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Euronote 55/2009

xenofobia europea

VignettaA oltre cinquant’anni dal Trattato di Roma che affermava le quattro libertà fondamentali di circolazione delle persone, dei beni, dei servizi e dei capitali e a quasi vent’anni dal Trattato di Schengen che avviava l’abolizione di controlli alle frontiere interne dell’Ue, accade che cittadini inglesi in massa si oppongano al lavoro di cittadini italiani nel Lincolnshire (nord del Regno Unito) in seguito a un regolare appalto della francese Total. Cittadini europei in conflitto tra di loro per un lavoro con una compagnia petrolifera europea in un Paese europeo, il tutto sotto gli occhi di istituzioni europee sorprese e ammutolite e di sindacati imbarazzati e prigionieri di contraddizioni dal sapore “protezionista”. Da chiedersi che cosa stia accadendo in questa Europa del mercato unico, della moneta unica, della libera circolazione di tutto ma non ancora delle persone. Dal primo gennaio scorso avrebbero dovuto ulteriormente aprirsi le frontiere per gli ultimi arrivati nell’Ue, rumeni e bulgari, ma undici Paesi hanno preferito rimandare. Tra questi, Italia, Francia e Germania ma non il Regno Unito, che aveva subito aperto le sue frontiere. Come spiegare allora il rifiuto inglese per i lavoratori italiani? Influisce certo la gravità della crisi economica, con la disoccupazione media all’8% ma più che doppia in alcune regioni dell’Ue.
L’episodio britannico rivela quanto sia facile scivolare nel protezionismo qui sociale, altrove economico e commerciale. Il peggior modo di rispondere a una crisi dove il “si salvi chi può” è suicidio sicuro per tutti. Ci sarà anche in questo atteggiamento miope la tiepidezza inglese verso l’Europa, ma non dimentichiamo in proposito la rozzezza di forze politiche italiane che vogliono riservare l’occupazione ai “nostri” lavoratori, intendendo per adesso gli italiani, ma chissà che domani non si vorrà riservare il lavoro ai cittadini autoctoni a livello locale.
Eravamo, o credevamo di essere, tutti cittadini europei come vanno da anni ripetendo i Trattati dell’Ue, ma ora ci scopriamo stranieri “tutti contro tutti”. Figuriamoci allora i cittadini stranieri che provengono da Paesi che non fanno parte dell’Unione europea: le recenti decisioni italiane mostrano come la crisi offra l’occasione di cacciarli o, almeno, di imporre loro balzelli se vogliono lavorare in Italia. Su questa strada è però difficile fermarsi, lo hanno già capito tutti coloro che negli ultimi mesi hanno praticato atti di xenofobia e razzismo a ritmo praticamente quotidiano, verificatisi in tutta l’Ue ma che in Italia hanno segnato un incremento preoccupante e non casuale, alimentato da una deriva xenofoba politica e culturale. La xenofobia torna dunque pericolosamente d’attualità (vedi inserto), in un’Italia ossessionata dalla “paura dello straniero” e dalla sicurezza per gli italiani e in un’Europa che tarda ad arginare questa deriva non solo nei confronti di cittadini extracomunitari ma addirittura tra gli stessi cittadini europei.

 

evitare il protezionismo
nell’anno nero dell’economia

L’Europa deve cercare di evitare l’avvio di una spirale protezionistica e una saldatura tra crisi economica, sociale e politica in Europa: per questa ragione si è deciso di svolgere un Consiglio europeo informale il 1° marzo e su questo si basano i moniti della Banca centrale europea (Bce) e le richieste dei sindacati europei.
La crisi economica globale ha infatti portato molti governi a proporre o introdurre misure anti-crisi di tipo protezionistico, cosa che all’interno dell’Ue può creare seri problemi nelle relazioni politiche tra gli Stati membri. Soprattutto che rischia di contrapporre, causa interessi e situazioni ancora piuttosto differenti tra loro, vecchi e nuovi Stati membri, Paesi dell’euro e quelli fuori dall’Uem, molti dei quali sono anche più vulnerabili in campo economico-finanziario. «Dobbiamo sapere che gli Stati membri hanno approcci diversi alla soluzione della crisi: alcuni vogliono più protezionismo altri difendono il mercato unico. Dobbiamo trovare il punto di mediazione, adesso» ha dichiarato il premier ceco e presidente di turno dell’Ue, Mirek Topolanek, evidenziando una certa tensione tra i responsabili politici europei. Le tendenze protezioniste e le tipologie d’intervento differenti tra i Paesi dell’Ue, da quelle francesi per il settore dell’auto a quelle britanniche sul mercato del lavoro fino ai vari interventi di sostegno del sistema finanziario e i problemi di liquidità che iniziano ad avere alcuni Paesi, non aiutano certo la serenità e il necessario spirito comunitario, mentre la scarsa legittimazione data da vari Stati membri alla presidenza di turno ceca (Paese che tra l’altro non ha ancora ratificato il Trattato di Lisbona) complica ulteriormente i rapporti interni all’Ue in questo inizio di 2009. «Dobbiamo contrastare il protezionismo nel mercato unico anche se dobbiamo riconoscere che non sono stati gli europei in quanto tali a parlare di “buy european”, ma sono stati gli americani, poi correttisi dopo l’intervento di Obama» ha detto il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, invitando i governi dell’Ue a «far prevalere lo spirito europeo, la coerenza e la solidarietà». Secondo il presidente della Commissione, infatti, «decidere misure unilaterali costituisce un boomerang perché a loro volta chi lo ha fatto rischia di subire misure unilaterali di altri», per questo i responsabili politici dei Paesi Ue devono «lottare contro ogni forma di nazionalismo economico, di populismo e di estremismo».

recessione e protezionismo preoccupano la Bce

«Timori di nuove e crescenti spinte protezionistiche» sono espressi anche dalla Banca centrale europea, nel suo bollettino mensile di febbraio in cui è sottolineato che l’incertezza economica permane «eccezionalmente elevata» e i rischi per la crescita, che resta orientata al ribasso, sono connessi a «un più forte impatto delle turbolenze finanziarie» sull’economia reale.
Per effetto di queste «intense e diffuse turbolenze» nei mercati finanziari, osserva la Bce, l’attività economica mondiale e nell’area dell’euro si è indebolita considerevolmente: la domanda esterna di esportazioni dell’area si è ridotta, mentre fattori interni, in particolare il grado di fiducia molto contenuto e le condizioni tese di finanziamento, hanno inciso negativamente sulla domanda interna. La Bce invita a far restare «mirate e temporanee» le misure anti-crisi ed esorta i governi, i cui conti pubblici sono stati messi a dura prova dal calo dell’economia e dagli ingenti stanziamenti a favore delle banche e del sistema finanziario, a ristabilire «quanto prima un impegno credibile a favore degli obiettivi di bilancio a medio termine».
Citando le previsioni intermedie della Commissione europea, che indicano un notevole incremento del disavanzo pubblico medio dei Paesi dell’euro, dall’1,7% del Pil nel 2008 al 4% nel 2009, la Bce ritiene che questo «rapido deterioramento dei saldi di bilancio» sia riconducibile al sensibile rallentamento dell’economia, a ulteriori riduzioni delle entrate e alle misure di stimolo fiscale adottate da molti governi, ma per rafforzare la fiducia del pubblico nella sostenibilità dei conti «è indispensabile che i governi ristabiliscano quanto prima un impegno credibile a favore degli obiettivi di bilancio a medio termine».
Dall’analisi svolta dalla Bce sulle misure di politica economica-finanziaria intraprese a livello internazionale, inoltre, «si riscontrano segnali di intensificazione delle spinte protezionistiche in alcune regioni del mondo». Non ancora misure concrete ma una tendenza generale che «non desta sorpresa, poiché le spinte protezionistiche tendono a rafforzarsi nei momenti di tensione economica e finanziaria», ma che va in ogni modo contrastata secondo la Bce perché un aumento del protezionismo comporterebbe una «cospicua perdita di benessere».

previsioni intermedie negative

Le molte preoccupazioni derivano dalle previsioni, secondo cui la crescita del Pil dell’Ue diminuirà sensibilmente di circa l’1,8% nel 2009, per poi recuperare moderatamente nel 2010 dello 0,5%, un rallentamento economico che avrà ripercussioni notevoli sull’occupazione e sulle finanze pubbliche, secondo la Commissione europea. Le previsioni intermedie per il periodo 2009-2010 presentate dai servizi economici dell’esecutivo europeo alla fine di gennaio mostrano infatti una situazione preoccupante. L’attività economica a livello mondiale ha subito una grande decelerazione nell’ultimo trimestre del 2008, tendenza che continuerà nel breve periodo. Così, mentre nel 2008 l’Ue e la zona euro hanno fatto registrare una crescita di appena l’1%, a fronte di un valore di poco inferiore al 3% l’anno precedente, nel 2009 il loro Pil reale dovrebbe scendere bruscamente, dell’1,8% per l’Ue e dell’1,9% per la zona euro, per poi risalire di circa mezzo punto percentuale nel 2010. Il rallentamento economico dovrebbe investire numerosi settori e avere ricadute negative sulle economie di mercato emergenti, osserva la Commissione che per tutto il 2009 prevede una crescita del Pil mondiale di solo lo 0,5% (a fronte del 3,3% del 2008 e della media eccezionale del 5% che ha caratterizzato il triennio 2004-2007). A partire dalla seconda metà del 2009 dovrebbe esserci una ripresa, graduale ma moderata, grazie al miglioramento dei mercati finanziari e agli effetti delle politiche macroeconomiche di allentamento che cominceranno a farsi sentire. Nel complesso, si prevede che nel 2010 la crescita del Pil mondiale si collochi intorno al 2,75%.
Male tutti i principali Paesi della zona euro: la Germania chiuderà il 2009 a quota -2,3%, la Francia -1,8% e la Spagna, come l’Italia, a -2%. L’Italia, entrata in recessione nel 2008 chiudendo l’anno con una crescita del Pil a -0,6%, nel 2009 segnerà un -2% e solo nel 2010 dovrebbe riprendersi leggermente con un +0,3%. Nel 2009 crescerà anche il rapporto deficit/Pil nella maggior parte degli Stati membri dell’Ue: quello italiano passerà dal 2,8% precedentemente stimato al 3,8%, per poi scendere leggermente al 3,7% nel 2010 (era all’1,6% nel 2007). Andrà anche peggio per Portogallo (4,6%), Francia (5,4%), Spagna (6,2%) e soprattutto Irlanda (11%), nella zona euro, così come per Lettonia (6,3%), Romania (7,5%) e Regno Unito (8,8%) al di fuori dell’Uem, con il risultato che il disavanzo nominale dell’Ue nel 2009 dovrebbe essere superiore al doppio di quello dello scorso anno, attestandosi al 4,25%, mentre quello della zona euro passerà da 1,75% al 4%. L’Italia segnerà però un ulteriore aumento del suo debito, che è già nettamente il più elevato dell’Ue: dopo aver chiuso il 2008 con un debito al 105,7% del Pil, nel 2009 il rapporto passerà al 109,3% per salire ancora al 110,3% nel 2010.
Con un certo ritardo rispetto all’evoluzione del Pil, il 2009 segnerà anche un peggioramento nel mercato del lavoro europeo: per l’Ue si prevede una perdita di 3,5 milioni di posti di lavoro, con un tasso di disoccupazione che dovrebbe salire all’8,75% nell’Ue e al 9,25% nella zona euro. Le pressioni inflazionistiche stanno invece allentandosi rapidamente, così si prevede che l’inflazione dei prezzi al consumo scenda nell’Ue dal 3,7% del 2008 (3,3% per la zona euro) all’1,2% nel 2009 (1% per la zona euro), per stabilirsi leggermente al di sotto del 2% nel 2010 nelle due aree europee.
INFORMAZIONI:
http://ec.europa.eu/economy_finance/thematic_articles/article13727_en.htm

RESTA MOLTO DA FARE CONTRO LA CRISI

Mentre il Fondo monetario internazionale (Fmi) rivede al ribasso le stime sulla crescita economica della zona euro, prevedendo una discesa del 2% del Pil nel 2009 e una lieve ripresa dello 0,2% nel 2010, il commissario europeo Joaquim Almunia ammonisce che «resta molto da fare a livello europeo e globale» per contrastare la crisi. Intervenendo al World Economic Forum, svoltosi a Davos (Svizzera) alla fine di gennaio, il responsabile degli Affari economico-monetari dell’Ue ha ricordato che «sono state adottate molte misure sia a livello europeo sia nazionale», di tipo fiscale per usare la politica di bilancio come stimolo alla domanda e misure di politica monetaria per sostenere il settore finanziario e migliorare il funzionamento del mercato, tuttavia esistono «mentalità diverse tra le due sponde dell’Atlantico, mentre i mercati finanziari sono globali e quindi dobbiamo trovare risposte globali». È quindi necessario un approccio coordinato, sostiene Almunia, perché va tenuto conto del fatto che «l’interdipendenza delle nostre economie è cresciuta molto nell’ultimo periodo», pur mantenendo alta l’attenzione verso i Paesi più deboli perché «lo spazio di manovra delle diverse economie europee non è lo stesso».
Interdipendenza economica subito messa alla prova dalla nuova norma cosiddetta “buy american”, proposta dal Congresso degli Usa e poi solo in parte ridimensionata nell’ambito del pacchetto anti-crisi da 787 miliardi di dollari, secondo cui nello svolgimento dei lavori pubblici possono essere utilizzati solo acciaio e ferro statunitensi, misura ritenuta protezionistica dalla Commissione europea che annuncia possibili ritorsioni commerciali. Intanto, l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa avverte che «l’impatto disastroso della crisi rischia di minare le fondamenta stesse della democrazia» e ricorda ai governi europei che è loro responsabilità «proteggere i diritti sociali ed umani dei cittadini».

INFORMAZIONI: http://www.weforum.org/en/index.htm

CES: SFRUTTARE L’INDEBITAMENTO PER RILANCIARE L’ECONOMIA

Non si deve scegliere tra salvataggio dell’economia reale e salvataggio delle finanze pubbliche, serve invece una strategia di politica fiscale «che permetta all’economia di crescere grazie all’indebitamento» sostiene la Confederazione europea dei sindacati (Ces). Pur condividendo la preoccupazione per la sostenibilità delle finanze pubbliche, espressa dalle istituzioni dell’Ue e dalla Bce, i sindacati europei invitano i ministri economico-finanziari europei e la Commissione a «prendere coscienza del fatto che il modello del capitalismo finanziario ha fallito» e che «la spesa privata non è capace di guidare la crescita e la domanda per gli anni a venire». È quindi necessaria una politica fiscale che sostenga la crescita e nel contempo assicuri che la sostenibilità sia garantita nel medio termine. Si tratta cioè di mantenere contemporaneamente lo stimolo economico e la sostenibilità fiscale, politica che dovrebbe basarsi su alcune azioni prioritarie, secondo la Ces: taglio dei tassi di interesse vicino allo zero e rilassamento quantitativo della politica monetaria, affinché gli investimenti pubblici possano essere finanziati a bassi costi; aumento degli investimenti pubblici, che hanno un impatto maggiore e più certo sull’economia rispetto al semplice taglio delle tasse; creazione di un’Agenzia europea del debito, per sostenere i singoli Stati membri che si trovano ad avere elevate oscillazioni dei tassi d’interesse, causate dall’infondato panico che condiziona i comportamenti dei mercati finanziari; affrontare il problema della dannosa competizione fiscale, in particolare per quanto riguarda i paradisi fiscali e la tassazione sulle rendite di capitale, in modo tale che, quando la ripresa si avvierà, i governi abbiano le entrate a disposizione per ripagare il debito pubblico.
La Ces ritiene poi «sottostimata» la previsione della Commissione europea di 3,5 milioni di nuovi disoccupati nel corso del 2009 nell’Ue e che il numero effettivo di posti di lavoro persi potrebbe essere di 5-6 milioni. Per questo serve un Piano straordinario per l’occupazione, sostiene la Ces, che contenga risorse aggiuntive rispetto a quelle messe a disposizione dai governi. «Gli Usa hanno reagito alla crisi stanziando 2000 miliardi di dollari e un unico piano nazionale, mentre l’Ue ha risposto con 27 diversi piani nazionali e soli 200 miliardi di euro, appena 30 dei quali aggiuntivi a quelli messi a disposizione dai governi nazionali» osserva in un’intervista Walter Cerfeda, membro della segreteria della Ces. I sindacati europei chiedono dunque risorse aggiuntive sul Fondo sociale europeo per la formazione e riqualificazione professionale e una misura straordinaria per sostenere una riduzione dell’orario di lavoro finalizzata al mantenimento dei livelli occupazionali, proponendo di reperire queste risorse straordinarie ricorrendo a un prestito obbligazionario lanciato dalla Banca europea d’investimenti.

INFORMAZIONI: http://www.etuc.org

 

problema disoccupazione nell’Unione europea
La produzione fa registrare il declino più forte delle ultime decadi» mentre «la fiducia delle imprese è crollata al livelli più bassi dal 1985», scrive la Commissione europea in un documento presentato all’Ecofin all’inizio di febbraio in cui stima che in quattro mesi si siano persi 130.000 posti di lavoro nell’Ue.
In un anno, dal novembre 2007 al novembre 2008, i settori dell’industria e dell’edilizia hanno fatto registrare complessivamente perdite sul fronte della produzione per 150 miliardi di euro, crisi che si è poi ulteriormente acuita tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009. Naturalmente questo calo della produzione si è riflesso sull’occupazione, così che dall’inizio dell’ottobre 2008 alla fine di gennaio 2009 «le riduzioni di posti di lavoro pianificate sono aumentate significativamente a 158.000 unità, mentre la creazione di nuovi posti di lavoro è caduta a 25.000 unità» scrive la Commissione, sottolineando quindi «una perdita netta di 130.000 posti di lavoro». Un dato «molto preoccupante» secondo l’analisi dell’esecutivo europeo, perché nel terzo trimestre 2008 il saldo tra posti persi e posti creati era leggermente positivo, mentre è atteso un peggioramento della crisi almeno fino alla metà del 2009. In molti settori produttivi, poi, le imprese in questo momento di fronte alla crisi sono propense «a favorire soprattutto contratti a breve termine o la chiusura temporanea delle fabbriche per tentare di trattenere gli operai più specializzati» rileva la Commissione europea.

colpiti tutti i settori produttivi

Una crisi ad ampio raggio, che ha già causato un calo di produzione e occupazione nei settori meccanico, chimico, farmaceutico, alimentare, tessile, siderurgico, cantieristico e aeronautico, ma che risulta essere «particolarmente grave e drammatica» nel settore automobilistico, sottolinea la Commissione, con una previsione 2009 peggiore dell’anno precedente (crollo delle immatricolazioni stimato tra il 12% e il 18%) e una «potenziale ripresa solo nel 2010 e nel 2011». Inoltre, la contrazione della produzione nel settore automobilistico «ha più che in altri settori un immediato effetto negativo anche sull’occupazione nelle aziende fornitrici» osserva la Commissione, secondo cui gli stabilimenti automobilistici «rischiano di chiudere» in molti Stati membri, ma anche le aziende dell’indotto sono in pericolo perché «una su dieci rischia il fallimento» nei prossimi mesi. Tra le varie responsabilità della crisi nel settore auto e nell’indotto la Commissione individua anche la «persistente stretta creditizia» che colpisce le industrie e imprese del settore auto, soprattutto rispetto al credito di lungo termine, mentre è certamente rilevante la crisi del credito al consumo, che rappresenta tra il 60% e l’80% degli acquisti di nuove auto.
Intanto, Francia e Germania annunciano un’iniziativa europea straordinaria contro la crisi, mentre la presidenza di turno ceca dell’Ue punta su un Consiglio europeo informale per preparare un’azione efficace anti-crisi in vista del Consiglio di primavera di metà marzo.

nella zona euro disoccupazione all’8%

Alla fine dello scorso gennaio, Eurostat aveva diffuso i dati relativi dell’ultimo quadrimestre 2008 rilevando un aumento complessivo del tasso di disoccupazione salito in dicembre all’8% nella zona euro e al 7,4% nell’intera Ue, per un totale di quasi 18 milioni di donne e uomini disoccupati nei 27 Stati membri di cui 12,4 milioni nei soli Paesi dell’euro. Tra novembre e dicembre 2008 l’aumento del numero di disoccupati è stato di 309.000 unità nell’Ue27 e di 230.000 nella zona euro, ma rispetto al dicembre 2007 l’aumento della disoccupazione è stato di 1,6 milioni nell’intera Ue, con un tasso passato in un anno dal 6,8% al 7,4%, e di quasi 1,4 milioni nell’area dell’euro dove il tasso è salito dal 7,2% del 2007 all’8% di fine 2008. Un livello molto simile a quello degli Usa, che nel dicembre 2008 hanno rilevato un tasso del 7,2%. Anche in dicembre i tassi minori di disoccupazione si sono registrati nei Paesi Bassi (2,7%) e in Austria (3,9%), i più elevati hanno riguardato Spagna (14,4%) e Lettonia (10,4%), mentre nell’ultimo anno ben 14 Paesi dell’Ue hanno segnato un aumento della disoccupazione, con Spagna (dall’8,7% al 14,4%) ed Estonia (dal 4,1% al 9,2%) su tutti.
Maggiori gli incrementi della disoccupazione tra gli uomini nell’ultimo anno, passata dal 6,4% al 7,6% nella zona euro e dal 6,3% al 7,2% nell’Ue27; tra le donne, invece, l’aumento è stato dall’8,1% all’8,5% nell’area dell’euro e dal 7,4% al 7,7% nell’intera Ue. Il già elevatissimo livello di disoccupazione giovanile (under 25) ha registrato un ulteriore incremento tra il dicembre 2007 e il dicembre 2008: nell’Ue27 è salito dal 14,7% al 16,6% e nella zona euro dal 14,5% al 16,4%. Anche tra i giovani è la Spagna a segnare il record negativo (29,5%), seguita dall’Ungheria (22,5%), livelli assai diversi dai minimi registrati nei Paesi Bassi (5,3%) e in Austria (6,9%).
I dati relativi all’Italia sono simili o inferiori alla media europea, più alti solo tra i giovani, ma non sono aggiornati perché riferiti alla fine di settembre: 6,7% la disoccupazione totale, 5,4% quella maschile, 8,4% quella femminile e 20,6% quella giovanile.
INFORMAZIONI:
http://epp.eurostat.ec.europa.eu

 

Tabella 1

ALTRI 4 PAESI APRONO AI LAVORATORI BULGARI E RUMENI

Grecia, Portogallo, Spagna e Ungheria hanno deciso di abolire le restrizioni all’accesso dei loro mercati del lavoro per i lavoratori bulgari e rumeni, accogliendo così l’invito fatto dalla Commissione europea ai governi dell’Ue nel novembre 2008. I quattro Stati membri si vanno quindi ad aggiungere agli altri dieci che avevano già aperto i rispettivi mercati del lavoro a lavoratori provenienti da Bulgaria e Romania, cioè gli ultimi due Paesi a essere entrati nell’Ue. Restano dunque undici Paesi dell’Ue a mantenere le restrizioni alla libera circolazione dei lavoratori bulgari e rumeni: Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi e Regno Unito. La Danimarca ha però già annunciato che annullerà le restrizioni a partire dal prossimo 1° maggio.
La crisi economica non può essere una ragione per mantenere le restrizioni alla libera circolazione dei lavoratori, ha dichiarato il commissario europeo responsabile per Occupazione, Affari sociali e Pari opportunità, Vladimír Špidla, osservando che la mobilità della manodopera tende ad autoregolarsi: «I lavoratori vanno dove c’è domanda di lavoro e non restano in un altro Paese in condizioni di disoccupazione».
Va ricordato che il 31 dicembre 2008 è terminata la prima fase di disposizioni transitorie, che consentono agli Stati membri di limitare temporaneamente il libero accesso dei lavoratori bulgari e rumeni, restrizioni introdotte da 15 Stati membri su 25 nel gennaio 2007, data d’ingresso nell’Ue di Bulgaria e Romania. La seconda fase, ora in corso per gli undici Paesi mantenitori, scadrà il 31 dicembre 2011, dopodichè le restrizioni potranno essere mantenute solo in caso di grave turbativa (o di minaccia di grave turbativa) del mercato del lavoro e solo per altri due anni.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/social/main.jsp?catId=466&langId=it

“SI” SVIZZERO ALLA LIBERA CIRCOLAZIONE DEI LAVORATORI UE

Con il voto favorevole espresso l’8 febbraio scorso dal 59,6% dei votanti, i cittadini svizzeri hanno approvato il rinnovo dell’Accordo sulla libera circolazione dei lavoratori tra Svizzera e Ue e la sua estensione a Romania e Bulgaria. Il voto costituiva una prova importante per le relazioni tra la Svizzera e l’Ue, perché la destra nazionalista aveva promosso il referendum in ottica isolazionista facendo leva sui rischi di «invasione» da parte di lavoratori stranieri a basso costo. A parte il canton Ticino però, dove i frontalieri italiani sono circa 45.000 e i “no” all’Accordo hanno stravinto (65,8%), e altri tre cantoni che hanno espresso voto contrario con percentuali meno nette, in tutti gli altri 22 cantoni della Confederazione elvetica i cittadini si sono pronunciati a favore del mantenimento dell’apertura verso l’Ue e i suoi lavoratori.
Le relazioni tra la Svizzera e l’Ue sono disciplinate da accordi bilaterali e in particolare dagli accordi economici cosiddetti “Bilaterali I”, approvati dagli svizzeri nel 2000. L’Accordo sulla libera circolazione delle persone è giuridicamente legato agli altri sei accordi dei “Bilaterali I”, per cui se non fosse stato rinnovato rischiavano di decadere anche gli altri, con gravi conseguenze per l’economia svizzera. Tra l’altro, la Svizzera avrebbe posto termine alla sua partecipazione all’area Schengen di libera circolazione, di cui fa parte dal 12 dicembre 2008 quando è diventata il 25° Paese membro. D’altro canto, proprio sulla questione economica hanno fatto leva i fautori dell’Accordo: l’isolamento della Svizzera sarebbe stato grave, dal momento che l’Ue è nettamente il suo primo partner e un franco su tre in Svizzera è guadagnato grazie alle relazioni con l’Ue; inoltre, un abitante su otto in Svizzera ha un passaporto europeo e più di 400.000 svizzeri vivono e lavorano nell’Ue.

 

Ilo: dalla crisi un aumento
globale della disoccupazione

La crisi economica globale in corso causerà nel 2009 a livello mondiale un aumento della disoccupazione, un numero crescente di lavoratori poveri e di coloro che hanno un lavoro vulnerabile, questo secondo le previsioni contenute nel Global Employment Trends Report pubblicato dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil-Ilo) il 28 gennaio 2009.
Analizzando i nuovi sviluppi del mercato del lavoro globale e sulla base delle caratteristiche di tempestività ed efficacia delle misure anti-crisi adottate, il Rapporto ipotizza vari scenari secondo cui il numero dei disoccupati a livello mondiale potrebbe aumentare nel 2009, rispetto al 2007, di una cifra compresa tra i 18 e i 30 milioni e, se la situazione continuasse a peggiorare, questo numero potrebbe superare addirittura i 50 milioni di disoccupati. Nel caso si verificasse quest’ultima ipotesi, secondo l’Ilo, circa 200 milioni di lavoratori in più rispetto a due anni fa potrebbero trovarsi in condizioni di estrema povertà, in particolare nelle economie in via di sviluppo dell’Asia meridionale e dell’Africa Subsahariana, portando così a oltre 800 milioni il numero di lavoratori poveri (con poco più di un dollaro al giorno a disposizione).
«Il messaggio dell’Ilo è realista, non allarmista» osserva il direttore generale dell’Organizzazione, Juan Somavia, sottolineando come di fronte alla crisi globale dell’occupazione molti governi stiano prendendo misure adeguate; tuttavia, per evitare una recessione sociale globale è necessaria un’azione decisa e coordinata a livello internazionale, ammonisce Somavia, perché «i progressi fatti finora per ridurre la povertà sono a rischio e la classe media si sta indebolendo», quindi le conseguenze politiche e in termini di sicurezza «sono di proporzioni gigantesche».
Inoltre, secondo l’Ilo la crisi mette in evidenza l’importanza dell’Agenda del lavoro dignitoso, dal momento che «molti aspetti di questa Agenda sono riscontrabili nelle misure adottate recentemente per promuovere la creazione di posti di lavoro, per intensificare ed estendere la protezione sociale e utilizzare maggiormente lo strumento del dialogo sociale». L’Ilo richiama dunque l’attenzione sul prossimo Vertice dei G20 che si terrà a Londra il 2 aprile, occasione non solo per discutere le questioni economico-finanziarie ma anche per «trovare un accordo sulle misure prioritarie da adottare per promuovere investimenti, obiettivi di lavoro dignitoso e di protezione sociale e coordinamento delle politiche» osserva l’Ilo.

principali previsioni 2009

Il Rapporto dell’Ilo aggiorna le stime espresse nell’ottobre 2008, secondo cui la crisi finanziaria globale avrebbe causato un aumento del numero dei disoccupati a livello globale stimabile tra i 15 e i 20 milioni entro il 2009. Le conclusioni principali del Global Employment Trends Report 2009 sono le seguenti:

• Sulla base delle previsioni del Fondo monetario internazionale (Fmi) del novembre 2008, il tasso di disoccupazione globale dovrebbe raggiungere il 6,1% nel 2009 rispetto al 5,7% del 2007, cosa che equivale a 18 milioni di disoccupati in più nel 2009 rispetto al 2007.

• Se il panorama economico peggiorasse rispetto a quanto previsto nel novembre scorso, cosa alquanto probabile, il tasso di disoccupazione globale raggiungerebbe il 6,5%, che significherebbe un aumento del numero totale dei disoccupati di 30 milioni rispetto al 2007.

• Nella peggiore delle ipotesi, il tasso di disoccupazione globale arriverebbe al 7,1%, con un aumento del numero globale dei disoccupati di oltre 50 milioni di persone.

• Il numero dei lavoratori poveri, ovvero quelle persone che non guadagnano abbastanza per mantenere se stesse e le proprie famiglie in quanto non superano la soglia di povertà dei 2 dollari al giorno a persona, potrebbe aumentare fino a raggiungere un totale di 1,4 miliardi che equivale al 45% del totale dei lavoratori occupati.

• Nel 2009, la percentuale delle persone con posti di lavoro vulnerabili – sia lavoratori che contribuiscono al mantenimento della famiglia, sia lavoratori in proprio con scarso accesso a reti di sicurezza che garantiscono il reddito in tempi difficili – potrebbero aumentare considerevolmente nel caso si verificasse lo scenario economico peggiore, raggiungendo il 53% del totale dei lavoratori occupati.

classi medie in crisi e giovani a rischio
Il Rapporto dell’Ilo evidenzia il rischio, derivante dal difficile contesto economico globale attuale, di annullare i progressi fatti negli ultimi anni in materia di riduzione della povertà, mentre le classi medie di tutto il mondo stanno andando incontro a un’inesorabile indebolimento. Se la recessione continuasse per tutto il 2009, come previsto da molti osservatori, la crisi globale di posti di lavoro è destinata a peggiorare drasticamente ed e plausibile che, per molti di coloro che riusciranno a mantenere un posto di lavoro, si possano deteriorare anche sensibilmente le retribuzioni e le condizioni di lavoro.
Per altri, invece, la prolungata condizione di disoccupazione renderà ancor più difficile l’inserimento nel mondo del lavoro, ma le difficoltà maggiori per l’inserimento nel mercato del lavoro riguarderanno ancora una volta i giovani. Nel 2008 il numero complessivo di disoccupati tra i giovani di età inferiore ai 25 anni è aumentato di 76 milioni. Giovani che, secondo l’Ilo, potrebbero trovarsi intrappolati tra basse retribuzioni, precarietà e disoccupazione per lunghi periodi.

altri risultati del Rapporto
Nel corso del 2008 sono stati il Nord Africa e il Medio Oriente a registrare i tassi di disoccupazione più elevati, osserva il Rapporto dell’Ilo, con tassi rispettivamente del 10,3% e del 9,4%. Seguono la regione mondiale che comprende l’Europa centro-orientale (non Ue) e la Comunità degli Stati indipendenti con l’8,8%, l’Africa Subsahariana con il 7,9% e l’America Latina con il 7,3%. Sul fronte opposto, invece, il tasso di disoccupazione più basso è stato rilevato ancora una volta nell’Asia dell’Est con il 3,8%, mentre le due regioni dell’Asia del Sud e quella del Sud-Est e Pacifico hanno registrato rispettivamente il 5,4% e il 5,7%.
Il Rapporto dell’Ilo sottolinea come le tre regione asiatiche (Asia del Sud, Asia del Sud-Est e Pacifico, Asia dell’Est) abbiano rappresentato il 57% della creazione di occupazione a livello mondiale nel 2008. Nelle economie sviluppate e nell’Unione europea si è invece registrata nel 2008 una creazione di occupazione netta negativa, con la perdita di circa 900.000 posti di lavoro, il che «spiega in parte il basso livello della creazione di occupazione nel mondo» osserva l’Ilo.
Rispetto al 2007, l’aumento più significativo del tasso di disoccupazione a livello di regioni mondiali è stato rilevato nelle economie sviluppate e nell’Unione europea, con un passaggio dal 5,7% al 6,4% (nella sola Ue ha raggiunto il 7,4% e l’8% nell’area dell’euro, vedi pag. 4). Il numero dei disoccupati nella regione è aumentato di 3,5 milioni in un anno, per raggiungere 32,3 milioni nel 2008.
Secondo lo studio dell’Ilo, l’Africa Subsahariana e l’Asia del Sud si distinguono a livello regionale per le condizioni del mercato del lavoro estremamente difficili, registrando inoltre la più alta percentuale di lavoratori poveri di tutte le altre regioni. Nonostante questa tendenza sia in declino da dieci anni, nel 2007 circa l’80% degli occupati erano ancora considerati come lavoratori poveri.

proposte di intervento
«La crisi economica del 2008 ha ulteriormente aggravato le preoccupazioni relative alle conseguenze sociali della globalizzazione segnalate in precedenza» osserva l’Ilo che, richiamando la necessità di adottare misure a sostegno dei gruppi più vulnerabili sul mercato del lavoro, in particolare giovani e donne, rileva come «un enorme potenziale lavorativo» nel mondo rimanga ancora ampiamente «inutilizzato». Secondo l’Organizzazione dell’Onu, infatti, la crescita economica e lo sviluppo potrebbero essere maggiori se venisse data a tutti l’opportunità di un lavoro dignitoso tramite degli investimenti produttivi e delle politiche attive del mercato del lavoro.
«L’Agenda del lavoro dignitoso costituisce un quadro politico appropriato per contrastare la crisi. L’Agenda contiene un messaggio molto forte: il dialogo tripartito con le organizzazioni di imprenditori e di lavoratori deve rivestire un ruolo centrale per definire delle politiche atte a rispondere alla sfida della crisi economica» sostiene Somavia.
Il Global Employment Trends Report 2009 elenca quindi una serie di misure politiche attuate da vari governi e che l’Ilo raccomanda, come stabilito nel corso del Consiglio di amministrazione dell’Organizzazione svoltosi nel novembre 2008:

• estensione della copertura dell’indennità di disoccupazione e della protezione sociale, riqualificazione degli esuberi e garanzia delle pensioni contro il declino dei mercati finanziari;

• investimenti pubblici nelle infrastrutture e nell’edilizia, nelle infrastrutture comunitarie e nei green jobs, anche tramite opere pubbliche di emergenza;

• sostegno alle piccole e medie imprese;

• dialogo sociale a livello di impresa, di settore e a livello nazionale.

Secondo i responsabili dell’Ilo, «se molti Paesi – utilizzando le proprie riserve finanziarie, i prestiti di emergenza del Fmi nonché meccanismi di aiuto più potenti – applicassero politiche coordinate in linea con l’Agenda del lavoro dignitoso dell’Ilo, sarebbe possibile attenuare gli effetti del declino economico su imprese, lavoratori e le loro famiglie, e quindi preparare meglio la ripresa».

Fonte e INFORMAZIONI:
http://www.ilo.org/public/italian/region/eurpro/rome/index.htm

 

DALLA CRISI ANCHE TAGLI SALARIALI

La crisi economica globale porterà tagli salariali per milioni di lavoratori in tutto il mondo nel corso del 2009, è quanto prevede il Global Wage Report 2008/09 pubblicato dall’Ilo a fine novembre 2008.
Sulla base degli ultimi dati del Fmi, la previsione dell’Ilo è che la crescita globale dei salari reali raggiungerà nella migliore delle ipotesi l’1,1% nel 2009, rispetto all’1,7% del 2008, ma ci si attende una riduzione dei salari in numerosi Paesi, comprese le principali economie. Nel complesso, la crescita dei salari nei Paesi industrializzati dovrebbe scendere da +0,8% del 2008 a -0,5% del 2009.
Il Rapporto rileva che la situazione attuale fa seguito a un decennio in cui i salari non hanno seguito il passo della crescita economica: tra il 1995 e il 2007, infatti, per ogni punto percentuale in più nella crescita economica annuale del Pil pro capite i salari sono cresciuti in media solo dello 0,75% su base annua. Di conseguenza, in quasi i tre quarti dei Paesi la quota dei salari rispetto al Pil è diminuita. Tra il 2001 e il 2007, mentre l’inflazione risultava bassa e l’economia globale cresceva a un tasso annuo del 4%, i salari sono aumentati solo del 2% l’anno in oltre la metà dei Paesi.
Notevoli le differenze a livello di regioni mondiali: la crescita dei salari reali non ha superato l’1% nella maggior parte dei Paesi sviluppati e dell’America Latina, raggiungendo invece il 10% o più in Cina, Russia e altri Paesi con economie in transizione. Permangono le differenze salariali di genere: nonostante l’80% dei Paesi abbiano registrato un aumento del salario medio delle donne rispetto a quello degli uomini, nella maggioranza dei Paesi i salari delle donne rappresentano in media il 70-90% dei salari degli uomini, ma si rilevano rapporti anche molto più bassi ad esempio in alcuni Paesi asiatici.

INFORMAZIONI: http://www.ilo.org

 

Tabella 2

Tabella 3

Tabella 4

supportare le Pmi
nell’economia globale

Le piccole e medie imprese (Pmi), cioè con un numero di dipendenti inferiore a 250 e un fatturato inferiore a 50 milioni di euro, sono circa 23 milioni nell’Ue (99% del totale) e danno lavoro a 75 milioni di persone (70% della forza lavoro), ma sono in maggioranza escluse dal sistema globale. Oltre il 96% delle Pmi nell’Ue è di piccole dimensioni, con meno di 50 dipendenti e un fatturato annuo inferiore a 10 milioni di euro, cosa che «limita la loro capacità di esportare beni e servizi oltre i confini nazionali, dati gli elevati costi fissi» secondo una relazione adottata il 5 febbraio scorso dal Paramento europeo, che chiede di promuovere l’internazionalizzazione delle Pmi e favorire la competitività, la crescita e l’occupazione. «I mercati aperti e la concorrenza leale rappresentano i migliori strumenti per garantire le opportunità per le Pmi nell’economia globalizzata», anche perché «l’internazionalizzazione genera competitività e crescita, contribuendo all’espansione delle imprese e quindi all’occupazione» osserva l’Europarlamento. Eppure solo l’8% delle Pmi dell’Ue esporta beni al di fuori delle frontiere nazionali, mentre solo il 3% di esse considera prioritaria l’esportazione di beni al di fuori dell’Ue. Secondo l’Europarlamento, la Commissione dovrebbe affrontare «in modo esplicito» le difficoltà incontrate dalle Pmi nelle esportazioni, precisando con quali strumenti nazionali o europei è possibile aiutare le Pmi a migliorare le loro prestazioni sui mercati mondiali. Le priorità d’intervento proposte dai deputati europei riguardano maggiore tutela dalle contraffazioni, marchio d’origine e protezione internazionale delle indicazioni geografiche dei prodotti alimentari, migliorare le indagini relative alla difesa commerciale dal dumping e norme specifiche e semplificate nell’ambito dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc-Wto), nonché clausole speciali relative alle esigenze delle Pmi.

accesso ai mercati internazionali
L’accesso delle Pmi ai mercati internazionali, osserva l’Europarlamento, «può contribuire a creare nuovi posti di lavoro, a difendere e conferire valore aggiunto a quelli esistenti, a preservare e scambiare il know-how e le specificità dell’Unione europea, nonché a offrire agli Stati membri la garanzia di una crescita economica solida e duratura». Per questo, la Commissione e gli Stati membri sono invitati a migliorare la diffusione delle informazioni relative ai mercati dei Paesi terzi, razionalizzando e semplificando il “Market Access Database” e rafforzando i “Market Access Team” creati in seno alle delegazioni della Commissione nei Paesi terzi,  dotandoli di sportelli specifici per le Pmi. Nei mercati chiave di Cina e India, ad esempio, secondo il Parlamento europeo dovrebbero essere creati degli “European Business Center” che collaborino con le Camere di commercio nazionali e con i rappresentanti delle imprese, per consentire alle Pmi di trovare partner dotati delle capacità necessarie per accedere a questi mercati locali. Al fine di garantire pari diritti alle piccole imprese europee in materia di appalti pubblici nei Paesi terzi, la Commissione è poi inviata a presentare proposte «realistiche e costruttive» in vista di una futura rinegoziazione e di un rafforzamento dell’accordo sugli appalti pubblici in sede di Wto.

 “Small Business Act”
Ritenendo l’iniziativa della Commissione relativa allo “Small Business Act” una «occasione importante per adattare in maniera efficace tutte le politiche dell’Unione europea alle Pmi», l’Europarlamento ritiene che l’internazionalizzazione delle Pmi debba costituirne «una pietra angolare». Alla Commissione e agli Stati membri è dunque richiesto di incentivare la creazione di consorzi di servizi destinati a supportare le Pmi nel processo di globalizzazione, mentre è visto favorevolmente anche l’aggiornamento dei programmi che permettono alle Pmi di accedere a finanziamenti per uno sviluppo internazionale, con la necessità di adottare «quanto prima il brevetto unico europeo e lo statuto della società europea». Secondo i deputati europei, il sostegno politico e finanziario finalizzato all’innovazione dei prodotti e dei processi, il miglioramento dell’accesso ai finanziamenti e degli aspetti fiscali, la cooperazione nel campo della ricerca e il trasferimento tecnologico rappresentano «fattori fondamentali per incrementare la produttività delle Pmi», così come deve essere sviluppata una più intensa cooperazione tra le Pmi e le università allo scopo di migliorare la ricerca e l’innovazione mentre potrebbe essere creato un programma speciale di scambi per i giovani imprenditori a livello europeo.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/enterprise/sme/index_it.htm

 

LIEVI MIGLIORAMENTI PER L’INNOVAZIONE IN EUROPA

Molti Paesi europei stanno investendo nel campo dell’innovazione, riducendo così i ritardi registrati finora rispetto a competitori internazionali quali gli Usa e il Giappone, secondo uno studio su scienza, tecnologia e competitività che ha svolto un confronto internazionale nel campo dell’innovazione.
Al primo posto tra i Paesi europei si trova la Svizzera, seguita da Svezia, Finlandia, Germania, Danimarca e Regno Unito. Questi sei Paesi vantano punteggi molto superiori al resto dei Paesi europei e all’insieme dell’Ue, mentre i Paesi che hanno registrato i maggiori progressi nel periodo 2000-2006 preso in esame sono quelli recentemente entrati nell’Ue, soprattutto Cipro, Romania e Bulgaria, anche se continuano a situarsi sotto la media europea.
Pur registrando netti miglioramenti in molti suoi Stati membri, l’Ue resta però in ritardo rispetto agli Usa per gli investimenti delle imprese e rispetto al Giappone per l’innovazione nella ricerca e sviluppo (R&S) e nelle tecnologie dell’informazione. Inoltre, le imprese europee spendono meno anche in formazione, progettazione e marketing, tutti elementi importanti per la competitività. Secondo una Relazione sugli investimenti in R&S nell’Ue pubblicata insieme allo studio, nonostante il numero dei ricercatori europei sia in aumento e l’Ue stia diventando più attraente per i ricercatori stranieri e per gli investimenti privati, emerge tuttavia che la spesa per la R&S ammonta a circa l’1,84% del Pil, cioè ancora molto inferiore all’obiettivo del 3% fissato dall’Ue.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/news/science/090122_1_it.htm

 

politica energetica da rivedere
È necessario un «radicale mutamento» della politica energetica per raggiungere, «in modo indissociabile», i tre obiettivi principali che l’Ue deve perseguire in materia, ossia la sicurezza dell’approvvigionamento e la solidarietà tra gli Stati membri, la lotta al cambiamento climatico e la competitività. È quanto afferma una relazione adottata a inizio febbraio dal Parlamento europeo, che sollecita grandi investimenti infrastrutturali e una rete energetica comune, chiede ai governi di dotarsi di sufficienti rigassificatori e di sviluppare un nucleare sicuro, auspica piani anticrisi e l’intensificazione delle relazioni nel Mediterraneo e con la Russia. Anche perché, sottolinea, l’Ue importa oggi il 50% dell’energia che consuma e tale percentuale potrebbe raggiungere il 70% nel 2030.

migliorare l’efficienza energetica
L’Europarlamento invita gli Stati membri a considerare il «riesame strategico» quale base per l’attuazione di una politica energetica per l’Europa e la definizione di un piano d’azione ambizioso per il periodo 2010-2012. Confermando gli obiettivi “20-20-20” entro il 2020, invita però l’Ue e gli Stati membri a ridurre le emissioni di gas a effetto serra almeno dell’80% entro il 2050, nonché a perseguire un miglioramento dell’efficienza energetica del 35% e il raggiungimento di una quota di energia da fonti rinnovabili pari al 60%. In tale contesto, esorta la Commissione a sostenere tutti gli investimenti previsti in nuove infrastrutture per l’importazione di energia e in tecnologie connesse alle energie rinnovabili, nonché un approccio ambizioso per quanto riguarda la futura legislazione in materia di risparmio ed efficienza energetici, in particolare nei settori dell’edilizia, dell’industria e dei trasporti e per la pianificazione urbana e le apparecchiature.

più cooperazione internazionale
Chiedendo di promuovere la cooperazione su scala internazionale, l’Europarlamento invita l’Ue a collaborare con i Paesi dell’area del Mediterraneo e del Nord Africa, in particolare sull’energia solare ed eolica, esortando la Commissione europea a creare nuovi mercati regionali dell’energia con i Paesi vicini, come la Comunità euromediterranea dell’energia, e rilevando la necessità di includere la Turchia nel dialogo permanente con la regione caspio-caucasica. I deputati europei appoggiano l’intenzione di negoziare un nuovo accordo di ampia portata con la Russia, che fornisce il 42% del gas naturale e il 30% del petrolio greggio importato nell’Ue, e sottolineano la necessità di includere l’Ucraina nel dispositivo europeo di dialogo permanente con la Russia, dato il suo ruolo chiave come Paese di transito, rilevando inoltre l’importanza geopolitica della regione del Mar Nero per la sicurezza energetica dell’Ue e per la diversificazione del suo approvvigionamento di energia.

accordo globale sul clima
E a proposito di cooperazione a livello internazionale sulle questioni energetiche e ambientali, la Commissione europea ha presentato una serie di proposte riguardanti un nuovo accordo per la lotta contro i cambiamenti climatici, che dovrebbe essere siglato alla Conferenza dell’Onu sul clima che si terrà a Copenaghen in dicembre. Le proposte della Commissione prevedono entro il 2015 l’istituzione di un mercato del carbonio che coprirà tutti i Paesi dell’Ocse e lo sviluppo di fonti di finanziamento internazionali innovative basate sulle emissioni dei Paesi e sulle loro capacità finanziarie. Secondo la Commissione, al fine di contenere l’aumento della temperatura al di sotto della soglia di 2°C le emissioni globali devono raggiungere il loro livello massimo prima del 2020 e poi, entro il 2050, devono essere ridotte a meno del 50% dei livelli registrati nel 1990. Sia i Paesi sviluppati che quelli in via di sviluppo dovranno agire, ma ai Paesi sviluppati e alle istituzioni multilaterali toccherà stanziare finanziamenti molto più consistenti a favore dei Paesi in via di sviluppo per aiutarli a sostenere i costi del loro contributo alla lotta ai cambiamenti climatici.
Secondo l’esecutivo europeo, il piano europeo di ripresa economica e le altre misure simili che sono in corso di adozione in tutto il mondo offrono l’opportunità di favorire gli investimenti necessari a basso tenore di carbonio e, al tempo stesso, di stimolare la crescita, l’innovazione e la creazione di posti di lavoro. «Sarà tuttavia vitale individuare altre soluzioni di finanziamento per giungere a un accordo a Copenaghen», osserva il commissario europeo per l’Ambiente, Stavros Dimas.

INFORMAZIONI:

http://www.europarl.europa.eu;
http://ec.europa.eu/environment/climat/future_action.htm

 

AMBIENTE: INADEMPIENZE IN MOLTI PAESI DELL’UE

La Commissione europea ha adottato una serie di iniziative in materia ambientale nei confronti di vari Stati membri che non applicano la normativa comunitaria. A 20 Stati membri è stato inviato un parere motivato per non aver ancora comunicato il pieno recepimento della direttiva europea concernente l’efficienza degli usi finali dell’energia e i servizi energetici (2006/32/Ce), che istituisce un quadro in cui gli Stati membri possono creare un contesto imprenditoriale e un’infrastruttura favorevoli all’efficienza energetica in tutti i settori dell’economia. Essa pone inoltre le condizioni per lo sviluppo e la promozione di un mercato dei servizi energetici e per l’elaborazione di altre misure di miglioramento dell’efficienza energetica.
Un procedimento d’infrazione è stato inviato invece a 10 Stati membri (tra cui l’Italia) che non hanno rilasciato nuove autorizzazioni o aggiornato le autorizzazioni esistenti per oltre 4000 impianti industriali già in funzione in tutta Europa, mentre il termine ultimo per il rilascio delle autorizzazioni era il 31 ottobre 2007. Le violazioni riguardano la direttiva europea intesa a prevenire e a ridurre le emissioni industriali in atmosfera, nelle acque e nel suolo.
Altri 10 Paesi dell’Ue (anche in questo caso compresa l’Italia) non hanno invece rispettato la normativa sulla qualità dell’aria che l’Ue ha fissato per le particelle pericolose PM10, emesse soprattutto dagli impianti industriali, dal traffico e dagli impianti di riscaldamento domestico.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/environment/legal/implementation_en.htm

 

no a lavoro illegale
e detenzioni inadeguate

Nel corso della sessione plenaria svoltasi a inizio febbraio, il Parlamento europeo ha espresso il suo parere in merito a due aspetti importanti della politica europea di contrasto all’immigrazione illegale. Il primo riguarda la questione diffusa dell’impiego in attività lavorative di cittadini immigrati da Paesi terzi e che si trovino negli Stati membri dell’Ue in condizione di illegalità rispetto alle norme europee sull’ingresso e il soggiorno. Il secondo attiene al problema del trattenimento degli immigrati illegali nei centri di permanenza temporanea in attesa di espulsione, luoghi spesso inadeguati e che quando non presentano le caratteristiche minime richieste devono essere chiusi, secondo l’Europarlamento.

sanzioni penali contro l’impiego di immigrati illegali
Le sanzioni contro i datori di lavoro che impiegano cittadini di Paesi terzi soggiornanti illegalmente nell’Ue dovranno essere pecuniarie (inclusi i costi dell’eventuale rimpatrio), amministrative (tipo il ritiro della licenza d’esercizio) e penali nei casi più gravi. Questo il contenuto del maxi-emendamento di compromesso negoziato dal Parlamento europeo con il Consiglio in merito alla proposta di direttiva presentata nel 2007 dalla Commissione, che vieta l’assunzione di cittadini non comunitari soggiornanti illegalmente e, a tal fine, stabilisce norme minime comuni relative a sanzioni applicabili ai datori di lavoro che violano tale divieto. La direttiva intende completare i testi legislativi europei sul rimpatrio e sulla Carta blu.
Gli Stati membri dovranno garantire che la violazione intenzionale del divieto di assumere immigrati illegali «costituisca reato», se prosegue o è costantemente reiterata, se riguarda un numero significativo di extracomunitari in posizione irregolare, se è accompagnata da situazioni di particolare sfruttamento, se è commessa da un datore di lavoro consapevole di impiegare una vittima della tratta di esseri umani, se riguarda l’impiego di un minore. I responsabili, anche persone giuridiche, dovranno essere punibili con sanzioni penali «effettive, proporzionate e dissuasive».
Gli Stati membri dovranno inoltre garantire ai cittadini di Paesi terzi impiegati illegalmente di presentare denuncia contro i loro datori di lavoro, sia direttamente sia attraverso parti terze quali sindacati o altre associazioni o un’autorità competente. Dovranno poi essere effettuate ispezioni «efficaci e adeguate», identificando periodicamente i settori di attività in cui si concentra l’impiego di lavoratori non comunitari soggiornanti illegalmente.
Ogni anno, entro il 1° luglio, gli Stati membri dovranno notificare alla Commissione il numero di ispezioni effettuate e riferirne i risultati, mentre ogni tre anni la Commissione dovrà presentare al Parlamento e al Consiglio una relazione contenente proposte di modifica delle disposizioni relative a ispezioni, sanzioni e agevolazione delle denunce.

centri di detenzione: chiudere quelli inadeguati
Il 5 febbraio l’Europarlamento ha poi sollecitato gli Stati membri dell’Ue a chiudere tutti i centri di permanenza temporanea per immigrati che non soddisfano le norme vigenti, chiedendo un sistema d’ispezione permanente, che sia stilata una relazione annuale e istituito un mediatore nazionale dei centri.
Tra il 2005 e il 2008 delle delegazioni della commissione per le Libertà civili hanno visitato alcuni centri di permanenza temporanea in Italia (Lampedusa), Spagna (Ceuta e Melilla e Isole Canarie), Francia (Parigi), Malta, Grecia, Belgio, Regno Unito, Paesi Bassi, Polonia, Danimarca e Cipro. Dalle visite realizzate sono emerse condizioni di ritenzione «intollerabili dal punto di vista igienico, della promiscuità, delle strutture disponibili», mentre le persone trattenute «non erano sistematicamente informate della loro detenzione amministrativa, dei loro diritti e dello stato di avanzamento dei loro dossier». I principali problemi riscontrati nel corso delle visite sono stati: la capacità dei centri, spesso «scarsa» e che «non soddisfa i bisogni dei migranti»; l’informazione sulle procedure, che può costituire un «ostacolo all’esercizio effettivo dei diritti»; l’assistenza giuridica gratuita, generalmente insufficiente; l’inadeguato accesso alle cure sanitarie; la presenza di minori. A tale proposito, il Parlamento europeo chiede che la ritenzione dei minori «sia vietata in linea di principio» e che il ricorso alla ritenzione dei minori con i loro genitori «abbia carattere eccezionale e miri a garantire l’interesse superiore del fanciullo». Alla Commissione europea è quindi chiesto di adottare le misure necessarie per garantire la trasposizione e il rispetto delle direttive e che «siano chiusi al più presto tutti i centri che non soddisfano alle norme vigenti».
Ma il problema del trattenimento di migranti, provenienti da Paesi terzi e diretti verso l’Ue illegalmente secondo le norme che regolano l’ingresso e il soggiorno negli Stati membri, riguarda anche i Paesi di transito, come dimostra la discussa questione dell’accordo stipulato tra i governi di Italia e Libia per la cooperazione anche nella lotta all’immigrazione illegale.
Le sezioni italiane di Amnesty International e Save the Children, insieme all’Osservatorio Fortress Europe e al Consiglio italiano rifugiati, hanno denunciato non solo l’inutilità del trattato (che causerà un prolungamento dei viaggi dei migranti senza però bloccarli) ma soprattutto il fatto che «non garantisce alcuna tutela in tema di diritti umani», produce gravi conseguenze per migliaia di migranti e rende l’Italia «complice» dal punto di vista «morale e pratico» della violazione di diritti umani fondamentali. Si tratta di migranti arrestati in Libia in seguito a retate e alle operazioni di respingimento alla frontiera attuate dalla polizia libica con la cooperazione italiana, costretti a deportazioni nel deserto o detenuti in prigioni al di sotto di ogni standard civile. «L’Italia non può rendersi complice di una così palese violazione dei diritti umani» dichiarano le Ong chiedendo maggiori controlli sulle operazioni italo-libiche.

INFORMAZIONI:

http://www.europarl.europa.eu;
http://www.amnesty.it;
http://www.savethechildren.it;
http://fortresseurope.blogspot.com;
http://www.cir-onlus.org

 

l’Europa contribuisca alla chiusura di Guantánamo
Pochi giorni dopo il settimo anniversario dell’apertura della prigione di Guantánamo (11 gennaio 2002), il centro di detenzione situato nella base militare statunitense di Cuba voluto dall’Amministrazione Bush per rinchiudere e interrogare i sospetti terroristi arrestati in varie parti del mondo da servizi segreti e forze di sicurezza Usa, è iniziato ufficialmente il suo processo di chiusura. Con i decreti esecutivi firmati il 22 gennaio 2009 dal neopresidente Barack Obama, gli Usa hanno infatti segnato una netta inversione di tendenza in materia di politica dei diritti umani e civili, mettendo fuori legge le “prigioni segrete” e le torture durante gli interrogatori e stabilendo la chiusura entro un anno della prigione di Guantánamo nonché il riesame della situazione dei detenuti, per stabilire chi è effettivamente pericoloso, chi dev’essere processato e chi invece trasferito in altri Paesi.
Dei circa 250 detenuti che si trovano attualmente nei campi di detenzione della base militare statunitense con sede a Cuba, infatti, circa 60 rischierebbero la tortura e la persecuzione se tornassero nel proprio Paese d’origine e almeno uno è apolide. Gli Usa potrebbero decidere di accogliere alcuni di loro nel proprio territorio, ma i restanti detenuti hanno bisogno di protezione umanitaria in altri Paesi dove si troverebbero al sicuro.

appello delle Ong all’Ue
Per questo, una coalizione di organizzazioni per i diritti umani costituita da Amnesty International, Center for Constitutional Rights, Human Rights Watch, Federation internationale des ligues droits de l’Homme e Reprieve si è rivolta ai ministri degli Esteri dell’Ue chiedendo loro di aiutare l’Amministrazione Obama a chiudere Guantánamo offrendo protezione umanitaria ad alcuni detenuti. Amnesty, ha dichiarato il direttore dell’Ufficio Ue dell’organizzazione, Nicolas Beger, «spera che gli Stati membri dell’Unione europea diffondano un messaggio congiunto sulla loro volontà di contribuire a chiudere Guantánamo e, ancora più importante, che questo sia seguito da azioni concrete per trovare una sistemazione per i detenuti che non possono tornare nei Paesi di origine». Molti dei prigionieri di Guantánamo «sono marchiati da sette anni di detenzione illegale e ora non possono tornare a casa» ha osservato un avvocato dell’organizzazione Reprieve, secondo il quale «l’assistenza dei governi europei può impedire che questo accada di nuovo. Speriamo che l’Europa tenda la mano a queste persone».

Consiglio d’Europa ed Europarlamento
Un appello in questo senso è giunto anche dal Consiglio d’Europa, il cui commissario per i diritti umani, Thomas Hammarberg, pur sottolineando come «gli Stati Uniti siano senza dubbio all’origine del problema di Guantánamo ed abbiano quindi la responsabilità primaria di rimediare alle ingiustizie», esistono «forti argomentazioni» a favore di un contributo europeo alla chiusura del centro di detenzione. A tal fine, ha aggiunto Hammarberg, gli Stati membri del Consiglio d’Europa dovrebbero tenersi pronti ad accogliere diverse persone ancora detenute a Cuba, che non possono rientrare nel loro Paese di origine dove rischiano tortura e persecuzioni. All’inizio di febbraio è stato poi il Parlamento europeo a chiedere un contributo europeo per la chiusura di Guantánamo: «Se il governo degli Usa lo richiede, i Paesi dell’Ue devono essere pronti ad accettare i detenuti di Guantánamo». Ricordando come i detenuti di Guantánamo Bay «sono stati privati dei diritti umani fondamentali, in particolare del diritto a un processo equo, e sono stati oggetto di tecniche d’interrogatorio estreme, di trattamenti crudeli, inumani o degradanti», l’Europarlamento si è felicitato per la «svolta nella politica degli Usa sul rispetto del diritto umanitario e internazionale».
Secondo i dati forniti dagli Usa, 759 persone sono state detenute a Guantánamo in sette anni, 525 delle quali sono state rilasciate, 5 sono decedute sotto custodia e circa 250 sono ancora recluse nella struttura. Per queste, il Parlamento europeo chiede che siano garantiti i diritti fondamentali, sollecita di processare quelli contro i quali vi sono prove sufficienti, di rimpatriare gli innocenti e di tutelare quelli che non possono tornare al Paese d’origine. Sottolineando che la responsabilità principale per l’intero processo di chiusura del centro di detenzione di Guantánamo e il futuro dei suoi detenuti «spetta agli Stati Uniti», l’Europarlamento afferma tuttavia che la responsabilità per il rispetto del diritto internazionale e dei diritti fondamentali «spetta a tutti i Paesi democratici, in particolare l’Ue e i suoi Stati membri, che insieme rappresentano una comunità di valori».

INFORMAZIONI: http://www.europarl.europa.eu; http://www.coe.int/DefaultIT.asp; http://www.chiudereguantanamo.it

UN CAPITOLO TRISTE DELLA STORIA AMERICANA

Le quasi 800 persone detenute a Guantánamo in sette anni sono state catturate in oltre dieci Paesi diversi nell’ambito della cosiddetta “guerra al terrorismo”. Solo il 5% è però stato catturato direttamente dalle forze statunitensi; l’85% è stato catturato dalle forze dell’Alleanza del Nord in Pakistan e in Afghanistan e trasferito sotto custodia statunitense, spesso in cambio di qualche migliaio di dollari. Nessuno dei catturati ha mai avuto la possibilità di vedere un magistrato. Non essendo considerati “prigionieri di guerra” ma “nemici combattenti”, ai detenuti di Guantánamo non è stata applicata la Convenzione di Ginevra, che ne tutela i diritti. Per questo il loro status è rimasto in un “limbo giuridico” che ha consentito l’utilizzo di mezzi, strutture e tecniche di interrogatorio denunciate da più parti e da anni come “torture”. Dopo ripetuti appelli e ricorsi, è stata la Corte Suprema degli Usa a stabilire che i prigionieri di Guantánamo possono ricorrere nei tribunali ordinari americani contro la loro detenzione. Intanto le autorità statunitensi avevano tentato di dare una nuova immagine alla prigione: le vecchie gabbie circondate dal filo spinato sono state sostituite da blocchi di cemento denominati Camp 5, Camp 6 e Camp Echo. Guantánamo doveva essere trasformata da prigione provvisoria a centro di detenzione permanente (un carcere da 160 posti), ma la nuova Amministrazione Obama ha deciso la fine di quello che ha definito «un capitolo triste della storia americana».

 

rapporti Ue-Cina: più attenzione a diritti umani e contraffazione
Progredire nel rispetto dei diritti umani, eliminare gli ostacoli all’accesso di prodotti e servizi europei, rafforzare la lotta alla pirateria, migliorare la sicurezza dei prodotti e vigilare sulle importazioni di tessili, sono le principali richieste contenute in una risoluzione sui rapporti Ue-Cina approvata il 5 febbraio scorso dal Parlamento europeo, che chiede anche di introdurre un codice di condotta sulle attività europee dei fondi sovrani cinesi e di garantire i diritti dei lavoratori.
L’europarlamento rileva le intense relazioni commerciali dell’Unione europea con la Cina e il ruolo di questa nella governance globale: gli scambi commerciali Ue-Cina hanno registrato un enorme aumento a partire dal 2000 e l’Ue è diventata dal 2006 il principale partner commerciale della Cina, mentre questa è il secondo partner commerciale dell’Ue dal 2007, anno in cui l’Ue ha registrato un deficit commerciale con la Cina superiore a 160 miliardi di euro. I deputati europei ritengono che la Cina dovrebbe svolgere un ruolo di primo piano nel garantire che l’ordine economico mondiale si sviluppi in modo sostenibile ed equilibrato e rilevano quindi la necessità di una cooperazione «senza precedenti» tra l’Unione europea e la Cina allo scopo di risolvere l’attuale crisi finanziaria ed economica.

lotta a contraffazione e prodotti pericolosi
L’Europarlamento osserva poi che, nonostante i progressi compiuti, la produzione di merci contraffatte e piratate in Cina «resta a livelli allarmanti» e che il 60% delle merci contraffatte sequestrate dalle autorità doganali europee è prodotto in Cina. Ciò rappresenta «un rischio concreto» per i consumatori e, nel caso delle sostanze chimiche, anche per l’ambiente, visto che la produzione di tali merci avviene spesso in impianti in cui si produce anche per il mercato regolare «in spregio ai diritti dei lavoratori e alle norme igieniche e di sicurezza». Il Parlamento europeo invita quindi la Cina a intensificare gli sforzi per risolvere il problema della mancata attuazione e il rispetto dei diritti della proprietà intellettuale e chiede alla Commissione europea, di concerto con le autorità cinesi nazionali e regionali, di «portare avanti la lotta contro la contraffazione».
Profonda preoccupazione è espressa dagli eurodeputati anche  per l’elevato numero di incidenti imputabili a prodotti cinesi pericolosi e, in particolare, quelli relativi ai giocattoli per bambini, ai cibi e ai farmaci. Pur compiacendosi della determinazione dimostrata dal governo cinese nel far fronte a tale problema, l’Europarlamento invita la Commissione a rafforzare il sostegno alle autorità cinesi in questo ambito. Accoglie inoltre con favore l’introduzione di un sistema di relazioni trimestrali sulle azioni di controllo effettuate dalla Cina per individuare l’origine dei prodotti pericolosi notificati nell’ambito del sistema Rapex-Cina, «incrementando così la sicurezza per i consumatori europei».

clausola diritti umani nel partenariato
L’importante sviluppo delle relazioni commerciali con la Cina deve però «proseguire di pari passo con lo sviluppo di un dialogo politico trasparente, proficuo ed efficace» sostiene il Parlamento, sottolineando come la questione dei diritti umani debba «necessariamente essere parte integrante delle relazioni Ue-Cina». Alla Commissione europea è dunque chiesto di rafforzare la clausola relativa ai diritti umani nei negoziati con la Cina sul rinnovo dell’accordo di partenariato e cooperazione (Apc). Esprimendo preoccupazione per il lavoro minorile e per le condizioni lavorative e i diritti dei lavoratori in Cina, l’Europarlamento esorta le autorità cinesi a migliorare le condizioni di lavoro portandole ai livelli di base stabiliti dall’Ilo, a ratificare la Convenzione sulla libertà di associazione e sulla protezione del diritto di organizzazione e a moltiplicare gli sforzi per combattere le cause di fondo del lavoro minorile. Chiede inoltre alle imprese europee che operano in Cina di applicare le norme internazionali più elevate e le migliori prassi nell’ambito della responsabilità sociale delle imprese in relazione ai lavoratori e all’ambiente.
INFORMAZIONI:
http://ec.europa.eu/trade/issues/bilateral/countries/china/index_en.htm

SIGLATI NUOVI ACCORDI DI COOPERAZIONE UE-CINA

Si è svolta alla fine di gennaio la prima visita in cinque anni del premier cinese Wen Jiabao in Europa, nel corso della quale Ue e Cina hanno stipulato una serie di accordi di cooperazione di ampio raggio, annunciando presto un nuovo Vertice bilaterale. Sembrano dunque rientrati i contrasti relativi alla questione tibetana che avevano portato all’annullamento del Vertice bilaterale previsto nel novembre 2008. Concordando sulla necessità di evitare misure protezionistiche e di ridurre dazi e sussidi a livello globale, Ue e Cina ritengono importante aumentare le opportunità commerciali. Va ricordato che la Cina è attualmente il secondo esportatore nazionale nell’economia globale, dopo la Germania e prima degli Usa, copre il 9% circa del commercio mondiale di prodotti, oltre la metà delle esportazioni cinesi sono capitalizzate da imprese straniere, la maggior parte asiatiche (giapponesi e sudcoreane) e nell’8% dei casi europee.
Dall’incontro tra la Commissione europea e il premier cinese è scaturita la stipula di accordi di cooperazione relativi a: programma Erasmus con scambi reciproci di studenti, fondo per finanziare il dialogo politico-sociale aumentato a 7,8 milioni di euro, aviazione civile, energie pulite, commercio illegale del legno, memorandum d’intesa su salute e sicurezza occupazionale, rafforzamento dei controlli doganali anticontraffazione, azione antidroga.
Al termine del Vertice sono state ricordate alcune delle principali questioni aperte nelle relazioni bilaterali, quali un deficit commerciale di 160 miliardi di euro nel 2007, circa 60 volte superiore al surplus europeo nei servizi; oppure il costo delle barriere al commercio ancora esistenti in Cina, che causano una perdita di opportunità per le imprese europee stimabile in circa 21 miliardi di euro all’anno; o ancora le barriere agli investimenti: ad esempio dal 2001 le autorità cinesi hanno concesso a operatori stranieri solo 12 licenze su 22.000 in ambito di telecomunicazioni, mentre sono mantenuti limiti agli investimenti e alla proprietà in vari settori economici.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/external_relations/china/index_en.htm

 

FLASH

qualità delle vita:
forti differenze nell’Ue

La qualità della vita differisce notevolmente tra i vari Paesi dell’Ue, con forti disparità tra vecchi e nuovi Stati membri e tra nord e sud europei, secondo quanto rileva un’indagine condotta dalla Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro (Eurofound). Così, il potere d’acquisto nei nuovi Stati membri e nei Paesi candidati è di gran lunga inferiore (appena il 55%) alla media europea, mentre è molto più alta la percentuale di popolazione costretta in alcuni casi a rinunciare a beni considerati essenziali (riscaldamento, vestiti nuovi e ferie annuali). Anche per la qualità dell’alloggio le differenze sono notevoli: nei nuovi Stati membri gli alloggi di proprietà sono in proporzione più numerosi che nel resto dell’Ue ma anche in condizioni decisamente peggiori: ad esempio, il 42% dei rumeni vive in abitazioni vetuste contro solo il 9% dei finlandesi. In materia di assistenza sanitaria, poi, l’indagine rivela una carenza di apparecchiature mediche, soprattutto nei Paesi del sud (ad eccezione della Spagna) e nelle zone rurali. Nei nuovi Stati membri dell’Ue quasi la metà delle persone più povere non ha soldi per pagare le visite mediche, percentuale che nell’Europa occidentale scende al 31%. In generale, dall’indagine emerge che nei nuovi Paesi membri dell’Ue e in Italia, Portogallo e Grecia il livello di soddisfazione riguardo alla propria vita è più basso, mentre i cittadini dei Paesi nordici sono maggiormente soddisfatti. Nonostante ciò, a differenza di francesi, italiani, portoghesi, ma anche ungheresi e bulgari, molti cittadini dei nuovi Stati membri si dicono ottimisti, mentre a livello europeo la percentuale degli ottimisti è scesa al 55% rispetto al 64% dell’indagine 2003.
INFORMAZIONI: http://www.eurofound.europa.eu/publications/htmlfiles/ef0852.htm

energia, banche, trasporti:
problemi per i consumatori

I tre settori più problematici per i consumatori europei sono l’energia, i trasporti e i servizi bancari, secondo la seconda Relazione annuale dell’Ue sulla “Pagella dei mercati”, ed è particolarmente grave perché si tratta di ambiti che rivestono grande importanza nella vita quotidiana dei cittadini. La Relazione, che prende in esame oltre 20 settori di prodotti e servizi sulla base di 5 indicatori (prezzi, cambio del fornitore, soddisfazione, reclami e sicurezza), evidenzia due risultati principali. Il primo è che il settore dei servizi causa maggiori problemi ai consumatori rispetto al settore dei beni di consumo, con meno del 60% dei consumatori soddisfatti per i trasporti urbani ed extraurbani (treni, autobus e tram), l’energia, la telefonia fissa e i servizi postali. Il secondo individua nei trasporti, nei servizi bancari e nell’energia i tre settori più problematici. Ad esempio, meno di due terzi dei consumatori sono soddisfatti del loro fornitore di energia, solo il 3-4% segnala una diminuzione dei prezzi di corrente elettrica e gas e, in generale, il settore dell’energia è quello in cui i consumatori hanno meno possibilità di cambiare fornitore, cosa che contribuisce alla diminuzione dei costi per gli utenti: solo il 7% ha cambiato il fornitore del gas e l’8% quello dell’elettricità. Il settore bancario risulta invece particolarmente problematico rispetto a comparabilità delle offerte, facilità di cambiare banca e numero reale dei cambiamenti di banca. Per quanto riguarda poi i trasporti, urbani ed extraurbani, si registra il minor grado di soddisfazione e il maggior numero di problemi, con meno della metà dei consumatori soddisfatta di questi servizi.
INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/consumers/strategy/facts_en.htm

promuovere
il commercio on line

I mercati on line devono «fungere da nuovi intermediari» per agevolare gli scambi, aumentare l’accesso alle informazioni a basso costo e ampliare i rapporti tra le imprese, ha sostenuto l’Europarlamento adottando il 5 febbraio scorso una relazione sull’influenza positiva del web. In realtà, osserva il Parlamento europeo, il commercio on line, che comprende «la produzione, la pubblicità, la vendita e la distribuzione di prodotti attraverso reti di telecomunicazione, supera già il commercio tradizionale». Permette inoltre di aggirare le «barriere commerciali obsolete», penetrare in mercati che in passato «erano distanti e inaccessibili» e ha creato «una nuova gamma di concetti commerciali e valori economici», come le proprietà immobiliari digitali (i nomi di dominio) e l’accesso alle informazioni (i motori di ricerca). Inoltre, si tratta di un tipo di commercio con ricadute positive su «possibilità di scelta, disponibilità, tempi e modalità di acquisto dei consumatori».
Mentre oltre la metà dei cittadini dell’Ue ha accesso a Internet (1,5 miliardi nel mondo), il commercio on line è utilizzato attualmente da circa un terzo degli europei ma solo 30 milioni ne fanno uso per acquisti transfrontalieri, probabilmente anche per timore di truffe o violazioni della sicurezza e dello spazio privato che però, sottolinea l’Europarlamento, «non vanno attribuiti alla natura del mezzo», mentre è senz’altro importante moltiplicare gli sforzi per «creare meccanismi atti a rafforzare la fiducia delle imprese e dei privati, nonché a istituire idonei strumenti per risolvere le dispute connesse alle pratiche commerciali illegali».
INFORMAZIONI: http://www.europarl.europa.eu

parere del Cese sui diritti umani
Il 15 gennaio 2009, nel corso della 450a sessione plenaria, il Comitato economico e sociale europeo (Cese) ha adottato un parere, predisposto dall’italiano Giuseppe Iuliano, riguardante il programma “Diritti umani e democrazia” della Commissione europea. Il parere è stato poi esaminato dall’esecutivo europeo nei giorni successivi all’approvazione del documento, per valutare le proposte contenute nel testo rispetto alla programmazione annuale 2009 dello strumento finanziario dell’Ue. Si tratta di un risultato significativo per il Cese, che porta con forza l’attenzione della Commissione sull’importanza dei diritti economici e sociali (soprattutto i diritti sindacali e la tutela del lavoro) fra i diritti umani fondamentali. La Commissione ha già accolto diverse indicazioni presenti nel documento, aprendo così la via per un più forte appoggio ai sindacati in Paesi dove sono violati i diritti umani, di associazione e di contrattazione collettiva, come Colombia, Birmania e vari Paesi africani o della regione euroasiatica.
INFORMAZIONI: http://eesc.europa.eu

è nato tra le proteste serbe l’esercito del Kosovo
È diventata operativa la nuova Forza di sicurezza del Kosovo (Ksf), con 2500 uomini e 800 riservisti primo nucleo di Forze armate dell’autoproclamato nuovo Stato balcanico nato un anno fa (il 17 febbraio 2008), ma le autorità della Serbia hanno prontamente dichiarato la loro ferma opposizione. La Ksf, una Forza multietnica addestrata dalla Nato e dotata di armi leggere, prende il posto della Forza di protezione kosovara, la quale era composta in gran parte da ex guerriglieri indipendentisti dell’Esercito di liberazione del Kosovo (Uck) che combatterono contro l’esercito serbo alla fine degli anni Novanta. Ma la continuità è inevitabile, tanto che il comandante della Ksf, il generale Suleiman Selimi, era uno dei leader dell’Uck. Anche per questo, cioè per non riconoscere un ruolo istituzionale agli ex indipendentisti, le autorità della Serbia si oppongono fermamente alla Ksf: il governo di Belgrado è «fermamente contrario a questo processo di consolidamento di un’organizzazione paramilitare» ha dichiarato il ministro degli Esteri, Vuk Jeremic. La Serbia considera infatti la Ksf il primo nucleo di un vero e proprio esercito di uno Stato che non riconosce, dunque illegale, nonché una «violazione delle delibere del Consiglio di Sicurezza dell’Onu» ha aggiunto Jeremic, secondo il quale la Ksf non è altro che «una Forza illegale e paramilitare che rappresenta una minaccia diretta alla sicurezza nazionale, alla pace e stabilità dell’intera regione».
INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/enlargement/potential-candidate-countries/kosovo/index_en.htm

Russia: uccisi altri due difensori dei diritti umani
Il Consiglio d’Europa ha espresso grande sdegno e preoccupazione per la situazione dei diritti umani in Russia, in seguito al duplice omicidio avvenuto il 19 gennaio scorso nel centro di Mosca dell’avvocato Stanislav Markelov e della giornalista Anastasia Baburova. Markelov era un celebre avvocato impegnato per la difesa dei diritti umani, che aveva assunto la difesa di molte vittime cecene anche di fronte alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo. Tra queste, una ragazza cecena (Elsa Kungaeva) seviziata e uccisa dall’ex colonnello russo Yuri Budanov, arrestato nel 2000 e condannato nel 2003 a dieci anni di carcere. Quando è stato ucciso, Markelov aveva appena preso parte a una conferenza stampa in cui aveva annunciato di voler presentare un ricorso contro la liberazione condizionale del colonnello Budanov. Si trovava con lui Anastasia Baburova, giornalista collaboratrice del quotidiano “Novaya Gazeta”, stessa testata per la quale lavorava Anna Politkovskaja uccisa anch’essa nel centro di Mosca il 7 ottobre 2006. Baburova aveva scritto vari reportage su razzismo e discriminazioni in Russia. «L’omicidio dell’avvocato Stanislav Markelov e della giornalista Anastasia Baburova nelle strade di Mosca è soltanto l’ultima aggressione perpetrata nei confronti dei difensori dei diritti umani in Cecenia. Non è forse un caso che una delle ultime vittime, Stanislav Markelov, fosse l’avvocato di Mokhamadsalakh Masayev e di Anna Politkovskaja. Potrebbe non esserci alcun legame tra questi crimini, ma finché le autorità russe non avranno fatto luce su tali questioni e i responsabili di questi omicidi non saranno portati in giudizio, il dubbio incomberà sulla situazione dello stato di diritto, della libertà d’espressione e dell’impegno a favore dei diritti umani nella Federazione russa» ha dichiarato il segretario generale del Consiglio d’Europa, Terry Davis.
INFORMAZIONI: http://www.coe.int/DefaultIT.asp

IN BRASILE IL FORUM SOCIALE MONDIALE

Si è svolta dal 27 gennaio al 1° febbraio nella città di Belém, nel cuore dell’Amazzonia brasiliana, la nona edizione del Forum Sociale Mondiale (Fsm), cui hanno preso parte 12.000 persone da più di 150 Paesi, in rappresentanza di quasi 6000 organizzazioni (movimenti sociali, Ong, sindacati e gruppi religiosi); tra queste oltre 3000 delegazioni indigene. Al centro del Fsm i temi della sostenibilità ambientale, la deforestazione, il cambiamento climatico, ma anche la crisi economica mondiale e le alternative al modello di sviluppo. Il Forum è stato occasione di confronto (2300 le attività organizzate, tra sessioni plenarie, seminari, workshop, cerimonie, attività sportive e artistiche), ma anche opportunità per definire alcuni punti politici su cui coordinare gli sforzi nel prossimo futuro. La prima giornata, che ha visto la presenza massiccia di capi di Stato (i presidenti di Venezuela, Ecuador, Bolivia, Paraguay e Brasile), ha suscitato molte critiche da chi teme “l’ufficializzazione” del Forum e che questo appuntamento si trasformi in una specie di Vertice della nuova sinistra sudamericana. I presidenti hanno incontrato i movimenti e si sono confrontati con i rappresentanti di alcune organizzazioni di lavoratori, donne e campesinos. I temi affrontati sono stati molteplici, dagli accordi commerciali al debito ecologico, dalla sovranità alimentare alla crisi globale. Oltre 3000 delegati dei popoli indigeni hanno partecipato alla Giornata Pan-Amazzonica, dedicata alla questione amazzonica non solo da un punto di vista ambientale ma tenendo unite sostenibilità ambientale e sociale e restituendo voce ai popoli che abitano l’Amazzonia e la difendono. Una delle questioni più dibattute è stato il progetto Iirsa (Iniziativa per l’integrazione dell’infrastruttura regionale sudamericana), che prevede la costruzione di strutture di comunicazione terrestri, fluviali e marittime, inter-amazzoniche e trans-andine e la realizzazione di progetti idroelettrici e di sfruttamento minerario e petrolifero che potrebbe avere innumerevoli impatti sull’ecosistema e sui popoli indigeni.
Il Forum è stato chiuso da una cosiddetta Assemblea delle assemblee, che ha raccolto le principali proposte emerse durante gli incontri tematici cui è stato dedicato l’ultimo giorno di lavori, con l’obiettivo di comporre un calendario di appuntamenti condiviso: ad esempio, la settimana di mobilitazione globale contro la guerra e gli armamenti dal 28 marzo al 4 aprile; il G8 di luglio in Sardegna, dove i movimenti si sono dati appuntamento per presentare le loro proposte; il 12 ottobre, che diverrà da quest’anno giornata globale di mobilitazione in difesa della Madre Terra e contro la mercificazione della vita, lanciata dal movimento indigeno proprio nella data che ha significato l’inizio della dominazione spagnola e del genocidio dei popoli indigeni del continente.

INFORMAZIONI: http://www.fsm2009amazonia.org.br/forum-social-mundial?set_language=en