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Euronote 57/2009

sicurezza all’italiana


VignettaMentre la Svezia assumeva la presidenza di turno dell’Ue, annunciando tra le sue priorità la definizione entro fine anno del nuovo programma europeo quinquennale in materia di Libertà, Sicurezza e Giustizia che prenderà appunto il nome di Programma di Stoccolma, uno degli Stati membri fondatori, l’Italia, il 2 luglio scorso ha adottato nuove norme contenute nel cosiddetto “pacchetto sicurezza”, portando così alla politica comunitaria il suo contributo…decisamente preoccupante.
Le reazioni ai contenuti del provvedimento approvato dal Senato italiano, espresse dalla maggior parte delle organizzazioni sociali, sindacali e religiose italiane, hanno mostrato un’insolita unanimità nel denunciare il regresso giuridico, democratico e sociale che comporteranno le nuove norme. Su tutte, quelle che riguardano i cittadini stranieri e che evidenziano un approccio totalmente miope e inadeguato al fenomeno dell’immigrazione, in Italia e quindi nell’Ue.
Perché nel provvedimento voluto dalla maggioranza di governo italiana è indubbio un orientamento “punitivo” nei confronti dei migranti, cosa che contrasta fortemente con l’esigenza di integrazione necessaria per garantire un equilibrio sociale di fronte all’immigrazione di cui l’Italia, come il resto dell’Ue, avrà assoluto bisogno nei prossimi anni per sopperire al costante invecchiamento della popolazione. In tutt’altra direzione vanno invece norme quali l’introduzione del reato di clandestinità per sole questioni amministrative, l’imposizione di una tassa fino a 200 euro per il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno, l’ideazione di un permesso di soggiorno “a punti” con dei “crediti di integrazione” da sottoscrivere al momento della richiesta, l’obbligo di dimostrare la regolarità del soggiorno ai fini dell’accesso e del perfezionamento degli atti di stato civile (matrimonio, registrazione della nascita, riconoscimento del figlio, registrazione della morte), fino all’estensione a sei mesi del trattenimento nei Centri di identificazione ed espulsione.
I promotori del “pacchetto” osservano che queste norme sono già in vigore in molti Stati membri dell’Ue. Cosa vera solo in parte, perché in vari casi sono bilanciate da sistemi giuridici differenti da quello italiano, non sono tutte concentrate in un unico regolamento nazionale e soprattutto non sono inserite in un contesto come quello italiano che si caratterizza per un welfare inadeguato, per l’assenza di una legge organica sull’asilo, per i respingimenti in mare senza adeguati controlli dei diritti dei migranti (vedi box), per una deriva xenofoba e razzista denunciata da vari osservatori (che la legittimazione delle “ronde”, contenuta nel “pacchetto”, non contribuirà certo a limitare).

le reazioni italiane

«È un momento veramente buio per la storia della nostra democrazia e per la tutela dei diritti umani, un attacco ai principi costituzionali di uguaglianza e libertà. Un monstrum giuridico di cui soffriremo le conseguenze negli anni a venire» sostiene l’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi); «D’ora in poi la parola d’ordine sarà: esclusione sociale. Le nuove norme renderanno più difficile la convivenza civile, pacifica e reciprocamente proficua tra italiani e stranieri» osserva il Consiglio italiano per i rifugiati (Cir); «Un pacchetto “insicurezza” che non sarà di beneficio a nessuno» commenta l’Ufficio immigrazione della Caritas italiana; l’associazione Naga ritiene il provvedimento italiano «la legge più razzista e discriminatoria in materia d’immigrazione emanata dal dopoguerra ad oggi»; l’Arci ha lanciato una campagna di disobbedienza civile contro le nuove norme; Amnesty International sottolinea che «i migranti, per timore di essere denunciati con conseguenze di rilievo penale, saranno indotti a sottrarsi al contatto con tutti gli uffici pubblici, in qualunque ambito, piombando così in un’allarmante situazione di mancato accesso ai servizi e di compromissione dei loro diritti umani»; Cgil, Cisl e Uil evidenziano invece la «miscela devastante» costituita da questo provvedimento e dalla crisi economica: «Chi perde il lavoro ha sei mesi di tempo per trovarne un altro, altrimenti diventa illegale e rischia l’espulsione. La nuova legge colpisce persone che vivono e lavorano da anni nel nostro Paese, che hanno portato in Italia la famiglia o che hanno figli nati qui».

le prime reazioni europee

A fronte delle molte reazioni italiane al provvedimento, a livello europeo si è espresso immediatamente e in modo netto solo il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Thomas Hammarberg. «Le draconiane misure in materia d’immigrazione e di asilo contenute nel Ddl sicurezza produrranno inevitabilmente un ulteriore aggravamento del clima xenofobo contro gli immigrati» ha commentato Hammarberg, lanciando anche un monito all’Italia sulla politica dei respingimenti di migranti irregolari perché, se dovesse proseguire, «le istituzioni europee non potrebbero fare a meno di intervenire». Con la Commissione europea ancora in attesa di un nuovo mandato, la settima legislatura del  Parlamento europeo che ha appena avviato i lavori e la presidenza di turno svedese dell’Ue insediata da poco, si attendono ancora reazioni ufficiali e concrete da parte delle istituzioni europee, soprattutto su una materia così delicata su cui vige la sovranità nazionale finché non sarà definita la tanto annunciata ma ancora lontana politica migratoria comune.
Sollecitato da varie interviste, poi, si è espresso anche il vicepresidente della Commissione europea, Jacques Barrot, responsabile europeo per la materia Libertà, Sicurezza e Giustizia. Barrot ha reso noto che il “pacchetto sicurezza” italiano sarà esaminato per verificarne la compatibilità con le norme europee, dal momento che potrebbe violare il principio della libertà di circolazione per i cittadini comunitari.

libera circolazione a rischio

Facendo riferimento alle linee guida adottate dall’Ue per facilitare l’applicazione negli Stati membri della direttiva 38/2004 che garantisce la libertà di circolazione e di residenza dei cittadini comunitari, Barrot ha dichiarato: «Quando il governo italiano fa votare una legge che prevede di introdurre il reato d’immigrazione illegale e quando questo reato può accompagnarsi ad un’espulsione immediata, allora la legislazione italiana è contro il diritto comunitario». Questo perché, osserva il commissario europeo, anche cittadini comunitari potrebbero facilmente trovarsi in queste condizioni in Italia, ad esempio molti cittadini rumeni e bulgari che non hanno diritto a lavorare legalmente in Italia sulla base delle limitazioni ancora in vigore per i lavoratori dei nuovi Stati membri; oppure cittadini rom, che secondo Barrot sono nel mirino di questo nuovo apparato legislativo.
L’Ue «non accetta misure generali» e i controlli «devono essere individuali, determinati e proporzionali» ha sottolineato il vicepresidente della Commissione, che ha poi ricordato come l’esecutivo dell’Ue avesse già espresso al governo italiano l’impossibilità di applicare ai cittadini comunitari norme che prevedessero un aumento della pena per l’immigrazione in situazione irregolare, così come era stato segnalato che l’espulsione automatica degli stranieri in caso di condanna a oltre due anni di detenzione non sia applicabile ai cittadini comunitari.
L’obiettivo della Commissione è dunque di evitare che l’Italia possa espellere sistematicamente cittadini comunitari, cosa limitata dalla direttiva 38/2004 a precise eccezioni e soggetta ad esame caso per caso per coloro che potrebbero essere oggetto di espulsione. Per quanto concerne invece il reato di clandestinità, Barrot ha ricordato che si tratta di una scelta di competenza degli Stati membri e dunque «al di fuori della sfera di competenza della Commissione europea». Così come resta la piena sovranità nazionale in materia di immigrazione di cittadini provenienti da Paesi terzi, cioè non comunitari, anche se è prevista da anni un’armonizzazione delle politiche migratorie su cui l’attuale presidenza svedese dell’Ue intende lavorare concretamente, mentre sarebbe opportuno da parte della Commissione un riscontro delle nuove norme italiane con i principi contenuti nella Carta europea dei diritti fondamentali.

un problema culturale

Il caso italiano, che registra da un lato la colpevolizzazione di fatto degli immigrati con le nuove norme approvate e dall’altro una preoccupante deriva xenofoba e razzista (come riportato nell’inserto di “euronote” n. 55/2009 e come si può leggere nella pagina seguente) evidenzia però, sempre più, un problema culturale e politico allo stesso tempo: perché se può essere vero che una parte della popolazione condivide le misure contenute nel “pacchetto sicurezza” è altrettanto vero che la classe politica non dovrebbe inseguire gli umori della gente (spesso indotti e strumentalizzati) ma invece avere lungimiranza nelle scelte di governo.
Queste norme sulla “sicurezza”, e più in generale l’approccio attuale nel governo del fenomeno migratorio, in Italia soprattutto ma non solo, sembrano invece dimostrare la veridicità del noto detto secondo cui la differenza tra gli statisti e i politici sta nel fatto che mentre i primi guardano alle prossime generazioni i secondi sono interessati unicamente alle prossime elezioni.

INFORMAZIONI:
http://ec.europa.eu/justice_home/index_en.htm;
http://www.coe.int;
http://www.asgi.it;
http://www.cir-onlus.org;
http://www.caritasitaliana.it;
http://www.arci.it;
http://www.amnesty.it;
http://www.naga.it

 

RESPINGIMENTI: CHIESTI CHIARIMENTI AL GOVERNO ITALIANO

L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur-Unhcr) e il Consiglio italiano per i rifugiati (Cir) hanno chiesto chiarimenti al governo italiano in merito a presunti maltrattamenti ai danni di migranti intercettati il 1° luglio scorso al largo di Lampedusa e respinti in Libia.
Secondo le ricostruzioni svolte dall’Unhcr sulla base di colloqui con le 82 persone intercettate dalla nave “Orione” della Marina militare italiana, le autorità italiane a bordo della nave non avrebbero «cercato di stabilire la nazionalità delle persone coinvolte né tantomeno le motivazioni che le hanno spinte a fuggire dai propri Paesi». Queste persone sono poi state trasferite in alto mare su una motovedetta libica e, giunte in Libia, smistate in Centri di detenzione dove l’Unhcr ha avuto l’opportunità di svolgere gli incontri. «Fra di loro vi sono 76 cittadini eritrei, di cui 9 donne e almeno 6 bambini. Sulla base delle valutazioni relative alla situazione in Eritrea e da quanto dichiarato dalle stesse persone, appare chiaro che un numero significativo di esse risulta essere bisognoso di protezione internazionale» ha denunciato l’Unhcr.
Sulla base delle testimonianze raccolte, 6 eritrei avrebbero avuto necessità di cure mediche in seguito ai maltrattamenti subiti, mentre i loro effetti personali compresi documenti importanti per i migranti sarebbero stati confiscati dai militari italiani durante le operazioni e non più riconsegnati.
Il Cir, dal canto suo, ricorda che migliaia di rifugiati e migranti sono stati salvati nel Mediterraneo da forze militari italiane negli ultimi anni, e che proprio la nave “Orione” si è distinta per l’impegno in operazioni di salvataggio. «Ora chiediamo che sia fatta immediatamente un’indagine per chiarire gli eventi della notte tra il 30 giugno e il 1° luglio e che i responsabili di eventuali reati siano identificati. Chiediamo anche che il Parlamento sia tempestivamente informato» dichiarano i responsabili del Consiglio italiano per i rifugiati, aggiungendo: «La politica di respingimento di rifugiati e richiedenti asilo verso la Libia deve subito cessare. Non è tollerabile che il Canale di Sicilia diventi una zona franca in cui nessuna legge è rispettata. Attraverso interviste con gli interessati in territorio libico, si è infatti evidenziato che le operazioni di respingimento delle ultime settimane hanno colpito principalmente persone bisognose di protezione internazionale».
E in seguito alle denunce dei due organismi, il vicepresidente della Commissione europea Jacques Barrot ha sottolineato che «l’Italia deve rispettare non solo le norme europee ma anche quelle internazionali, in particolare non ci può essere la possibilità di rimpatrio in quei Paesi dove non ci sono garanzie di protezione consolare».

INFORMAZIONI: http://www.unhcr.it

 

GARANTIRE LA LIBERA CIRCOLAZIONE

«La libertà di vivere e lavorare all’estero è uno dei principi fondamentali dell’Ue, a vantaggio dei cittadini, degli Stati membri e delle nostre economie» ha dichiarato il vicepresidente della Commissione europea, Jacques Barrot, presentando gli orientamenti per una miglior applicazione della direttiva 38/2004.
Circa otto milioni di cittadini europei si sono trasferiti in un altro Stato membro, secondo le rilevazioni di Eurostat. La direttiva 38/2004 riguarda il diritto dei cittadini dell’Unione europea e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, mentre gli orientamenti definiti dalla Commissione chiariscono i diritti dei cittadini comunitari e dei loro familiari e forniscono indicazioni agli Stati membri sui provvedimenti che possono adottare per contrastare la criminalità, gli abusi e i matrimoni fittizi.
Tutti gli Stati membri hanno adottato la normativa nazionale di recepimento della direttiva 2004/38/CE, ma da una Relazione sull’applicazione della direttiva pubblicata nel dicembre 2008 la Commissione ha rilevato che complessivamente il recepimento della direttiva è stato piuttosto insoddisfacente: non un singolo Stato membro ha recepito in modo effettivo e corretto l’intera direttiva e non un singolo articolo della direttiva è stato recepito in modo effettivo e corretto in tutti gli Stati membri. Così, impegnandosi a garantire che i cittadini dell’Ue e i loro familiari beneficino effettivamente del diritto di libera circolazione, l’esecutivo europeo ha annunciato che fornirà più informazioni ai cittadini e che lavorerà in partenariato con gli Stati membri per assicurare la piena applicazione della direttiva.

in Italia «ordinario razzismo»

Le discriminazioni a sfondo xenofobo e razzista sono «un’emergenza» in Italia, perché «non si tratta più di casi isolati ma di fatti sociali che accadono spesso, alimentati anche da un processo di legittimazione culturale e politica, nonché di criminalizzazione degli immigrati, di cui pure le istituzioni e i media sono protagonisti». È quanto denuncia ancora una volta uno studio effettuato in Italia su questa problematica, in questo caso si tratta del Rapporto pubblicato dall’associazione Lunaria e che cerca di ricostruire la deriva razzista verificatasi in Italia negli ultimi due anni. L’analisi prende in considerazione il «diritto speciale» riservato agli immigrati ed è supportata dalla raccolta di 319 casi di razzismo segnalati sulla stampa in poco più di due anni (di cui 187 violenze fisiche), così suddivisi: 119 nel 2007, 124 nel 2008 e 76 nei primi tre mesi e mezzo del 2009.
Si tratta di «cronache di ordinario razzismo», come le definiscono gli autori del Rapporto che intende essere un Libro bianco del razzismo in Italia e che cita sia le norme approvate sia le principali questioni in materia di cui si è discusso a livello politico, istituzionale e mediatico: censimento dei campi rom, reato di clandestinità, obbligo di esibizione del permesso di soggiorno per l’accesso ai pubblici servizi, “classi ponte” per i bambini stranieri, “tassa” sulla cittadinanza e sui permessi di soggiorno, istituzionalizzazione delle ronde, prolungamento del periodo massimo di trattenimento nei Centri di identificazione ed espulsione da 60 a 180 giorni, ordinanze dei sindaci contro lavavetri, venditori abusivi e senza fissa dimora.
Secondo il Rapporto è in corso una generale legittimazione di razzismo e xenofobia, che ha «alimentato e continua ad alimentare quei sentimenti diffusi di intolleranza e di ostilità che costituiscono l’humus per le azioni e gli atteggiamenti razzisti. Inoltre, produce un’immagine stigmatizzante dei cittadini di origine straniera e dei rom, piena di pregiudizi e stereotipi veicolati anche dal discorso pubblico e dai media». Una situazione che «mette a rischio sia l’integrazione sia le politiche di inclusione sociale», osservano gli autori del Rapporto.

l’attenzione internazionale

Il modo di trattare l’immigrazione in Italia ha richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni internazionali. Un Rapporto pubblicato dall’Ilo nel marzo scorso, ad esempio, ha accusato l’Italia di «discriminare gravemente i lavoratori immigrati, le minoranze etniche e soprattutto i rom, favorendo la diffusione di forme di intolleranza, stigmatizzazione, emarginazione, xenofobia e razzismo». Così come il Consiglio d’Europa, che attraverso il suo commissario per i diritti umani, Thomas Hammarberg, ha rilevato come in Italia «si va manifestando una preoccupante tendenza al razzismo e alla xenofobia» e che «talvolta questo sentimento è sostenuto dalle azioni delle collettività locali»; per questo Hammarberg ha espresso «inquietudine» per il fatto che «un tale clima d’intolleranza continui a essere incoraggiato dalle dichiarazioni di certe personalità politiche». Secondo il commissario del Consiglio d’Europa, inoltre, «la criminalizzazione dell’immigrazione irregolare è una misura sproporzionata che va oltre gli interessi legittimi di uno Stato a tenere sotto controllo i propri confini».

razzismo «popolare e istituzionale»

Prevalgono le violenze fisiche (187 casi di cui 15 morti) rispetto alle 132 violenze verbali; i responsabili sono prevalentemente singoli cittadini o gruppi di ignoti (197 casi), gruppi di estrema destra (34), istituzioni (33), forze di polizia (28), esponenti della Lega Nord (16) e tifosi (11); le vittime sono nell’ordine gli immigrati e i profughi in generale (203 episodi, soprattutto rumeni, bangladeshi, marocchini e senegalesi), i rom (83), i musulmani (20) e gli ebrei (13); 40 casi hanno avuto come vittime dei minorenni. Gli autori del Rapporto parlano di un razzismo «popolare e istituzionale, legittimato dalle normative e banalmente veicolato dai media». Mentre l’equazione tra irregolare e criminale non è nuova in Italia, osservano i rappresentanti di Lunaria, «in questi ultimi tempi è ancora più esplicita; i media, poi, consolidano il pregiudizio e lo stigma nei confronti dei cittadini stranieri in Italia anche attraverso il linguaggio e la banalizzazione dei casi di discriminazione», cosa che rappresenta «un elemento nuovo rispetto al passato».

INFORMAZIONI:
http://www.lunaria.org

 

DISCRIMINAZIONI SOPRATTUTTO SUL LAVORO

Secondo i dati del Contact center multilingue gratuito (800.90.10.10) attivo presso l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (Unar) del Dipartimento per le Pari opportunità della presidenza del Consiglio dei ministri, chi denuncia casi di discriminazione subita vive in Italia da oltre 13 anni, ha un’età media di circa 40 anni, è regolare e può contare su una stabilità abitativa, lavorativa e relazionale capaci di garantire una maggiore consapevolezza dei diritti e doveri.
Le denunce pervengono prevalentemente dai principali centri urbani e soprattutto da cittadini di origine africana (39,4%), percentuale alta legata al forte protagonismo dell’immigrazione africana in Italia negli anni passati, ma probabilmente da imputare anche al colore della pelle.
Il  22,1% degli immigrati che si sono rivolti al servizio ha dichiarato di aver subito discriminazioni su base razziale nell’ambito del lavoro, il 16,8% per la casa. In ambito lavorativo la discriminazione riguarda la difficoltà di accesso al mercato del lavoro (32,1%) e, nell’ambiente lavorativo, le condizioni lavorative (23,2%) o l’essere bersaglio di pratiche di mobbing (19,6%): «Il timore di perdere il lavoro conduce spesso gli immigrati a subire passivamente aggressioni e vessazioni di ogni tipo» osserva l’Unar.

INFORMAZIONI: http://www.virtualcommunityunar.it

 

G8: pochi risultati concreti

Adesso che all’Aquila i riflettori si sono spenti sulle passerelle di potenti e impotenti del mondo e che l’esasperazione mediatica ha fatto calare il sipario sullo spettacolo del G8 cui hanno abbondantemente inneggiato telegiornali e commentatori nostrani, è venuto il momento di delineare un primo bilancio e, soprattutto, misurare i risultati concreti in prospettiva.
Ne risulta un quadro di luci ed ombre, dove le seconde sembrano prevalere sulle prime. Sono certamente da iscrivere tra le luci, in particolare per l’Italia, un momento di ritrovata tregua nazionale, come era stato chiesto dal presidente della Repubblica, anche se infranta a Vertice non ancora concluso da chi ne aveva particolarmente beneficiato e il messaggio di concordia mondiale che in un momento di crisi come l’attuale non è da buttare, in particolare da chi ritiene che la dominante di questa crisi sia psicologica.
Più difficile valutare l’effettiva portata delle dichiarazioni adottate, tenuto conto che si trattava di un Vertice privo di una collegiale capacità decisionale e di dispositivi operativi propri: due limiti che inducono a distinguere tra le buone intenzioni manifestate e la loro concreta esecuzione.

economia e finanza

Nel campo dell’economia e della finanza non solo le analisi tra i Grandi sono state divergenti ma soprattutto il “dodecalogo”, tanto celebrato, non contiene ancora, ad un anno dall’esplosione della crisi, misure vincolanti e non sono molti quelli che scommetterebbero che queste matureranno di qui al prossimo Vertice di Pittsburgh a settembre. Tutto lascia pensare oggi che gli interessi nazionali continueranno a prevalere su quelli globali, ma un sentiero di buona volontà è stato tracciato con qualche merito anche dell’Italia e vedremo se un comune “sistema di controllo” sarà effettivamente adottato, come previsto, entro il 2010.

cambiamenti climatici

Aperture interessanti anche sulla lotta al cambiamento climatico, grazie soprattutto al volontarismo di Barak Obama che si è trascinato dietro anche l’Italia, fino a ieri sull’argomento maglia nera nell’Ue insieme alla Polonia. Tuttavia non si possono non rilevare due limiti pesanti a questa apertura: la scadenza dei risultati fissata al 2050 (Keynes direbbe: quando saremo tutti morti e, aggiungiamo noi, quando il pianeta non godrà buona salute) e la non disponibilità, per ora, di Cina e India a sottoscrivere l’accordo. Come dire che mancano le due firme più importanti, senza le quali le altre contano poco. Ci vedremo più chiaro a dicembre quando l’Onu riunirà a Copenaghen una Conferenza sul tema, ma suonano fin d’ora premonitrici le parole del segretario generare dell’Onu per il quale il G8 sull’argomento ha perso un’occasione.

non proliferazione

Di rilievo le dichiarazioni a proposito della non proliferazione nucleare con l’impegno a convocare nella primavera prossima una Conferenza per creare le condizioni per un mondo senza armi nucleari: anche qui bisognerà vedere se l’obiettivo è limitato a chi l’arma nucleare ancora non la possiede o si estende a tutti, come pensava Obama prima di diventare presidente. Sarebbe bello se non avesse cambiato idea e se ne facesse promotore, oltre che in casa propria, con Russia, Cina, India, Pakistan, Israele, magari cominciando dagli alleati Regno Unito e Francia.
Intanto però sul rischio di proliferazione nucleare in Iran il G8 è stato particolarmente discreto, ben lontano dall’invocare sanzioni come incautamente, alla vigilia, aveva minacciato il presidente del Consiglio italiano.

Africa e Wto

Infine, molto si sono enfatizzate le dichiarazioni su due temi importanti: gli aiuti all’Africa e la chiusura dei negoziati commerciali nel quadro dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc-Wto) entro l’anno prossimo. All’Africa, e in particolare alla sua agricoltura, sono stati promessi venti miliardi di dollari. Non è la prima volta che l’Africa beneficia di simili promesse, peccato che fino ad oggi siano rimaste tali e che l’Italia, nel suo piccolo, sia tra gli inadempienti più grandi. Non solo: l’Africa dovrà seguire con attenzione i negoziati sul commercio internazionale perché non le capiti, come da tradizione, di ricevere qualche briciola da una parte e vedersi portare via le sue imponenti risorse dall’altra. Fino ad oggi lo ha fatto il colonialismo occidentale, adesso ci sta provando massicciamente la Cina con grandi preoccupazioni per gli Usa, come testimonia anche il recente viaggio di Obama in Ghana.

Paesi emergenti

Fin qui un sommario bilancio delle principali dichiarazioni adottate e ognuno giudicherà se il bicchiere del G8 è mezzo pieno o mezzo vuoto. Ma c’è un dato sicuramente positivo per il mondo ed è che quel bicchiere si è rotto e non c’è più: è finita l’egemonia degli otto cosiddetti grandi, il tavolo dell’Aquila s’è dovuto allargare a nuovi protagonisti che non cederanno facilmente il loro posto in futuro. Una nuova configurazione di Paesi si candida a governare il mondo o, almeno, ad orientarlo su valori e politiche in discontinuità con il passato. All’Aquila già la voce dell’Unione europea non si è sentita, moltissimo invece quella degli Usa e, con toni crescenti, quella dei Paesi emergenti Brasile, Russia, India, Cina.
(Franco Chittolina)

 

LE RICHIESTE CONTRO LA POVERTÀ

Rispettare gli impegni presi per sconfiggere la povertà, adottare misure efficaci contro i cambiamenti climatici e raggiungere gli Obiettivi di sviluppo del Millennio: queste le principali richieste rivolte dalla Coalizione italiana contro la povertà ai Paesi del G8, e in particolare al governo italiano presidente di turno. Costituita da oltre 70 organizzazioni, associazioni, sindacati e movimenti della società civile italiana e internazionale, la Coalizione Italiana contro la povertà ha l’obiettivo di «dar voce alle richieste e alle necessità dei Paesi del Sud del mondo, affinché queste istanze siano riconosciute e fatte proprie dall’Unione europea, dalla comunità internazionale e dagli 8 Paesi più ricchi del mondo, venendo inserite nei documenti finali redatti dal G8».
In particolare, in vista del Vertice svoltosi a L’Aquila nei giorni 8-10 luglio scorsi sotto la presidenza italiana, la Coalizione ha chiesto ai G8 di:
- Garantire a tutti l’accesso gratuito alle cure mediche base anche per sconfiggere Hiv, tubercolosi e malaria.
- Ripensare le priorità e le strategie di sviluppo, ripartendo da un modello che possa: restituire dignità al lavoro; garantire l’accesso ai beni pubblici globali; assicurare il godimento dei diritti umani grazie a governance democratiche, rappresentative e trasparenti; puntare a un modello di sviluppo a bassa intensità energetica, che valorizzi le risorse e i cicli naturali; aumentare il controllo delle comunità locali sui propri territori e sulle risorse necessarie per la sussistenza; allargare la partecipazione a tutti i soggetti coinvolti, in particolar modo alle donne, che costituiscono l’elemento essenziale di qualsiasi dinamica di sviluppo.
- Aumentare l’aiuto pubblico allo sviluppo fino a raggiungere lo 0,7% del Pil.
- Finanziare le politiche di adattamento ai cambiamenti climatici nei Paesi più poveri e la riduzione delle emissioni inquinanti.
- Controllare e contrastare la volatilità dei prezzi dei prodotti di base, eliminare i sussidi all’agricoltura, rinegoziare gli accordi commerciali definendo un sistema aperto, non discriminatorio, a supporto di un modello agro-alimentare sostenibile, rispettoso della biodiversità e dei mercati locali.
- Coinvolgere i Paesi emergenti e quelli più poveri nella definizione di politiche di sviluppo e includere nei tavoli internazionali i Paesi più poveri dell’Africa, finora quasi sempre esclusi dall’attuale sistema economico e finanziario, rivelatosi fallimentare.

INFORMAZIONI: http://www.gcap.it/index.php

 

Ue soddisfatta, critiche le Ong

Nonostante le poche decisioni concrete prese durante il Vertice dei G8 a L’Aquila, il presidente della Commissione europea si è detto soddisfatto al pari dei leader dei Paesi partecipanti, mentre commenti di tutt’altro tenore sono stati espressi dalle principali Ong.
Dopo aver partecipato al Vertice, il riconfermato presidente della Commissione europea José Manuel Barroso ha parlato di «importanti passi avanti» che hanno impresso «nuovo slancio agli sforzi globali per affrontare le più grandi sfide planetarie del nostro tempo». Secondo Barroso, il Vertice de L’Aquila ha mostrato che «siamo collettivamente impegnati a perseguire gli obiettivi della sostenibilità, dello sviluppo e della crescita per quanto riguarda la sicurezza alimentare, la lotta contro i cambiamenti climatici, il commercio e l’economia mondiale».

impegno ambiguo contro la fame

In merito all’“Aquila food security iniziative” annunciata dalla presidenza di turno italiana del G8, che consiste in un impegno per 20 miliardi di dollari in tre anni contro la fame nel mondo, l’organizzazione ActionAid ritiene che si tratti di un’assunzione di responsabilità verso il miliardo di persone che soffre quotidianamente la fame, «ma è ancora largamente insufficiente, soprattutto quando esso viene messo in atto una tantum e non con cadenza annuale. Sono necessari 23 miliardi di dollari annui da parte dell’insieme dei Paesi del G8 per affrontare in maniera seria e duratura il problema della fame nel mondo». Oltre a esprimere seri dubbi su dove l’Italia prenderà i soldi per garantire la sua parte di impegno contro la fame, dal momento che con la riduzione dei fondi della cooperazione nell’ultima legge Finanziaria a circa 300 milioni di euro all’anno «si rischia la cannibalizzazione delle iniziative per la lotta alla povertà: per finanziarne una, si lasciano indietro le altre», ActionAid mette in dubbio il rispetto degli impegni già presi dai G8: «Rispetto al monitoraggio dell’attuazione degli impegni presi in materia di sicurezza alimentare, i G8 dichiarano di aver investito, tra il 2008 e il 2009, 13,45 miliardi di dollari nella risposta alla crisi alimentare. Cifra che in realtà deve essere decurtata di parte degli investimenti dell’Ue in materia di sicurezza alimentare, nonché dei prestiti su base concessionale. Non è chiaro quanti di questi fondi siano effettivamente risorse “fresche”».

il «circo» dei G8

Secondo l’organizzazione Amref, il G8 de L’Aquila si è chiuso con un nulla di fatto per un settore invece prioritario qual è quello della salute nei Paesi africani: «Per l’ennesima volta i documenti degli Otto non si spingono oltre le dichiarazioni di principio e mancano di passare dalle parole ai fatti. Il G8 del 2009 ha perso un’altra occasione importante per agire sulla base del consenso sviluppato a Kampala, e per tradurre finalmente le dichiarazioni in investimenti concreti e azioni reali».
L’Associazione delle Ong italiane esprime invece «molte perplessità» sulla capacità del governo italiano di onorare gli impegni presi e celebrati al Summit dei G8, considerati anche i tagli alla cooperazione già attuati: «Temiamo che chiuso il Vertice de L’Aquila, della lotta alla povertà restino solo gli echi delle promesse nel silenzio delle macerie».
Molto critiche anche le organizzazioni Oxfam International e Ucodep, che in una dichiarazione congiunta hanno osservato come, «se si esclude il nuovo impegno contro la fame, i cui dettagli rimangono ancora incerti, il Vertice non ha fatto nulla per l’Africa, mentre il clima peggiora e il mondo brucia ancora». Secondo Oxfam e Ucodep, mentre «nella Roma antica, il popolo riceveva panem et circenses, questo G8 è stato per lo più un circo».

INFORMAZIONI:
http://ec.europa.eu/italia/index_it.htm;
http://www.actionaid.org;
http://www.amref.it;
http://www.ongitaliane.it;
http://www.oxfam.org

cresce ancora la disoccupazione

Il tasso di disoccupazione nell’area dell’euro è salito al 9,5% nel maggio scorso, cioè oltre due punti percentuali in più rispetto a un anno primo quando era al 7,4%; nell’intera Ue, invece, il tasso a maggio è stato dell’8,9% mentre un anno primo era del 6,8%.
Rispetto ad aprile, si è registrato un incremento dello 0,2% sia nell’Ue che nella zona euro, per la quale il tasso di maggio 2009 è il più elevato degli ultimi dieci anni. Complessivamente, osserva Eurostat, si stimano 21,46 milioni di persone disoccupate nell’Ue, di cui circa 15 milioni nei Paesi dell’euro. In valori assoluti l’incremento nel numero di disoccupati è stato di 385.000 nell’Ue di cui 273.000 nella zona euro tra i mesi di aprile e maggio scorsi, mentre rispetto a un anno fa l’aumento è piuttosto significativo: +5,11 milioni nell’Ue di cui 3,4 milioni nella zona euro.
Tra gli Stati membri, i livelli di disoccupazione più bassi riguardano i Paesi Bassi (3,2%) e l’Austria (4,3%), i più elevati sono invece registrati in Spagna (18,7%), Lettonia (16,3%) ed Estonia (15,6%). Per l’Italia il dato più aggiornato a disposizione di Eurostat riguarda il marzo 2009 con il 7,4%. Nell’ultimo anno, gli incrementi maggiori della disoccupazione hanno interessato i Paesi baltici: Estonia (dal 3,9% al 15,6%), Lettonia (dal 6,1% al 16,3%) e Lituania (dal 4,7% al 14,3%).
Tra i mesi di maggio 2008 e 2009, il tasso di disoccupazione maschile è passato dal 6,7% al 9,3% nella zona euro e dal 6,4% all’8,9% nell’Ue; il tasso di disoccupazione femminile è aumentato dall’8,2% al 9,7% tra i Paesi dell’euro e dal 7,4% all’8,9% nell’intera Ue. Tra i giovani (under 25), invece, il già elevato tasso del 15% che si registrava nel maggio 2008 sia nell’Ue che nella zona euro è passato nel maggio 2009 al 19,6% nei Paesi dell’euro e al 19,5% nell’Ue, con la Spagna (36,9%) e la Lettonia (28,2%) che fanno registrare i più alti livelli di disoccupazione giovanile (in Italia era al 25% circa, ma a marzo) e i Paesi Bassi con il tasso minimo (6,6%).
Per quanto riguarda l’Italia, i dati più recenti sono stati forniti dall’Istat il 19 giugno scorso e riguardano il primo trimestre 2009. Rispetto alla fine del 2008 l’occupazione ha registrato una flessione pari allo 0,3%. Il tasso di occupazione della popolazione tra 15 e 64 anni è sceso di nove decimi di punto rispetto al primo trimestre 2008, portandosi al 57,4%. Il numero delle persone in cerca di occupazione ha registrato il quinto aumento tendenziale consecutivo, portandosi a 1.982.000 unità (+221.000 unità, pari al +12,5% rispetto al primo trimestre 2008). Il tasso di disoccupazione, quindi, è passato dal 7,1% del primo trimestre 2008 al 7,9% del primo trimestre 2009. Rispetto al quarto trimestre 2008, il tasso di disoccupazione è aumentato di 3 decimi di punto.

INFORMAZIONI:
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Tabella 1

Tabella 2

povertà: quasi 80 milioni a rischio nell’Ue

Secondo uno studio pubblicato recentemente da Eurostat e riferito a dati relativi al 2007, mediamente il 16% della popolazione dell’Ue è a rischio di povertà sulla base del concetto di povertà relativa adottato nell’Unione europea. Ciò significa che nel 2007 circa 79 milioni di persone vivevano al di sotto della soglia di povertà, una condizione che compromette la capacità di partecipare pienamente alla vita sociale e che la crisi economico-finanziaria dell’ultimo anno potrebbe aver peggiorato sensibilmente. La situazione è naturalmente differenziata tra gli Stati membri dell’Ue: da un lato i Paesi con il rischio di povertà più elevato sono Lettonia, Lituania, Estonia, Grecia, Spagna, Italia, Regno Unito e Romania, tutti con tassi di rischio compresi tra il 19% e il 21%; dall’altro lato, il rischio di povertà è tra il 10% e l’11% in Repubblica Ceca, nei Paesi Bassi, in Islanda, Svezia e Slovacchia.
Considerando i gruppi di età, tra la popolazione ultrasessantacinquenne il rischio di povertà supera il 50% a Cipro, ed è uguale o maggiore del 30% in Lettonia, Estonia e Regno Unito; tra i minori è particolarmente elevato in Italia, Romania, Spagna e Polonia (24-25%).
Eurostat osserva come i sistemi di protezione sociale riducano mediamente del 36% la povertà nell’Ue, mentre la maggior parte dei nuovi Stati membri (Romania, Lettonia, Polonia, Ungheria, Cipro, Lituania e Slovacchia) presentano le percentuali più elevate di popolazione materialmente svantaggiata. In generale, secondo lo studio, circa 32 milioni di persone possono essere considerate ad alto rischio perché contemporaneamente a rischio di povertà e materialmente svantaggiate, quindi con elevate probabilità di trovarsi in condizioni di povertà ed esclusione sociale. 
Avere un lavoro è una via effettiva per ridurre il rischio di povertà e di esclusione sociale, come riconosciuto anche dal Consiglio europeo che ha sottolineato l’importanza di promuovere la partecipazione al mercato del lavoro per prevenire e alleviare povertà ed esclusione. Tuttavia la situazione di molti Stati membri evidenzia come l’avere un posto di lavoro non sia sempre sufficiente per sfuggire da condizioni di povertà. Bassi salari, scarsa formazione, occupazione precaria e spesso lavoro part-time imposto possono infatti creare rischi di povertà o condizioni di povertà vera e propria per molte persone che lavorano. Anche il tipo di famiglia in cui il lavoratore vive può influire, così come lo status economico degli altri membri del nucleo familiare. In famiglie con bambini, ad esempio, il modello monoreddito non è sufficiente per evitare a lungo il rischio di povertà.
Nel 2007 solo l’8% circa della popolazione lavorativa nell’Ue a 27 aveva un reddito al di sotto della soglia nazionale di povertà, rispetto al 42% della popolazione disoccupata. Comunque, anche se le persone occupate sono meno esposte a povertà ed esclusione sociale rispetto ad altri gruppi sociali, esse rappresentano un’ampia percentuale di coloro che vivono a rischio di povertà poiché gran parte della popolazione adulta lavora (circa il 65% la media dell’Ue).

INFORMAZIONI:
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segnali di miglioramento per l’economia europea

L’economia della zona euro continua a essere in recessione, tuttavia gli indicatori di fiducia economica e i mercati finanziari hanno iniziato a dare segnali di miglioramento, secondo quanto riferito dalla Commissione europea nel suo Rapporto trimestrale sull’area dell’euro.
Le misure di supporto al sistema bancario adottate dagli Stati membri dall’autunno 2008 hanno avuto un impatto positivo sull’accesso ai capitali, anche se la situazione continua a rimanere fragile, sottolinea la Commissione. Si prevedono infatti altri trimestri di crescita economica negativa e un aumento ulteriore del tasso di disoccupazione, ma nella seconda metà del 2009 l’economia della zona euro non peggiorerà ulteriormente. Per questo, secondo l’esecutivo europeo è di estrema importanza che i governi degli Stati membri preparino «strategie di uscita» da adottare appena si creeranno le condizioni, ad esempio attraverso misure fiscali di stimolo all’economia senza escludere ulteriori pacchetti di aiuti.
Positive poi le previsioni inflazionistiche, pur vincolate ai rischi potenziali derivanti dall’oscillazione dei prezzi del petrolio e delle materie prime, mentre per il terzo mese consecutivo si è registrato un miglioramento dell’indice di fiducia economica delle imprese e dei consumatori, anche se rimane ai livelli più bassi dal 1992: a giugno è stato del 73,3 nella zona euro (71,1 nell’Ue a 27), con un aumento di 3,2 punti rispetto al mese precedente.

Bce: preparare il risanamento economico

Anche la Banca centrale europea (Bce), nel suo bollettino mensile di luglio, ha rilevato che l’economia dei Paesi della zona euro sarà caratterizzata da una «persistente debolezza» fino alla fine del 2009, ma poi, dopo una «fase di stabilizzazione», dovrebbe giungere una ripresa.
I governi dell’area dell’euro dovrebbero «predisporre» e rendere note «strategie di uscita dalle misure di stimolo e strategie di risanamento dei conti che siano ambiziose e realistiche» nel quadro del Patto di stabilità e crescita, sostiene la Bce. Con la ripresa prevista per il 2010 andrà avviato un «processo di aggiustamento strutturale», specialmente nei Paesi dove le misure adottate per sostenere il sistema finanziario hanno avuto un maggior impatto sui conti pubblici (soprattutto Irlanda, Paesi Bassi, Belgio e Slovenia), mentre nel 2011 dovranno essere «intensificati gli sforzi di risanamento».
Il taglio dei tassi di oltre tre punti in sette mesi «dovrebbe seguitare a sostenere l’attività economica nel prossimo periodo» osserva la Bce, secondo cui la politica monetaria espansiva dovrebbe «trasmettersi progressivamente» sull’economia reale, mentre per il futuro le aspettative di inflazione nel medio-lungo termine «restano saldamente ancorate» all’obiettivo di mantenere l’inflazione su «livelli inferiori ma prossimi al 2%».

microcredito contro la crisi

Intanto, la Commissione europea ha proposto l’istituzione di un nuovo strumento finanziario per fornire microcrediti alle piccole imprese e alle persone che hanno perso il lavoro e intendono avviare una piccola impresa. Un bilancio iniziale di 100 milioni di euro dovrebbe, secondo le intenzioni dell’esecutivo europeo, mobilitare finanziamenti per un importo di 500 milioni di euro in cooperazione con istituzioni finanziarie internazionali quali il gruppo Banca europei per gli investimenti (Bei). Ciò potrebbe tradursi in circa 45.000 prestiti in un periodo massimo di otto anni. Inoltre, la possibilità di applicare a questi finanziamenti tassi d’interesse agevolati grazie all’intervento del Fondo sociale europeo dovrebbe facilitare l’accesso ai finanziamenti. Nell’Ue per microcredito si intendono prestiti di valore inferiore a 25.000 euro. Lo strumento intende aiutare le microimprese che danno lavoro a meno di 10 persone (91% di tutte le imprese europee) e le persone disoccupate o inattive che intendono diventare lavoratori autonomi ma non hanno accesso ai tradizionali servizi bancari. Il 99% delle nuove imprese create in Europa sono microimprese o piccole imprese e un terzo di esse è creato da disoccupati.
«Quest’anno la crisi economica comporterà la perdita di 3,5 milioni di posti di lavoro nell’Ue. La crisi finanziaria ha prosciugato il credito per coloro che desiderano avviare o sviluppare la propria impresa. Nell’attuale recessione vogliamo offrire l’opportunità di un nuovo inizio ai disoccupati agevolando l’accesso al credito affinché possano creare o sviluppare nuove imprese. E desideriamo anche aiutare le piccole imprese a svilupparsi ulteriormente a dispetto della crisi. Ciò contribuirà a creare nuovi posti di lavoro» ha spiegato il commissario europeo responsabile per l’Occupazione e gli Affari sociali, Vladimír Špidla.
La proposta della Commissione sarà ora discussa nell’ambito della procedura di codecisione dagli Stati membri e dai ministri riuniti in sede di Consiglio (con votazione a maggioranza qualificata) e dal Parlamento europeo. La Commissione auspica che il nuovo “strumento di microfinanziamento Progress” sia operativo nel 2010.

forti differenze tra Stati membri

Tabella 4Se la crisi economico-finanziaria ha colpito tutti i Paesi dell’Ue, è indubbio che esistono comunque forti differenze preesistenti alla recessione. Un recente studio pubblicato da Eurostat ha rilevato come il Prodotto interno lordo (Pil) pro capite del Paese più ricco, il Lussemburgo, è oltre sei volte maggiore a quello registrato nel Paese più povero, la Bulgaria.
Secondo le stime riferite all’anno 2008 e basate sul Pil pro capite espresso in standard del potere d’acquisto (Purchasing power standards - Pps), considerando 100 la media dell’Ue a 27 si va infatti da un minimo del 40% in Bulgaria a un massimo del 253% in Lussemburgo. In Francia, Spagna, Italia (che con il 100% è in piena media europea), Grecia e Cipro il Pil pro capite registra uno scarto massimo del 10% superiore alla media; in Austria, Svezia, Danimarca, Regno Unito, Finlandia, Germania e Belgio lo scarto superiore alla media è compreso tra il 10% e il 30%, mentre le distanze maggiori dalla media riguardano il Lussemburgo appunto (+ 153%), l’Irlanda (+ 40%) e i Paesi Bassi (+ 35%). Slovenia, Repubblica Ceca, Malta, Portogallo e Slovacchia sono tra il 10% e il 30% al di sotto della media; Estonia, Ungheria, Lituania, Polonia e Lettonia registrano differenze inferiori alla media dell’Ue comprese tra il 30% e il 50%, mentre Romania e Bulgaria chiudono la graduatoria con un Pil pro capite tra il 50% e il 60% al di sotto della media.
Tra i Paesi europei non comunitari, gli scarti al di sotto della media Ue sono particolarmente elevati in Albania (- 75%), Bosnia Erzegovina (- 70%), Macedonia (- 68%) e Serbia (- 63%), mentre sul lato opposto presentano un Pil pro capite superiore alla media dell’Ue la Norvegia (+ 90%), la Svizzera (+ 41%) e l’Islanda (+ 19%).

INFORMAZIONI:
http://ec.europa.eu/economy_finance;
http://ec.europa.eu/social;
http://www.ecb.int;
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PARTENARIATO PUBBLICO-PRIVATO PER IL RILANCIO ECONOMICO

Una somma complessiva di 3,2 miliardi di euro è stata stanziata per partenariati pubblico-privato volti a sviluppare nuove tecnologie nei settori dell’industria manifatturiera, della costruzione e dell’automobile, secondo quanto annunciato dalla Commissione europea. Si tratta di una collaborazione tra l’esecutivo europeo e le imprese per promuovere la competitività europea a livello mondiale, ridurre l’eccessivo consumo di energia degli edifici europei (che producono un terzo delle emissioni di Co2 dell’Ue) e sviluppare nuove forme sostenibili di trasporto su strada. Secondo la Commissione, infatti, la ricerca nelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione può svolgere un ruolo particolarmente utile ai fini dello sviluppo degli strumenti che contribuiranno a rilanciare l’economia dell’Europa e a renderla più ecologica.
Oltre 800 rappresentanti delle imprese e della ricerca in Europa si sono riuniti per annunciare la prima tornata di inviti a presentare proposte che dovrebbero partire entro la metà del 2010. Si tratta di 268 milioni di euro di finanziamenti alla ricerca che serviranno ad esempio a sviluppare:
- tecnologie, materiali e processi di fabbricazione innovativi per produrre di più consumando meno materiali, meno energia e producendo meno rifiuti;
- edifici più efficienti sotto il profilo energetico: si tratta sia delle nuove costruzioni sia degli edifici già esistenti, che dovrebbero essere resi ecologici, nonché di materiali e tecniche di costruzione nuovi;
- auto più verdi e sistemi di trasporto più intelligenti, compresa l’elettrificazione del trasporto su strada e urbano, e la ricerca in tecnologie ibride.
Nel periodo 2010-2013 saranno allocati complessivamente 3,2 miliardi di euro per la ricerca tramite tre partenariati pubblico-privato, metà dei quali provengono dalle imprese e metà dalla Commissione europea tramite il Settimo programma quadro per la R&S. I tre partenariati previsti fanno parte del piano europeo di ripresa economica della Commissione, approvato dal Consiglio europeo nel dicembre del 2008, inteso a promuovere la convergenza dell’interesse pubblico e dell’impegno delle imprese per la ricerca.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/research

 

l’imposizione fiscale nell’Ue

Uno studio pubblicato da Eurostat nel giugno scorso ha rilevato che l’imposizione fiscale complessiva nel 2007 rappresentava il 39,8% del Pil dell’Ue, con un leggero aumento in rapporto al 39,7% registrato nel 2006. Questa percentuale era del 40,6% nel 2000 ed è scesa al 38,9% nel 2004 per poi ricominciare a salire. Nella zona euro, invece, i carichi fiscali hanno raggiunto il 40,4% del Pil nel 2007, in leggero rialzo rispetto al 40,3% del 2006. Dopo il 2000, la fiscalità nell’area dell’euro ha seguito un’evoluzione simile a quella dell’Ue27, anche se a un livello leggermente superiore.
In rapporto al resto del mondo, la pressione fiscale resta generalmente elevata nell’Ue e supera quella degli Usa e del Giappone di circa 12 punti percentuali. L’imposizione varia in modo significativo da uno Stato membro all’altro: da meno del 30% in Romania, Slovacchia (entrambe al 29,4%) e in Lituania (29,9%), a poco meno del 50% in Danimarca (48,7%) e in Svezia (48,3%). Dal 2000 in poi sono intervenute rilevanti variazioni nel rapporto fiscalità/Pil in diversi Stati membri. Le diminuzioni più importanti sono state registrate in Slovacchia, dove il peso dell’imposizione è diminuito dal 34,1% del 2000 al 29,4% del 2007 e in Finlandia (dal 47,2% al 43,0%). I rialzi più considerevoli sono stati osservati a Cipro (dal 30,0% al 41,6%) e a Malta (dal 28,2% al 34,7%).
Dallo studio di Eurostat emerge che il tasso di imposizione implicita sul lavoro più elevato è in Italia, quello più elevato sul consumo è in Danimarca e quello più elevato sul capitale è a Cipro. L’imposizione sul lavoro è la principale fonte di reddito fiscale per gli Stati membri e rappresenta circa la metà del totale nell’UE a 27. Le imposte sul capitale pesano per il 23% del gettito e le imposte sul consumo per il 28%.
Il tasso medio di imposizione implicita sul lavoro offre la misura del carico fiscale che pesa sui redditi da lavoro ed è rimasto stabile nell’Ue nel 2006 e nel 2007 (34,4%) dopo esser diminuito regolarmente dal 2000 in poi (era il 35,9%). Tra gli Stati, tale percentuale varia dal 20,1% a Malta, 24% a Cipro e 25,7% in Irlanda, fino al 44% in Italia, 43,1% in Svezia e 42,3% in Belgio.
Anche il tasso massimo di imposizione sui redditi delle persone fisiche varia moltissimo, dai livelli più elevati di Danimarca (59%), Svezia (56,4%) e Belgio (53,7%), a quelli più bassi registrati in Bulgaria (10%), nella Repubblica Ceca (15%) e in Romania (16%). Quanto all’imposizione sulle imprese, i tassi più elevati nel 2009 sono a Malta (35%), in Francia (34,4%) e in Belgio (34%), mentre i più bassi in Bulgaria, a Cipro (10,0%) e in Irlanda (12,5%).
Ci sono poi le tasse sull’energia, che comprendono tutte le imposizioni sui prodotti energetici come gli olii  minerali, il gas e l’elettricità, tanto se destinati al trasporto quanto ad applicazioni fisse. Costituiscono il grosso dell’imposizione fiscale ambientale dell’Ue. Nel 2007 raggiungevano l’1,8% del Pil nell’Ue, andando da un minimo dell’1,2% in Grecia e in Irlanda fino al 3% in Bulgaria. Le tasse sui carburanti formano la parte più consistente delle tasse energetiche, cioè più dell’80% dell’insieme delle tasse sull’energia. Se espresse in % di quest’ultime, le tasse sul carburante sono più elevate in Lettonia (100%), in Lituania e Lussemburgo (il 98%); le più basse si registrano in Danimarca (52%), Svezia (56%) e nei Paesi Bassi (68%). In Italia le tasse sull’energia rappresentano il 2,1% del Pil e il 4,8% della fiscalità totale, mentre quelle sui carburanti sono all’1,5% del Pil (leggermene sopra la media di Ue e zona euro, entrambe all’1,4%) ed equivalgono al 75% del totale delle tasse sull’energia.

INFORMAZIONI:
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Tabella 5

le pensioni nei Paesi Ocse

Tabella 6L’Italia aveva la più elevata spesa pensionistica pubblica dei Paesi dell’Ocse nel 2005, con il 14% del Pil. Nel corso della decade 1995-2005, la spesa pensionistica pubblica è aumentata del 23%; solo in Giappone, Corea, Portogallo e Turchia sono stati registrati simili (o maggiori) aumenti. Le pensioni in Italia rappresentano anche la quota maggiore del totale delle spese pubbliche tra i Paesi Ocse, quasi il 30% del bilancio rispetto a una media Ocse del 16%. «Il rischio di un tale sistema è che la spesa pensionistica pubblica spiazzi altre spese auspicabili, sia nella politica sociale (le prestazioni familiari per esempio) sia altrove (la spesa per l’ istruzione, per esempio)». Il costo del pagamento di queste pensioni è evidente in quanto le entrate derivanti dai contributi pensionistici sono in Italia le più alte di tutti i Paesi Ocse, rappresentando il 9,4% del Pil, mentre i contributi rappresentano quasi il 33% delle retribuzioni rispetto ad una media Ocse del 21%. «I cambiamenti legiferati in Italia, che avrebbero dovuto aumentare l’età pensionabile e ridurre le prestazioni previdenziali in modo da rispecchiare l’allungamento della speranza di vita, sono stati rimandati o ritardati».
Sono queste alcune delle osservazioni contenute nell’edizione 2009 del Rapporto sui sistemi pensionistici, pubblicato recentemente dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), secondo cui «la crisi non ha fatto altro che mettere in luce la costante necessità di riforma dei sistemi pensionistici pubblici e privati». Gli stessi meccanismi di adeguamento automatico delle pensioni attuati da molti Paesi per mettere in relazione pensioni, speranza di vita e finanze riservate ai piani di pensionamento, osserva l’Ocse, dovrebbero essere oggetto di una nuova riflessione: «L’applicazione di queste norme durante l’attuale periodo di recessione si tradurrebbe, in molti casi, in un taglio dei sussidi, in alcuni casi ai minimi termini. I governi devono valutare con attenzione se applicare dette norme, sospenderne temporaneamente l’applicazione fino alla ripresa economica o applicarle in modo selettivo, esentandone i pensionati più vulnerabili».
Il Rapporto sottolinea che il periodo 2004-2008 «è stato interessato da un’evoluzione piuttosto che da una rivoluzione». In alcuni Paesi, quali Austria, Irlanda, Norvegia e Stati Uniti, il processo di riforma attraversa una fase di stallo; in altri tale processo ha subito un rallentamento, mentre in altri ancora si è addirittura involuto: «Le modifiche legislative ai sistemi pensionistici italiani sono state, per esempio, posticipate». Secondo l’Ocse, la crisi potrebbe tradursi in cambiamenti «che non vanno nella direzione di una strategia coerente sul lungo termine, necessaria in materia di politiche previdenziali sostenibili».
La spesa previdenziale pubblica tra il 1990 e il 2005 è aumentata del 17%, più rapidamente del reddito nazionale, passando dal 6,2% al 7,2% del Pil. L’indicatore della spesa previdenziale include altresì informazioni relative alle pensioni private obbligatorie e ai benefit affini, quali assegni familiari e sussidi. La copertura delle pensioni private risulta virtualmente azzerata in circa un terzo dei Paesi dell’Ocse, tuttavia in sette Stati il 45% o più dei lavoratori è membro di fondi pensione privati su base volontaria e in altri 11 le pensioni private rappresentano un requisito legale obbligatorio. Prima della crisi, i fondi pensione equivalevano circa al 75% del reddito nazionale dell’area Ocse.

INFORMAZIONI:
http://www.oecd.org/rights

 

 

FLASH

Trattato e crisi al centro del Consiglio europeo

Garanzie giuridiche all’Irlanda per un nuovo referendum sul Trattato di Lisbona, designazione del presidente della Commissione europea, politica estera, immigrazione, clima e crisi nei suoi aspetti economico-finanziari e sociali sono stati i punti discussi durante il Consiglio europeo svoltosi a Bruxelles nei giorni 18-19 giugno scorsi.
Sulla situazione dell’Irlanda, la cui approvazione del Trattato di Lisbona è necessaria per l’entrata in vigore, il Consiglio europeo ha convenuto che le preoccupazioni irlandesi sulla politica fiscale, il diritto alla vita, l’istruzione e la famiglia, nonché la politica tradizionale di neutralità militare dell’Irlanda «saranno affrontate con reciproca soddisfazione dell’Irlanda e degli altri Stati membri nel rispetto delle necessarie garanzie giuridiche», così come «sarà ribadita la grande importanza attribuita ad una serie di questioni sociali, diritti dei lavoratori compresi». Al proposito è stato adottato un protocollo specifico, allegato alle conclusioni del Vertice, che entrerà in vigore col nuovo Trattato. I capi di Stato e di governo hanno poi trovato un accordo all’unanimità per designare José Manuel Barroso a un nuovo mandato alla presidenza della Commissione europea per il periodo 2009-2014.
Per quanto riguarda le modalità per affrontare «la recessione più profonda e più estesa del dopoguerra», il Consiglio ritiene «essenziale che l’Ue continui a sviluppare ed attuare le misure necessarie» basandosi sui risultati conseguiti negli ultimi mesi, con un sostegno finanziario complessivo di circa il 5% del Pil nel 2009/2010. Il Consiglio europeo ha ribadito il suo impegno a favore di finanze pubbliche sane e del Patto di stabilità e crescita: «L’evoluzione futura resta incerta; (…) il Consiglio ribadisce la determinazione a fare il necessario per ripristinare posti di lavoro e crescita. È importante che il risanamento vada di pari passo con la ripresa economica». La lotta alla disoccupazione «resta una priorità fondamentale» hanno dichiarato i leader politici europei, secondo i quali l’Ue ha un ruolo importante per assicurare che le misure adottate siano «coordinate, sinergiche e conformi alle norme del mercato unico», senza dimenticare la necessità di «salvaguardare e rafforzare ulteriormente la protezione sociale, la coesione sociale e i diritti dei lavoratori». In materia di immigrazione illegale, il Consiglio europeo ritiene «essenziale una risposta europea determinata, ispirata ai principi di fermezza, solidarietà e responsabilità condivisa», in linea con il Patto europeo sull’immigrazione e l’asilo e con l’approccio globale in materia di migrazione, «di cui occorre accelerare l’attuazione, specie per quanto riguarda la cooperazione con i Paesi di origine e di transito». Un appello è poi stato rivolto a livello mondiale affinché sia raggiunto un accordo globale e ambizioso alla Conferenza di Copenaghen sui cambiamenti climatici, perché «è giunto il momento che la comunità internazionale attui gli impegni necessari per contenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2ºC».
INFORMAZIONI: http://www.consilium.europa.eu

dubbi tedeschi sul Trattato

La Corte Costituzionale della Germania ha osservato che il Trattato di Lisbona è in linea di massima compatibile con la Costituzione tedesca, tuttavia in alcuni articoli potrebbe ledere la sovranità e le competenze del Parlamento federale, il Bundestag. Per questo, secondo la Consulta federale, il Parlamento tedesco dovrebbe adottare una legge nazionale che difenda i suoi poteri e garantisca che la sua competenza non venga erosa in futuro dalle autorità europee. Solo in questo modo il nuovo Trattato dell’Ue sarà compatibile con la Costituzione tedesca e quindi potrà essere adottato dalla Germania, che per ora posticipa dunque l’atto finale della ratifica che prevede la firma del capo dello Stato dopo che il Parlamento federale aveva ratificato a larga maggioranza. La coalizione di governo avrà ora meno di tre mesi di tempo per varare una legge che sblocchi il processo di ratifica: il 27 settembre si svolgeranno infatti in Germania le elezioni federali. Resta il fatto che questo intoppo alla ratifica del Trattato di Lisbona da parte dell’europeista Germania può alimentare gli impulsi “euroscettici” di Paesi come la Repubblica Ceca, il cui presidente Vaclav Klaus contrario all’integrazione europea non ha ancora firmato il Trattato, o dell’Irlanda dove deve svolgersi un nuovo referendum per la ratifica del Trattato dopo il fallimento di quello di un anno fa.

oltre 600 mila detenuti nelle carceri dell’Ue

Tra il 2005 e il 2007 si è registrata una media di 607.000 detenuti nelle carceri dei 27 Stati membri dell’Ue, il che equivale a 123 detenuti per 100.000 abitanti, cioè un tasso estremamente più basso ad esempio rispetto ai 758 detenuti per 100.000 abitanti degli Usa nello stesso periodo. È quanto emerge da un’indagine condotta da Eurostat in collaborazione con le autorità statistiche nazionali e la Direzione generale Libertà, Sicurezza e Giustizia della Commissione europea. Nonostante sia migliorata la comparabilità dei dati relativi ai sistemi del crimine e della giustizia criminale dei Paesi europei, Eurostat segnala come persistano ancora varie difficoltà derivanti dalle differenze tra le fonti utilizzate per i rilevamenti statistici.
Notevoli poi le differenze tra gli Stati membri nel tasso di carcerazione, con i Paesi baltici e la Polonia nettamente ai primi posti: in Estonia si registrano 302 detenuti per 100.000 abitanti, 293 in Lettonia, 232 in Lituania e 228 in Polonia, ma molto al di sopra della media Ue si trovano anche Repubblica Ceca (185), Slovacchia (162), Romania (154) e Lussemburgo (152). Sull’altro fronte, invece, il tassi più bassi riguardano Slovenia (60), Finlandia (68), Danimarca (71), Irlanda (75) e Svezia (77). In valori assoluti, la Polonia è il Paese dell’Ue con il maggior numero di detenuti (90.200 nel 2007), seguita da Regno Unito (oltre 88.000 considerando anche Scozia e Irlanda del Nord), Germania (73.320), Spagna (67.100), Francia (60.400) e Italia (meno di 49.000 nel 2007 secondo Eurostat, ma aumentati a oltre 58.000 secondo i dati più recenti forniti dal ministero della Giustizia).
INFORMAZIONI: http://epp.eurostat.ec.europa.eu

Islanda verso l’adesione all’Ue

Il Parlamento islandese, seppur dopo un lungo dibattito e con una maggioranza risicata, ha autorizzato il governo a iniziare i negoziati per l’adesione all’Ue, che potrebbero avere un cammino breve date le condizioni del piccolo Paese nordeuropeo. L’Islanda, infatti, fa già parte dello Spazio economico europeo (See), condivide i principi base su cui è fondata l’Ue, ha un sistema di governo e una società democratici e tra le istituzioni dell’Ue si sostiene da tempo che la procedura non sarebbe particolarmente lunga e laboriosa. Successivamente, in base alla volontà del governo, il popolo islandese dovrebbe esprimere il suo parere sull’ingresso nell’Ue tramite un referendum.
Il governo socialdemocratico, nominato il maggio scorso, si è già dichiarato favorevole all’ingresso del Paese nella zona euro, mentre l’intenzione di diventare Stato membro dell’Ue è fortemente influenzata dagli effetti negativi della crisi economica internazionale, che nei mesi scorsi ha colpito duramente il settore finanziario islandese tanto da far prospettare una bancarotta di Stato. La decisione del Parlamento islandese è stata accolta favorevolmente dalla Commissione europea, che attraverso il commissario all’Allargamento Olli Rehn ha espresso compiacimento per il fatto che «il programma per l’allargamento dell’Unione possa estendersi anche all’estremità Nord-Ovest dell’Europa». Rehn ha poi sottolineato che spetta ora al governo islandese seguire questa decisione, ponendo la propria candidatura ufficiale per l’ingresso all’attuale presidenza svedese dell’Ue.
INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/enlargement

Jerzy Buzek nuovo presidente dell’Europarlamento

«La mia elezione è un tributo a tutti quei milioni di persone che hanno lottato per la libertà nei Paesi dell’Europa dell’est», queste le prime parole pronunciate dall’ex-premier polacco Jerzy Buzek dopo la sua elezione alla presidenza del Parlamento europeo. Presidente dell’Europarlamento per i prossimi due anni e mezzo, Buzek (Partito popolare europeo) ha ringraziato l’altra candidata alla presidenza, Eva-Britt Svensson (Sinistra unitaria), sottolineando l’importanza di rafforzare le alleanze internazionali, in particolare con i Paesi emergenti.
Premier polacco dal 1997 al 2001, artefice dell’entrata della Polonia nella Nato e in Europa, poi deputato europeo, attivo sui temi dell’industria, della ricerca e dell’energia, Jerzy Buzek (69 anni) è il primo politico proveniente dal blocco dell’Europa centro-orientale a rivestire un incarico presidenziale a livello europeo.
Il neopresidente dell’Europarlamento ha sempre affiancato la militanza politica, soprattutto durante gli anni di Solidarnósc, con l’attività scientifica e accademica, lavorando come ingegnere nel campo energetico e come professore di discipline tecniche nelle più prestigiose università polacche.
INFORMAZIONI: http://www.europarl.europa.eu

finanze pubbliche: Relazione 2009

In tempo di crisi come quello attuale, l’incremento dei debiti pubblici, l’accumulo di passività da parte dei governi per sostenere il settore finanziario, il previsto aumento delle spese connesse all’invecchiamento demografico e il rallentamento della crescita «suscitano preoccupazioni per la sostenibilità delle finanze pubbliche». È quanto scrive la Commissione europea nella sua Relazione annuale sullo stato delle finanze pubbliche negli Stati membri dell’Ue, sottolineando la necessità di «prevedere una strategia per uscire dalla crisi intesa a rafforzare le politiche fiscali, riformare le spese connesse all’invecchiamento demografico ed elaborare le misure di consolidamento per quando l’economia avrà intrapreso definitivamente la via verso la ripresa», così come è necessario «ristabilire la fiducia dei consumatori, delle imprese e del mercato finanziario». La Relazione, che esamina come le politiche di bilancio degli Stati membri affrontano la crisi economico-finanziaria, osserva che la politica di bilancio apporta all’economia nel periodo 2009-2010 un sostegno del 5% del Pil, pari a oltre 600 miliardi di euro, cifra che non include le misure adottate a sostegno delle banche. Nel 2009, il maggiore incentivo di politica di bilancio in termini di percentuale del Pil è stato attuato da Spagna, Austria, Finlandia, Regno Unito, Germania e Svezia. In generale, i Paesi dove si è verificata la maggiore espansione del credito e del mercato immobiliare hanno registrato anche un crescente disavanzo delle partite correnti, le entrate fiscali più elevate e la crescita più rapida delle spese pubbliche, nonché contemporaneamente il calo più significativo delle entrate fiscali e l’aumento maggiore del disavanzo e del debito. La Commissione ritiene che il debito pubblico dell’Ue dovrebbe passare mediamente da quasi il 60% del Pil nel 2007 a quasi l’80% nel 2010.
Per quanto riguarda l’Italia, la Relazione rileva una «prudente risposta di bilancio del governo alla recessione» e una «relativa solidità del sistema bancario», tuttavia «gli squilibri interni dovuti all’elevatissimo debito pubblico possono colpire le vulnerabili finanze pubbliche italiane e possono portare ad un alto costo del capitale per l’intera economia, pesando perciò sulla sua crescita potenziale».
INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/economy_finance

 IRAN: DICHIARAZIONE DEI SINDACATI INTERNAZIONALI

«La Confederazione sindacale internazionale (Csi), il Trade Union Advisory Committee (Tuac) e i leader delle Confederazioni sindacali dei Paesi del G8 esprimono profonda preoccupazione per la situazione in Iran in seguito alle contestate elezioni, nelle quali il presidente Mahmoud Ahmadinejad è stato dichiarato vincitore tra denunce di brogli elettorali da parte dei candidati presidenziali dell’opposizione.
Molte persone sono state uccise e molte di più sono rimaste ferite negli scontri con le forze governative che hanno represso brutalmente le straripanti manifestazioni pacifiche che richiedevano un riconteggio dei voti o l’annullamento delle elezioni. I media hanno subito una repressione ufficiale, mentre inviati, giornalisti, e attivisti politici sono stati arrestati.
Esprimiamo forte condanna nei confronti della violenta risposta delle autorità contro le manifestazioni pacifiche, richiediamo l’immediata interruzione di qualsivoglia repressione e la piena libertà di espressione e di manifestazione. Facciamo appello alle autorità iraniane affinché i responsabili di morti e feriti vengano condotti di fronte alla giustizia. Il popolo iraniano ha pienamente diritto a totale trasparenza e democrazia. Facciamo appello a coloro che detengono il potere affinché garantiscano il pieno rispetto della democrazia e dei diritti umani riconosciuti a livello internazionale. Sosteniamo pienamente la campagna delle organizzazioni sindacali internazionali e la giornata mondiale di mobilitazione promossa il 26 giugno in favore del rilascio dei sindacalisti che negli ultimi anni sono stati arrestati in ragione delle proprie attività a sostegno dei diritti dei lavoratori. Tra coloro che sono stati imprigionati, citiamo i leader del sindacato degli operatori dei trasporti pubblici Mansour Osanloo, malmenato e arrestato dalle forze di sicurezza il 10 luglio 2007, meno di tre settimane dopo aver preso la parola nel corso di una riunione del Consiglio generale della Cis a Bruxelles.
Ancora una volta, come denunciato dall’Ilo, dobbiamo lamentare la triste situazione dei diritti dei lavoratori: le autorità iraniane preferiscono reprimere l’attività sindacale indipendente piuttosto che rispettare le norme globali stabilite dall’Organizzazione internazionale del lavoro.
Richiediamo l’immediato rilascio dei sindacalisti, dei prigionieri politici e di coloro che sono stati arrestati nella mobilitazione di questi giorni.Facciamo appello alle autorità iraniane affinché rispettino appieno i diritti dei lavoratori e i diritti umani fondamentali nel quadro di quello che deve divenire un Iran veramente democratico».

INFORMAZIONI: http://www.ituc-csi.org

 

NATALIA ESTEMIROVA: ENNESIMA VITTIMA DELLA VIOLENZA POLITICA IN RUSSIA

Continua la lunga e inaccettabile serie di omicidi politici in Russia. Il 15 luglio scorso è infatti stata uccisa Natalia Estemirova, giornalista cecena, collaboratrice della Ong russa Memorial, vincitrice di vari premi compreso uno dedicato alla giornalista e amica Anna Politkovskaia, uccisa a Mosca il 7 ottobre 2006, di cui era considerata per certi versi l’erede. Estemirova è stata sequestrata all’uscita di casa a Grozny e poi fatta ritrovare morta nella vicina Repubblica dell’Inguscezia, uccisa con due colpi di pistola.
Secondo alcuni dirigenti dell’Ong Memorial, da 20 anni in prima linea contro abusi e repressioni in Russia, l’uccisione potrebbe essere una vendetta contro le ripetute denunce di sequestri ed esecuzioni arbitrarie da parte delle autorità, come la fucilazione pubblica sommaria di un uomo sospettato di collaborare con i guerriglieri, il 7 luglio scorso: su questa ed altre vicende analoghe Estemirova aveva pubblicato della documentazione che pare abbia irritato gli uomini legati agli apparati di forza vicini al presidente ceceno Ramzan Kadyrov. La situazione in Cecenia, apparentemente pacificata dalla gestione Kadyrov voluta dal premier russo Vladimir Putin, è in realtà tutt’altro che tranquilla come dimostrano gi scontri tra ribelli e poliziotti con decine di vittime e sequestri registrati nelle ultime settimane nel Caucaso del Nord, tra Cecenia, Inguscezia e Daghestan.
«La Cecenia è parte dell’Europa, non potete dimenticarci» aveva ammonito Estemirova ritirando a Londra il premio Politkovskaia dell’Ong Raw in War, nel 2007. Tre anni prima era stato il Parlamento svedese ad assegnarle il premio Diritto per la vita, mentre l’anno successivo il Parlamento europeo le aveva conferito la medaglia Robert Schuman.
«Il brutale assassinio di Natalia Estemirova è un crimine orribile e vigliacco, nonché un attentato contro i principi fondamentali dei diritti umani. È ora necessaria una risposta determinata ed efficace» ha dichiarato il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Thomas Hammarberg. Il Parlamento europeo, appena insediatosi al momento dell’uccisione della donna cecena, ha proclamato un minuto di silenzio e attraverso le parole del presidente Buzek ha ricordato l’impegno di Estemirova «nel campo dei diritti umani, per la promozione della responsabilità democratica e per l’attuazione dello Stato di diritto», invitando le autorità della Federazione russa ad avviare «un’indagine completa» sull’omicidio. Il Parlamento europeo, ha concluso il presidente, «è in prima linea nella promozione della democrazia, dello Stato di diritto e nella difesa dei diritti umani. Spetta quindi a noi sostenere e dimostrare la nostra solidarietà a tutti coloro che lottano per gli stessi valori in ogni angolo del mondo. Questo era quello che faceva Natalia Estemirova». 
L’assassinio di Estemirova segue quelli dell’avvocato per i diritti umani Stanislav Markelov e della giornalista Anastasia Baburova uccisi nel gennaio 2009, entrambi amici stretti e colleghi di Anna Politkovskaya, e di altre decine di difensori dei diritti umani, giornalisti e avvocati uccisi negli ultimi anni in Russia nella più totale impunità. «L’uccisione di Natalia Estemirova è una conseguenza della perdurante impunità permessa dalle autorità russe e cecene. Le violazioni dei diritti umani in Russia e in particolare nel Caucaso del Nord non possono più essere ignorate. Coloro che si battono per i diritti umani hanno bisogno di protezione» ha affermato Irene Khan, segretaria generale di Amnesty International.

INFORMAZIONI: http://www.memo.ru/eng/index.htm; http://www.hrw.org; http://www.amnesty.org