Immigrazione e asilo nel dopo-Schengen

«Loro eccellenze i signori membri e responsabili dell'Europa. Abbiamo l'onorevole piacere e la grande fiducia di scrivervi questa lettera per parlarvi dello scopo del nostro viaggio...». Inizia così la lettera scritta da Fodé e Yaguine, due adolescenti partiti dalla Guinea per venire in Europa a studiare. La lettera è stata trovata nelle loro tasche il 28 luglio scorso all'aeroporto di Bruxelles, i loro corpi senza vita erano nascosti nel vano del carrello di un Airbus della Sabena. Fodé e Yaguine sono due delle centinaia di persone che anche quest'anno sono rimaste vittime di un sogno: quello di raggiungere l'Europa. In un passaggio della loro lettera si legge: «Signori membri e responsabili dell'Europa, è alla vostra solidarietà e alla vostra gentilezza che noi gridiamo aiuto (...), se vedete che ci sacrifichiamo e rischiamo la vita è perché soffriamo troppo e abbiamo bisogno di voi...». Parole, queste, che dovrebbero far riflettere i capi di Stato e di governo dell'Unione e le istituzioni europee che stanno per adottare una politica europea comune sull'immigrazione e sull'asilo. Come previsto dal Trattato di Amsterdam, infatti, i prossimi cinque anni saranno caratterizzati da un'armonizzazione delle politiche per giungere ad una politica unica: quella dell'Unione. Il cosiddetto "Sistema Schengen" verrà assorbito nell'ordinamento comunitario, le materie dell'immigrazione e dell'asilo passeranno dal terzo pilastro comunitario (giustizia e affari interni) al primo e così per la prima volta la politica migratoria sarà separata da quella relativa al crimine. Il processo di "comunitarizzazione" parte ufficialmente il 15 ottobre con il Consiglio europeo di Tampere (Finlandia), ma l'Unione dovrà fare molto di più che comunitarizzare semplicemente le restrizioni e i controlli. (INSERTO)

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Il lavoro nell'Unione europea

Come e quanto si lavora in Europa? A questa domanda rispondono due recenti studi pubblicati dall'Istituto statistico delle Comunità europee, Eurostat, e dall'Organizzazione internazionale del lavoro (Oil), che esaminiamo in estrema sintesi.

Secondo lo studio di Eurostat, che fa un quadro generale della situazione lavorativa in Europa nel 1998, lo scorso anno erano 152 milioni le persone occupate nell'Unione europea (delle quali il 42% donne), valore che rappresenta un tasso d'impiego del 61%. La settimana di lavoro più lunga è stata quella dei lavoratori salariati a tempo pieno della Gran Bretagna, che hanno lavorato 44 ore, vale a dire 3,5 ore in più della media dell'Unione (15 Paesi) e 4,3 ore in più rispetto alla media della zona euro (11 Paesi).

Sul fronte opposto, invece, il tasso di disoccupazione nel 1998 è stato del 10,2% per un totale di 17,3 milioni di persone senza lavoro (delle quali circa il 50% donne), ma disponibili ad averne uno e impegnate nella ricerca; un quarto di queste persone era costituito da giovani al di sotto dei 25 anni. Per quanto riguarda invece la zona euro, il tasso è stato dell'11,3% per un totale di 14,5 milioni di disoccupati. Il Paese con la percentuale più bassa di disoccupati è stato il Lussemburgo (2,8%), mentre la Spagna presentava la percentuale più elevata (18,9%) precedendo di gran lunga il secondo Paese per tasso di disoccupazione e cioè la Finlandia (13,2%).

Mentre il tasso d'impiego più elevato si è registrato in Danimarca (75,3%), è stata la Spagna il Paese con la percentuale più bassa di occupati (49,7%).

part-time e lavoro a termine

Circa 26,4 milioni di persone dei 152 milioni di occupati (17%) ha dichiarato di lavorare a tempo parziale e 8 volte su 10 si trattava di donne. Più di19 milioni di questi lavoratori part-time non sarebbero però disponibili a lavorare a tempo pieno e, anche in questo caso, in oltre 8 casi su 10 si trattava di donne. In tutta l'Unione europea, il 33% delle donne attive era impiegato a tempo parziale, con percentuali molto più alte in alcuni Stati membri come i Paesi Bassi, dove la percentuale ha raggiunto il 67,9%, o la Gran Bretagna (44,8%). Circa 1,9 milioni di donne disoccupate in cerca di lavoro, tra l'altro, erano alla ricerca di un impiego a tempo parziale. Le donne hanno rappresentato così solo un terzo dei 125,5 milioni di persone occupate a tempo pieno.

Il 13% dei lavoratori salariati ha avuto nel 1998 un contratto a tempo determinato, tasso che varia da un minimo del 2,9% registrato in Lussemburgo ad un massimo del 32,9% in Spagna. Paese, quest'ultimo, dove tra i giovani al di sotto dei 25 anni la percentuale di contratti a termine sale al 73,1% contro una media Ue del 37,6%.

soprattutto servizi

Sui 125,5 milioni di lavoratori a tempo pieno si contavano lo scorso anno 103,8 milioni di salariati, 19,7 milioni di imprenditori e lavoratori autonomi e 1,9 milioni di collaboratori di imprese familiari. Le donne hanno rappresentato poco più di un quinto della categoria degli imprenditori ed autonomi, ma circa i due terzi di quella dei collaboratori familiari.

Il 65,7% del totale degli occupati era impiegato nel settore dei servizi (80,2% sono donne). Mentre in Portogallo e Grecia questo settore si è rivelato essere più limitato (rispettivamente 50,2% e 58,9%), in Belgio, Regno Unito, Svezia, Paesi Bassi e Lussemburgo la percentuale di impiegati nei servizi ha superato il 70%.

In tutta l'Unione, solo il 4,8% della popolazione attiva lavorava nel settore agricolo, percentuale che varia dall'1,7% del Regno Unito al 17,8% della Grecia. Nel settore dell'industria, invece, è stato il Portogallo a registrare il tasso d'impiego più elevato (36%), mentre il tasso medio dell'Unione era del 29,5%.

Circa 6 milioni di donne hanno poi dichiarato che avrebbero desiderato lavorare pur non essendo alla ricerca di un lavoro, anche perché circa mezzo milione di loro erano convinte che non ci fosse lavoro disponibile. Oltre 75 milioni di donne hanno invece affermato di essere "inattive" per scelta, cioè non interessate ad avere un posto di lavoro.

orario settimanale

La media relativa alla settimana lavorativa nell'Unione è stata nel 1998 di 40,5 ore per settimana, media che nella zona euro è risultata più bassa di 48 minuti. È stata la Gran Bretagna, come già detto, lo Stato membro Ue dove si è lavorato il maggior numero di ore alla settimana (44 ore), mentre i Paesi dove la settimana lavorativa è stata più corta sono stati l'Italia (38,5 ore), il Belgio (38,6 ore) e la Danimarca (38,7 ore).

SETTIMANA LAVORATIVA DEI SALARIATI A TEMPO PIENO
(UOMINI E DONNE)

EU15

40.5

I

38.5

EUM11

39.7

L

39.3

B

38.6

NL

39.0

DK

38.7

A

40.1

D

40.1

P

41.0

EL

40.8

FIN

39.2

E

40.7

S

40.1

F

39.7

UK

44.0

IRL

40.1

la disoccupazione oggi

Passando invece ad esaminare la situazione attuale della disoccupazione nell'Ue e nell'Uem, lo scorso mese di luglio il tasso di disoccupazione della zona euro è stato del 10,2%, valore leggermente più basso rispetto a quello registrato il mese precedente (10,3%) e inferiore rispetto a quello del luglio 1998, quando era del 10,9%. Se si prende in considerazione invece l'Unione europea, cioè l'Europa a 15 Stati, il tasso è più basso ed equivale al 9,3% in luglio, sceso anch'esso rispetto all'anno precedente quando era del 10%. Eurostat stima che il numero complessivo delle donne e degli uomini disoccupati sia di 15,8 milioni nell'Ue e di 13,2 milioni nella zona euro (Uem). Nello stesso mese di luglio, il tasso di disoccupazione registrato negli Stati Uniti era del 4,3% mentre quello del Giappone era del 4,9%.

I tassi più bassi sono quelli del Lussemburgo (2,8%) e dei Paesi Bassi (3,2% in giugno), seguiti da quelli di Austria (4,3%), Portogallo (4,5%) e Danimarca (4,5% in giugno). La Spagna resta lo Stato membro dell'Ue con il livello di disoccupazione più alto (15,9%), anche se negli ultimi dodici mesi ha fatto registrare un forte calo del tasso che nel luglio 1998 era del 18,8%. La disoccupazione è diminuita leggermente nell'ultimo anno anche nei Paesi Bassi (dal 3,8% al 3,2%), in Svezia (dall'8,5% al 6,8%), in Finlandia (dall'11,6% al 10,1% di giugno) e in Danimarca (dal 5,1% al 4,5% di giugno). Tra i più giovani, cioè al di sotto dei 25 anni, il tasso di disoccupazione varia dal minimo dell'Austria, con il 5,7%, al valore massimo dell'Italia che lo scorso mese di aprile faceva registrare il 32,1%. Il valore medio di questo tasso è del 17,8% nell'Ue e del 19,3% nella zona euro, tassi leggermente inferiori a quelli registrati un anno prima quando erano rispettivamente del 19,5% e del 21,3%.

LA DISOCCUPAZIONE IN EUROPA (TASSI IN ORDINE CRESCENTE)

  Luglio 99 Giugno 99   Luglio 99 Giugno 99

Lussemburgo

2,8

2,8

Germania

9,1

9,1

Paesi Bassi

 

:3,2

UE 15

9,3

9,4

Austria

4,3

4,3

Finlandia

9,8

10,1

Danimarca

:

4,5

UEM 11

10,2

10,3

Portogallo

4,5

4,7

Francia

11,0

11,2

Svezia

6,8

7,0

Spagna

15,9

16,1

Belgio 9,0 9,0

I dati relativi alla Grecia, all'Italia e al Regno Unito non sono disponibili
* UEM 11 (zona euro): Belgio, Germania, Spagna, Francia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Austria, Portogallo e Finlandia.
* Secondo i criteri dell'Ufficio internazionale del lavoro (Bit), i disoccupati sono le persone di età superiore ai 15 anni che: sono senza lavoro; sono disponibili ad un impiego nelle due settimane precedenti l'inchiesta; sono impegnati attivamente nella ricerca di un lavoro nelle quattro settimane precedenti l'inchiesta.

Fonte: Eurostat, agosto 1999

gli europei lavorano di meno

Sempre rispetto al numero di ore lavorate, poi, una recente indagine svolta dall'Organizzazione internazionale del lavoro (Oil), che prende in esame il numero complessivo di ore lavorate in un anno da ogni lavoratore, evidenzia come i lavoratori europei lavorino molto meno ma facciano registrare spesso aumenti di produttività più stabili rispetto ai lavoratori di Paesi come Stati Uniti e Giappone. Sono infatti i lavoratori degli Stati Uniti a lavorare di più tra i Paesi cosiddetti industrializzati: circa 2000 ore nel 1997 (con un incremento del 4% rispetto al 1980), cioè quasi due settimane lavorative in più dei giapponesi (per i quali si è registrato un decremento del 10% dal 1980) e molto di più dei lavoratori europei, se si considera che in Norvegia e Svezia nello stesso anno il numero pro-capite di ore lavorate in un anno è stato rispettivamente di 1399 e 1552. In Francia, Paese che ha introdotto recentemente la legge sulle 35 ore settimanali, le ore di lavoro pro-capite nel 1997 sono state 1656 (1810 nel 1980), in Germania 1560 (erano 1742 nella Germania Ovest nel 1980), in Irlanda 1656 (1728 nel 1980), nei Paesi Bassi 1679 (dato relativo ai lavoratori maschi nel 1994), in Danimarca 1689 (dato rilevato come per i Paesi Bassi) e 1731 in Gran Bretagna (1775 nel 1980), Paese questo che, come si è visto in precedenza, presenta tuttora la settimana lavorativa più lunga tra gli Stati membri dell'Ue.

Come sottolinea il direttore generale dell'Oil, «il numero delle ore lavorate è un importante indicatore del livello globale di qualità della vita di un Paese; e, mentre i benefici del duro lavoro sono chiari, il fatto di lavorare di più non significa sempre lavorare meglio». *

 

OCCUPAZIONE: IN REGOLA SOLO DANIMARCA, GRAN BRETAGNA, IRLANDA E SVEZIA

L'8 settembre scorso la Commissione europea dimissionaria ha reso noto il suo "Rapporto sull'occupazione in Europa", un documento che prende in esame l'applicazione dei piani nazionali per l'occupazione di ciascuno dei quindici Stati membri.

Tre sono i Paesi dell'Unione che "destano preoccupazione" per i ritardi nell'applicazione delle misure necessarie: Belgio, Grecia e Italia. L'Italia, in particolare, presenta un tasso di attività (51,8%) di circa 10 punti più basso della media Ue, un tasso di disoccupazione (12%) di oltre due punti superiore alla media comunitaria e un peggioramento dei tassi di disoccupazione giovanile e di lungo termine che erano già preoccupanti. Per porre rimedio a questa situazione dovrà, secondo l'ex responsabile europeo per l'occupazione Padraig Flynn, «prendere delle misure decisive, coerenti e quantificabili», soprattutto «riformando i servizi per l'occupazione e migliorando la qualità della formazione professionale».

Altri tre Paesi si trovano in condizioni leggermente migliori rispetto ai tre "bocciati", ma dovranno «fare grossi sforzi» secondo la Commissione: si tratta di Germania, Lussemburgo e Olanda, che hanno fatto registrare «progressi insufficienti». Austria, Finlandia, Francia, Portogallo e Spagna sono invece considerati «sulla buona strada»dall'esecutivo europeo dimissionario perché «hanno fatto le riforme necessarie e potrebbero rispettare le linee guida e arrivare agli obiettivi fissati per il 2002». Linee guida che sono invece state rispettate in pieno dalla Danimarca, la Gran Bretagna, l'Irlanda e la Svezia, i quattro Paesi indicati come esempio per tutti gli altri dalla Commissione in quanto gli unici ad aver ottenuto «ottimi risultati».


una raccomandazione contro il lavoro dei bambini

«Le peggiori forme di lavoro minorile continuano ad esistere, in parte perché noi non abbiamo un approccio integrato verso l'eliminazione di questo problema. Se un sistema multilaterale significa lavorare insieme su qualcosa, perché non scegliamo l'estirpazione delle peggiori forme di lavoro minorile come una causa che noi tutti possiamo abbracciare? Questa non è solo una questione importante per tutti i Paesi, ma piuttosto una vera e propria causa sulla quale tutti ci dobbiamo unire». Con queste parole il direttore generale dell'Organizzazione internazionale del lavoro (Oil), Juan Somavia, ha lanciato lo scorso mese di luglio la campagna mondiale per l'eliminazione delle peggiori forme di lavoro minorile. Poche settimane prima, il 17 giugno, la Conferenza dell'Oil aveva approvato all'unanimità la nuova Convenzione relativa alla «proibizione ed immediata azione per l'eliminazione delle forme peggiori di lavoro minorile» (vedi Euronote n.4/99, pag. 13), a conclusione dell'importante lavoro di sensibilizzazione svolto dalla marcia globale (vedi Euronote n. 14/98) che nei primi 5 mesi del 1998 aveva registrato la partecipazione di oltre 2 milioni di bambini in rappresentanza di 107 Paesi.

La Convenzione è una nuova norma internazionale che va ad aggiungersi alla Convenzione 138 sull'età minima e dovrà ora essere ratificata dai governi. Il lavoro negoziale è stato però piuttosto complesso, dal momento che forti erano le diversità di posizione tra i vari Paesi, non solo quelli in via di sviluppo, su alcune questioni cruciali. Molti paesi industrializzati, tra cui Gran Bretagna, Australia, Stati Uniti, Canada, Olanda Giappone, Nuova Zelanda, Germania avevano come chiaro obiettivo quello di giungere alla definizione di una Convenzione minima e poco impegnativa. Anche perché alcuni di questi Paesi (Usa, Australia, Gran Bretagna, Nuova Zelanda, ad esempio) non hanno ancora ratificato la Convenzione 138 (finora ratificata solo da 82 dei 174 Paesi membri dell'Oil).

Molto importante è stato il coordinamento regionale dei Paesi in via di sviluppo: l'Asia guidata dall'India e l'Africa dall'Etiopia sono stati decisivi nella definizione di molti emendamenti.

L'obiettivo era quello di raggiungere una Convenzione forte e non solo teorica, in considerazione della gravità e della dimensione del problema, da inserire tra le altre convenzioni sui diritti umani fondamentali. E il risultato positivo dell'accordo sta proprio nell'aver ottenuto l'impegno all'azione immediata da parte di tutti i governi.

La Convenzione è accompagnata e completata da una Raccomandazione (n. 190) che, non essendo vincolante dal punto di vista giuridico come la Convenzione, risulta essere più dettagliata e precisa in molte sue parti. La pubblichiamo integralmente di seguito, sottolineando che l'impegno contro lo sfruttamento del lavoro minorile è ora rivolto verso la ratifica immediata di Convenzione e Raccomandazione da parte di tutti i Paesi dell'Oil e, soprattutto, verso la loro effettiva applicazione.

programmi di azione

I programmi d'azione menzionati all'articolo 6 della Convenzione dovrebbero essere progettati, con procedure d'urgenza, previa consultazione con le istituzioni pubbliche competenti, con le organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori, prendendo in considerazione le opinioni dei minori direttamente colpiti dalle forme peggiori di lavoro minorile oltre che delle loro famiglie e, all'occorrenza, di altri gruppi interessati e impegnati nella realizzazione degli obiettivi della Convenzione e di questa Raccomandazione. Tali programmi dovrebbero mirare, fra l'altro, a:

- individuare e denunciare le forme peggiori di lavoro minorile;

- impedire che i minori intraprendano le forme peggiori di lavoro minorile o sottrarli ad esse, proteggerli dalle rappresaglie, garantire la loro riabilitazione e il loro reinserimento sociale mediante provvedimenti che tengano conto delle loro esigenze formative, fisiche e psicologiche;

- prendere in particolare considerazione: i minori di piú tenera età; i minori di sesso femminile; il problema del lavoro svolto in situazioni che sfuggono agli sguardi di terzi, in cui le ragazze sono esposte a rischi particolari; altri gruppi di minori con specifiche vulnerabilità o esigenze;

- individuare le comunità nelle quali i minori sono esposti a rischi particolari, entrare in contatto diretto e lavorare con esse;

- informare, sensibilizzare e mobilitare l'opinione pubblica ed i gruppi interessati, compresi i minori e le loro famiglie.

lavori pericolosi

Nel determinare i tipi di lavoro considerati nell'articolo 3d) della Convenzione e nell'identificarne la loro localizzazione, occorrerebbe prendere in considerazione, inter alia:

- i lavori che espongono i minori ad abusi fisici, psicologici o sessuali;

- i lavori svolti sotterra, sottacqua, ad altezze pericolose e in spazi ristretti;

- i lavori svolti mediante l'uso di macchinari, attrezzature e utensili pericolosi o che implichino il maneggiare o il trasporto di carichi pesanti;

- i lavori svolti in ambiente insalubre tale da esporre i minori, ad esempio, a sostanze, agenti o processi pericolosi o a temperature, rumori o vibrazioni pregiudizievoli per la salute;

- i lavori svolti in condizioni particolarmente difficili, ad esempio con orari prolungati, notturni o lavori che costringano il minore a rimanere ingiustificatamente presso i locali del datore di lavoro.

Per i tipi di lavoro considerati nell'articolo 3d) della Convenzione e nel paragrafo 3 di cui sopra, la legislazione nazionale o l'autorità competente, previa consultazione con le organizzazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro interessate, potrebbero autorizzare l'assunzione o il lavoro a partire dall'età di 16 anni, a condizione che la salute, la sicurezza e la moralità dei minori interessati siano perfettamente tutelate e che il minore abbia ricevuto un'istruzione specifica adeguata o una formazione professionale nel settore d'attività pertinente.

attuazione

Al fine di determinare le priorità dell'azione nazionale volte all'abolizione del lavoro minorile, e in particolare alla proibizione e alla eliminazione delle sue forme peggiori, le informazioni dettagliate e i dati statistici sulla natura e la portata del lavoro minorile dovrebbero essere raccolti e regolarmente aggiornati, con procedure d'urgenza.

Per quanto possibile, tali informazioni e dati statistici dovrebbero essere disaggregati per sesso, fascia di età, occupazione, settore di attività, condizione professionale, frequenza scolastica e area geografica. Si dovrebbe inoltre prendere in considerazione l'importanza di un sistema di registrazione anagrafica efficace, ivi incluso il rilascio di certificati di nascita.

I dati relativi alle violazioni delle disposizioni nazionali pertinenti alla proibizione e alla eliminazione delle forme peggiori di lavoro minorile, dovrebbero essere raccolti e aggiornati.

La raccolta e l'elaborazione delle informazioni e dei dati, cui si fa riferimento al paragrafo 5 di cui sopra, dovranno essere effettuate con la dovuta attenzione al diritto di riservatezza.

Le informazioni raccolte conformemente al paragrafo 5 di cui sopra, dovrebbero essere comunicate regolarmente all'Ufficio internazionale del lavoro.

I Membri dovrebbero istituire o designare meccanismi nazionali idonei per sorvegliare l'attuazione delle disposizioni nazionali volte alla proibizione e alla eliminazione delle forme peggiori di lavoro minorile, previa consultazione con le organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori.

I Membri dovrebbero fare sì che le autorità competenti, preposte all'attuazione delle disposizioni nazionali volte alla proibizione e alla eliminazione delle forme peggiori di lavoro minorile, cooperino e coordinino le loro attività.

La legislazione nazionale o l'autorità competente dovrebbero individuare le persone da ritenersi responsabili in caso di mancato rispetto delle disposizioni nazionali per la proibizione e l'eliminazione delle forme peggiori di lavoro minorile.

I Membri dovrebbero, compatibilmente con la legislazione nazionale, e con procedura d'urgenza, contribuire agli sforzi internazionali volti alla proibizione e alla eliminazione delle forme peggiori di lavoro minorile attraverso:

- la raccolta e lo scambio di informazioni sulle violazioni di rilevanza penale, comprese quelle riguardanti le reti internazionali;

- l'identificazione e la conseguente azione penale a loro carico, delle persone implicate nella vendita e tratta dei minori, nell'impiego, nell'ingaggio o nell'offerta di minori ai fini di attività illecite, della prostituzione, della produzione di materiale pornografico o di spettacoli pornografici;

- la schedatura degli autori di tali violazioni.

I Membri dovrebbero assicurare che le seguenti forme peggiori di lavoro minorile siano considerate crimine:

- tutte le forme di schiavitù o pratiche analoghe, quali la vendita e la tratta di minori, la servitù per debiti e l'asservimento, il lavoro forzato o obbligatorio, incluso il reclutamento forzato o obbligatorio di minori per servire in conflitti armati;

- l'impiego, l'ingaggio o l'offerta del minore a fini di prostituzione, di produzione di materiale pornografico o di spettacoli pornografici;

- l'impiego, l'ingaggio o l'offerta del minore ai fini di attività illecite, in particolare per la produzione e il traffico di stupefacenti, secondo le definizioni previste nei trattati internazionali pertinenti, o per attività che comportino il trasporto o l'uso illeciti di armi da fuoco o altre armi.

In caso di violazione delle disposizioni nazionali volte alla proibizione e alla eliminazione dei tipi di lavoro menzionati all'articolo 3d) della Convenzione, i Membri dovrebbero far si che sia assicurata l'applicazione di sanzioni, ivi comprese, all'occorrenza, quelle penali.

Allo scopo di garantire l'applicazione effettiva delle disposizioni nazionali volte alla proibizione e alla eliminazione delle forme peggiori di lavoro minorile, i Membri dovrebbero, con procedura d'urgenza, all'occorrenza, prevedere provvedimenti di natura penale, civile o amministrativa, quali un controllo speciale di quelle imprese che hanno già fatto ricorso alle peggiori forme di lavoro minorile e, nei casi di recidiva delle violazioni, la possibile revoca provvisoria o definitiva delle autorizzazioni di esercizio.

Altri provvedimenti volti alla proibizione e all'eliminazione delle forme peggiori di lavoro minorile potrebbero comprendere:

- l'informazione, la sensibilizzazione e la mobilitazione dell'opinione pubblica, inclusi i dirigenti politici nazionali e locali, i parlamentari e le autorità giudiziarie;

- il coinvolgimento e la formazione delle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori e delle associazioni di cittadini;

- l'erogazione di una formazione adeguata per i funzionari delle amministrazioni pubbliche interessate e, in particolare, per gli ispettori ed i tutori della legge, nonché per altri funzionari pertinenti;

- la perseguibilità nel Paese di appartenenza dei cittadini degli Stati membri che commettano reati in violazione delle proprie norme nazionali volte alla proibizione e alla eliminazione delle forme peggiori di lavoro minorile, anche ove tali reati siano commessi in un altro Paese;

- la semplificazione delle procedure giudiziarie ed amministrative e la garanzia che queste siano appropriate e rapide;

- l'incoraggiamento all'adozione di politiche imprenditoriali che promuovano gli obiettivi della Convenzione;

- il monitoraggio e la divulgazione delle esperienze più positive relative all'eliminazione del lavoro minorile;

- la divulgazione di disposizioni legislative o di altro tipo riguardanti il lavoro minorile nelle diverse lingue o dialetti;

- l'istituzione di procedure speciali di denuncia e di provvedimenti atti a proteggere da discriminazioni e rappresaglie coloro che denunciano legittimamente le violazioni delle disposizioni della Convenzione, nonché l'istituzione di linee telefoniche o centri d'assistenza e di mediatori;

- l'adozione di provvedimenti appropriati per migliorare l'infrastruttura scolastica e la formazione degli insegnanti in modo corrispondente alle necessità di ragazzi e ragazze;

- nella misura del possibile, la presa in considerazione, nei programmi d'azione nazionali: della necessità di favorire l'occupazione e la formazione professionale dei genitori e degli adulti delle famiglie di minori che lavorano nelle condizioni coperte dalla Convenzione; e della necessità di sensibilizzare i genitori in merito al problema dei minori che lavorano in tali condizioni.

Una migliore cooperazione e/o assistenza a livello internazionale tra i Membri, volte alla proibizione e all'eliminazione effettiva delle forme peggiori di lavoro minorile, dovrebbero essere complementari agli sforzi nazionali e potrebbero, eventualmente, essere sviluppate e attuate in consultazione con le organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori. La cooperazione e/o l'assistenza internazionale dovrebbero includere: la mobilitazione di risorse per programmi nazionali o internazionali; l'assistenza giuridica reciproca; l'assistenza tecnica, compreso lo scambio di informazioni; il sostegno allo sviluppo sociale ed economico, ai programmi di eradicazione della povertà e di istruzione universale. *

"4 MOTORI": LA DICHIARAZIONE FINALE DI BARCELLONA

Pubblichiamo di seguito il testo del documento conclusivo del vertice sull'occupazione nelle "4 Regioni Motore per l'Europa", tenutosi a Barcellona il 12 luglio scorso. Si è trattato del primo vertice "tripartito" transregionale dedicato alla lotta contro la disoccupazione e l'esclusione sociale (vedi Euronote n. 4/99, pag. 12).

I presidenti delle Regioni, i segretari generali dei Sindacati, i presidenti delle Associazioni datoriali

dichiarano:

1. Che, dopo che la maggioranza degli Stati dell'Unione europea ha ottenuto la moneta unica, si rende necessario un nuovo impulso per avanzare nella costruzione politica e sociale dell'Ue.

2. Che, per portare a termine questo obiettivo è necessario l'impegno della società nel suo complesso e ciò sarà possibile solo se si avanza nel contesto di una crescita economica stabile, nella soluzione dei problemi presenti nella nostra società, il primo fra tutti la mancanza della piena occupazione.

3. Che la costruzione regionale europea è un ambito chiave nello sviluppo economico e sociale, visto che si tratta di una struttura più vicina al cittadino, considerando in questa stessa prospettiva lo sviluppo regionale, quello locale, la ricerca e lo sviluppo, le infrastrutture, i patti territoriali per l'occupazione e le iniziative a favore dell'occupazione.

4. Che è necessario approfondire i rapporti e gli scambi tra le amministrazioni e gli attori sociali delle nostre regioni con l'obiettivo di inserire gli aspetti che hanno a che vedere con la disoccupazione e la creazione dell'occupazione, con la coesione sociale, la formazione e la lotta contro l'esclusione sociale di tutte le minoranze; tutto ciò come un nuovo asse di vertebrazione di questo spazio euroregionale.

accordano:

Stabilire questo protocollo di accordo tra i governi, i sindacati e le associazioni degli industriali della Catalogna, del Rodano Alpi, di Baden Württemberg e della Lombardia con l'obiettivo di contribuire alla costruzione di un'Europa sociale più democratica e solidale con i seguenti contenuti:

1. Considerare il dialogo come elemento fondamentale tra i governi e gli attori sociali ed economici nella definizione degli obiettivi e dei programmi di ripercussione sociale e,di conseguenza, studiare la possibilità di agevolare lo scambio di informazioni su quegli aspetti che siano di mutuo interesse delle organizzazioni firmanti.

2. Promuovere la creazione di gruppi di studio per l'analisi di problematiche specifiche come, ad esempio: le politiche sociali, lo sviluppo economico, il sostegno dello spirito imprenditoriale, il lavoro, la formazione professionale, i fondi strutturali ed altri che possono sopraggiungere.

3. Coloro i quali firmano il presente protocollo manifestano la volontà di dare continuità alla realizzazione di summit con ogni presidenza al fine di interscambiare esperienze e dibattere gli argomenti relativi alle politiche di lotta contro la disoccupazione, la coesione sociale, la fiscalità, l'equilibrio territoriale o di sviluppo economico.


la popolazione europea di fine millennio

Secondo un rapporto congiunto di Eurostat e del Consiglio d'Europa, lo scorso anno la popolazione dell'Ue è aumentata leggermente, dello 0,2%, raggiungendo i 375.329.400 di persone (291.381.500 nella zona euro, 11 Stati membri) Nei 15 Stati membri, l'incremento demografico naturale, cioè la differenza tra nati e deceduti, è stato di 285.400 persone, cifra nettamente inferiore a quella del saldo migratorio che è stato di 461.200 persone.

Tutti gli Stati membri hanno registrato una crescita della popolazione totale eccetto la Germania, dove la popolazione è diminuita di 19.400 persone (risultato di una diminuzione di 70.200 persone nella crescita naturale ma di un saldo migratorio di 50.800 persone).

Così come in Germania, anche nei Paesi dell'Europa centrale ed orientale si è registrata una diminuzione della popolazione, sia per cause naturali che per un saldo migratorio negativo (in Ucraina la diminuzione è stata di 394.300 unità), mentre invece sono cresciute ad esempio quelle di Stati Uniti (più 2.369.400 persone, delle quali 855.700 per il saldo migratorio positivo), Cina (più 10 milioni) e India (più 17 milioni). Così, mentre l'Unione europea ha contribuito solo per l'1% alla crescita demografica mondiale, i contributi in questo senso di Cina e India sono stati rispettivamente del 13,2% e del 21,7%.

aumentano le nascite extramatrimoniali

Il tasso di fertilità totale è rimasto al di sotto della soglia di crescita zero (circa 2,1 figli per donna) in tutti gli Stati membri del Consiglio d'Europa, ad eccezione di Albania e Turchia. Attualmente, la media dell'Ue del numero di figli per ogni donna è di 1,45 (1,39 nella zona euro), con l'Irlanda al primo posto (1,94) e la Spagna all'ultimo (1,15). Lo stesso rapporto è dell'1,80 in Cina, del 2,07 negli Stati Uniti e del 3,24 in India. Lo studio di Eurostat evidenzia come le nascite al di fuori del matrimonio siano in continua crescita dappertutto: nel 1998 rappresentavano una nascita su due in Svezia, Estonia e Norvegia e due nascite su tre in Islanda. La proporzione è di una nascita su quattro a livello di Unione europea e di quasi una su cinque nella zona euro. Questa evoluzione è dovuta, secondo Eurostat, al numero crescente di convivenze e alla diminuzione del numero di matrimoni.

bassa mortalità infantile ed elevata speranza di vita

In tutti i Paesi europei è poi in diminuzione la mortalità infantile. Così, lo scorso anno si sono contati meno di cinque decessi di bambini di età inferiore ad un anno per ogni mille nascituri viventi in Germania, Francia, Austria, Finlandia, Svezia, Islanda, Norvegia e Svizzera. La Svezia è il Paese più "sicuro", cioè con il tasso di mortalità infantile più basso, dal momento che presenta un valore del 3,5 per mille. Il tasso medio dell'Ue è del 5,2 per mille (nel 1980 era del 12,4), mentre lo stesso tasso è un po' più alto negli Stati Uniti fino a raggiungere valori di circa dieci volte superiori in Cina (45,5 per mille) e India (63,1 per mille).

Nell'Ue continua a crescere anche la speranza di vita, al punto che un bambino che nasce oggi può vivere fino a 80,8 anni se nasce femmina e fino a 74,5 se maschio. I valori corrispondenti sono di 79,6 e 76,1 negli Stati Uniti, di 83,3 e di 80 in Giappone, di 63,7 e 62,9 in India e di 71,1 e 68,3 in Cina. I neonati europei con una maggiore speranza di vita sono femmine nate in Francia: 82,2 anni. La speranza di vita è tra l'altro in crescita anche nei Paesi dell'Europa centrale ed orientale.

meno matrimoni e più divorzi

Il rapporto Eurostat sottolinea poi come nell'Ue sia in netta diminuzione la popolarità dei matrimoni e cresca il numero di divorzi. Nel 1998 il tasso di matrimonio è stato di 5 matrimoni ogni mille abitanti, tasso che nel 1980 era di 6,3. Il tasso più basso si è registrato in Svezia (3,6 per mille) e il più alto in Portogallo (6,7 per mille). Per quanto riguarda invece i divorzi, il tasso dell'Ue è di 1,8 ogni mille abitanti con la Finlandia al primo posto (2,7 per mille). Nessun Paese dell'Unione europea raggiunge dunque i livelli della Russia e degli Stati Uniti che presentano tassi intorno e superiori a 4 divorzi ogni mille abitanti. *

LA POPOLAZIONE DEL MONDO (%)

 

Ripartizione della popolazione
(Totale: 6 miliardi)

UE15

6,3%

Altri Paesi del Consiglio d'Europa

7,3%

Cina

20,8%

India

16,7%

Usa, Giappone e altri Paesi sviluppati

7,6%

Altri Paesi meno sviluppati

41,3%

Fonte: Eurostat, Statistiche in breve, Popolazione e condizioni sociali n. 12/99


essere sindacato oggi in Bosnia-Erzegovina

Da questo numero di Euronote inizia una rubrica con la quale si intende rivolgere uno sguardo ai vari sindacati europei, per capire qual è la situazione del sindacalismo europeo all'inizio del nuovo millennio. Di volta in volta verrà chiesto a sindacalisti di Paesi diversi di scrivere ciò che ritengono più importante segnalare rispetto al loro sindacato: situazione interna, politiche o iniziative, rapporti con i partner sociali, situazione del Paese ecc.

Si è deciso di partire dall'area europea in maggiore difficoltà, cioè quei Balcani che da quasi un decennio vivono situazioni di guerra, violenze, disgregazione sociale ed economica. Da Mostar, Zelja Grubisic e Coric Murat ci parlano del loro sindacato.

L'organizzazione dei lavoratori in Bosnia ed Erzegovina ha radici antiche, che partono già nel secolo scorso sotto il dominio austro-ungarico e culminate con l'unificazione agli inizi del secolo (1905) di tutte le associazioni dei lavoratori in un'unica Unione dei lavoratori nella Bosnia ed Erzegovina con sede a Sarajevo.

A questo processo partecipò anche la città di Mostar, capoluogo dell'Erzegovina, e tale coinvolgimento è ancora oggi visibile, anche se l'ultima guerra ha creato molte difficoltà e, tra l'altro, danneggiato "La Casa dei Lavoratori", cioè l'edificio costruito ne1 1934 per ospitare il sindacato.

In tempi più recenti, la Bosnia-Erzegovina era una delle sei Repubbliche federate nell'ex Repubblica Federativa Socialista di Jugoslavia dal 1945 al 1991, una Repubblica multietnica che nel 1991 aveva 4.500.000 abitanti. La sua economia prima della guerra (1992) si basava sull'industria della lavorazione di materie prime e sullo sfruttamento delle materie naturali.

il dopoguerra e la difficile ripresa

Nel 1990 e nel 1991 il sindacato inizia un processo di transizione democratica e di riorganizzazione interna creando i sindacati di categoria. I 35 sindacati di categoria si sono quindi uniti nell'Unione dei sindacati indipendenti della Bosnia-Erzegovina, con sede a Sarajevo.

Lo stesso processo è avvenuto anche a Mostar, dove dei 50.000 lavoratori se ne sono iscritti 42.000.

La guerra del 1992 ha devastato completamente gli stabilimenti produttivi e l'infrastruttura, lasciando i lavoratori senza lavoro e senza le loro fabbriche. Ciò ha portato quasi alla scomparsa delle attività sindacali a Mostar.

Con la fine della guerra e con grandi difficoltà la vita sindacale sta avendo oggi momenti di ripresa, nonostante il basso numero di lavoratori occupati.

E' questo un periodo in cui il sindacato cerca di radunare gli iscritti sopravvissuti e quelli rimasti a Mostar e, appellandosi alla tradizionale solidarietà sindacale, cerca i collegamenti con le organizzazioni sindacali all'estero.

solidarietà dei sindacati europei

A questa richiesta d'aiuto la prima risposta viene dalla Confederazione dei sindacati europei (Ces) con sede a Bruxelles, primo ponte di collegamento del sindacato di Mostar con i movimenti sindacali ad essa associati.

Il primo a rispondere alla nostra richiesta è stato il sindacato lombardo, che attraverso il suo Istituto di cooperazione Iscos ci ha consentito il primo progetto di ricostruzione delle fabbriche.

Si è realizzata così la ricostruzione della fabbrica tessile "Mostarka" e del reparto di verniciatura della ditta "Soko". E' attualmente in corso il progetto di formazione dei manager delle aziende tessili della Regione che rappresenta per noi un importante contributo. Lo scopo di tutti questi progetti è quello di creare nuova occupazione per permettere ai lavoratori di sostenersi con il proprio lavoro.

La richiesta di aiuto in questo senso è stato lanciata ai numerosi amici sindacalisti di tutta Europa, sin dal congresso del 1997.

il sindacato oggi

Il sindacato di Mostar ora sta ricostruendo la propria rete organizzativa ed hanno ripreso ad operare fino ad ora 16 categorie sindacali. Il numero degli iscritti è basso poiché basso è il numero dei lavoratori. Mostar conta attualmente oltre 18.000 disoccupati.

Oltre all'attività della creazione di nuovi posti di lavoro, il sindacato è impegnato nella definizione della legislazione sui diritti dei lavoratori della Bosnia-Erzegovina. Si è arrivati così ai primi scontri con il Governo di fronte all'organizzazione delle lotte sindacali, compreso lo sciopero.

La recente guerra in Serbia e la situazione nel Kosovo hanno influito ed influiscono indubbiamente anche sulla nostra situazione, nonostante la posizione di neutralità scelta della Bosnia-Erzegovina.

A causa della vicinanza geografica con la Serbia la crisi ha degli effetti negativi, come l'aumento del rischio d'investimento per gli imprenditori stranieri, la difficoltà a ricostruire la struttura produttiva e il conseguente rallentamento nel creare nuova occupazione.

Per fortuna il conflitto sembra sia momentaneamente concluso, perciò ci rimane la speranza che la situazione della ricostruzione e dell'occupazione a Mostar e in Bosnia migliorerà con un ritmo più veloce.

Le attività del sindacato di Mostar e della Bosnia-Erzegovina aumenteranno di giorno in giorno, però sarà sicuramente ancora necessaria la solidarietà delle organizzazioni sindacali europee affinché anche nel nostro Paese il sindacato diventi il vero rappres entante degli interessi dei lavoratori.

Zelja Grubisic e Coric Murat sono coordinatori del Sindacato CES di Mostar *


Kosovo: il difficile ritorno alla normalità

Sono circa 772.300 i kosovari rimpatriati al 1º settembre scorso dall'accordo di pace di giugno, secondo l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur).

Di questi, 718.000 provenivano da Paesi limitrofi e circa 54.300 da altri Paesi di Europa, Nordamerica e Oceania. Circa 43.300 sono i rifugiati e gli sfollati ancora presenti nella regione, dei quali 7700 si trovano in Montenegro, 6500 in Albania, 10.190 in Bosnia-Erzegovina e 18.800 in Macedonia. Per un quadro complessivo dei rifugiati nell'area balcanica, però, è necessario considerare che circa mezzo milione di persone, rifugiati della Croazia e della Bosnia, si trovano ancora in Serbia e Montenegro.

la fuga di serbi e rom

Da qualche giorno, secondo gli uffici della Kfor situati a Pristina, sono in diminuzione le aggressioni da parte di kosovari albanesi ai danni di serbi del Kosovo, nonostante si siano registrati ancora diversi episodi di sequestri e intimidazioni. Il fenomeno, però, più che ad una pacificazione della zona pare essere dovuto soprattutto alla diminuzione della popolazione serba in Kosovo. Secondo le cifre fornite dalla Croce rossa jugoslava e da autorità municipali locali, infatti, sarebbero circa 200.000 le persone di etnia serba e rom che avrebbero abbandonato le proprie case in Kosovo per spostarsi all'interno della Repubblica Federale di Jugoslavia: 173.000 persone in Serbia, 23.500 in Montenegro e 3257 rifugiati provenienti dalla Croazia e dalla Bosnia. Altri, soprattutto rom, tentano in tutti i modi di entrare nell'Unione europea, ma recenti misure decise da alcuni governi europei (tra cui l'Italia) rendono oggi quasi nulle le possibilità di ottenere l'asilo. Lo scorso mese di luglio erano state 11.230 le domande di asilo inoltrate da cittadini della Repubblica Federale di Jugoslavia in 18 Paesi europei, il 40% in meno rispetto alle 18.740 domande del mese precedente. Germania e Svizzera hanno ricevuto complessivamente il 73% delle domande di asilo inoltrate da cittadini jugoslavi, tra i quali la maggior parte naturalmente kosovari.

Intanto, i militari della Kfor presenti nella diverse zone del Kosovo riescono a stento ad evitare le gravi violazioni che i kosovari di etnia serba e rom sono costretti a subire dai kosovari albanesi come ritorsione per quanto avvenuto nei mesi scorsi. La situazione dei serbi rimasti, per i quali le possibilità di muoversi liberamente sono praticamente inesistenti, è particolarmente grave poiché si tratta principalmente di persone molto vulnerabili come anziani, disabili o isolate senza il sostegno della famiglia.

la casa innanzitutto

Sono oltre 90 le organizzazioni non governative, le agenzie intergovernative e bilaterali attive nell'impegno umanitario in Kosovo, per il cui coordinamento l'Acnur ha istituito un Centro a Pristina con lo scopo di assicurare il soddisfacimento dei bisogni umanitari ed evitare sovrapposizioni negli interventi.

Si stima che siano oltre 500.000 le persone che necessitano di aiuti urgenti per la riparazione delle loro case o, nei casi più gravi, di assistenza alloggiativa prima dell'arrivo dell'inverno. Circa 50.000 abitazioni non sono riparabili e per assistere le persone che vi abitavano l'Acnur sta attuando un programma di assistenza alle famiglie che le accolgono per incoraggiare queste persone ad ospitarle anche nel corso del prossimo inverno, mentre per coloro che non hanno alcun posto dove andare si stanno individuando alloggi in centri collettivi e si stanno installando tende invernali con stufe in prossimità delle case distrutte.

Per circa 387.000 persone, invece, quelle la cui casa è riparabile, si stanno distribuendo materiali con lo scopo di affrontare l'emergenza invernale. Si tratta di kit di materiali che dovrebbero consentire di isolare termicamente almeno una stanza delle case danneggiate e costituiti da teli di plastica rigida rinforzati per la riparazione dei tetti, teli di plastica trasparente per le finestre, legname, compensato, chiodi, punti metallici, nastro e utensili. Circa 15.000 di questi kit sono forniti dall'Acnur, 20.000 dall'Ufficio umanitario dell'Ue (Echo), 20.000 dall'Ufficio statunitense per l'assistenza allo sviluppo internazionale (Ofda), mentre altre quattro organizzazioni si sono impegnate nella fornitura così da portare il numero totale dei kit a circa 75.000.

INFORMAZIONI: Acnur, via Caroncini 19, 00197 Roma; tel 06 8079085; fax 06 8076499;
e-mail: itaro@unhcr.ch;
sito web: http://unhcr.ch

STIME ACNUR SUL RIMPATRIO DEGLI ALBANESI DEL KOSOVO
(AL 1° SETTEMBRE 1999)

Luogo di provenienza  

Ritorni in Kosovo

R.F. di Jugoslavia - R. del Montenegro  

56.400

Ex R. jugoslava di Macedonia  

217.600

Albania  

432.500

Bosnia-Erzegovina  

11.500

Altri Paesi  

54.300

Totale  

772.300


le priorità sociali della presidenza finlandese

La presidenza finlandese di turno dell'Unione europea, in carica dallo scorso 1° luglio al 31 dicembre prossimo, ha reso noto il suo programma che prevede alcune priorità sociali.

In materia d'occupazione l'Europa, di fronte alle debolezze delle strutture economiche e concorrenziali che si manifestano con tassi di disoccupazione elevati e con una crescita molto lenta del prodotto interno lordo (Pil), deve migliorare la competitività e l'assunzione nelle imprese europee. «L'interdipendenza crescente degli Stati membri nell'Unione economica e monetaria - sostiene la presidenza finlandese - chiede un coordinamento più forte delle politiche economiche. Per migliorare la competitività, la crescita e l'occupazione, la presidenza contribuirà ad armonizzare le politiche economiche, strutturali e dell'occupazione, e realizzare lo sviluppo del mercato interno». Il Vertice europeo di Helsinki, che si terrà nei giorni 10 e 11 dicembre prossimi, sarà l'occasione di valutare l'efficacia del coordinamento della politica economica nella terza fase dell'Uem.

Strettamente legata alla questione dell'occupazione, anche quella fiscale resta di difficile soluzione. «Con l'introduzione di una moneta comune sul mercato interno, diventa insistente coordinare i sistemi fiscali degli Stati membri - si legge nel programma finlandese - La presidenza ritiene che sia importante impedire una concorrenza fiscale pregiudizievole e trovare un accordo sulle questioni fiscali prima del Consiglio europeo di Helsinki».

La presidenza finlandese dell'Ue sottolinea inoltre la sua preoccupazione per l'invecchiamento della popolazione, tema affrontato dai ministri del Lavoro e degli Affari sociali a Oulu lo scorso 10 luglio. La riorganizzazione del lavoro in funzione dei lavoratori anziani, la capacità al lavoro, la protezione sociale e la discriminazione legata all'età sono le questioni più importanti affrontate dai ministri Ue. «L'invecchiamento della forza lavoro e il pensionamento anticipato avanzato sono un fenomeno globale crescente e inquietante - sottolinea un comunicato del governo finlandese - Nell'Unione europea, la situazione dei dipendenti vecchi fa parte della preparazione delle linee direttive per l'occupazione nel 2000».

Il programma della presidenza si sofferma poi sull'importanza della responsabilità sociale ed ecologica dell'Ue: «L'apertura economica mondiale e il processo d'integrazione economica sottolineano la responsabilità globale dell'Unione europea in uno sviluppo duraturo da un punto di vista economico, sociale ed ecologico. (...) Una tutela efficace dell'ambiente esige sempre più spesso che le soluzioni siano prese tanto a livello europeo che mondialmente». L'impegno di Helsinki sarà nell'integrazione della tutela ambientale e del principio dello sviluppo duraturo in tutte le politiche comunitarie, come pure la lotta contro l'inquinamento atmosferico e il cambiamento climatico.

La presidenza finlandese ha quindi annunciato la sua volontà di sviluppare la dimensione sociale dell'Ue affrontando le questioni legate all'occupazione, alla salute e all'uguaglianza tra i sessi nella normativa comunitaria e nelle politiche dell'Unione ed ha sottolineato l'importanza della salute mentale, parte integrante della sanità pubblica.

Fonte: Infospeciale

Media: poco Internet e tanta televisione

I cittadini europei hanno appreso tutto ciò che sanno sull'Unione europea dalla televisione, che è anche il mezzo d'informazione del quale si fidano maggiormente. La rete Internet è ancora poco utilizzata ed ha capacità e velocità di diffusione molto maggiori negli Stati membri del Nord. Questo emerge da un sondaggio Eurobarometro (n. 51) pubblicato lo scorso luglio.

Circa sette europei su dieci ricorrono infatti alla televisione quando desiderano informazioni sulla Ue: è il caso di una larga maggioranza di persone in tutti gli Stati membri, con l'eccezione dell'Irlanda dove solo il 49% degli abitanti si informa per mezzo della televisione. Al secondo posto, dopo il mezzo televisivo, troviamo i quotidiani con il 46% e al terzo la radio, ascoltata dal 35% dei cittadini Ue.

Oltre il 70% degli europei guarda ogni giorno la televisione, percentuale che supera l'80% in Finlandia, Grecia e Italia. Poco più del 40% apprende invece i fatti di attualità da un giornale o dalla radio, e questo avviene molto di più negli Stati membri del Nord che in quelli del Sud.

Poco più di due europei su tre fanno riferimento alla televisione come mezzo di informazione, e quasi altrettanti alla radio; la stampa scritta si situa piuttosto indietro nella classifica, con meno del 50% di opinioni favorevoli. Gli olandesi sono i cittadini dell'Unione che hanno la massima fiducia nella televisione, mentre è negli Stati membri del Sud che il pubblico è più diffidente.

Quanto alla stampa, il Paese in cui essa è giudicata nel miglior modo è di gran lunga l'Olanda - quasi tre quarti di opinioni favorevoli - mentre la percentuale più bassa è quella rilevata nel Regno Unito, in cui solamente un intervistato su quattro dichiara di fidarsi di tale mezzo di informazione; la radio, per parte sua, gode della fiducia della maggioranza in tutti i Paesi Ue.

Internet è ancora poco utilizzato, se si pensa che solo il 14% dei cittadini europei ha un accesso e solo il 6% lo utilizza per ottenere informazioni sull'Ue. Possiede invece un computer ma non è collegato in rete il 35% degli europei e, sempre per quanto riguarda i moderni strumenti tecnologici, il 18% dei cittadini Ue possiede un fax, una percentuale identica è in possesso di una parabola per la ricezione televisiva via satellite, l'11% ha un decodificatore per vedere reti televisive a pagamento, mentre il 74% utilizza e possiede un videoregistratore (percentuale, questa, che varia dal 90% circa dei britannici al 50% circa dei greci).

L'accesso ad Internet è comunque molto più diffuso nel Nord che nel Sud dell'Unione. Secondo il sondaggio, in Svezia si trova il maggior numero di persone collegate (55%) e la Svezia è anche l'unico Paese europeo in cui la metà degli interrogati dichiara di aver accesso alla rete; seguono Danimarca, Finlandia, Olanda, Lussemburgo e Regno Unito, tutti Paesi in cui il numero di collegati supera il 20%. Al di sotto della media europea si trova l'Italia, seguita da Irlanda, Austria e Belgio (tutti al di sopra del 10%) e di seguito Germania, Francia, Spagna, Portogallo. Chiude la classifica la Grecia, Paese in cui è collegato a Internet solamente il 5% delle persone.

Fonte: Eurofocus

l'Uem inizia la stampa dei biglietti in euro

L'euro entrerà in vigore il 1° gennaio 2002, ma gli undici Paesi dell'Uem sono già al lavoro da oltre un anno per la produzione dei 56 miliardi di monete previste (prodotto finora l'8% circa) e lo scorso 15 luglio hanno stampato i primi biglietti bancari. Va ricordato che i biglietti saranno sette (dal valore di 5, 10, 20, 50, 100, 200 e 500 euro), saranno del tutto identici nei due lati, indipendentemente dal Paese di fabbricazione, e rappresenteranno ognuno lo stile architettonico di un'epoca della nostra storia, dall'Antichità fino ai giorni nostri.

I biglietti sono stati scelti da una giuria di esperti, in seguito ad un'inchiesta svolta presso circa 2000 cittadini dell'Ue e dopo un concorso tra gli undici Paesi della zona euro; il loro aspetto è quindi conforme ai bozzetti ideati dal vincitore, un grafico della Banca nazionale austriaca (Robert Kalina). Ogni biglietto ha un colore dominante ed una dimensione che lo differenzia dagli altri tagli, con riportate grandi e ben visibili le cifre che ne indicano il valore: questo per agevolare chi ha problemi di vista (circa il 2% della popolazione Ue), mentre per i ciechi sono stati impressi alcuni elementi in rilievo.

Il piano di fabbricazione europeo prevede in totale circa 13 miliardi di biglietti, 9 dei quali sostituiranno quelli nazionali attualmente in circolazione e circa 4 costituiranno una riserva. Per evitare il rischio della contraffazione, la carta degli euro contiene fibre fluorescenti, un filo incorporato e, per maggiore sicurezza, delle bande metallizzate.

Per quanto riguarda le monete, invece, che faranno la loro apparizione contemporaneamente ai biglietti, saranno otto (dal valore di 1 e 2 euro e di 1, 2, 5, 10, 20 e 50 centesimi di euro) e, a differenza dei biglietti, avranno un lato europeo, comune a tutti i Paesi dell'Uem, e un lato nazionale, scelto in modo autonomo da ogni Paese. Tutte le monete potranno logicamente essere utilizzate nell'intera zona euro: si potrà ad esempio pagare in Italia con monete in euro fabbricate in Francia o in Germania.

Il lato europeo, scelto in seguito ad un concorso, è stato disegnato da Luc Luycx, della Zecca reale belga e rappresenta i confini dell'Unione europea oltre, naturalmente, al valore della moneta. Per il lato nazionale, alcuni Paesi (Belgio, Irlanda, Lussemburgo ed Olanda) hanno scelto di presentare lo stesso motivo sulle otto monete, altri hanno diviso la serie degli otto pezzi in tre gruppi ed offrono tre diversi motivi (Germania, Francia, Spagna, Portogallo e Finlandia) e altri ancora hanno scelto un disegno diverso per ognuna delle otto monete (Italia e Austria).

Le caratteristiche tecniche delle monete - metalli usati, dimensioni, peso - che come per i biglietti sono state studiate tenendo conto delle necessità dei non vedenti, sono identiche in tutti i Paesi della zona euro, nei quali resta tuttavia un margine di manovra limitato per la realizzazione del lato nazionale. Così, in pratica, i distributori automatici dell'insieme della zona euro accetteranno tutte le monete fabbricate nei dodici Paesi. Le zecche nazionali controllano poi le monete prodotte e, su scala europea, sei centri di prova centralizzano misure e controlli.

Fonte: Eurofocus

proposta della Commissione contro il riciclaggio di denaro

Se dei trafficanti di droga depositano il denaro guadagnato in modo illegale in una banca dell'Unione europea i pubblici poteri di tutti gli Stati membri dispongono dei mezzi per reperire questo denaro "sporco" grazie ad una direttiva (legge europea) del 1991. Ma se dei trafficanti di armi riciclano i proventi del traffico nell'acquisto di immobili, non è possibile agire in ogni Paese Ue. È appunto questa lacuna che la Commissione europea ha voluto colmare proponendo al Parlamento europeo ed al Consiglio dei ministri dell'Ue di modificare la direttiva del 1991.

L'attuale direttiva europea obbliga banche, casse di risparmio, uffici di cambio e coloro che trasportano denaro a chiedere una prova d'identità per l'apertura di un conto o di una cassetta bancaria e per ogni operazione che superi i 15.000 euro. Tutte queste persone devono inoltre conservare traccia di tali operazioni e segnalare alle autorità nazionali tutte le azioni - quale che sia la somma in causa - che potrebbero trovarsi collegate ad un traffico di droga; la direttiva esige addirittura la sospensione del segreto bancario quando ciò si dimostri necessario.

Certo, il riciclaggio del denaro sporco non si riduce ai proventi del traffico di droghe; inoltre, i criminali si servono di altre tecniche per investire il denaro accumulato. In pratica, la direttiva del 1991, benché correttamente applicata, non è sufficiente e vari Stati membri dell'Unione hanno d'altra parte già adottato misure più efficaci, ma ognuno per conto suo.

Se l'attuale proposta verrà adottata, le misure previste dalla direttiva saranno applicate a tutte le forme di criminalità organizzata, come pure alle frodi ed agli atti di corruzione commessi ai danni del bilancio europeo. Nella stessa logica, gli obblighi ora imposti alle banche ed altre istituzioni finanziarie verranno estese a settori diversi, come gli studi notarili, le agenzie immobiliari, i casinò ed i negozi che vendono gioielli di valore.

Quanto alle istituzioni finanziarie stesse, esse saranno tutte interessate, comprese le compagnie assicurative e gli sportelli dei cambiavalute. Inoltre, la proposta precisa molto chiaramente che la direttiva si applica anche agli uffici di cambio ed a coloro che trasportano fondi, cosa non evidente in tutti i Paesi dell'Ue.

La Commissione europea non dimentica che la lotta contro il riciclaggio del denaro sporco ha anche una dimensione mondiale. Essa partecipa alle attività del Gruppo di azione finanziaria internazionale (Gafi), che riunisce, oltre agli Stati membri dell'Unione europea, gli undici Paesi più importanti dal punto di vista finanziario e fissa delle raccomandazioni. La nuova proposta, tra l'altro, supera le ultime raccomandazioni del Gafi.

da Eurofocus 27/99


al lavoro la nuova Commissione europea

Dopo circa sei mesi di agitazioni e grandi difficoltà, l'Unione europea ha ora una nuova Commissione in attività grazie al voto del Parlamento europeo. La situazione non è ancora totalmente normalizzata, dal momento che ottenuta la fiducia del Pe ora la nuova Commissione è impegnata nel complesso lavoro di riforma interna, ma rispetto agli ultimi mesi trascorsi il lavoro può almeno ripartire. Poco prima che iniziasse l'esame del Parlamento sui nuovi commissari nominati dal neo presidente Romano Prodi (vedi Euronote 4/99, pag, 2), lo stesso Prodi aveva tenuto il 21 luglio scorso un discorso di fronte al Pe per presentare il suo programma. Per quanto riguarda l'amministrazione, Prodi aveva affermato che «la struttura organizzativa della Commissione non ha subito cambiamenti importanti in 40 anni: è per questo che dobbiamo ora procedere a un esame fondamentale del funzionamento dell'istituzione». Affrontando poi le priorità politiche, il neopresidente aveva dichiarato: «Avremo successo soltanto se affronteremo le questioni veramente importanti per la vita quotidiana dei cittadini, come l'occupazione, la crescita e la sfida dello sviluppo duraturo che realizza un equilibrio tra creazione di ricchezze, giustizia sociale e qualità della vita. Queste questioni devono figurare in cima all'elenco delle priorità della nuova Commissione». Sulla riforma delle istituzioni e sull'allargamento, infine, Prodi si era detto favorevole ad una revisione completa e, a questo fine, aveva espresso l'intenzione di creare «un piccolo gruppo di alto livello che avrà l'incarico di preparare, nel corso dei prossimi tre mesi, una relazione sulle questioni che la Conferenza intergovernativa (Cig) dovrebbe affrontare. (...) Benché la maggior parte dei capi politici dell'Unione europea abbia attualmente un atteggiamento negativo in merito, sono determinato a presentare almeno le opzioni».

(Fonte: Inforapid 285/99)

inflazione in crescita

Il tasso di inflazione annuale della zona euro (11 Paesi) era dell'1,1% lo scorso mese di luglio, in leggero aumento rispetto allo 0,9% di giugno. Lo stesso tasso riferito all'Europa dei Quindici anziché all'Uem era a sua volta salito a luglio all'1,1%, contro l'1% di giugno. Secondo Eurostat, i tassi più elevati sono stati registrati in Spagna (2,1%), Danimarca (2%), Irlanda e Portogallo (1,9% ciascuno). I tassi più bassi sono stati invece quelli rilevati in Lussemburgo (-0,3%), Svezia (0,2%) e Austria (0,3%).

(da Inforapid 307/99)

diritto di soggiorno e libera circolazione dei cittadini europei

I cittadini europei godono in linea di massima di diritti fondamentali in materia di soggiorno e libera circolazione nell'Unione europea. Tuttavia, il Trattato autorizza gli Stati membri a limitare in una certa misura questi diritti per ragioni di ordine pubblico, sicurezza pubblica o sanità pubblica. Considerato l'aumento del numero di lamentele riguardanti tali restrizioni da parte dei cittadini, la Commissione europea ha deciso di adottare una comunicazione che chiarisce l'interpretazione del modo in cui deve essere applicato il diritto dell'Unione. Questo documento mira in particolare a risolvere i problemi legati ai termini eccessivi dell'esame delle domande di permesso di soggiorno dei cittadini comunitari, alle misure di espulsione di cui sono oggetto alcuni cittadini dell'Unione, alle possibilità di ricorso previste dalla legislazione europea e ai diritti di gruppi specifici.

(da Inforapid 289/99)

sicurezza sul lavoro: Italia e Germania di fronte alla Corte europea

La Commissione europea ha deciso il 13 luglio scorso di chiamare la Germania e l'Italia a comparire davanti alla Corte europea di Giustizia sulla base dell'articolo 226 del Trattato CE a causa della trasposizione non corretta nel diritto nazionale della direttiva quadro su salute e sicurezza. Il Belgio riceverà un avviso motivato sullo stesso tema. L'Italia, inoltre, riceverà un avviso motivato riguardo la direttiva sul lavoro con strumenti a schermo di visualizzazione.

relazione 1998 sul diritto comunitario

Come ogni anno la Commissione europea ha appena presentato al Parlamento europeo e agli Stati membri la relazione 1998 sul controllo dell'applicazione del diritto comunitario. Questa relazione fa in particolare il punto sulle trasposizioni nel diritto nazionale delle direttive europee (il tasso di trasposizione era pari al 95,7%, se si considerano tutti i settori, alla fine del 1998), sul numero di denunce di violazione del diritto comunitario fornite dai cittadini (si è registrato un aumento del 18% tra il 1997 e il 1998) e sulle infrazioni individuate dall'esecutivo comunitario (+52%). Un rapido esame di ogni Stato membro permette di constatare che la Francia è il Paese contro il quale è stato intentato il maggior numero di procedimenti, in particolare per casi di mancata conformità o di applicazione impropria della regolamentazione comunitaria. L'applicazione del diritto comunitario in Italia, Grecia e Belgio resta preoccupante, in particolare a causa della mancata trasposizione delle direttive.

(da Inforapid 291/99)

tutela delle lavoratrici gestanti

Francia, Italia, Lussemburgo, Irlanda e Svezia hanno violato la direttiva europea relativa alla salute e alla sicurezza sul posto di lavoro delle lavoratrici gestanti (Direttiva 92/85/CEE del 19 ottobre 1992, che doveva essere trasposta entro il 19 ottobre 1994). La Commissione europea ha quindi deciso di inviare loro pareri motivati, rimproverando alla Svezia di non prevedere nella sua legislazione le due settimane minime di congedo di maternità obbligatorio fissate dalla direttiva, e al Lussemburgo di pretendere che le donne siano iscritte al regime di sicurezza sociale nazionale per poter godere dei diritti tutelati dalla direttiva. L'esecutivo europeo ritiene inoltre che il divieto generale a tutte le gestanti di lavorare di notte, senza una valutazione individuale del rischio che il lavoro notturno eventualmente comporterebbe per la persona in questione, sia contrario alla direttiva. E' questo il caso dell'Italia nell'industria manifatturiera. In Francia la legislazione non prevede che le donne possano essere dispensate dal lavorare nei casi in cui non sia altrimenti possibile proteggerle da un rischio identificato per la loro salute o sicurezza. Infine in Irlanda la trasposizione contiene un elenco esauriente di sostanze, processi e condizioni lavorative in relazione ai quali il datore di lavoro deve valutare la natura, il grado e la durata dell'esposizione delle lavoratrici gestanti. Questo elenco non è però esauriente in base alla direttiva.

(da Inforapid 295/99)

ultimi sondaggi europei

Secondo gli ultimi sondaggi svolti nell'Unione europea, Il 34% dei danesi è contrario all'euro: percentuale in aumento rispetto allo scorso mese di gennaio. E' invece favorevole all'adozione della moneta unica il 52% degli imprenditori britannici membri della Confederation of British Industry, mentre il 58% dei cittadini britannici ritiene che la migliore politica per Londra sia restare nell'Ue senza adottare l'euro. Il 58% delle imprese portoghesi prevede che l'introduzione dell'euro nelle loro operazioni non avrà alcun effetto, mentre in Francia il 24% dei piccoli commercianti pratica la doppia indicazione franco-euro. Per quanto riguarda invece l'adesione all'Ue, sono favorevoli il 60% degli slovacchi, il 55% dei polacchi (anche se queste percentuali sono in calo) e il 44% dei norvegesi.

l'impatto sociale dell'Unione monetaria

Due recenti studi affrontano le conseguenze sociali che può avere l'Unione economica e monetaria. Il primo prende in esame le conseguenze della moneta unica sulla povertà e sull'esclusione sociale, è stato prodotto dai partner irlandesi della Rete europea di lotta contro l'esclusione sociale (Eapn) e pubblicato il 27 luglio scorso con il titolo: "The Social Consequences of Emu for Marginalised and Socially Excluded Groups in Ireland". Il secondo è quello realizzato dall'Osservatorio sociale europeo (Ose) che analizza le conseguenze dell'Uem sui sistemi di tutela sociale degli Stati membri; dal titolo "Protection sociale et union économique et monétaire" il testo è stato pubblicato sulla rivista belga di sicurezza sociale e prende in esame la situazione di tutti gli Stati membri dell'Unione europea
INFORMAZIONI: Eapn Ireland, Robin Hanan, 5 Gardiner Row, Dublino 1, Irlanda; fax +353 1 8781289;
e-mail: eapn@iol.ie
Eapn (European anti poverty network), Rue Belliard, 205 (Bte 13) B-1040 Bruxelles, Belgio; tel. +32 2 2304455; fax +32 2 2309733; e-mail: eapn@euronet.be.

Osservatorio sociale europeo (Ose), Rue Paul Emile Janson, 13 B-1050 Bruxelles, Belgio; tel. +32 2 5371971; fax +32 2 5392808; e-mail: ose.eur@skynet.be; sito Web http://www.ose.be

(da Inforapid 299 e 300/99)

direttive sociali: un bilancio complessivo

Dalla formazione della Comunità europea, nel settore sociale sono state adottate circa 55 direttive riguardanti in particolare i trasferimenti di imprese, il distacco di lavoratori, il lavoro a tempo parziale, i regimi professionali di sicurezza sociale, le lavoratrici incinte, la salute e la sicurezza sul posto di lavoro, ecc. Come già visto in generale, però, anche in campo sociale non tutte le direttive sono state trasposte in diritto nazionale, e proprio ad un bilancio complessivo delle trasposizioni in tema sociale si è dedicata la Commissione europea, secondo la quale nel corso degli ultimi due anni il tasso medio di trasposizione nel settore sociale è passato dal 90,5% al 95,8% in tutta l'Ue. Nel complesso, 44 di queste direttive (cioè l'86,2%) sono state trasposte in tutti gli Stati membri, mentre solo sei Stati hanno trasposto la totalità delle direttive (Danimarca, Germania, Spagna, Finlandia, Svezia e Regno Unito). L'esecutivo comunitario ha annunciato l'intenzione di intentare azioni presso la Corte di giustizia delle Comunità europee nei confronti degli Stati che non hanno trasposto la legislazione sociale nei tempi previsti.

(da Inforapid 280/99)

sindacati e Ong sulla Convenzione di Lomé

Mentre i negoziatori dell'Unione europea e dei 71 Stati Acp si sono riuniti in sessione ministeriale a fine luglio per mettere a punto il futuro della cooperazione "post-Lomé", le grandi confederazioni sindacali internazionali (Confederazione internazionale dei sindacati liberi, Confederazione mondiale del lavoro e Confederazione europea dei sindacati) hanno preso posizione sul futuro di questa cooperazione. Senza negare la necessità di riesaminare nei dettagli le relazioni Acp-Ue, le organizzazioni sindacali temono che questa cooperazione si trasformi in semplici rapporti commerciali preferenziali con l'instaurazione di zone di libero scambio. Ritengono in particolare che i negoziati Acp-Ue dovrebbero cambiare affinché le norme dell'Omc siano più eque, gli scambi commerciali e monetari siano accompagnati da obblighi sociali basati sui diritti fondamentali dell'Oil e il debito sia riconvertito interamente in fondi nazionali e locali di economia sociale e interdipendente.

Quanto alle organizzazioni non governative dell'Unione, queste chiedono alle due parti di garantire la partecipazione reale delle popolazioni al futuro partenariato per lo sviluppo e di misurare i pericoli potenziali del regime commerciale futuro raccomandato dall'Unione. Secondo le Ong la maggiore partecipazione della società civile ai progetti e programmi richiede l'integrazione delle riflessioni e delle rivendicazioni di questa nelle priorità politiche dell'accordo.

(da Inforapid 301/99)

Commissione: riforma delle "risorse proprie"

Come era stato chiesto dal vertice europeo di Berlino lo scorso marzo, la Commissione europea ha adottato una proposta di riforma delle risorse che alimentano il bilancio dell'Ue (dette "risorse proprie"). Secondo questa proposta i tre grandi rami delle risorse proprie continueranno a esistere (risorse proprie tradizionali, cioè perlopiù i dazi doganali, Iva e Pnl), ma verrà modificata la parte di ciascuna nel finanziamento del bilancio dell'Ue. Questa riforma mira ad aumentare del 10%-25% la percentuale delle risorse proprie tradizionali trattenuta dagli Stati membri per coprire le spese di riscossione e a ridurre il tasso Iva prelevato massimo dall'1% attuale allo 0,75% nel 2002 e 2003 e allo 0,50% a partire dal 2004. La diminuzione delle risorse proprie tradizionali e della risorsa Iva nel finanziamento del bilancio sarà compensata da un aumento della risorsa Pnl, che riflette meglio la capacità contributiva degli Stati membri. Per quanto riguarda la compensazione a favore del Regno Unito, questa sarà mantenuta ma elementi di riforma modificheranno questa compensazione affinché la parte della Germania, dell'Austria, dei Paesi Bassi e della Svezia sia riportata al 25% di ciò che sarebbe stato il loro contributo normale in mancanza di modifica.

(da Inforapid 283/99)

costi della manodopera nella zona euro

Il costo totale orario della manodopera della zona euro è aumentato del 2,2% nel corso del primo trimestre 1999 rispetto allo stesso trimestre dell'anno precedente. È ciò che risulta da recenti rilevazioni statistiche pubblicate da Eurostat. Si tenga presente che i costi totali della manodopera includono, oltre ai salari lordi dei dipendenti, i costi indiretti come i contributi sociali a carico dei datori di lavoro e le imposte legate all'occupazione. La Germania ha registrato il tasso annuale di aumento più basso (1,7%), seguita dalla Francia (2,3%), dai Paesi Bassi (2,7%) e dalla Spagna (2,9%). I tassi più elevati sono stati rilevati nel Regno Unito (5,2%) e in Danimarca (4,8%). Per quanto riguarda i salari propriamente detti, gli aumenti maggiori nel 1998 si sono registrati in Irlanda (5,1%) e i più deboli in Lussemburgo (1,5%) e in Germania (2%). In Italia, in seguito a una riduzione generale dei contributi a carico dei datori di lavoro, alcuni costi della manodopera sono diminuiti del 10%.

(da Inforapid 286/99)

uno studio sulla politica sociale europea

L'Istituto sindacale europeo, centro studi della Confederazione europea dei sindacati (Ces), ha pubblicato uno studio sulla la politica sociale europea e il ruolo storico che, in questo ambito, svolgono - e hanno svolto - i sindacati.

Intitolato "La politica sociale. Dal Trattato di Roma al Trattato di Amsterdam", il testo è stato redatto da Jean Degimbe, ex Direttore generale della DG V (Occupazione, Affari sociali e Relazioni industriali) della Commissione europea, e presenta in modo cronologico una sintesi comunitaria in ambito sociale, sottolineando le varie evoluzioni dal 1953 al 1998.

INFORMAZIONI: Istituto sindacale europeo (responsabile delle pubblicazioni: Alfons Grundheber), 155 Bd Emile Jacqmain B-1210 Brussels; fax: 0032 2 2240502.

(da Inforapid 308/99)

strategia europea sulla protezione sociale

La Commissione europea ha proposto ai Quindici una riflessione e una strategia concertate per affrontare l'ammodernamento dei sistemi di protezione sociale. Secondo l'esecutivo di Bruxelles, tutti gli Stati membri si trovano di fronte agli stessi difficili dilemmi: come rendere più vantaggioso il lavoro e fornire un reddito sicuro, come garantire la sicurezza delle pensioni e la validità dei sistemi pensionistici, come promuovere l'integrazione sociale e garantire un livello elevato e duraturo di tutela della salute. Queste sfide, legate ai cambiamenti del mondo del lavoro, alle nuove strutture familiari e ai futuri cambiamenti demografici, devono dar luogo ad un rafforzamento della cooperazione e degli scambi di informazioni tra i Quindici. Il testo della Commissione individua il "nuovo contesto" nel quale si iscrive questa riflessione, quello della moneta unica e del completamento del mercato interno, ma anche quello della strategia europea in materia d'occupazione (processo di Lussemburgo) e delle prospettive dell'allargamento. La Commissione ricorda che, senza trasferimenti sociali, circa il 40% delle famiglie europee vivrebbe nella povertà.

(da Inforapid 268/99)

vittime di reati: verso norme europee?

L'aumento della mobilità dei cittadini europei (lavoratori, studenti, viaggiatori ecc.) rivela gradualmente l'importanza della questione dei diritti delle vittime di reati commessi in uno Stato membro diverso dal proprio. Fino ad oggi, le istituzioni europee non avevano adottato alcuna misura in materia. Ma con la creazione di uno spazio europeo di libertà, di sicurezza e di giustizia, diventa indispensabile garantire un accesso alla giustizia e una tutela giuridica adeguata a tutti i cittadini dell'Unione, indipendentemente dallo Stato membro in cui si trovano. È questo l'oggetto di una comunicazione che la Commissione ha appena inviato al Parlamento europeo e al Consiglio. Questo documento propone elementi di riflessione relativi all'insieme delle circostanze che ruotano intorno ad un reato dal punto di vista della vittima (la prevenzione, l'assistenza, l'accesso delle vittime alla procedura penale e il loro status in questa procedura, il risarcimento ecc.). L'obiettivo della Commissione è quello di stabilire un quadro di discussione su questi argomenti da affrontare durante il Consiglio europeo di Tampere (Finlandia) del 15 ottobre prossimo.

(da Inforapid 271/99)

violenza contro donne e bambini

Gli europei condannano in massa la violenza, e in particolare la violenza sessuale, indipendentemente dal fatto che le vittime siano donne o bambini. È quanto emerge da due sondaggi Eurobarometro, presentati recentemente dalla Commissione europea. Una larghissima maggioranza di europei sembra ben informata su questi problemi (solo il 4% non ha mai sentito parlare della violenza all'interno delle mura domestiche contro le donne e l'1% non ha mai sentito parlare di quella contro i bambini). Tuttavia, contrariamente alla realtà, la maggior parte degli intervistati pensa che le violenze siano commesse principalmente da persone sconosciute alle vittime. D'altra parte, rari sono coloro che dichiarano di conoscere una vittima di violenza. Fra i fattori più spesso citati come cause all'origine della violenza, compaiono l'alcool, la tossicodipendenza, la disoccupazione, la povertà e l'esclusione sociale. Secondo Anita Gradin, Commissaria incaricata della giustizia e degli affari interni, questo sondaggio mostra che occorre organizzare nuove azioni di sensibilizzazione: «Il fatto che la maggior parte dei cittadini europei sia venuta a sapere dell'esistenza di questo problema attraverso i mass media ed il fatto che - a quanto pare - di rado se ne parli in famiglia o tra amici, mi fanno pensare che esso resti soggetto ad alcuni tabù. Questi crimini sono commessi vicino a noi e, contrariamente ad un'opinione molto diffusa, l'autore delle violenze è generalmente un parente della vittima».

(da Inforapid 272/99)

commercio: l'Europa centrale è il secondo partner dell'Ue

Il commercio con i dieci Paesi dell'Europa centrale ha rappresentato nel 1997 circa il 9,7% degli scambi extracomunitari. Se gli Stati Uniti rimangono il primo partner commerciale dell'Ue, con il 20% degli scambi, ormai sono seguiti dall'Europa centrale in seconda posizione. È quanto ha annunciato Eurostat in una relazione pubblicata lo scorso mese di luglio. A tre Paesi fanno capo più di due terzi degli scambi tra l'Ue e l'Europa centrale: la Polonia (29,0% nel 1997), la Repubblica ceca (20,4%) e l'Ungheria (18,6%). Il surplus commerciale dell'Ue nei rapporti con questi dieci Paesi continua ad aumentare dal 1993. È raddoppiato nel 1996, raggiungendo 21,7 miliardi di ecu nel 1997.Per quanto riguarda l'Ue, la Germania è di gran lunga il principale importatore europeo dei prodotti di questa regione (46,7% del totale dell'Ue nel 1997), seguita dall'Italia (12,3%), dall'Austria (8,9%), dalla Francia (6,3%) e dal Regno Unito (6,2%). La Germania è anche il principale fornitore europeo di questi Paesi (41,7% delle vendite totali dell'Ue nel 1997). Come per le importazioni, è seguita dall'Italia (13,5%), dall'Austria (9,0%), dalla Francia (7,8%) e dal Regno Unito (6,0%).

(da Inforapid 275/99)

l'Agenda 2000 dei cittadini

Alcune Organizzazioni non governative finlandesi ed europee stanno unendo i loro sforzi per elaborare un'"Agenda 2000 dei cittadini" nel corso dell'attuale presidenza finlandese dell'Unione. I principali punti di questa agenda riguardano la democrazia e i diritti dei cittadini, la globalizzazione e il benessere, l'allargamento dell'Ue e le sue conseguenze sociali. A Tampere (Finlandia) si terrà un "Vertice dei cittadini" dal 3 al 5 dicembre 1999, cioè una settimana prima del Vertice europeo di Helsinki. L'evento sarà preparato in autunno e dovrebbe portare alla redazione di un messaggio che sarà indirizzato ai capi di Stato e di governo.

INFORMAZIONI: Centro servizi per la cooperazione allo sviluppo (KEPA), Helsinki; fax +358 9 726137.8

(da Inforapid 277/99)

euro: favorevole il 61% degli europei

Oltre sei cittadini europei su dieci si dichiarano favorevoli all'euro: il 61% nell'insieme dell'Ue contro il 28% di contrari. Nella zona euro (11 Paesi) il successo è ancora più netto: il 68% di favorevoli e il 22% di contrari. È quanto emerge da un sondaggio Eurobarometro (n. 51) svolto tra marzo e maggio scorsi e pubblicato a luglio.

In tutti i Paesi dell'Unione europea si registra una maggioranza di favorevoli ad eccezione di Danimarca, Svezia e Regno Unito, che infatti non hanno finora aderito all'Uem. Il Regno Unito è l'unico Paese nel quale più della metà dei cittadini si dichiara contraria all'euro, mentre nel quarto Paese Ue che per il momento resta fuori della zona euro, la Grecia, circa due intervistati su tre sono invece favorevoli alla moneta europea.

L'entusiasmo più alto per l'euro si rileva in Italia e nel Lussemburgo, con oltre l'80% di favorevoli, seguono Belgio, Irlanda, Olanda, Spagna, Francia e Grecia. Al di sotto della media europea si trovano invece Portogallo, Finlandia, Germania ed Austria.

Nella zona euro, circa nove persone su dieci affermano di aver ricevuto informazioni sull'euro, percentuale che nell'Ue è di otto su dieci. Le informazioni sono pervenute in primo luogo attraverso la televisione, poi dalle banche e dalle casse di risparmio e infine da giornali e riviste. Se la televisione ha svolto il ruolo principale in quasi tutti i Paesi Ue, banche e casse di risparmio l'hanno superata in Francia, Irlanda e Olanda.


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Aggiornato il: 05 October 1999