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Euronote 56/2009

importanza dell'europarlamento

VignettaQuando fu creato con le prime Comunità europee all’inizio degli anni Cinquanta, l’attuale Parlamento europeo portava il nome più dimesso di Assemblea e per molti anni non fu molto di più di un rispettabile luogo di scambio di opinioni e di pareri non vincolanti per la definizione delle politiche comunitarie.
La svolta avvenne trent’anni fa, nel 1979, quando per la prima volta i membri del Parlamento europeo – questo finalmente il suo nome – furono eletti a suffragio universale diretto, abbandonando una procedura di designazione indiretta ad opera dei Parlamenti nazionali. Fu quello un passaggio importante: il Parlamento europeo acquistava una più forte legittimità democratica al punto da esserne il massimo detentore rispetto alle altre istituzioni comunitarie, la cui composizione continuava e continua a realizzarsi per il tramite dei governi nazionali.
Ci sarebbe tuttavia voluto del tempo perché a questa svolta istituzionale seguisse un accrescimento dei suoi poteri, tali da configurarlo come un Parlamento con poteri equivalenti a quelli delle analoghe Assemblee nazionali. Sarà solo con il Trattato di Maastricht del 1992, e successivamente con quello di Amsterdam del 1997, che i poteri del Parlamento europeo saranno significativamente rafforzati. Non si registrano grandi progressi in materia – per la verità per quasi tutto – con il Trattato di Nizza del 2000, che in proposito interviene per ridefinire la distribuzione dei seggi nella prospettiva dell’allargamento del 2004 e 2007.
Sensibile invece l’accrescimento dei poteri del Parlamento europeo con il nuovo Trattato di Lisbona, quello in attesa di ratifica dopo il no del referendum irlandese e le resistenze alla firma da parte del presidente ceco: due resistenze che dovrebbero venire meno nel secondo semestre dell’anno e consentire l’entrata in vigore del Trattato all’inizio del 2010.
Si profila così una nuova legislatura 2009-2014, quella avviata con le elezioni di giugno, con importanti novità che riguardano sia la nuova composizione del Parlamento, con una riduzione dei seggi rispetto al passato, ma soprattutto con maggiori responsabilità quali discendono dal suo ruolo di co-legislatore insieme con il Consiglio dei ministri. Per semplificare, l’Unione europea si avvia ad un quadro istituzionale dove l’attività legislativa è condivisa tra i rappresentanti dei governi nazionali, il Consiglio dei ministri appunto e gli eletti direttamente dai popoli europei che siedono nel Parlamento.
Si tratta di una configurazione istituzionale “sui generis” che traduce la spinta e controspinta che è nella natura dell’Unione europea: da un lato la promozione degli interessi europei da parte del Parlamento (affiancato in questa missione dalla Commissione europea e dalla Corte di Giustizia) e, dall’altro, la difesa degli interessi nazionali rappresentata dai governi dei Paesi membri.
Questa configurazione istituzionale europea ha caratteristiche peculiari, non confondibili con quelle nazionali, dove in Parlamento siedono e si affrontano una maggioranza che sostiene il governo e una minoranza che esercita il ruolo di opposizione. Non così nel Parlamento europeo, dove non di rado si realizzano consensi trasversali tra le diverse forze politiche a prescindere dalla vicinanza o meno al governo del proprio Paese, e non è un caso che a Strasburgo i parlamentari siedano nell’emiciclo non per raggruppamenti nazionali ma raccolti nei partiti politici europei cui aderiscono i partiti nazionali.
La traiettoria percorsa in questi primi cinquant’anni e poco più di vita del Parlamento ne fanno oggi un’istituzione decisiva per la vita democratica dell’Unione e sarebbe un grave errore sottovalutarne l’importanza, in particolare in una congiuntura economica e politica quale quella che stiamo vivendo.
La condivisione con il Consiglio dei ministri del potere legislativo attraverso la procedura di codecisione che si applica a tutte le materie di competenza comunitaria, il rilevante potere in materia di bilancio la cui adozione spetta al presidente dell’Europarlamento e il potere di controllo politico sulle attività delle istituzioni europee inducono a prendere sul serio il suo ruolo.
In una stagione come la nostra di precaria salute della vita democratica, sicuramente in Italia ma anche in altri Stati europei, sarebbe particolarmente irresponsabile sottovalutare l’importanza delle istituzioni e delle politiche dell’Ue, tenuto conto di quanto ampia sarà la ricaduta delle normative europee nelle legislazioni nazionali.
La quasi totale assenza dei temi europei dalla recente campagna elettorale, candidature “esca” o poco rappresentative, la scarsa abnegazione di troppi europarlamentari italiani nelle recenti legislature e il crescente astensionismo, alle elezioni europee e non solo, rappresentano però effetti perversi dell’ondata di anti-politica che si è riversata sull’Italia e che ha travolto molti focolai di partecipazione che ancora resistevano.
Sono, questi, fattori di rischio per la democrazia europea e per quella italiana in particolare, quotidianamente violentata da un potere accentratore che, con la legalità nazionale e internazionale, calpesta anche il ruolo del Parlamento, ridotto a servo sottomesso ad un potere esecutivo ormai senza ritegno nell’uso del voto di fiducia.
Fortunatamente queste violenze alla legalità non sono così facilmente praticabili al Parlamento europeo, che resta ancora – malgrado le sue debolezze legislative – un presidio prezioso di democrazia transnazionale. (Franco Chittolina)

“ISTRUZIONI PER L’USO” DELL’UE

L’Unione europea è come una tartaruga, resistente e fragile ad un tempo: dalla sua ha la prospettiva della lunga durata; contro, il rischio della vulnerabilità. Oggi è una creatura giovane con poco più di mezzo secolo di vita: per qualcuno è già una conquista, per altri una speranza minacciata. Per domani, resta ancora un sogno da realizzare, prima che questo mondo diventi un incubo per le future generazioni.
Di questo tratta il libro Europa tartaruga. Dalla crisi una nuova Unione europea? (Primalpe editore, Cuneo), scritto da Franco Chittolina che dopo una lunga carriera presso la Commissione europea, come responsabile del Dialogo con la società civile, oggi è impegnato su vari fronti in un lavoro di alfabetizzazione europea.
Il libro tratteggia in brevi capitoli la storia dell’Ue, il suo presente e le sfide che l’attendono negli anni a venire, in un mondo che sta radicalmente cambiando: un messaggio per i cittadini europei perché contribuiscano a fare crescere e portare a compimento questo grande progetto. Quasi delle “istruzioni per l’uso” perché i giovani si riapproprino di questo patrimonio, ritrovandone la memoria e reinventandone il futuro.
Una lettura semplificata di un tema complesso e non sempre trasparente, un contributo alla democrazia partecipativa suscitando curiosità e stimolo all’approfondimento.

BCE: RISTAGNO ECONOMICO PER TUTTO IL 2009

Il ritmo di deterioramento dell’attività economica è diminuito, tuttavia l’economia mondiale, compresa quella della zona euro, è ancora in «forte rallentamento» e si prospetta un «continuo marcato ristagno» della domanda nel 2009, con una «graduale ripresa» solo nel corso del 2010.
È quanto scrive la Banca centrale europea (Bce) nel suo bollettino mensile di maggio, dove si osservano «incerti segnali di stabilizzazione su livelli molto contenuti, dopo un primo trimestre nettamente più negativo delle attese» che ha portato gli esperti a rivedere ulteriormente al ribasso le aspettative di crescita per i Paesi della zona euro: è prevista una contrazione de Pil del 3,4% nel 2009, con una leggera ripresa dello 0,2% nel 2010. Sono invece state corrette al rialzo le aspettative per il tasso di disoccupazione, che dovrebbe raggiungere il 9,3% nel 2009 per poi aumentare ulteriormente al 10,5% nel 2010.
Per quanto concerne l’inflazione, è previsto un tasso dello 0,5% nel 2009 con un aumento all’1,3% nel 2010, mentre le maggiori preoccupazioni della Bce riguardano come sempre le finanze pubbliche, in particolare le «continue revisioni» delle stime e delle previsioni sui saldi di bilancio dei singoli Paesi. Secondo i responsabili della Bce, infatti, «disavanzi più ampi e l’incidenza sui conti pubblici delle misure di sostengo al settore finanziario determineranno un incremento significativo del rapporto debito/Pil», per cui è «indispensabile» che gli Stati membri assumano «un impegno risoluto e credibile a compiere un percorso di risanamento per il ripristino di solide finanze pubbliche nel pieno rispetto del Patto di stabilità e crescita», altrimenti per la maggior parte dei Paesi sarà «un arduo compito» affrontare l’impatto dell’invecchiamento demografico sui bilanci.
In merito alle politiche strutturali, la Bce ritiene «essenziale» l’impegno a «potenziale la capacità di adeguamento e la flessibilità dell’economia dell’area euro in conformità con il principio di un’economia di mercato aperta», cosa che richiede un’accelerazione nell’attuazione delle riforme nel mercato del lavoro, «per agevolare un adeguato processo di formazione dei salari e la mobilità del lavoro a livello settoriale e regionale», e nei mercati dei beni e servizi «per stimolare la concorrenza e una più rapida ristrutturazione».

INFORMAZIONI: http://www-ecb.int

 

asilo a rischio in Italia e nell’Ue

Il 6 maggio scorso, le autorità italiane hanno inaugurato una nuova pratica di lotta all’immigrazione illegale: sulla base di un accordo bilaterale tra i governi italiano e libico, 227 migranti soccorsi in mare al largo di Lampedusa anziché essere portati in salvo in territorio italiano sono stati ricondotti in Libia, cioè da dove erano partiti diretti verso le coste italiane che costituiscono la frontiera sud dell’Ue. Quel respingimento di migranti è stato solo il primo di una serie susseguitasi nelle settimane successive, iniziativa definita dal governo italiano come una «svolta» importante nelle pratiche di lotta all’immigrazione illegale. Si è però aperto un ampio dibattito a livello nazionale, europeo e internazionale sulla legittimità di una pratica che non tutela le garanzie delle persone che potrebbero avere diritto alla protezione internazionale, tanto più perché la Libia non ha mai sottoscritto la Convenzione di Ginevra sui diritti dei rifugiati e quindi in quel Paese sicuramente tali diritti sono violati perché neanche riconosciuti come tali.
Varie le critiche rivolte al governo italiano da Ong italiane ed europee nonché da vari organi di informazione europei e non solo, perché queste pratiche dei respingimenti si sommano alle nuove misure sulla sicurezza volute dalla maggioranza di governo e alla sempre più evidente deriva xenofoba che incalza il Paese (al proposito si veda l’inserto di “euronote” n. 55/2009), in un quadro generale che fa attualmente dell’Italia uno dei Paesi europei a maggior rischio per i diritti degli stranieri. In particolare sulla questione dei respingimenti si è alzata forte la voce dell’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Acnur-Unhcr), che ha ricordato il dovere dello Stato italiano di tutelare i diritti fondamentali e di protezione in quanto Stato membro dell’Ue e delle Convenzioni internazionali in materia. Alcuni esponenti del governo italiano e alcuni organi di informazione hanno però pesantemente attaccato e insultato l’Unhcr, mettendo il Paese in un’imbarazzante posizione a livello internazionale.

Onu: l’Italia non tutela
il diritto d’asilo

Fin dai primi respingimenti praticati dalle autorità italiane, l’Unhcr ha espresso forte preoccupazione perché in questo modo è «messo in pericolo il sistema di asilo in tutta Europa». I responsabili dell’Unhcr per l’area del Mediterraneo hanno osservato come esista «una certa confusione» in ambito europeo su questa materia, ma che con i respingimenti «non si dà possibilità» alle persone che hanno i requisiti di chiedere asilo, «e sui barconi ce ne sono sempre molte» hanno dichiarato. Inoltre, il respingimento automatico di migranti attuato dalle autorità italiane verso la Libia preoccupa anche perché questo Paese non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951, oltre che per le gravi condizioni di detenzione cui sono sottoposti i migranti in Libia secondo quanto denunciano da varie indagini e inchieste.
L’intenzione, espressa già in passato da alcuni esponenti politici europei e ora riproposta dal ministro degli Esteri italiano ed ex vicepresidente della Commissione europea, Franco Frattini, di voler procedere a un eventuale controllo dei requisiti fuori dal proprio territorio è un concetto molto pericoloso, sostiene l’Unhcr, perché potrebbe essere estesa ad altri Paesi e significherebbe che «l’Ue chiude completamente le porte» anche a persone che fuggono da persecuzioni e violenze di ogni tipo. Così, ricordando che il principio del non respingimento (non refoulement) è un principio fondamentale che non conosce limitazione geografica, mentre la politica ora applicata dall’Italia mina l’accesso all’asilo nell’Ue e comporta il rischio di violare tale principio, l’Agenzia dell’Onu ha chiesto ufficialmente alle autorità italiane di «riammettere le persone rinviate dall’Italia e identificate dall’Unhcr quali individui che cercano protezione internazionale», richiesta sulla quale si è detto d’accordo anche il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon che ha espresso «pieno appoggio» all’iniziativa dell’Alto commissariato per i rifugiati. Dal canto suo, l’Unhcr sta cercando di fornire assistenza umanitaria e protezione alle persone rinviate in Libia dall’Italia e dai primi colloqui risulta che alcune di loro chiedono protezione internazionale e potrebbero avere diritto a tale protezione, ad esempio cittadini somali ed eritrei.
Alle affermazioni del presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, secondo cui tra i migranti che giungono illegalmente via mare non ci sarebbero potenziali richiedenti asilo, rispondono i dati ufficiali dell’Unhcr: nel 2008 oltre il 75% dei migranti giunti in Italia via mare (che rappresentano solo il 10% circa dell’intera immigrazione illegale annua) ha fatto richiesta di asilo e al 50% di questi è stata concessa una forma di protezione internazionale; più del 70% delle circa 31.000 domande d’asilo presentate nel 2008 in Italia proveniva da persone sbarcate sulle coste meridionali del Paese; il maggior numero di domande d’asilo in Italia è stato presentato da cittadini provenienti dalla Nigeria, seguiti da persone in fuga dalla Somalia e dall’Eritrea, dall’Afghanistan, dalla Costa d’Avorio e dal Ghana.

anche vittime di tratta
tra i migranti respinti

Inoltre, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim-Iom) ha rilevato che tra i migranti che dalla Libia cercano di raggiungere le coste italiane vi sono vari gruppi “vulnerabili” che hanno bisogno di protezione, comprese donne vittime di tratta e sfruttamento sessuale. Il fenomeno degli arrivi, soprattutto a Lampedusa, di vittime di tratta è in forte aumento secondo l’Oim: nel 2008 ne sono giunte oltre 1500, cioè oltre la metà (52%) del totale delle donne arrivate a Lampedusa.
Si constata quindi l’esistenza recente di una vera e propria rotta di tratta fra la Libia e l’Italia. Quasi tutte le donne arrivate rispondono ad alcuni indicatori standard che segnalano la tratta, sottolineano gli esperti dell’Oim: sono donne giovani, poco più che ventenni, e riferiscono di essere state reclutate in strada o davanti alle scuole, soprattutto nell’area di Benin City, capitale dello Stato nigeriano di Edo, porto sul fiume Benin caratterizzato da una forte situazione di illegalità. Secondo le testimonianze raccolte, in genere viaggiano su camion fino in Libia, dove prima di tentare la traversata nel Mediterraneo, se già non è accaduto durante l’attraversamento del continente africano, sono sfruttate sessualmente. Se molte donne sono consapevoli dell’impiego cui saranno destinate una volta giunte nell’Ue, nessuna immagina il livello di sfruttamento a cui saranno sottoposte, dalla schiavitù fino al sequestro, per questo l’Oim ritiene necessario contrastare il fenomeno attraverso un «coordinamento stretto fra tutti gli attori coinvolti: le procure antimafia (che hanno giurisdizione sul reato di tratta), le procure ordinarie, la Polizia con gli Uffici immigrazione e le squadre mobili, i Carabinieri, la Finanza e le Ong».
L’Agenzia dell’Onu per le migrazioni, ricordando come in Libia non siano riconosciuti gli standard di protezione europei e dunque «i respingimenti verso quel Paese violano norme di diritto internazionale», si dichiara possibilista sulla creazione di centri in Libia che valutino l’esistenza tra i migranti dei requisiti necessari per giungere nell’Ue, evitando così l’ultimo tratto del viaggio in mare in cui la mortalità è elevatissima. Il problema però, sottolinea l’Oim, è di «garantire l’accesso alle Ong, alle organizzazioni internazionali, all’Unhcr, agli enti di tutela dei migranti e richiedenti asilo, facendo in modo che le organizzazioni possano monitorare i centri e promuovere all’interno di essi i diritti dei migranti».
L’Oim sottolinea però la necessità di creare canali di ingresso regolare nell’Ue, «semplici ed efficaci», in caso contrario continueranno i flussi irregolari perché in materia di immigrazione «la repressione non serve».

chiesto un
“tavolo euromediterraneo”

Per cercare di risolvere una situazione complessa e soprattutto pericolosa per i diritti fondamentali dei migranti, l’Unhcr ha chiesto alla Commissione europea di valutare l’opportunità di convocare un incontro tra Italia, Malta, Libia, Unhcr stesso e altri partner rilevanti al fine di definire una strategia congiunta mirata a trovare una soluzione «più soddisfacente» alle migrazioni irregolari nel Mediterraneo.
Con una lettera indirizzata al vicepresidente della Commissione europea, Jaques Barrot, l’Alto commissario António Guterres ha affermato che l’Unhcr si rende conto della pressione esercitata dalla migrazione irregolare in Italia e in altri Stati membri dell’Ue. Tuttavia l’Unhcr ritiene che siano a rischio i principi fondamentali che dovrebbero guidare la risposta a questi movimenti di popolazione. In linea con la Dichiarazione universale dei diritti umani, la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea garantisce il diritto di chiedere asilo in caso di persecuzione e stabilisce che il principio di diritto consuetudinario internazionale del non-respingimento esclude il ritorno a situazioni dove la vita o la libertà dell’individuo siano messe a repentaglio.
La concessione di asilo «resta una responsabilità dei singoli Stati» sottolinea l’Unhcr, la cui attività «non può rappresentare in alcun modo un sostituto di tale responsabilità», scrive alle istituzioni europee l’Agenzia dell’Onu che sta incrementando la sua presenza in Libia per poter dare più sostegno a coloro che hanno necessità di protezione internazionale.

Amnesty contro
il “pacchetto sicurezza”

Negli stessi giorni di metà maggio, un’altra lettera aperta riguardante l’Italia è stata inviata alla  Commissione europea, questa volta da Amnesty International che ha espresso la sua preoccupazione sul fatto che la legislazione italiana in via di definizione in materia di sicurezza possa non essere compatibile con la normativa dell’Ue ed essere causa di discriminazioni.
Il cosiddetto “pacchetto sicurezza”, ha osservato l’Ufficio europeo di Amnesty, potrebbe «non essere compatibile» con gli standard internazionali sui diritti umani e con la legislazione europea, compresa la direttiva 43 del 2000 sul razzismo. Questo disegno di legge, secondo Amnesty, potrebbe infatti minacciare seriamente i diritti di migranti e richiedenti asilo nonché introdurre provvedimenti discriminatori soprattutto nei confronti delle comunità rom e sinti. «L’Ue deve condannare ogni provvedimento discriminatorio che non solo viola la normativa europea ma mette a rischio le persone più vulnerabili della società» ha scritto Amnesty, denunciando che le nuove norme italiane potrebbero limitare l’accesso a cure sanitarie basilari e all’istruzione di popolazioni rom, persone senza fissa dimora e migranti.
«Il principio di non discriminazione, contenuto nelle normative internazionali ed europee, deve essere rispettato» ha sottolineato Amnesty, mentre l’Ue «non può ignorare la creazione di politiche a sfondo razziale in qualche suo Stato membro chiudendo un occhio sul processo legislativo», per questo è chiesto alla Commissione europea di intervenire al più presto.

INFORMAZIONI: http://www.unhcr.ithttp://www.iom.inthttp://www.aieu.be

IL CESE CHIEDE UN SISTEMA COMUNE D’ASILO

In seguito ai respingimenti di migranti verso la Libia decisi dal governo italiano, il 13 maggio scorso il presidente del Comitato economico e sociale europeo (Cese), Mario Sepi, ha chiesto che l’Ue adotti al più presto un regime comune in materia di asilo e canali legali per l’immigrazione, la quale dovrebbe costituire «una risorsa per tutti».
«Come presidente del Cese intendo esprimere pieno dissenso rispetto alla pratica in base alla quale l’Unione europea o i suoi Stati membri concludono accordi di rimpatrio o di controllo delle frontiere con Paesi che non hanno sottoscritto i principali strumenti giuridici internazionali per la difesa dei diritti di asilo» ha dichiarato Sepi, aggiungendo inoltre che il Comitato economico e sociale si oppone a qualunque misura di respingimento o rimpatrio che non sia condotta in condizioni di assoluta sicurezza e dignità. Secondo il Cese, infatti, le persone il cui bisogno di protezione non è stato esaminato da uno Stato membro non dovrebbero essere respinte o espulse a meno che non ci sia una garanzia che i loro bisogni saranno esaminati nel Paese terzo «con un procedimento equo e in linea con le norme internazionali in materia di protezione».
Questa situazione, riemersa drammaticamente nelle ultime settimane anche e soprattutto per le iniziative del governo italiano, così come le migliaia di morti verificatesi nel Mediterraneo negli ultimi anni, «chiama direttamente in causa le istituzioni europee, che devono necessariamente proporre con forza un’azione più efficace ed umana» ha osservato il presidente del Cese, chiedendo a tutte le istituzioni dell’Ue di attuare «al più presto» un regime europeo comune di asilo che permetta di affrontare queste problematiche «nel pieno rispetto dei diritti umani e delle Convenzioni internazionali, ma anche con una maggiore solidarietà tra gli Stati, senza lasciare da soli gli Stati più esposti ai flussi migratori».
Negli ultimi anni, inoltre, il Cese ha più volte richiesto al Consiglio dell’Ue l’apertura di canali legali di immigrazione, «affinché essa possa diventare una risorsa per tutti, per le nostre economie e società, che ne hanno così bisogno, ma anche per gli immigrati stessi, alla legittima ricerca di condizioni di vita più degne e della tutela dei diritti individuali e collettivi, e infine per i Paesi d’origine».

INFORMAZIONI: http://eesc.europa.eu

 

DATI SULLE DOMANDE D’ASILO NELL’UE NEL 2008

Mentre in Italia il governo si è reso protagonista, oltre che per i respingimenti di migranti e potenziali richiedenti asilo e per la richiesta all’Ue di prendersene carico, anche per i deprecabili insulti rivolti da alcuni ministri contro l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Acnur-Unhcr), Eurostat ha reso noti i dati 2008 sulle domande d’asilo presentate nell’Ue.
Lo scorso anno sono state presentate circa 240.000 domande d’asilo nei 27 Paesi dell’Ue, il che equivale a circa 480 domande per milione di abitanti. I Paesi di provenienza dei principali gruppi nazionali di richiedenti asilo sono stati l’Iraq (29.000, con il 12% delle domande complessive), la Russia (21.000 o 9%), la Somalia (14.300 o 6%), la Serbia (13.600, quasi 6%) e l’Afghanistan (12.600 o 5%). È quanto riporta uno studio pubblicato da Eurostat l’8 maggio scorso, secondo cui il maggior numero di domande d’asilo è stato presentato in Francia (41.800), seguita da Regno Unito (30.500, dato che riguarda solo le nuove domande), Germania (26.900), Grecia (24.900), Grecia (19.900), Belgio (15.900) e Paesi Bassi (15.300). Eurostat non riporta il dato italiano perché non completo, ma secondo l’Unhcr le domande presentate nel 2008 sono state circa 31.000, numero che collocherebbe l’Italia al secondo posto (al terzo, in realtà, perché quello del Regno Unito è molto più alto se misurato come negli altri Paesi) se fosse comparabile al dato rilevato dall’Ufficio statistico dell’Ue.
Rapportando il numero di domande alla popolazione di ogni Stato membro, il tasso più elevato di richieste d’asilo ha riguardato Malta (6350 domande per milione di abitanti), seguita da Cipro (4370), Svezia (2710), Grecia (1775), Austria (1530) e Belgio (1495). In vari Stati dell’Ue, gran parte delle domande proviene da un singolo Paese: è quanto avviene ad esempio in Polonia (91% delle domande dalla Russia), Lituania (77% dalla Russia), Ungheria (52% dalla Serbia), Lussemburgo (48% dalla Serbia) e Bulgaria (47% dall’Iraq).
Nel complesso delle domande presentate nei Paesi dell’Ue durante il 2008, il 73% è stato respinto, il 13% accolto con il conseguente riconoscimento dello status di rifugiato, il 10% ha ottenuto protezione sussidiaria e il 5% l’autorizzazione a rimanere per ragioni umanitarie nel Paese dove ha presentato domanda.

INFORMAZIONI: http://epp.eurostat.ec.europa.eu

 

civiltà e diritto

Vi sono messaggi che ci arrivano da tempi lontani ma che continuano a parlare agli uomini di oggi, almeno a quelli che sanno ancora leggere e pensare. È il caso di una favola di Esopo, quella dei due nemici: «Due uomini che si odiavano viaggiavano sulla stessa nave: l’uno a poppa, l’altro a prua. Scoppiò la tempesta e il naufragio era imminente. L’uomo che era a poppa domandò al pilota quale parte della nave sarebbe affondata per prima. “La prua” rispose quello. “Allora” ribattè l’uomo “la morte non mi rattrista per nulla, poiché vedrò il mio nemico morire prima di me”.
Il pensiero va alle vicende di questi giorni sui “respingimenti” dei barconi con il loro doloroso carico umano: storie di vita e di morte che non riguardano soltanto gli immigrati respinti, ma chiamano in causa tutti noi, la concezione che abbiamo della vita nostra e altrui, della civiltà in cui viviamo e del diritto cui diciamo di riferirci.
Sul versante del diritto la questione è complicata ed ha offerto l’occasione per violente controversie dai toni non proprio diplomatici, in particolare da parte del nostro ministro, non si sa se della Difesa o dell’Attacco, nei confronti dell’Onu e delle sue messe in guardia. Molte le voci che si sono levate in un senso o nell’altro nel giudicare l’operato del governo italiano in un clima di contesa elettorale che sta avvelenando non poco gli animi e accentuando le paure di un’opinione pubblica da tempo alimentata da una “retorica xenofoba”, come ha denunciato il presidente della Repubblica, Giorgio Naplitano.
Punto centrale della questione resta quello del diritto d’asilo e l’interpretazione della Convenzione di Ginevra del 1951, liberamente sottoscritta dall’Italia (ma non dalla Libia, dove i migranti vengono respinti). Sullo sfondo anche le normative europee in materia di politica dell’asilo e dell’immigrazione in corso di ratifica e di elaborazione, che chiamano in causa l’Ue e che hanno fatto dire al nostro ministro degli Esteri che l’Europa ha fatto troppo poco per la soluzione di questo problema.
A parte il fatto che proprio lo stesso ministro è stato fino ad un anno fa il responsabile di questa materia, quando sedeva come vicepresidente della Commissione europea, non si può sfuggire all’impressione di un penoso imbarazzo dell’Ue ad intervenire su una vicenda di grande sensibilità non solo politica e giuridica, ma anche etica.
Né si può mettere tutto sul conto della vigilia elettorale europea e la cautela nell’intervenire su vicende interne di un Paese membro: intanto perché non di vicende solo interne all’Italia si tratta e poi perché se l’Ue non parla alla vigilia di un voto determinante per il suo futuro, quando mai parlerà?
Il silenzio assordante dell’Ue in questi giorni viene da lontano, dall’irrisolto problema delle sovranità nazionali sui confini di ciascun Paese membro che in questi anni, con il processo di integrazione europea, sono diventati confini comuni, superati i quali dovrebbe funzionare il principio della libera circolazione, come avviene per gran parte degli immigrati in arrivo nel nostro Paese. È evidente che siamo di fronte ad un problema “europeo”, come è evidente che si continua ad affrontarlo come un problema nazionale salvo invocare l’Europa, quando si ha l’acqua alla gola,  perché intervenga con una soluzione condivisa.
È proprio qui il punto: perché l’appello all’Europa possa funzionare, bisognerebbe essersi impegnati a “fare” l’Europa, trasferendole poteri e responsabilità che oggi non ha o non ha ancora. Si sta sviluppando lentamente un abbozzo di politica comune europea dell’immigrazione e l’Ue ha fissato per il 2010 la scadenza per dotarsi di un “Sistema europeo comune di asilo” oggi non ancora in vigore.
Ma in Europa dovrebbe già “essere in vigore” una civiltà attenta ai valori della vita e dell’accoglienza, fondata su formali e chiare dichiarazioni d’impegno al rispetto dei diritti umani fondamentali che le impediscono di dividere l’umanità in amici e nemici. Anche perché siamo tutti sulla stessa barca ed è magra soddisfazione sapere che finiranno prima sott’acqua quelli che stanno a prua del barcone, dimenticando che subito dopo toccherà a noi.
Sarà bene che non lo dimentichi neanche l’Europa, se vuole continuare a vivere e progredire dentro confini di civiltà e di diritto. (F. C.)

 

nessun accordo sull’orario di lavoro

Per la prima volta i due rami legislativi dell’Ue, il Parlamento e il Consiglio, non sono riusciti a trovato un accordo, neanche attraverso un ultimo tentativo di un comitato di conciliazione, facendo così saltare la trattativa sulla proposta di direttiva riguardante l’orario di lavoro e rimandando tutto al prossimo Parlamento e alla prossima Commissione che saranno costituiti dopo le elezioni europee di giugno.
Il 28 aprile scorso è infatti ufficialmente fallito il negoziato di conciliazione tra Parlamento europeo e Consiglio dell’Ue sulla revisione della direttiva, procedura di negoziazione apertasi automaticamente dopo le due votazioni contrastanti operate da Consiglio e Parlamento europeo su questo tema. Tre le questioni principali sulle quali non è stato trovato un compromesso: le deroghe alle 48 ore massime di lavoro settimanali, la definizione del tempo di guardia e i contratti multipli. Sulle 48 ore, l’Europarlamento avrebbe accettato la possibilità di deroga solo in casi straordinari ed eccezionali, mentre molti Stati membri dell’Ue vogliono continuare ad avere massima libertà e hanno quindi rifiutato ogni tentativo di compromesso; sul tempo di guardia, il Parlamento ha insistito affinché sia considerato tempo di lavoro, contro il parere di vari governi europei; mentre per quanto riguarda i contratti multipli, secondo gli europarlamentari l’orario complessivo di lavoro deve essere calcolato sul lavoratore e non sul singolo contratto.
Ora, con il fallimento della procedura di conciliazione, la discussione è rimandata alla prossima legislatura del Parlamento europeo e alla futura Commissione che dovrà formulare una nuova proposta di revisione. Ciò significa che si dovrà riprendere tutto l’iter negoziale tra le istituzioni europee e, pertanto, il fallimento della procedura di conciliazione non mette certo al riparo da modifiche peggiorative della direttiva.
Quella dell’orario di lavoro è infatti una questione complessa e delicata, che assume un importante significato anche simbolico in un momento di crisi economico-finanziaria che si ripercuote sull’economia reale e sui mercati del lavoro europei.

un lungo processo
Fin dal 1990 la Commissione europea è intervenuta sulla materia per formulare una normativa comunitaria, poi scaturita nelle direttive 104 del 1993 e 88 del 2003. La direttiva del 2003 stabiliva requisiti minimi in materia di organizzazione dell’orario di lavoro, tra l’altro, in relazione ai periodi di riposo quotidiano e settimanale, di pausa, di durata massima settimanale del lavoro e di ferie annuali, nonché relativamente a taluni aspetti del lavoro notturno, del lavoro a turni e del ritmo di lavoro. La stessa direttiva prevedeva una clausola di revisione della normativa, così dal dicembre del 2003 è iniziato un lungo processo ora conclusosi senza alcun risultato utile. Un processo durante il quale, oltre alle profonde divergenze di interessi tra le organizzazioni sindacali e dei datori di lavoro, sono emersi forti contrasti tra le istituzioni europee. Da un lato Commissione e Consiglio favorevoli alla clausola che prevede la possibilità di estendere l’orario di lavoro settimanale da 48 ore fino a 60-65 ore e a non considerare i tempi di guardia come tempi di lavoro, dall’altro il Parlamento fermamente contrario a questa impostazione e schierato in difesa dei diritti dei lavoratori, in particolare rispetto alla salute e sicurezza e alla necessità di conciliare la vita lavorativa con quella privata-familiare. Contrasti che hanno portato a due proposte della Commissione, vari emendamenti dell’Europarlamento e una posizione comune del Consiglio definita solo nel settembre 2008, con non poche difficoltà: avevano infatti votato contro Spagna e Grecia, mentre Belgio, Cipro, Malta, Portogallo e Ungheria si erano astenuti.

bocciatura
dell’Europarlamento
L’ultima proposta della Commissione adottata dal Consiglio, giunta al Parlamento europeo per il voto in seconda lettura, è stata decisamente bocciata prima dalla commissione europarlamentare Occupazione e Affari sociali (5 novembre 2008) e poi dall’intera Aula (17 dicembre 2008), con l’approvazione di una relazione elaborata sulla materia dal deputato Alejandro Cercas (Pse). L’Europarlamento ha infatti riaffermato il limite delle 48 ore lavorative settimanali, concedendo solo un periodo transitorio di tre anni agli Stati membri dell’Ue durante i quali è ancora possibile utilizzare la cosiddetta clausola dell’opt-out che consente di derogare al limite.
Ottenuto e adottato inizialmente dal Regno Unito per consentire la settimana “lunga” ai lavoratori, l’opt-out si è poi via via esteso a ben 15 Stati membri, diventando questione europea a tutti gli effetti: oltre al Regno Unito anche Bulgaria, Cipro, Estonia e Malta vi ricorrono in tutti i settori lavorativi, mentre Repubblica Ceca, Francia, Germania, Ungheria, Lussemburgo, Paesi Bassi, Polonia, Slovacchia, Slovenia e Spagna lo consentono solo nei settori in cui vi è un esteso ricorso ai periodi di guardia.

mobilitazione
sociale e sindacale

Ora però, in un momento di recessione economica, con milioni di disoccupati e cassintegrati, la richiesta dei governi di consentire alle aziende di prolungare il tempo di lavoro dei loro dipendenti fino a 60 e più ore settimanali pareva quanto meno fuori luogo. O meglio, un tentativo di dare il via libera a straordinari detassati e a un ulteriore impoverimento del mercato del lavoro, con ripercussioni dannose per quanto concerne i già precari livelli di sicurezza sui luoghi di lavoro.
Così, lavoratori e organizzazioni sindacali europee si sono mobilitati a difesa dei diritti fondamentali, che vanno da salari dignitosi al diritto di informazione e consultazione, dalla tutela della contrattazione collettiva alla parità di trattamento per i lavoratori interinali fino al rispetto dei limiti di orario di lavoro che garantiscano salute, sicurezza e giusto equilibrio tra tempo di lavoro, vita sociale e familiare.
Commentando il fallimento della trattativa tra le istituzioni europee, il relatore europarlamentare Alejandro Cercas ha dichiarato: «È molto triste, ma un accordo al ribasso sarebbe stato peggio per i lavoratori. Così abbiamo lasciato la situazione aperta per il futuro, speriamo di trovare una soluzione con il nuovo Parlamento e la nuova Commissione». Certo, serviranno nuovi Parlamento e Commissione all’altezza della situazione: un motivo in più che dovrebbe spingere i cittadini europei ad andare a votare e farlo con cognizione di causa affinché si eviti una regressione e sia salvaguardato quel po’ di modello sociale europeo ancora esistente. Che anzi andrebbe rilanciato ed esteso, perché a fronte della legittima questione dell’orario di lavoro per coloro che sono impiegati nelle forme contrattuali “tradizionali”, esistono milioni di lavoratori giovani e meno giovani nell’Ue (e quindi anche nell’Italia reale, checché ne dicano gli autori della “fiction” governativa) che in tutti i settori di impiego si trovano sempre più a lavorare molto, con poche garanzie e tutele, con salari bassi e precari, senza o quasi ammortizzatori sociali e, quel che è peggio, privati di un futuro dignitoso.

 

I SINDACATI EUROPEI APPLAUDONO L’EUROPARLAMENTO

Nonostante il mancato raggiungimento di un accordo tra il Parlamento e il Consiglio sulla revisione della direttiva sull’orario di lavoro, la Confederazione europea dei sindacati (Ces) continuerà a battersi per uno standard minimo adeguato sull’orario di lavoro in Europa.
Il segretario generale della Ces, John Monks, ha affermato che questa non è stata sicuramente una vittoria per l’Europa sociale ed ha deplorato il fatto che non sia stato possibile raggiungere un accordo che avrebbe significato un vero progresso sociale in Europa.
Nella direttiva la rinuncia individuale avrebbe dovuto essere riconosciuta come un’eccezione temporanea che non ha il proprio posto in una legislazione sana e sicura. Inoltre la situazione per milioni di lavoratori europei che lavorano a turni in settori come la sanità, dovrebbe essere salvaguardata in maniera corretta. Ad ogni modo, il segretario è d’accordo con il Parlamento nel sostenere che, sfortunatamente, un accordo era impossibile. Un gruppo di Paesi si è talmente assuefatto alla possibilità di rinuncia individuale, che ora lo considerano un diritto fondamentale da mantenere per sempre. Questo è inaccettabile per la maggioranza dei parlamentari europei e per il movimento sindacale.
Il Parlamento ha giocato un ruolo essenziale, con il sostegno della Ces, nell’impedire l’indebolimento di una parte importante della legislazione sociale europea.
La sfida ora è assicurarsi che la direttiva sull’orario di lavoro possa svolgere il suo ruolo chiave nel fornire degli standard minimi sull’orario di lavoro in Europa. Questo è particolarmente importante in un periodo di crisi economica e in un mondo globalizzato. La Ces, dal canto suo, continuerà a battersi per questo con i suoi membri, sia a livello nazionale che a livello europeo.

INFORMAZIONI: http://www.etuc.org

 

ADOTTATA LA NUOVA DIRETTIVA SUI COMITATI AZIENDALI EUROPEI

In seguito all’accordo raggiunto con il Parlamento europeo, il Consiglio dell’Ue ha adottato la nuova direttiva europea riguardante i Comitati aziendali europei (Cae), completando così un processo di revisione legislativa resosi ormai necessario dopo 15 anni.
La nuova direttiva rafforza i diritti di informazione e consultazione dei lavoratori, aspetto particolarmente importante nell’attuale periodo di crisi caratterizzato da numerosi casi di ristrutturazioni e delocalizzazioni aziendali.
L’iter istituzionale di revisione della direttiva del 1994 è stato avviato nel luglio 2008 con la presentazione di una proposta da parte della Commissione europea, ma tutto il processo è iniziato molto prima ed è sempre accompagnato da una forte pressione dei sindacati europei, affinché si aggiornasse la legislazione europea relativa a questi organi di rappresentanza dei lavoratori alla situazione venutasi a creare negli ultimi anni. Attraverso i Cae, infatti, i lavoratori sono informati e consultati dalle imprese su ogni decisione di rilievo a livello europeo che potrebbe avere effetto sull’occupazione o sulle condizioni di lavoro.
Circa 2300 imprese che occupano un totale di 24 milioni di lavoratori rientrano nelle competenze della legislazione sui Cae; la maggior parte di queste imprese ha la sede principale in Germania, Stati Uniti (per le attività in Europa), Regno Unito e Francia, ma con attività e dipendenti in tutta Europa. In 860 di queste imprese transnazionali sono operativi dei Cae, che coinvolgono circa 20.000 rappresentanti di circa 15,6 milioni di lavoratori complessivi.
Soddisfazione per la nuova direttiva è stata espressa dalla Confederazione europea dei sindacati (Ces), secondo cui riconoscere pienamente il ruolo dei Cae in questo periodo di crisi dei mercati occupazionali costituisce una «risposta corretta»». Secondo il segretario generale aggiunto della Ces, Reiner Hoffmann, «i lavoratori necessitano di effettivi diritti all’informazione e alla consultazione, che danno loro l’opportunità di esprimersi per tempo su eventuali cambiamenti strutturali delle imprese garantendo soluzioni socialmente accettabili e direzioni sostenibili». In particolare, la Ces ritiene importante il miglioramento della definizione dei diritti di informazione e consultazione in un contesto transnazionale, «perché in questo modo è rafforzato il dialogo transnazionale tra lavoratori e imprenditori».

 

Ces: in Europa serve un nuovo Patto sociale

Madrid, Bruxelles, Praga e Berlino sono le città scelte dai sindacati europei per le Giornate di azione europea, organizzate dalla Confederazione europea dei sindacati (Ces) per chiedere che il lavoro e i cittadini siano posti al centro delle priorità politiche europee.
In una situazione di crisi, con la disoccupazione in continuo aumento, i sindacati europei hanno infatti deciso di manifestare a difesa dell’occupazione e per ribadire la necessità di compiere ogni sforzo al fine di permettere ai lavoratori di mantenere il loro posto di lavoro. «Noi vogliamo politiche sociali e del lavoro che incrementino la sicurezza, non la flessibilità. Queste politiche sono un prerequisito per un’Europa sociale capace di sviluppare pienamente il suo potenziale» sostiene la Ces.
Le manifestazioni svoltesi il 14 maggio a Madrid, il 15 maggio a Bruxelles, il 16 maggio a Praga e Berlino, con il coinvolgimento di circa 350.000 persone, hanno voluto esprimere la totale contrapposizione dei sindacati europei «all’abuso del capitalismo finanziario», che secondo la Ces sta portando sempre di più verso l’ingiustizia e le diseguaglianze sociali. «La protezione sociale deve essere ampliata, anche per evitare l’aumento dell’esclusione sociale» osservano i sindacati europei che chiedono invece un nuovo Patto sociale europeo, attraverso cui sia data priorità alla giustizia sociale, alla solidarietà e a posti di lavoro migliori e più numerosi, nonché a salari e pensioni migliori, servizi assistenziali e previdenziali più solidi, maggiori sussidi per proteggere il potere d’acquisto e diritti di partecipazione effettivi.
Pubblichiamo di seguito il manifesto della mobilitazione sindacale europea:

Lotta alla crisi: le persone prima di tutto

" I lavoratori, senza averne nessuna colpa, stanno pagando a carissimo prezzo gli sconsiderati eccessi del mondo degli affari, soprattutto delle banche: disoccupazione in forte crescita, diffusione del precariato e della povertà, riduzione del potere d’acquisto e aumento del debito pubblico.
La Ces lancia quindi un’offensiva per un nuovo Patto sociale in Europa, basato sul seguente piano in cinque punti:

• Vasto programma di rilancio, mirato ad offrire posti di lavoro più numerosi e di migliore qualità, a proteggere l’occupazione nelle industrie chiave, ad investire in tecnologie nuove e sostenibili e a preservare i servizi pubblici essenziali;

• Salari e pensioni migliori, servizi assistenziali e previdenziali più solidi, sussidi maggiori per proteggere il potere d’acquisto e diritti di partecipazione effettivi, necessari per sostenere l’economia;

• Porre fine alle recenti decisioni della Corte di giustizia europea a favore delle libertà di mercato e a discapito dei diritti fondamentali e degli accordi collettivi, confermando gli obiettivi sociali del mercato interno e garantendo uguaglianza di trattamento e di retribuzione per i lavoratori migranti “distaccati”;

• Regolamentazione efficace dei mercati finanziari, equa distribuzione della ricchezza, senza un ritorno al capitalismo casinò o alle cattive abitudini che hanno caratterizzato i mercati finanziari negli ultimi 20 anni;

• Una Banca centrale europea impegnata nella crescita e nella piena occupazione, e non solo a favore della stabilità dei prezzi. "

INFORMAZIONI: http://www.etuc.org/a/6187

UN VOTO PER L’EUROPA SOCIALE

In occasione della Festa dell’Europa, il 9 maggio scorso, la Confederazione europea dei sindacati (Ces) aveva lanciato una campagna per le elezioni europee, basata su nove punti chiave sottolineati in un Manifesto. Il movimento sindacale europeo esortava i cittadini europei a votare per un’Europa sociale, ricordando che i lavoratori europei hanno bisogno del Parlamento europeo e che il Parlamento stesso è maggiormente legittimato da un’elevata partecipazione al voto.
Il Parlamento europeo nella sesta legislatura, spesso in linea con le mobilitazioni sociali e sindacali, «ha raggiunto alcuni risultati contro la tendenza neoliberale, ma non abbastanza» ha osservato la Ces, sottolineando la necessità di «un’Europa più equa e sociale» e avanzando alcune richieste al nuovo Europarlamento:
• Un’azione per rafforzare i diritti dei lavoratori e dei sindacati adottando un Protocollo sul progresso sociale e una revisione della direttiva sui lavoratori distaccati per correggere le recenti sentenze della Corte di giustizia europea (Laval, Viking, Rüffert, Luxemburg). Ciò è cruciale per ripristinare i fondamentali diritti sulla libertà di movimento dei lavoratori e dei servizi.
• Un New Deal Sociale per la crisi economica, con un pieno coinvolgimento dei lavoratori e dei sindacati, con lo scopo di raggiungere la piena occupazione, lavori di qualità, migliori paghe e pensioni, welfare più forti, sviluppo sostenibile e una più stringente regolazione dei mercati finanziari.
• Un’Europa sociale più forte e un approccio fiscale coordinato.
• Un piano equo sull’orario di lavoro che protegga i lavoratori dall’orario prolungato, e che assicuri che tutti i lavoratori possano avere il tempo per conciliare lavoro e famiglia.
• Una migliore protezione dei diritti del lavoro e dalla sicurezza sociale e una transizione verso lavori di qualità.
• Una nuova strategia europea dell’industria basata su innovazione, ricerca e sviluppo, investimento, istruzione e formazione ed un ambiente sostenibile per assicurare altresì una giusta e rapida transizione verso un’economia a basso consumo di carbone.
• Una nuova iniziativa per l’uguaglianza di genere per combattere la persistente discriminazione, specialmente nella differenza salariale, per assicurare che le donne beneficino delle azioni per contrastare la crisi economica.
• Protezioni più forti ed equo trattamento per i lavoratori migranti e mobili, ed impegni più concreti per lottare contro razzismo, xenofobia, e nazionalismo.
• Rispetto per i servizi pubblici e migliore protezione statale, investimenti di qualità a  lavoro.

INFORMAZIONI: http://www.etuc.org/a/6111

 

la politica ambientale del Parlamento europeo

La politica ambientale dell’Unione europea è piuttosto recente rispetto alle politiche “storiche” comunitarie: nella sua evoluzione ha abbracciato diverse tematiche, dalla prevenzione degli incidenti industriali alla protezione della biodiversità. Oggi si concentra su alcuni obiettivi chiave, tra cui il tema dei cambiamenti climatici e dell’energia pulita, dei trasporti, del  consumo e della produzione sostenibili, della conservazione e gestione delle risorse naturali. Al suo interno svolge un ruolo importante il Parlamento europeo, nel momento in cui esso adotta atti legislativi insieme al Consiglio in materia ambientale tramite la procedura di codecisione.

direttiva sulle sostanze chimiche
Una delle conquiste più recenti e rilevanti dell’ultimo ventennio è stata l’adozione di una direttiva sulle sostanze chimiche. Approvata il 18 dicembre 2006 ed entrata in vigore il 1° giugno 2007, la direttiva Reach (Registration, Evaluation, and Authorization of Chemicals – registrazione, valutazione e autorizzazione delle sostanze chimiche) ha lo scopo di evitare i rischi di contaminazione dell’aria, dell’acqua e del suolo a vantaggio della biodiversità, della salute e della sicurezza dei cittadini europei e di migliorare la conoscenza dei composti chimici prodotti e importati da parte delle aziende del settore. Il sistema introdotto da questa nuova direttiva non opera più la distinzione tra sostanze “esistenti” e “nuove” –  cioè tra le sostanze immesse sul mercato prima del 1981 e quelle successive – utilizzata dalla normativa precedente nel nostro ordinamento, ma si avvale di una serie di elementi quali, appunto: la registrazione delle sostanze chimiche presso l’apposita Agenzia europea, la valutazione della pericolosità delle sostanze, l’autorizzazione di alcune sostanze particolarmente nocive per la salute e per l’ambiente e le restrizioni relative alla fabbricazione, commercializzazione e uso di talune sostanze nocive.
Parte della comunità scientifica considera la direttiva Reach un importante passo avanti per la tutela di lavoratori e di consumatori. Tuttavia, il Parlamento sembra non essere particolarmente soddisfatto dal risultato raggiunto riguardo il mancato inserimento dell’obbligo di sostituire le sostanze ad alto rischio presenti nei prodotti destinati ai consumatori nei casi in cui ci siano delle alternative. Inoltre, associazioni ambientaliste e animaliste hanno protestato per la carenza di misure adeguate nella gestione del rischio circa l’utilizzo di tali sostanze e per la mancata disincentivazione dell’impiego di test su cavie animali.

altri provvedimenti
Durante l’ultima legislatura (2004-2009), l’Europarlamento ha approvato una serie di strumenti legislativi volti a migliorare le prestazioni ambientali e a fornire al pubblico informazioni sulla gestione ambientale. In particolare è stato modificato con il regolamento 196/2006 lo schema di eco-management e di audit dell’Ue, l’Emas, che rientra tra gli strumenti volontari attivati nell’ambito del VI Programma d’azione europeo per l’ambiente. Questo strumento, nella sua nuova versione, ha l’obiettivo di promuovere prestazioni ambientali (tramite valutazioni di conformità da parte di un ente accreditato) delle Piccole e medie imprese, delle amministrazioni e delle organizzazioni internazionali registrate con il logo Emas.
Nel 2007 il Parlamento europeo ha approvato il regolamento istitutivo dello strumento finanziario per l’ambiente Life+, che favorisce l’attuazione del VI Programma d’azione, stabilendo un budget di 300 milioni di euro all’anno per i programmi legati all’ambiente (anche di sostegno alle Ong) che propongono competitività e innovazione nelle politiche ambientali. Sempre nello stesso anno l’Europarlamento ha adottato una direttiva volta a prevenire e ridurre le emissioni di inquinanti atmosferici nocivi e a definire obiettivi specifici per il miglioramento della qualità dell’aria. In particolare essa prevede una valutazione dei criteri per stabilire i limiti tollerabili di inquinanti atmosferici quali il monossido di carbonio e l’ozono, il particolato Pm10 e le polveri sottili Pm2,5.

le decisioni più recenti
Nel corso del 2008 la politica ambientale ha visto un proliferare di direttive specifiche su varie tematiche ambientali. Per esempio, nel periodo che va da maggio a luglio 2008 sono state adottate quattro direttive che stabiliscono rispettivamente l’adozione di sanzioni penali sui reati ambientali gravi, la fissazione di standard di qualità ambientale per le acque di superficie dell’Ue, la fissazione di misure per ridurre la produzione di rifiuti e la riduzione del 5% delle quote di emissione dei voli interni all’Ue a partire del 2013. Tra ottobre e dicembre 2008 sono inoltre state adottate altre due direttive: una riguardante l’introduzione di veicoli puliti e a basso consumo energetico per gli enti pubblici e criteri ambientali per i mezzi di trasporto delle aziende private, mentre l’altra è il noto Pacchetto clima-energia con l’obiettivo del cosiddetto “20/20/20”.
Nell’ultimo mese della sesta legislatura il Parlamento ha adottato un regolamento che semplifica le norme sul marchio europeo di qualità ecologica per promuovere la riduzione degli effetti negativi su consumo, ambiente, salute e clima (Ecolabel). Il regolamento, in particolare, prevede l’applicazione a prodotti e servizi (inclusi cibi biologici, ma non medicinali e prodotti tossici) dei criteri per beneficiare di un incentivo fiscale.
Infine, pochi giorni dopo l’Europarlamento ha approvato una direttiva che estende la normativa sulla progettazione ecocompatibile (Ecodesign) a tutti i prodotti connessi al risparmio energetico.

INFORMAZIONI: http://www.europarl.europa.eu

 

alcune proposte contro la crisi occupazionale

Si è svolto a Praga il 7 maggio scorso un Vertice speciale dedicato all’impatto della crisi economica sull’occupazione, cui hanno preso parte le presidenze dell’attuale “troika” europea (i governi ceco, svedese e spagnolo), oltre alla Commissione europea, ai datori di lavoro e ai sindacati.
In preparazione al Vertice, la Commissione aveva organizzato vari seminari con le presidenze dell’Ue attuali e future (Madrid, 15 aprile; Stoccolma, 20 aprile; Praga, 27 aprile), mentre il 5 maggio è stato l’Europarlamento a organizzare un dibattito speciale sul tema. Il processo di consultazione ha fatto emergere le opinioni di un vasto fronte di parti interessate, parti sociali a tutti i livelli, rappresentanti di varie istituzioni europee, Stati membri, servizi pubblici di collocamento, circoli accademici e società civile.
Così, dal Vertice conclusivo di Praga sono emerse dieci proposte di azione, a breve e a lungo termine, da realizzarsi a livello nazionale ed europeo insieme alle parti sociali:
• Aiutare il maggior numero di persone possibile a mantenere il proprio posto di lavoro, con aggiustamenti temporanei dell’orario di lavoro combinati ad azioni di riqualificazione finanziate pubblicamente (anche dal Fondo sociale europeo).
• Incoraggiare l’imprenditorialità e la creazione di posti di lavoro, diminuendo ad esempio i costi extrasalariali della manodopera con misure di “flessicurezza”.
• Migliorare l’efficienza delle agenzie nazionali di collocamento grazie ad attività più intense di consulenza, formazione e ricerca del lavoro nelle prime settimane di disoccupazione, soprattutto a favore dei giovani disoccupati.
• Aumentare il numero degli apprendistati e dei tirocini di alta qualità entro la fine del 2009.
• Promuovere mercati del lavoro più integrati che, grazie a incentivi, a politiche efficaci di intervento sul mercato del lavoro e all’aggiornamento dei regimi di assistenza sociale, possano tener conto dei gruppi svantaggiati come i disabili, i lavoratori scarsamente qualificati e i migranti.
• Adeguare le abilità a tutti i livelli attraverso l’educazione permanente, in modo che chi termina un ciclo di studi disponga di strumenti per trovare un lavoro.
• Usare la mobilità della mano d’opera perché la domanda e l’offerta di lavoro si possano incontrare con risultati migliori.
• Individuare opportunità di lavoro, abilità ritenute necessarie a svolgerle e migliorarne la prevedibilità per meglio progettare l’offerta di formazione professionale.
• Assistere giovani e disoccupati nell’avvio di imprese proprie offrendo formazione specializzate, capitali e abbassando o eliminando l’onere fiscale per avviare un’impresa.
• Prevedere e dirigere la ristrutturazione attraverso l’apprendimento e lo scambio reciproci di pratiche esemplari.

sindacati: serve un New Deal sociale
In occasione del Vertice di Praga, la Confederazione europea dei sindacati (Ces) ha chiesto un’azione europea più forte e coordinata per far fronte alla crisi e al suo impatto sulla disoccupazione e sui lavoratori. «È necessario fare passi avanti. La Ces è pronta a prender parte alla discussione e all’implementazione di politiche che riguardino il campo del sociale e quello dell’occupazione» hanno scritto i sindacati europei in un documento redatto come contributo al Vertice, chiedendo la creazione di «un New Deal sociale in Europa come guida per la giustizia sociale e per aumentare sia il numero sia la qualità dei posti di lavoro».
In particolare, le richieste della Ces sono state le seguenti:
• Migliori lavori: investimenti in un piano di ripresa espansivo europeo che mobiliti le forze per la crescita e per i posti di lavoro. La Ces chiede al Consiglio e alla Commissione di creare un piano di investimenti europei per un ammontare dell’1% annuale del Pil, al fine di fornire nuovi posti di lavoro, promuovere l’innovazione, aiutare l’occupazione in settori chiave, investire in nuove tecnologie sostenibili e verdi e mantenere in vita i servizi pubblici.
• Forti sistemi di welfare per dare più sicurezza ed evitare l’esclusione sociale. La Ces chiede una forte e significativa agenda europea sociale che preveda il mantenimento dei lavoratori al loro posto di lavoro, con stipendi robusti, e che assicuri la protezione nonché un’appropriata formazione dei lavoratori.
• Più forti diritti sociali dei lavoratori e la fine della dominazione dei principi di mercato a breve termine. Diritti più forti sono necessari per porre fine al trend delle crescenti diseguaglianze. La Ces chiede un Protocollo sociale sul progresso che dia priorità ai diritti sociali e all’azione collettiva, nonché una direttiva più forte sui lavoratori in mobilità. La Ces chiede inoltre una più efficiente partecipazione dei lavoratori e una democrazia industriale. Infine, chiede con forza maggiori diritti sociali per porre fine alle diverse forme di lavoro non regolamentato.
• Migliori salari, ovvero una più forte negoziazione collettiva. Il congelamento dei salari e i tagli devono essere eliminati. È importante per proteggere il potere d’acquisto, dal momento che la domanda sta crollando. La Ces sta pertanto cercando di rafforzare la contrattazione collettiva e le istituzioni di formazione dei salari insieme alla Banca centrale europea (Bce), che dovrebbe essere anch’essa coinvolta nella questione dell’aumento dei posti di lavoro e del miglioramento della loro qualità. La Bce non deve solo tener conto della stabilità dei prezzi, ma deve anche includere nelle proprie azioni la crescita e la piena occupazione. La Ces chiede anche la creazione di un Consiglio di consultazione di partner sociali europei da affiancare alla Bce.
• Solidarietà europea come protezione contro gli eccessi del capitalismo finanziario: un’effettiva regolamentazione dei mercati finanziari, un’equa distribuzione della ricchezza e la fine del capitalismo d’azzardo degli ultimi 20 anni sono elementi cruciali. La Ces chiede un ulteriore incremento della spesa sociale europea, espandendo le attività dei Fondi strutturali europei, in particolar modo il Fondo sociale europeo e il Fondo europeo di aggiustamento per la globalizzazione. Secondo i sindacati europei bisognerebbe poi combattere la competizione fiscale dei mercati non regolamentati, «perché minaccia anch’essa l’Europa sociale».

INFORMAZIONI:
http://ec.europa.eu/social    http://www.etuc.org/a/6148

 

CONTRO LA CRISI ESTESO IL FONDO DI DISOCCUPAZIONE

Il regolamento per l’applicazione del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (Feg) è stato temporaneamente ampliato per rispondere ai licenziamenti derivanti dall’impatto della crisi finanziaria ed economica sui mercati del lavoro europei.
La decisione, presa dall’Europarlamento nell’ultima assemblea plenaria della sesta legislatura, riduce da 1000 a 500 il numero di esuberi minimo per poter chiedere il sostegno del Fondo, mentre il finanziamento dell’Ue sale al 65% dei costi stimati per le domande presentate tra il 1° maggio 2009 e il dicembre 2011, rispetto al 2010 proposto dalla Commissione. Con questa modifica, dunque, il Feg potrà fornire un sostegno anche ai lavoratori in esubero a causa della crisi economico-finanziaria globale, purché gli Stati membri che ne richiedono l’intervento dimostrino che vi è un nesso diretto e dimostrabile tra questi esuberi e la crisi.
Per quanto riguarda i criteri di intervento, il Feg potrà fornire un contributo finanziario per l’esubero di almeno 500 dipendenti (rispetto ai 1000 attuali) di un’impresa nell’arco di quattro mesi in uno Stato membro, compresi i lavoratori in esubero dei fornitori o dei produttori a valle di tale impresa, o per l’esubero di almeno 500 dipendenti, nell’arco di nove mesi, in particolare in piccole e medie imprese, in una regione o in due regioni contigue. Nei mercati del lavoro di piccole dimensioni o in circostanze eccezionali, potrà inoltre essere considerata ammissibile una richiesta di contributo del Feg anche se le condizioni citate non sono interamente soddisfatte, purché gli esuberi abbiano un’incidenza molto grave sull’occupazione e sull’economia locale. In questi casi, l’importo cumulato dei contributi non potrà eccedere il 15% della dotazione massima annuale del Fondo. Inoltre, il tasso di intervento massimo per le domande trasmesse entro il 31 dicembre 2011 è stato aumentato dall’attuale 50% al 65% dei costi stimati.
Istituito nel dicembre 2006 per durare fino al 2013, il Feg ha l’obiettivo di offrire un efficace aiuto ai lavoratori in esubero a causa della globalizzazione. La sua dotazione annuale massima è pari a 500 milioni di euro e tale importo è destinato a sostenere finanziariamente misure di politica attiva del mercato del lavoro, quali, ad esempio, l’accompagnamento nella ricerca di un posto di lavoro o le indennità di formazione o di mobilità.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/social/main.jsp?catId=326&langId=it

IL DIRITTO ALLO SCIOPERO È UN DIRITTO UMANO

In una recente sentenza destinata a fare giurisprudenza, la Corte europea dei diritti umani (Cedu) ha dichiarato all’unanimità che il diritto allo sciopero è un diritto umano riconosciuto e protetto dal diritto internazionale e di conseguenza può essere limitato solo in circostanze ben determinate. La Confederazione europea dei sindacati (Ces) ha accolto favorevolmente questa sentenza, perché «costituisce una punto importante per l’abilità dei sindacati di difendere i diritti dei lavoratori sul continente europeo». Secondo la Ces, dunque, la Corte di giustizia europea deve ora tenere conto di questo importante sviluppo e deve adeguare la giurisprudenza Viking agli standard riconosciuti di diritti umani.
Nel caso Enerji, del 21 aprile 2009, la Cedu ha condannato la Turchia per violazione dell’art. 11 della Convenzione europea dei diritti umani, che riguarda la libertà di associazione, incluso il diritto di costituire sindacati e di aderirvi. In questo caso, il governo turco aveva decretato un divieto generale di sciopero per i dipendenti pubblici durante le giornate di azione nazionale organizzate dai sindacati turchi per il riconoscimento del diritto alla contrattazione collettiva nel settore pubblico.
In una sentenza precedente, la Corte aveva statuito che la Convenzione implica che i sindacati devono avere la possibilità di difendere gli interessi dei propri membri. Nel caso Enerji, per la prima volta la Corte ha riconosciuto in modo inequivoco che questa possibilità è strettamente legata al diritto di sciopero. Quindi, il diritto di sciopero può essere limitato solo in circostanze ben definite stabilite dalla legge; inoltre, secondo la Corte questo diritto ha un fine legittimo ed è necessario in una società democratica.
«A questo punto la Corte di giustizia deve urgentemente modificare la sua giurisprudenza riguardo al diritto di azione collettiva portandola in linea con i requisiti essenziali dei diritti umani» osserva la Ces, ricordando come nel caso Viking la Corte abbia stabilito che l’esercizio del diritto di azione collettiva è limitato nel caso di conflitto con le libertà economiche delle compagnie che operano nel mercato interno. Quindi, i sindacati sono tenuti a giustificare la proporzionalità della loro azione collettiva. Una richiesta che, secondo la Ces, «impone ai sindacati un onere sproporzionato, che può dissuaderli dal fare uso del diritto all’azione collettiva dal momento che non sono in grado di prevedere il giudizio dei tribunali».
La giurisprudenza derivante dal vaso Viking è quindi in contraddizione con la recente sentenza Enerji della Cedu, che stabilisce il principio per cui è la legittimità delle potenziali limitazioni al diritto di sciopero che deve essere valutata caso per caso, e non il contrario. Secondo la Ces, il fatto che il mercato interno subisca delle restrizioni non è sufficiente ad annullare il diritto fondamentale dei sindacati a difendere gli interessi dei lavoratori. Inoltre, i sindacati europei rinnovano il loro appello per l’adozione urgente di un Protocollo sul progresso sociale da allegarsi ai Trattati europei, che stabilisca con chiarezza che i Trattati, in particolare per quanto riguarda le libertà economiche, devono essere interpretati nel rispetto dei diritti umani fondamentali.

INFORMAZIONI:  http://www.etuc.org/a/6174

 

puntare sui giovani per il futuro dell’Ue

I responsabili delle politiche dell’Ue sembrano finalmente essersi resi conto che senza seri e concreti investimenti a favore delle nuove generazioni non è possibile garantire l’evoluzione del progetto europeo. Scuola, istruzione e formazione, ma anche occupazione e inclusione sociale, creatività, tempo libero e sport, salute, partecipazione attiva ai vari aspetti della cittadinanza europea sono tutti ambiti della vita giovanile sui quali l’Ue ha deciso di accresce la sua attenzione e il suo impegno. Tra la fine di aprile e l’inizio di maggio, infatti, le istituzioni dell’Ue hanno lanciato due iniziative che segnalano l’intenzione di riconoscere ai giovani un ruolo centrale nell’evoluzione del processo di costruzione europea. Naturalmente ciò non corrisponde in modo automatico a immediate iniziative concrete, ma segna quantomeno un’importante presa di coscienza del fatto che il futuro sociale, culturale e anche economico dell’Ue dipende dalle condizioni di vita e dalle possibilità messe a disposizione delle attuali e future nuove generazioni.

istruzione e formazione
Migliorare la cooperazione tra i 27 Paesi dell’Ue per supportare lo sviluppo dei sistemi educativi e formativi al fine di «assicurare la realizzazione personale, sociale e professionale di tutti i cittadini» e la sostenibilità economica «promuovendo i valori democratici, la coesione sociale e il dialogo interculturale»: si tratta dell’ambizioso obiettivo posto dai ministri europei nel corso del Consiglio Educazione, Gioventù e Cultura svoltosi il 12 maggio scorso a Bruxelles. Adottando il programma di lavoro “Educazione e Formazione” per il periodo 2010-2020, i ministri dell’Ue hanno sottolineato come l’istruzione e la formazione costituiscano un elemento vitale per costruire una società ed un’economia della conoscenza, ma ciò sia possibile solo definendo obiettivi e sviluppando strumenti comuni tra i Paesi dell’Ue, con apprendimento reciproco e scambio di buone pratiche.
Mentre la responsabilità dell’educazione spetta agli Stati membri, infatti, molte sfide sono comuni a tutti i Paesi, per cui il lavoro comune può costituire un valore aggiunto basato sul reciproco scambio di esperienze, ha osservato il Consiglio dell’Ue secondo cui le riforme sono necessarie per essere all’altezza della competizione internazionale, delle evoluzioni tecnologiche e dell’invecchiamento della popolazione, nonché per migliorare la preparazione delle persone alla ricerca di lavoro e aiutare le imprese a individuare il personale qualificato necessario per avere successo nel mercato globale, ancor più in questo periodo di crisi economica.
Quattro sono gli obiettivi dell’Ue per questa nuova strategia che si spera non resti sulla carta e sia effettivamente adottata dai governi europei: fare dell’apprendimento e della mobilità lungo tutto l’arco della vita una realtà; migliorare la qualità e l’efficienza di istruzione e formazione; promuovere equità, coesione sociale e cittadinanza attiva; accrescere creatività e innovazione a tutti i livelli educativi e formativi.
Il monitoraggio dei progressi raggiunti verso questi obiettivi avverrà sulla base di alcuni target cui puntare per il 2020, come ad esempio far sì che il 15% degli adulti partecipi all’apprendimento permanente, che il tasso di abbandoni scolastici precoci sia ridotto sotto il 10% e che la percentuale di quindicenni che fanno registrare scarse prestazioni in lettura, matematica e scienze sia inferiore al 15%.

investire sui giovani
Ma non solo sull’ambito educativo e formativo intende concentrarsi l’Ue, come dimostra una strategia ad ampio raggio adottata a fine aprile dalla Commissione europea mirata a investire sulla gioventù, nella convinzione che «i giovani sono contemporaneamente una risorsa preziosa per una società europea che invecchia e uno dei gruppi sociali più vulnerabili nell’Ue».
Si tratta di una strategia “transettoriale”, cioè con azioni a breve e a lungo termine nei principali settori che interessano a vario titolo i giovani europei, dall’istruzione e l’occupazione alla salute e lo sport, fino al volontariato. Intitolata “Investire nei giovani e conferire loro maggiori responsabilità”, questa strategia rappresenta il seguito dell’Agenda Sociale rinnovata nel 2008 e si pone alcuni obiettivi prioritari: ampliare le possibilità offerte ai giovani nei settori dell’istruzione e dell’occupazione; migliorare l’inserimento sociale e la piena partecipazione dei giovani alla vita sociale; sviluppare la solidarietà tra i giovani e la società. È stata adottata dalla Commissione dopo un’ampia consultazione svolta nel 2008, cui hanno partecipato autorità nazionali, il Forum europeo della gioventù, organizzazioni giovanili e altre parti interessate. I giovani sono stati consultati on line e saranno invitati a reagire alle proposte della Commissione in una nuova fase del dialogo permanente tra l’Ue e la gioventù.
Contemporaneamente alla nuova strategia è stata pubblicata anche la prima Relazione europea sulla gioventù, che sarà redatta ogni tre anni e contribuirà a migliorare le conoscenze di base sui giovani europei. Dalla prima Relazione emergono vari dati sul mondo giovanile europeo. Ad esempio, i giovani di età compresa tra i 15 e i 29 anni sono circa 96 milioni nell’Ue, il che rappresenta circa il 20% della popolazione totale ma si stima che tale percentuale si ridurrà al 15,3% nel 2050. Oggi ci sono circa 3 milioni di studenti in più rispetto al 2000 nell’istruzione secondaria e un milione di diplomati in più ogni anno. Il numero di studenti nell’Ue è aumentato del 25% tra il 1998 e il 2006, mentre oggi si registra un 23% in più di ragazze rispetto ai ragazzi nella scuola secondaria. Tuttavia, nell’Ue un quinto dei bambini non raggiunge standard basilari di letteratura e matematica, mentre un ragazzo su sette di 18-24 anni (circa 6 milioni di giovani) riesce al massimo a completare la scuola dell’obbligo. Inoltre, meno di un terzo dei giovani di 25-34 anni che vivono situazioni di svantaggio socio-economico ha portato a termine la scuola secondaria, mentre il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) è circa doppio di quello rilevato tra l’intera popolazione in età lavorativa.
Resta dunque molto da fare, e non solo per i giovani ma per l’intera società europea e per il futuro dell’Ue le buone intenzioni contenute in queste strategie devono tradursi in politiche e pratiche effettive.

INFORMAZIONI: http://www.consilium.europa.eu/uedocs/cms_data/docs/pressdata/en/educ/107622.pdf

http://ec.europa.eu/youth/index_en.htm

 

contrastare il lavoro forzato

Il lavoro forzato è l’antitesi del lavoro dignitoso. È causa di indicibili sofferenze e deruba le sue vittime. Il lavoro forzato può essere sradicato, purché ci sia un impegno da parte della comunità internazionale, lavorando insieme ai governi, ai datori di lavoro, ai lavoratori e alla società civile». Con queste parole il direttore dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil - International labour organization, Ilo), Juan Somavia, ha presentato il 12 maggio scorso un nuovo studio dell’Agenzia dell’Onu intitolato Il costo della coercizione, dedicato appunto ai costi umani ed economici del lavoro forzato, «un argomento economico rilevante, nonché un imperativo morale, che dovrebbe  spingere i governi ad accordare la massima priorità alla questione» osserva l’Ilo.
Un fenomeno globale il cui «costo opportunità» supera i 20 miliardi di dollari l’anno, in termini di guadagni perduti, e che con la crisi economica in corso mette a maggior rischio le fasce di popolazione maggiormente vulnerabili. Secondo il Rapporto, infatti, sono in aumento le «pratiche immorali, fraudolente e criminali» che costringono le persone al lavoro forzato e per questo servono «maggiori sforzi» per sradicare il fenomeno.
Per quanto concerne il numero di persone coinvolte in queste pratiche, l’Ilo sta aggiornando le rilevazioni del 2005 ma non ha ancora reso noti i risultati, per cui ci si attiene alle stime di qualche anno fa secondo cui almeno 12,3 milioni di persone nel mondo sarebbero vittime di qualche forma di lavoro forzato o schiavitù. Di queste, 9,8 milioni sarebbero sfruttate da soggetti privati, comprese 2,4 milioni costrette al lavoro forzato in conseguenza al traffico di esseri umani; 8,1 milioni sarebbero sfruttate al di fuori dell’“industria del sesso”.
In un momento di difficoltà economica come l’attuale, sottolinea il Rapporto dell’Ilo, è necessario evitare che siano danneggiate «le garanzie tenacemente messe in piedi per prevenire il lavoro forzato e la tratta di esseri umani lungo tutta la filiera di produzione». Mentre la maggior parte dei Paesi ha introdotto legislazioni che considerano il lavoro forzato un reato penale, alcuni Paesi si trovano ancora in grosse difficoltà a identificare i casi di abuso e ancor più a definire adeguate risposte politico-normative. «Il lavoro forzato è tuttora maggiormente presente nei Paesi in via di sviluppo, spesso nell’economia informale o nelle regioni isolate dove mancano le infrastrutture e dove l’ispezione del lavoro e l’applicazione delle leggi sono deboli» osserva il Rapporto, secondo cui per fronteggiare tale situazione «occorrono delle politiche integrate nelle quali l’applicazione delle leggi sia combinata con misure di prevenzione e di protezione. In tal modo, le popolazioni a rischio di lavoro forzato sono messe in grado di difendere i propri diritti».
Servono dunque nuove leggi e politiche nazionali e regionali, nonché il potenziamento delle misure di protezione sociale per le fasce che rischiano maggiormente di essere coinvolte sia nelle pratiche di lavoro forzato sia nella tratta di esseri umani. Ma sono necessarie anche sanzioni effettive: «Non dobbiamo mai dimenticare che il lavoro forzato è un reato criminale grave che richiede un’azione penale» ha dichiarato il responsabile del Programma speciale dell’Ilo per combattere il lavoro forzato, Roger Plant, il quale ricorda le persistenti difficoltà nella stessa definizione del lavoro forzato. Secondo l’analisi dell’Ilo, infatti, «spesso il lavoro forzato non viene definito in modo molto preciso  nelle legislazioni nazionali. Di conseguenza, risulta spesso molto difficile affrontare i modi più subdoli nei quali è negata la libertà dei lavoratori». La sfida dunque, osservano i responsabili dell’Ilo, consiste nel «trovare una risposta integrata al problema del lavoro forzato, facendo perno sulla prevenzione e sull’applicazione delle leggi, e con la possibilità di portare i casi sia davanti ad un tribunale del lavoro sia davanti ad un tribunale penale».
INFORMAZIONI: http://www.ilo.org

ALLARME PER LA DISOCCUPAZIONE FEMMINILE

Dopo le previsioni contenute nel Global Employment Trends Report pubblicato il 28 gennaio 2009, secondo cui la crisi economica globale potrebbe causare l’aumento di 50 milioni nel numero di disoccupati a livello mondiale nel corso del 2009 (vedi “euronote” n. 55, pag. 6), l’Ilo ha pubblicato in marzo un Rapporto specifico sulla disoccupazione femminile, da cui emerge che la crisi peserà maggiormente sull’occupazione delle donne nella maggior parte delle regioni del pianeta. «È probabile che la disuguaglianza tra generi nel mondo del lavoro sarà accentuata dalla crisi – ha spiegato il direttore generale dell’Ilo, Juan Somavia – In tempi di sconvolgimento economico, le donne spesso avvertono più rapidamente le conseguenze e sono più lente a godere dei benefici del recupero. Già prima della crisi, la maggior parte delle donne erano già impegnate all’interno di un’economia informale con salari più bassi e con meno protezione sociale».
Così, l’Ilo stima che il tasso di disoccupazione femminile possa oscillare nel 2009 dal 6,3% al 7,4%, il che significa un aumento delle donne disoccupate compreso tra i 10 e i 22 milioni. Le regioni più colpite saranno l’America Latina e i Carabi, mentre preoccupa anche il tasso di occupazione vulnerabile per le donne, che dovrebbe oscillare tra il 50,5% e il 54,7% delle occupate.
Tra le cause principali della maggior debolezza delle donne nel mercato del lavoro l’Ilo individua: tassi di occupazione più bassi, un debole controllo su proprietà e risorse, una maggiore concentrazione in forme di occupazione informali, vulnerabili e con salari bassi, una minore protezione sociale. Tra le misure politiche suggerite per poter riequilibrare il peso della donna nel mondo del lavoro, Somavia ha indicato una maggiore sostenibilità e qualità di posti di lavoro, più protezione sociale, assicurazioni che riconoscano la vulnerabilità femminile nel mercato del lavoro e un maggiore coinvolgimento delle donne nei processi decisionali.

INFORMAZIONI: http://www.ilo.org

 

FLASH

Vertice tattico tra Ue e Russia
Le questioni della sicurezza energetica e del Partenariato orientale sono state al centro del Vertice Ue-Russia svoltosi a Khabarovsk, nell’estremo oriente russo, il 22 maggio scorso tra buoni propositi di facciata ma non poca diffidenza reciproca.
Da un lato la questione delle forniture di gas russo, molto importante per l’Ue che chiede alle autorità russe di adottare la Carta dell’Energia, sottoscritta nel dicembre 1991 all’Aia da 51 Stati: i Paesi membri dell’Ue, quelli della Comunità degli Stati Indipendenti, Giappone, Canada e Usa; nel 1994, poi, i Paesi firmatari esclusi Usa, Giappone e Canada, hanno firmato il Trattato per la Carta dell’energia e il Protocollo della Carta sull’efficienza energetica e gli aspetti ambientali. Il Trattato, che non è stato ratificato da Russia e Norvegia, è un accordo vincolante che stabilisce il quadro giuridico per promuovere la cooperazione a lungo termine nel settore energetico e che si basa sui principi della Carta: incoraggiare gli investimenti, garantire la sovranità delle risorse, il libero accesso ai mercati energetici, il libero transito delle materie e dei prodotti energetici e dei capitali legati agli scambi di prodotti energetici e degli investimenti nei settori dell’energia. Dal 2000 sono in corso i negoziati sulla Carta, ma le autorità russe accusano l’Ue di voler smantellare il monopolio pubblico russo di trasporto del gas e di precludere il mercato europeo alle imprese russe finché la Russia non ratificherà il Trattato. Il presidente russo Dmitry Medvedev chiede l’introduzione di nuove norme con vincoli legali internazionali per tutti i principali Paesi produttori, di transito e consumatori di risorse energetiche con particolare attenzione ai meccanismi per garantire il transito. L’Ue, attraverso il presidente della Commissione José Manuel Barroso, si è detta disposta a discutere le proposte russe ma rispettando intanto regole e impegni esistenti.
Non meno importante, poi, la politica dell’Ue sul nuovo Partenariato orientale, lanciata a inizio maggio nel corso di un Vertice a Praga, che mira a rafforzare le relazioni economiche e politiche tra i 27 Stati membri dell’UE e Bielorussia, Ucraina, Moldavia, Georgia, Armenia e Azerbaijan. «Ogni partner è meglio di un conflitto, ma il fatto che alcuni Paesi cerchino di utilizzare questa struttura contro la Russia ci mette a disagio» ha dichiarato il presidente russo, mentre Solana ha auspicato che la Russia partecipi ai programmi del Partenariato.
INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/external_relations/russia/index_en.htm

allargamento 2004: restrizioni solo più in Germania e Austria
I governi di Belgio e Danimarca hanno deciso di aprire i mercati del lavoro dei loro Paesi ai lavoratori provenienti da otto Stati membri dell’Europa centrale e orientale, per la terza e finale fase delle disposizioni transitorie. Germania e Austria hanno invece informato la Commissione europea di voler continuare ad applicare fino al 30 aprile 2011 le restrizioni per l’accesso ai loro mercati del lavoro di lavoratori dell’Europa centro-orientale. Il Regno Unito continua ad applicare il suo programma di registrazione dei lavoratori, mentre la Danimarca aprirà il suo mercato del lavoro anche ai lavoratori bulgari e rumeni.
Va ricordato che il primo maggio ha segnato l’inizio degli ultimi due anni delle disposizioni transitorie che permettono agli Stati membri dell’Ue di limitare la libera circolazione dei lavoratori provenienti da otto dei dieci Paesi entrati a far parte dell’Ue nel 2004 (cioè tutti meno Cipro e Malta). Tali disposizioni possono essere infatti applicate per un massimo di sette anni a partire dal maggio 2004, quando avvenne il più grande allargamento dell’Ue: a meno che uno Stato membro non avesse comunicato alla Commissione serie turbolenze e minacce del suo mercato del lavoro derivanti dal flusso di questi lavoratori, le misure transitorie dovevano però terminare il 30 aprile 2009 e quindi essere applicata la normativa comunitaria sulla libera circolazione dei lavoratori. Cinque anni dopo l’allargamento del 2004, solo Germania e Austria hanno chiesto che i lavoratori degli otto Stati membri continuino a presentare domanda per ottenere un permesso di lavoro prima di iniziare a lavorare.
Intanto, un recente Rapporto che fa il punto sull’impatto economico e occupazionale della mobilità lavorativa da Est a Ovest dell’Ue in questi cinque anni di allargamento, conferma i benefici in termini di crescita economica rilevati sia nei Paesi di provenienza che in quelli di destinazione dei lavoratori. Analizzando l’impatto a livello regionale e nazionale della mobilità lavorativa sui mercati del lavoro, sui dati macroeconomici, sulle finanze pubbliche e sul capitale umano, il Rapporto evidenzia inoltre come la mobilità dei lavoratori non abbia pesato in modo sproporzionato sui sistemi di welfare dei principali Paesi riceventi e non abbia assolutamente creato disturbi rilevanti ai mercati del lavoro degli Stati membri.
INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/social/main.jsp?catId=466&langId=en

informazioni sulla Politica di coesione
La Politica di coesione europea costituisce una priorità per migliorare la competitività dell’UE nel complesso e delle sue regioni più deboli in particolare: per rendere noti i risultati ottenuti finora e il programma 2007-2013, la Commissione eEuropea ha elaborato delle schede-Paese disponibili on line per ognuno dei 27 Stati membri.
Tra i Paesi dell’UE e le loro 271 regioni persistono infatti grandi divari economici e sociali, che la Politica di coesione europea intende colmare attraverso il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR) e il Fondo Sociale Europeo (FSE), denominati anche Fondi strutturali, nonché il Fondo di coesione, investendo in migliaia di progetti che mirano a promuovere la coesione economica e sociale. La Politica di coesione, che dispone di un budget di 347 miliardi di euro per il periodo 2007-2013, rappresenta così la fonte più rilevante di sostegno finanziario a livello dell’Ue per gli investimenti a favore della crescita economica e della creazione di posti di lavoro. Essendo cambiate col tempo le sfide che l’Ue deve affrontare, in seguito all’allargamento e alla crescente globalizzazione, alle preoccupazioni derivanti dall’approvvigionamento energetico, al calo demografico, al cambiamento climatico e, più recentemente, alla recessione mondiale, la Politica di coesione si è evoluta gradualmente come parte cruciale della risposta per far fronte alle nuove realtà. Le schede-Paese pubblicate sul sito web della Politica regionale dell’Ue intendono dunque fornire un quadro completo dei risultati ottenuti, dei progetti e delle priorità per il periodo 2007-2013.
INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/regional_policy

coinvolgere la società civile nella Politica di vicinato
Con due pareri adottati in sessione plenaria, il Comitato economico e sociale europeo (Cese) ha ribadito il suo sostegno attivo per il processo di democratizzazione nei Paesi vicini all’Ue, sottolineando però l’importanza del coinvolgimento della società civile. Il Cese si è dichiarato pronto a svolgere un ruolo chiave nell’organizzazione del Forum della società civile in programma nel quadro del Partenariato orientale dell’Ue, auspicando «vivamente» la partecipazione attiva della società civile alla redazione e attuazione dei piani d’azione nell’ambito della Politica europea di vicinato (Pev) nei Paesi subcaucasici. Su richiesta del Consiglio e della Commissione, il Comitato parteciperà sia alle piattaforme tematiche sulla democrazia, il buon governo, la stabilità e i contatti diretti tra le popolazioni, sia al Forum della società civile istituito dal nuovo partenariato. Secondo il Cese, inoltre, le istituzioni europee dovrebbero sottolineare la necessità di rispettare i diritti umani e il dialogo sociale e civile nel quadro dell’attuazione dei piani d’azione nell’ambito della Pev, anche facilitando l’ottenimento dei visti da parte dei cittadini per consentire i contatti tra le persone e le organizzazioni.
INFORMAZIONI: http://www.eesc.europa.eu

Forum dei cittadini per il futuro dell’Ue
150 cittadini provenienti da tutti i Paesi dell’Ue hanno incontrato nei giorni 10-11 maggio scorsi a Bruxelles le istituzioni europee per presentare le loro raccomandazioni su come affrontare le sfide economiche e sociali che riguardano l’Europa. Questo “Vertice dei cittadini” ha rappresentato la conclusione della prima fase delle consultazioni civiche europee 2009, che hanno registrato la partecipazione di circa 250.000 utenti on line e 1600 persone nella varie conferenze svoltesi in tutta Europa. Nel corso di queste conferenze nazionali sono state formulate 15 priorità in ogni Paese, poi raccolte in una serie di raccomandazioni finali, tra le quali le richieste per ampie misure destinate a rilanciare l’economia europea, un maggiore controllo dei mercati finanziari, investimenti mirati nel settore della ricerca e dell’innovazione e soprattutto nel campo delle fonti di energia sostenibile. Altri punti comprendono la lotta contro la povertà, il miglioramento dell’equilibrio tra attività lavorativa e vita familiare e azioni nel settore dell’istruzione. La seconda fase delle consultazioni civiche europee verterà sulla diffusione dei risultati e sull’esame delle raccomandazioni dei cittadini con un pubblico più ampio, in particolare con i nuovi deputati europei, tramite una serie di manifestazioni regionali che avranno luogo in cinque Paesi tra settembre e dicembre 2009.
INFORMAZIONI: http://ecc.european-citizens-consultations.eu/74.0.html

Relazione dell’Ue sui diritti umani nel mondo
L’Ue deve compiere miglioramenti verso una politica coerente e omogenea di affermazione e promozione dei diritti umani, sostiene la Relazione sui diritti umani nel mondo riferita al 2008 che invita l’Ue a rispondere rapidamente alle violazioni dei diritti perpetrate da Paesi terzi. Adottata dal Parlamento europeo nel corso dell’ultima plenaria della sesta legislatura, la decima Relazione annuale dell’Ue sui diritti umani condanna il ricorso alla pena di morte e alla tortura, le violenze sessuali verso i bambini e il loro sfruttamento nei conflitti armati, mentre chiede di promuovere la ratifica dello statuto del Tribunale penale internazionale (Tpi) e di difendere i diritti delle donne, delle popolazioni indigene e dei rom. Sulla pena di morte, la Relazione accoglie con favore l’istituzione della Giornata europea contro di essa, sottolinea che il divieto di pena capitale costituisce una delle disposizioni principali della Carta dei diritti fondamentali dell’Ue, ma chiede anche alla presidenza di incoraggiare Italia, Lettonia, Polonia e Spagna a ratificare il protocollo n. 13 della Convenzione europea sui diritti umani (Cedu) riguardante l’abolizione della pena capitale in ogni circostanza. Condanna dell’Ue per la Bielorussia, unico Paese europeo che continua ad applicare la pena di morte, e naturalmente per la Cina che detiene il triste record mondiale delle esecuzioni.
Oltre alla pena di morte, poi, la Cina desta preoccupazione per le gravi violazioni e, «malgrado le promesse fatte dal regime in vista dei Giochi olimpici di agosto 2008, la situazione non è migliorata nel Paese» osserva la Relazione che per questo sottolinea la necessità di una «radicale intensificazione e di un ripensamento» del dialogo tra l’Ue e la Cina in materia di diritti umani. Così come con la Russia, Paese con cui secondo la Relazione l’Ue ha ottenuto finora «scarsi risultati», in particolare per quanto riguarda l’impunità e l’indipendenza della magistratura, dei mezzi d’informazione e la libertà di espressione, nonché il trattamento di prigionieri politici, minoranze etniche e religiose e le discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale. La lotta contro la tortura e i maltrattamenti è considerata dalla Relazione una «priorità assoluta» della politica dell’Ue in materia di diritti umani, in particolare garantendo che gli Stati membri si astengano dall’accettare garanzie diplomatiche da Paesi terzi ove vi sia un rischio reale di tali pratiche. Mentre è deplorata «vivamente la mancanza di unità e di cooperazione» alla Conferenza di revisione di Durban contro il razzismo, svoltasi a Ginevra nei giorni 20-24 aprile scorsi, soprattutto «alla luce dell’atteso rafforzamento della politica estera dell’UE nel quadro del nuovo Trattato».
INFORMAZIONI: http://www.europarl.europa.eu

 

ESPOIR: un progetto per l’incontro interculturale

Conferenza conclusiva a Milano il 3 luglio 2009

 

ESPOIR in francese significa speranza, ESPOIR è anche l’acronimo francese che ha dato il nome al progetto Cittadinanza attiva dedicato a processi di aggregazione interculturali, che la Cgil Lombardia ha promosso nel 2009.

Engagement sur Possibilités d’Inititives de Rencontre Interculturel, impegno per possibilità di iniziativa e incontro interculturale, a questo punta il progetto, esplorare pratiche di aggregazione sociale e sindacale messe in atto o attuabili per costruire la tutela e la rivendicazione collettiva dei diritti del lavoro e di cittadinanza.

È un percorso in collaborazione con partner sindacali e sociali italiani e stranieri.

Arci, Acli, Cisl e Uil lombarde, lo staff di “euronote”, i sindacati catalano Ugt, bulgaro Citub, rumeno Fratia e francese Cgt Rhone Alpes hanno costituito una partnership ricca per i contenuti messi in campo nell’affrontare la sfida di verificare pratiche che possano essere comuni.

Si terrà a breve l’evento conclusivo di questo progetto, il 3 luglio presso la sala dei giureconsulti di Milano, una Conferenza che metterà a confronto idee e buone pratiche. L’intento di questa Conferenza è discutere di modi e pratiche di organizzazione dei lavoratori, nonché di aggregazione sociale e diritti di cittadinanza nella società multiculturale.

La Conferenza dovrà essere un momento di incontro e di elaborazione di proposte di linee direttrici e di possibili pratiche sindacali e associative per l’aggregazione, l’organizzazione e l’autorganizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori migranti. Prenderà corpo da una serie di informazioni ragionate preparate dai partner del progetto, svilupperà una serie di proposte e ne inviterà a discutere esponenti del sindacato europeo, dell’Ilo e della Commissione europea.