalla Banca mondiale (Bm) che ha suscitato forti critiche da parte del sindacato internazionale. Il Rapporto, giunto alla quarta edizione, misura la competitività e l’apertura all’impresa in 175 Paesi, assegnando votazioni in base a 10 criteri, che vanno dalla facilità di avvio di un’impresa al livello di pressione fiscale, dalla facilità di commercio con l’estero fino all’impiego della forza lavoro. Proprio su questo punto è scattata la denuncia sindacale: il Rapporto premia Paesi dove si licenzia senza giusta causa, non esistono salari minimi e protezione sociale, gli orari di lavoro sono elevatissimi e spesso il sindacato è fuorilegge.
Secondo il segretario generale dell`Icftu, Guy Ryder, «la Banca mondiale dovrebbe fare chiarezza. Se ritiene sinceramente che i principi fondamentali del lavoro stabiliti dall’Ilo siano benefici per lo sviluppo, non può andare in giro elogiando come best performer nelle relazioni industriali Paesi che non fanno parte dell’Ilo e non ne rispettano gli standard più elementari». Il riferimento è al fatto che alla voce “assumi e licenzia” del Rapporto, il Paese migliore secondo la Bm sono le Isole Palau, arcipelago dell’Oceano Pacifico che non è membro dell`Ilo, consente un orario massimo di lavoro di 24 ore al giorno, una settimana lavorativa di sette giorni e dove un dipendente con 20 anni di anzianità non ha diritto neppure a un giorno di ferie l’anno. Nel Rapporto dell’anno scorso, il miglior voto alle voci “difficoltà ad assumere” e “difficoltà a licenziare” era stato assegnato all’Arabia Saudita, Paese dove i sindacati sono fuorilegge, la contrattazione collettiva proibita e alle donne sono vietate molte occupazioni. Inoltre, molte sedi locali della Bm stanno usando Doing Business per promuovere la deregolamentazione presso i governi, come rilevato dai sindacati in Bolivia, Colombia, Ecuador, Lituania, Nepal, Romania e Sudafrica: secondo l’Icftu si tratta di una vera e propria istigazione a sabotare le tutele sociali. «La Banca mondiale dovrebbe ritirare la competenza sul mercato del lavoro al dipartimento che elabora il Rapporto - sostiene Ryder - e smettere di usare Doing Business come piattaforma per le sue proposte di riforma». (Fonte: http://www.rassegna.it)

INFORMAZIONI: http://www.icftu.org e http://www.doingbusiness.org

brevi

assicurare l’istruzione dei bambini nei Paesi in guerra

In tutto il mondo sono circa 115 milioni i bambini che non frequentano la scuola. Di questi, ben 43 milioni (cioè quasi un terzo) vivono in Paesi in guerra o reduci da guerre. Rispetto ai fondi attualmente erogati dalla comunità internazionale, servono 5,8 miliardi di dollari in più all’anno per assicurare a questi bambini scuola e istruzione. Se così non sarà, per la gran parte di loro si prospetta un futuro di sfruttamento, povertà, violenza. Lo denuncia l’organizzazione Save the Children nel Rapporto Educazione per i bambini in Paesi in conflitto, pubblicato nel settembre scorso in occasione del lancio della Campagna “Riscriviamo il Futuro”.
«Abbiamo di fronte una vera e propria emergenza umanitaria che il mondo ha deciso di ignorare» ha dichiarato il direttore generale di Save the Children Italia, Valerio Neri. «Oggi, per 43 milioni di bambini e bambine che vivono in Paesi in conflitto o di post-conflitto la prospettiva è di essere reclutati come soldati, di essere sfruttati in lavori sottopagati, di poter cadere vittime del traffico di esseri umani - ha aggiunto Neri - Se questi bambini andassero a scuola non correrebbero tanti rischi e la loro vita sarebbe molto diversa e ricca di opportunità».
Dei 30 Paesi in conflitto, quelli con il più elevato numero di bambini esclusi dall’istruzione sono: il Pakistan, con oltre 7.800.000 minori che non vanno a scuola, la Nigeria con 7.662.000, l’Etiopia con 5.994.000, la Repubblica Democratica del Congo con quasi 5.300.000, il Sudan con 2.405.000. Quando scoppia una guerra, osserva Save the Children, il sistema scolastico è il primo a subirne le conseguenze: le scuole vengono distrutte o usate come quartier generale delle milizie o per accogliere la popolazione sfollata. In Libano, ad esempio, si stima che il conflitto abbia causato la distruzione di oltre 50 scuole mentre nel sud del Paese sono circa 300 quelle inagibili. Durante la guerra civile in Liberia, tra il 1989 e il 1997, l’80% delle scuole furono distrutte. Con la chiusura o la distruzione delle scuole, i bambini si trovano esposti a tutte le violenze e i rischi di una guerra: nel 2003, in oltre la metà dei conflitti armati si è fatto ricorso a soldati al di sotto dei 15 anni. Inoltre, nei conflitti muoiono anche molti insegnanti e, a guerra finita, il sistema scolastico può fare affidamento su pochi docenti, spesso non qualificati.
Nonostante tutto ciò, nota Save the Children, ai bambini dei 30 Paesi in conflitto va la quota minore di aiuti internazionali per l’educazione: nel 2004 hanno ricevuto meno di un terzo degli 8,5 miliardi di dollari destinati agli aiuti per l’istruzione nei Paesi a basso reddito. Se si continua in questo modo, «l’obiettivo del Millennio di assicurare educazione primaria a tutti i bambini entro il 2015 non sarà raggiunto, cosa inaccettabile perché significa ipotecare il futuro di milioni di bambini», denuncia l’organizzazione che rivolge alcune richieste alla comunità internazionale. Deve essere coperto il gap di finanziamenti in favore dell’educazione, fornendo e assicurando 5,8 miliardi di dollari in più all’anno per sostenere economicamente l’istruzione nei Paesi colpiti dai conflitti; va assicurato che gli aiuti erogati siano effettivamente impiegati dai Paesi in conflitto per l’educazione dei minori; tutti i governi nazionali devono impegnarsi affinché gli eserciti governativi o le milizie armate che commettono violenze nei confronti di insegnanti e studenti siano processati.

INFORMAZIONI: http://www.savethechildren.it


ridurre i danni dell’alcol nell’Ue

Nell’Ue si stima che 55 milioni di adulti bevano in modo eccessivo, pratica che è considerata responsabile del 7,4% di tutte le malattie e morti premature in Europa. Il consumo dannoso e pericoloso di alcol si ritiene causi la morte di 195.000 persone l’anno nell’Ue. Nella classe di età tra i 15 e i 29 anni, oltre il 10% della mortalità femminile e il 25% circa di quella maschile è dovuto al consumo eccessivo di alcol, che è anche la causa del 16% dei casi di abuso e abbandono di minori. L’assunzione di alcol durante la gravidanza può alterare lo sviluppo del cervello e dar luogo a deficit intellettivi. Un incidente su quattro è attribuibile all’alcol: circa 10.000 persone muoiono ogni anno nell’Ue in incidenti stradali dovuti all’abuso di alcolici. L’assenteismo causato dal consumo eccessivo di alcol, il consumo durante le ore di lavoro o lavorare con i “postumi di una sbornia” incidono negativamente sulle prestazioni lavorative e, quindi, sulla competitività e sulla produttività.
Alla luce di tale situazione, la Commissione europea ha adottato lo scorso 24 ottobre una comunicazione che illustra la strategia europea per ridurre i danni causati dall’alcol. Le priorità individuate dall’esecutivo europeo sono: proteggere i giovani e i bambini; ridurre le lesioni e i decessi dovuti a incidenti stradali ascrivibili all’abuso di alcol; limitare i danni fra gli adulti e ridurre gli effetti negativi sull’economia; accrescere la consapevolezza sulle conseguenze per la salute dell’eccessivo consumo di alcol; aiutare a compilare statistiche affidabili.
La comunicazione individua anche le aree in cui l’Ue può sostenere le iniziative intraprese dagli Stati membri per ridurre i danni causati dall’alcol, come ad esempio: il finanziamento di progetti attraverso programmi di sanità pubblica e di ricerca; lo scambio di buone pratiche su aspetti quali la riduzione del consumo di alcol da parte dei minori; lo studio di possibili collaborazioni per la realizzazione di campagne d’informazione; la lotta contro la guida in stato di ebbrezza e altre iniziative comunitarie.
Riconoscendo il ruolo degli Stati membri in questa materia, la Commissione non intende proporre misure normative di livello europeo ma, insieme ai governi, valuterà l’utilità di definire strategie comuni valide per tutta l’Ue destinate a fornire adeguate informazioni ai consumatori. La Commissione aiuterà inoltre gli Stati membri e le parti interessate a elaborare programmi informativi e educativi sugli effetti del consumo eccessivo di alcol e avvierà un’indagine sulle abitudini di consumo dei giovani.
Entro giugno 2007 sarà istituito un Forum europeo Alcol e Salute, per sostenere, alimentare e controllare l’attuazione della strategia descritta nella comunicazione. Sarà inoltre migliorato il coordinamento tra le azioni in materia di sicurezza stradale e quelle contro la guida in stato di ebbrezza, comprese quelle finanziate dal Programma di sanità pubblica e dal Piano d’azione per la sicurezza stradale. La Commissione propone poi una collaborazione con le parti interessate per imprimere un forte slancio alla cooperazione in materia di pubblicità e vendita responsabile, fino al raggiungimento di un accordo su un codice di comunicazione commerciale da attuarsi a livello nazionale e comunitario.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/health/index_it.htm


flash

Commissione: programma 2007
La Commissione europea ha adottato martedì 24 ottobre il suo programma legislativo e di lavoro per il 2007, elencando un totale di 21 «iniziative strategiche» che si focalizzeranno su: energia, immigrazione, difesa, politica di vicinato, mercato unico, politica di comunicazione e protezione dell’ambiente (con la previsione di un Libro verde sui cambiamenti climatici e uno sul trasporto urbano).
Per quanto riguarda la politica sociale, la Commissione Barroso realizzerà il prossimo anno un «inventario della realtà sociale» dell’Ue e due comunicazioni: una sulla “flexicurity” e un’altra relativa alla strategia europea a favore dei servizi sociali d’interesse generale. Verrà inoltre redatta una proposta legislativa per creare un quadro comunitario di servizi sanitari sicuri ed efficaci.
(Fonte: Apice)
INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/atwork/programmes/index_fr.htm


limiti per bulgari e rumeni da Regno Unito e Irlanda
Il Regno Unito e l’Irlanda hanno annunciato lo scorso 24 ottobre la loro intenzione di limitare sul loro territorio la libera circolazione dei lavoratori rumeni e bulgari dopo l’adesione dei due Paesi all’Ue del prossimo 1° gennaio. Tali restrizioni temporanee riguardano principalmente i lavoratori poco qualificati e devono essere rinegoziate ogni anno. Il Trattato d’adesione, infatti, permette a ogni Stato membro di limitare l’accesso dei lavoratori dei nuovi Paesi membri al suo mercato del lavoro per un periodo transitorio massimo di sette anni. In occasione dell’allargamento del maggio 2004, né Regno Unito né Irlanda avevano utilizzato questa possibilità. La Commissione europea ha espresso il proprio rammarico per la decisione britannica e irlandese. Entro il 31 dicembre prossimo, tutti gli Stati membri dell’Ue dovranno notificare alla Commissione le loro intenzioni in materia di libera circolazione dei lavoratori bulgari e rumeni.
Lo scorso settembre, invece, il governo olandese aveva deciso di rendere meno rigide le condizioni per assumere i lavoratori provenienti dagli Stati membri entrati a far parte dell’Ue nel 2004, mentre due mesi prima anche l’Italia aveva soppresso il regime limitato di accesso al mercato del lavoro dei cittadini dei Paesi neocomunitari.
INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/enlargement/index_it.htm

Agenzia europea per i diritti
Il 13 settembre, la commissione Libertà civili, Giustizia e Affari interni del Parlamento europeo ha adottato una proposta di regolamento della Commissione europea riguardante la creazione di un’Agenzia dei diritti fondamentali dell’Ue. Essa sostituirà l’attuale Osservatorio europeo sui fenomeni razzisti e xenofobi (Eumc) e avrà la funzione di raccogliere informazioni, pubblicare relazioni annuali e proporre testi legislativi. La commissione europarlamentare intende estendere le competenze della futura Agenzia anche alla cooperazione intergovernativa nel settore della polizia, della giustizia, dell’immigrazione e delle azioni antiterrorismo.
Oltre alla difesa dei diritti nei Paesi membri, l’Agenzia dovrebbe anche trattare altri problemi rilevati nei Paesi candidati e nei Paesi con i quali è stato concluso un accordo di stabilizzazione e associazione. La commissione auspica anche un maggior coinvolgimento del Parlamento europeo nelle attività dell’Agenzia, che potrebbe essere operativa a partire dal 1° gennaio 2007.
(Fonte: Apice)
INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/prelex/detail_dossier_real.cfm?CL=fr&DosId=193068

aumentano gli investimenti in ricerca e sviluppo
Il quadro di valutazione del 2006 sugli investimenti delle imprese dell’Ue nel settore della ricerca e dello sviluppo (R&S), effettuato dalla Commissione europea, mostra che nel 2005 gli investimenti da parte delle 1000 imprese più importanti dell’Ue sono aumentati in media del 5,3%. Le 1000 imprese più importanti di Paesi non comunitari hanno invece potenziato gli investimenti R&S del 7,7%, segnando così un aumento degli investimenti in questo settore a livello mondiale. L’Ue conserva una posizione di primo piano, visto che conta 18 dei principali investitori nel settore e 5 delle 10 imprese con il tasso di crescita più elevato al mondo in investimenti R&S.
Il tasso medio di crescita del 5,3% per le imprese dell’Ue mostra una forte ripresa degli investimenti R&S, dato che nella relazione dell’anno scorso si era registrato un modesto 0,7% e in quella del 2004 addirittura un calo del 2%. La maggior parte dei principali investitori opera nei settori automobilistico e delle parti di ricambio (13 imprese), nell’industria farmaceutica (11 imprese) e nel settore dell’hardware informatico (9 imprese). Complessivamente, le 1000 imprese dell’Ue e le 1000 degli altri Paesi hanno investito 371 miliardi di euro nella R&S, una cifra che si ritiene rappresenti oltre la metà di tutti gli investimenti effettuati a livello mondiale.
(Fonte: InEurop@)
INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/research/index_it.cfm

nuovo partenariato Ue-Cina
La Commissione europea ha reso nota, lo scorso 24 ottobre, una nuova strategia per le relazioni Ue-Cina.
Le priorità riguardano: il sostegno alla transizione della Cina verso una società più aperta e pluralistica; lo sviluppo sostenibile, compresa la cooperazione con la Cina per le questioni energetiche, i cambiamenti climatici e lo sviluppo internazionale; il commercio e le relazioni economiche; il rafforzamento della cooperazione bilaterale, anche in campo scientifico e tecnologico e la migrazione; la promozione della sicurezza internazionale nell’Asia orientale e nel resto del mondo e una cooperazione più vasta in materia di non proliferazione. Completa la strategia un documento di politica commerciale che individua con maggior precisione le sfide a cui fare fronte in termini di commercio e investimenti. «Dobbiamo unire le nostre forze per trovare insieme una soluzione ai problemi mondiali attuali. La comunicazione odierna è un punto di partenza importante per i negoziati su un nuovo accordo quadro Ue-Cina», ha dichiarato la commissaria per le relazioni esterne e la politica di vicinato Benita Ferrero-Waldner.
Secondo la Commissione, l’espansione economica della Cina ha comportato vantaggi anche per l’Europa, nonostante le pressioni concorrenziali cui è stata sottoposta l’economia mondiale. L’aumento della sua forza commerciale impone alla Cina di rispettare gli obblighi assunti in sede di Wto, aprire i suoi mercati e praticare un commercio leale. È quindi proposto il miglioramento delle condizioni per l’attività commerciale delle imprese europee in Cina, agevolando l’accesso al mercato, rafforzando l’azione contro il furto di proprietà intellettuale e fornendo nuove risorse alle imprese che operano in Cina.
INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/trade/index_en.htm

piano d’azione per il risparmio energetico
«Gli europei devono risparmiare energia, perché l’Europa spreca almeno il 20% di quella che utilizza. L’efficienza energetica è un elemento cruciale per l’Ue: se agiamo ora, il costo diretto dei nostri consumi energetici potrebbe ridursi di oltre 100 miliardi di euro l’anno entro il 2020 e ogni anno eviteremo di produrre circa 780 milioni di tonnellate di anidride carbonica». È quanto dichiarato dal commissario europeo all’Energia Andris Piebalgs, presentando il 19 ottobre scorso il Piano d’azione europeo per l’efficienza energetica. Il piano, che sarà attuato nei prossimi 6 anni, evidenzia l’importanza di applicare norme minime di rendimento energetico a un’ampia gamma di apparecchiature e prodotti (da elettrodomestici come frigoriferi e condizionatori fino alle pompe e ai ventilatori industriali), per gli edifici e per i servizi energetici. Insieme alle classi di efficienza e ai sistemi di etichettatura, l’introduzione di norme minime di rendimento energetico rappresenta uno strumento importante per eliminare dal mercato i prodotti che consumano troppo, per informare i consumatori sui prodotti più efficienti e per trasformare il mercato rendendolo più efficiente sotto il profilo energetico. Il piano d’azione evidenzia come ci siano molte possibilità di ridurre le perdite a livello di generazione, trasmissione e distribuzione dell’elettricità. Propone inoltre strumenti mirati per incrementare l’efficienza degli impianti di generazione nuovi ed esistenti, per ridurre le perdite in fase di trasmissione e distribuzione e per migliorare l’efficienza energetica nel settore dei trasporti. L’iniziativa della Commissione sollecita poi una politica dei prezzi adeguata e prevedibile, elemento essenziale per migliorare l’efficienza energetica e i risultati economici in generale, e contiene anche una serie di proposte supplementari per sensibilizzare maggiormente i cittadini al problema, attraverso attività di istruzione e formazione. Il documento ribadisce inoltre l’urgente necessità di affrontare i temi legati all’efficienza energetica a livello globale, nell’ambito di partenariati internazionali.
INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/energy/action_plan_energy_efficiency/index_en.htm

nuovi programmi su formazione e giovani
Il 25 ottobre scorso il Parlamento europeo ha approvato, per il periodo 2007-2013, due importanti programmi della Commissione in ambito culturale che andranno a favore dei cittadini europei e in special modo dei giovani. Il primo è il nuovo Programma di istruzione e formazione durante l’intero arco della vita (“Lifelong Learning Programme”), che andrà a sostituire gli attuali programmi Socrates, Leonardo da Vinci e eLearning, con l’obiettivo di fornire opportunità di apprendimento per tutti i cittadini dall’infanzia alla vecchiaia. Il secondo programma è “Gioventù in azione” (“Youth in Action”), il cui scopo principale è quello di promuovere la cittadinanza attiva dei giovani e di sviluppare la solidarietà tra i ragazzi europei.
INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/dgs/education_culture/newprog/index_it.html

Vertice sociale tripartito
Durante il Vertice sociale informale tripartito, organizzato a Lahti (Finlandia) il 20 ottobre scorso, la Commissione europea, la presidenza finlandese e i rappresentanti degli Stati membri hanno invitato le organizzazioni dei lavoratori a diventare parte attiva nel dibattito sulla “flexicurity”. L’obiettivo del Vertice sociale è stato quello di incoraggiare i rappresentanti sindacali a studiare modalità per conciliare la protezione sociale con politiche attive nel mercato del lavoro, modalità contrattuali flessibili, educazione e formazione per tutto il corso della vita. Nel corso del Summit, la Confederazione europea dei sindacati (Ces) ha proposto, in materia di “flexicurity”, l’adozione un approccio equilibrato, di cui possano beneficiare sia i lavoratori che le imprese.
(Fonte: Apice)
INFORMAZIONI: http://www.etuc.org/a/2947?var_recherche=flexicurity