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Euronote 49/2008

problema Kosovo

VignettaCome ampiamente annunciato si è riaccesa la questione del Kosovo, con risvolti internazionali difficili da prevedere. Domenica 17 febbraio il Parlamento kosovaro ha infatti acclamato la dichiarazione unilaterale di indipendenza dalla Serbia, proclamando il Kosovo quale Stato «indipendente e sovrano» e strutturato «sulla base del piano Ahtisaari», cioè il piano elaborato dall’inviato speciale dell’Onu per il Kosovo (il finlandese Martti Ahtisaari) che prevede per la provincia serba un’indipen-denza «sotto supervisione internazionale» garantita da una missione europea. E infatti l’Ue si era affrettata il giorno precedente a dare il via alla sua più grande missione civile all’estero, denominata Eulex, che prevede l’invio di circa 2000 uomini (1500 poliziotti, 250 magistrati e 250 funzionari amministrativi) nei prossimi quattro mesi con l’obiettivo di subentrare all’amministrazione provvisoria dell’Onu (Unmic), per traghettare il Kosovo verso una struttura statale autonoma. Il problema dell’Ue era però quello di trovare, nell’ottica di un prossimo allargamento ai Balcani occidentali, la giusta “equivicinanza” con il Kosovo secessionista e con la Serbia, che si considera scippata di una sua provincia da un «finto Stato» che non intende in alcun modo riconoscere. Uno scherzo della storia ha voluto che questa delicata fase dei rapporti tra Ue e Serbia/Kosovo fosse gestita dalla Slovenia, il primo Stato nato dalla dissoluzione dell’ex Jugoslavia e attualmente alla presidenza di turno dell’Ue. Alla fine di gennaio, per dimostrare alla Serbia la sua piena collaborazione l’Ue aveva offerto un accordo politico, preludio di un prossimo vero e proprio Accordo di stabilizzazione e associazione con l’obiettivo di fare della Serbia uno Stato candidato a entrare nell’Ue. Pochi giorni dopo, poi, le elezioni presidenziali serbe sono state vinte dall’europeista Boris Tadic contro l’ultranazionalista Tomislav Nikolic, facendo tirare un sospiro di sollievo alle istituzioni europee che dovevano però immediatamente constatare tutto il “peso” del Kosovo. Divisioni politiche interne serbe tra il neopresidente e il premier Vojislav Kostunica, proprio sulle connessioni tra la proposta dell’Ue e la questione kosovara, hanno portato al rinvio della firma dell’accordo con l’Ue e sono rientrate solo con una ritrovata unità nazionale nel non riconoscimento dell’indipendenza di quella che la Serbia continua a considerare una sua provincia. In seguito alla proclamazione d’indipendenza kosovara, poi, la presidenza slovena dell’Ue ha faticosamente cercato di trovare un minimo comun denominatore tra gli Stati membri, tendenzialmente propensi a riconoscere il nuovo Kosovo ma con la ferma opposizione di Spagna, Grecia, Romania, Bulgaria, Slovacchia e Cipro, tutti Paesi interessati più o meno direttamente da questioni indipendentiste. Il compromesso è stato trovato sottolineando l’unità per una prospettiva europea dei Balcani e prendendo atto dell’indipendenza del Kosovo, ma lasciando a ogni Stato membro la possibilità di riconoscerla o meno «in accordo con le pratiche nazionali e le norme legali». Secondo varie fonti la maggior parte dei Paesi dell’Ue riconoscerà l’indipendenza kosovara entro marzo, ma questo aprirà seri problemi nelle relazioni con la Serbia, dal momento che le autorità di Belgrado hanno annunciato di voler sospendere ogni rapporto diplomatico con gli Stati che riconosceranno il Kosovo indipendente. Secondo il Parlamento serbo, il Kosovo è «parte inalienabile» del sistema politico serbo in base alla Costituzione serba e alla Carta delle Nazioni Unite. Le autorità di Belgrado hanno espresso inoltre forti critiche all’Ue, accusata di essersi adattata «in modo umiliante» alla posizione statunitense. Va infatti sottolineato come la questione del Kosovo non riguardi solo l’Ue ma abbia importanti risvolti internazionali. Il primo Paese a riconoscere il nuovo Kosovo indipendente sono stati proprio gli Usa, i principali sponsor della maggioranza albanese nella provincia serba con il supporto ai guerriglieri indipendentisti dell’Uck prima, con i bombardamenti su Belgrado poi e con ampi finanziamenti alla causa indipendentista. Non certo disinteressatamente: il Kosovo è diventato luogo geostrategico importante per gli Usa che nel sud-est, nei pressi di Ferizaj, hanno costruito la base militare di Bondsteel, la più grande, meglio attrezzata e più impenetrabile base statunitense in Europa, trovando nel Kosovo indipendente il più fedele e affidabile alleato nella regione dopo il raffreddamento dei rapporti con Polonia e Repubblica Ceca sul sistema antimissile. D’altro canto, il più convinto sostenitore della causa serba contro l’indipendenza del Kosovo è la Russia, che ha portato la questione in sede Onu e la considera una violazione del principio fondamentale dell’integrità territoriale degli Stati. Secondo le autorità di Mosca si tratta di un «precedente pericoloso», mentre «solo la miopia politica impedisce di vedere che il separatismo del Kosovo diventerà una miccia che incendierà molti conflitti latenti sia in Europa che in altre regioni del mondo». Il pensiero va naturalmente alle enclave russe in Georgia e Moldavia (vedi box). La posizione della Russia è poi stata condivisa in sede Onu dalla Cina, che ha criticato la decisione unilaterale del Kosovo in quanto «contraria alla legalità internazionale», ma probabilmente pensando ai problemi interni rappresentati da Taiwan e dalle spinte indipendentiste della regione nord-occidentale dello Xinjiang, senza dimenticare il Tibet. Quello del Kosovo è dunque un caso emblematico di un piccolo Paese che ha aperto un grande problema.

UN PRECEDENTE PERICOLOSO PER LE ALTRE PRINCIPALI DISPUTE REGIONALI

A livello internazionale, la proclamazione unilaterale d’indipendenza del Kosovo è considerata in modo negativo da tutti i Paesi che presentano al loro interno spinte secessioniste. Ecco i casi che interessano maggiormente il continente europeo.
Georgia: l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud basano le proprie rivendicazioni indipendentiste dalla Georgia sull’appoggio russo, infatti soldati di una Forza di interposizione russa sono schierati da anni nell’area per «proteggerne i confini». Le due vaste regioni si separarono di fatto nel 1990 e nel 1992-1993, con la conseguenza di sanguinose guerre interetniche.
Moldavia: la regione della Transdniestria, a popolazione prevalentemente russa e dove si trova la maggior parte delle industrie moldave, proclamò la secessione dalla Moldavia dopo la dissoluzione dell’Urss nel 1991, aprendo un conflitto che fece centinaia di morti prima dell’intervento delle truppe di Mosca. La fragile tregua in atto è garantita dall’Osce e dalla Russia, che ha sul posto un contingente di 1200 soldati. I 550.000 abitanti temono che la maggioranza dei moldavi, di lingua rumena, possano un giorno unirsi alla Romania.
Azerbaijan: la provincia del Nagorno-Karabakh, popolata in maggioranza da armeni e sostenuta dall’Armenia, ha fatto secessione in seguito a un conflitto che tra il 1988 e il 1994 ha provocato circa 30.000 morti e centinaia di migliaia di profughi. L’Azerbaijan insiste sul rispetto della propria integrità territoriale, mentre l’Armenia invoca il diritto dei popoli di disporre di se stessi. Nella zona passa l’oleodotto che convoglia il petrolio del Mar Caspio sui mercati mondiali.
Spagna: negli ultimi 40 anni il movimento indipendentista dei Paesi Baschi (l’Eta) ha condotto una “guerra di indipendenza” per uno Stato basco nel nord della Spagna e nel sud-ovest della Francia che ha fatto circa 800 morti. Il movimento ha dichiarato un cessate il fuoco unilaterale, ma il governo spagnolo ha dichiarato illegale il partito indipendentista Batasuna e interrotto i colloqui di pace nel 2006.
Cipro: nel 1974 i nazionalisti greco-ciprioti tentarono un colpo di Stato per defenestrare il presidente in carica e pochi giorni dopo le truppe turche invasero l’isola, occupando il 37% della parte nord e attestandosi sulla “linea verde” tracciata dall’Onu dieci anni prima per dividere greci da turchi dopo violenze interetniche. L’invasione turca provocò circa 7000 morti, l’esodo forzato di 200.000 greco-ciprioti a sud e di 40.000 turco-ciprioti a nord. Nel 1983 fu proclamata la Repubblica turca di Cipro del Nord, mai riconosciuta dalla comunità internazionale. Dopo il fallimento di vari negoziati, nel 2004 il piano dell’Onu è stato bocciato dal 76% dei greco-ciprioti in un referendum.
Kurdistan: 30-40 milioni di curdi vivono in territori confinanti di quattro Paesi: Iraq (unico Stato in cui il Kurdistan è riconosciuto), Iran, Siria e Turchia, possibile futuro Stato membro dell’Ue. Proprio nel sud-est della Turchia vive la maggior parte dei curdi e il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) dal 1984 combatte per un’indipendenza che ha fatto oltre 30.000 morti. Nel 1999 fu proclamato un cessate il fuoco, ma nel 2004 sono ricominciati scontri e combattimenti. La Turchia teme che i curdi del nord Iraq (zona ricca di petrolio) possano proclamare un proprio Stato, fomentando così le spinte separatiste tra i curdi turchi.
Fonte: Ansa

 

il programma della
presidenza slovena

Nonostante le missioni prioritarie del semestre di presidenza slovena dell’Ue siano già state definite nell’ambito del programma di 18 mesi tra le precedenti presidenze tedesca e portoghese e quella attuale slovena, nonché dall’agenda del Consiglio dell’Ue, il governo sloveno ha comunque individuato alcune aree di intervento sulle quali centrare il proprio mandato.

ratifica del Trattato

Innanzitutto promuovere la ratifica del Trattato di Lisbona, firmato il 13 dicembre 2007: l’obiettivo è di completare il processo di ratifica entro la fine del 2008, così da permettere l’entrata in vigore del Trattato prima delle elezioni europee del 2009. La Slovenia è stato il secondo Stato membro dell’Ue a ratificarlo il 29 gennaio scorso, insieme a Malta e dopo l’Ungheria, seguiti poi da Romania e Francia in febbraio. Il premier sloveno e attuale presidente di turno dell’Ue, Janez Janša, si è detto ottimista sul fatto che almeno 20 Stati membri procederanno alla ratifica del Trattato entro la fine del semestre di presidenza slovena, mentre gli atri lo faranno durante la prossima presidenza francese dell’Ue. Dal momento che solo l’Irlanda dovrebbe fare ricorso al referendum per la ratifica mentre tutti gli altri Stati dell’Ue hanno scelto la via parlamentare, le previsioni della presidenza slovena dovrebbero essere esatte e il Trattato potrebbe entrare in vigore all’inizio del 2009.

crescita e occupazione
Altro capitolo importante riguarda la Strategia di Lisbona e il lancio, nel Consiglio europeo di primavera, del secondo ciclo triennale. Secondo la presidenza slovena occorre investire sulle persone, modernizzare il mercato del lavoro, aumentare il potenziale imprenditoriale, assicurare un approvvigionamento energetico sicuro, mettendo la protezione ambientale al primo posto. È poi ritenuto importante realizzare progressi nel mercato interno dei servizi e dell’innovazione, proseguire nello sforzo di formulare e attivare politiche adeguate nel campo dell’energia e nella lotta al cambiamento climatico, aggiungere la libera circolazione delle idee e della conoscenza alle altre quattro libertà dell’Ue.

politica estera e allargamento
In politica estera, la presidenza slovena proseguirà i negoziati di adesione con Croazia e Turchia e porrà l’accento sulla necessità di garantire la stabilità nei Balcani occidentali. Serbia, Macedonia, Albania, Montenegro e Bosnia Erzegovina avranno un’assistenza e un’attenzione speciale, ma si cercheranno di intensificare anche la Politica di vicinato e il processo di Barcellona tra i Paesi euromediterranei. Inoltre, saranno programmati quattro Vertici con Usa, Russia, Giappone e Paesi dell’America Latina e Carabi, mentre sarà incoraggiato il dialogo interculturale nell’ambito dell’Anno europeo. A proposito della cooperazione euromediterranea, in particolare, la presidenza slovena ha espresso profonde perplessità rispetto alla proposta di Unione mediterranea lanciata nei mesi scorsi dal presidente francese Nicolas Sarkozy, perché rischia di creare un’inutile duplicazione della cooperazione euromediterranea già esistente. Secondo il primo ministro sloveno Janša, infatti, le relazioni tra l’Ue e i Paesi del Mediterraneo dovrebbero essere rafforzate ma nell’ambito della cooperazione già avviata con il Processo di Barcellona nel 1995 e rilanciato nel 2005. «Non abbiamo alcun bisogno di duplicare le istituzioni o crearne di nuove in competizione con quelle dell’Ue» ha dichiarato il presidente di turno dell’Ue, secondo il quale l’Unione europea è un «unico complesso, un’entità unica» e solo in questo modo può contribuire in modo efficace per la pace, la stabilità e il progresso dei Paesi vicini nel contesto dell’allargamento.

INFORMAZIONI: http://www.eu2008.si/en/

 

INCONTRO INTERPARLAMENTARE SULLA STRATEGIA DI LISBONA

Riduzione della burocrazia, investimenti in istruzione e formazione, circolazione della conoscenza e sostegno alle piccole e medie imprese sono alcune delle proposte emerse durante il quarto incontro interparlamentare sulla Strategia di Lisbona svoltosi nei giorni 11-12 febbraio scorsi all’Europarlamento di Bruxelles. Il dibattito ha riunito deputati europei e dei Parlamenti nazionali che, sulla base delle relazioni di tre specifici gruppi di lavoro, hanno fatto il punto sulla strategia europea per la crescita e l’occupazione in vista del Consiglio europeo di primavera. Secondo il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, la sfida più importante è di «assicurare che la Strategia di Lisbona non si trasformi in un altro esercizio burocratico». Per questo, Barroso ha ricordato che la Commissione ha proposto azioni mirate a «promuovere le prestazioni delle piccole e medie imprese, che creano nove posti di lavoro su dieci», la riduzione del numero di studenti che abbandonano prematuramente la scuola, una nuova generazione di iniziative per la ricerca, la promozione dell’utilizzo più veloce di Internet e il miglioramento dell’efficienza energetica. La relazione del gruppo sul mercato del lavoro ha sottolineato la necessità «di investire maggiormente nelle risorse umane». Secondo i parlamentari, al fine di evitare le conseguenze negative del decremento demografico sul mercato del lavoro, è necessario «bloccare i circa sei milioni di persone che abbandonano la scuola prematuramente» e coinvolgere maggiormente nel mercato del lavoro le persone con handicap, così come resta molto da fare per contrastare la disoccupazione giovanile, che riguarda quasi il 40% del totale di disoccupati, e per i 25 milioni di lavoratori a basso reddito. Dal gruppo di lavoro sull’attuazione della Strategia è invece stata avanzata la proposta di attuare la «quinta libertà» dell’Ue, cioè la libertà di circolazione della conoscenza, un’area aperta di ricerca comune che comprenda l’Istituto europeo di innovazione e tecnologia.
INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/growthandjobs/index_en.htm

 

più impegno per la sicurezza sul lavoro

Serve una strategia europea per la salute e la sicurezza sul lavoro che dia maggiore attenzione a settori a rischio come la siderurgia e l’edilizia, anche attraverso investimenti e il pieno ricorso ai fondi europei. È quanto chiesto il 15 gennaio scorso dal Parlamento europeo, insieme a sanzioni più severe, maggiori controlli e misure di prevenzione.
Nel corso del 2006 sono morte nell’Ue circa 167.000 persone in seguito a infortuni sul lavoro o per malattie connesse all’attività lavorativa, secondo le stime dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Oil-Ilo), mentre la Commissione europea stima che ogni anno 300.000 lavoratori subiscono un’invalidità permanente di gradi diversi. Secondo l’Europarlamento, la tutela del lavoro e della salute «non solo contribuisce alla produttività, al rendimento e al benessere dei lavoratori, ma comporta anche risparmi per l’economia e l’intera società», per questo va prestata più attenzione ai settori e alle attività «particolarmente inclini al rischio» come l’industria mineraria, l’industria estrattiva, l’industria siderurgica, la cantieristica edilizia, l’elettricità, le attività forestali ecc.

più controlli e prevenzione

L’Europarlamento ritiene che le ispezioni sul lavoro «costituiscano un fattore essenziale per l’attuazione della normativa sulla salute e la sicurezza» e chiede quindi agli Stati membri di fornire ai loro ispettorati nazionali personale e mezzi finanziari adeguati. Il numero degli ispettori del lavoro deve essere di almeno uno ogni 10.000 lavoratori, mentre la qualità del loro lavoro deve essere migliorata offrendo una formazione multidisciplinare e le ispezioni devono concentrarsi su settori prioritari e comparti e imprese ad alto rischio di incidenti.
La prevenzione, poi, «riveste un’importanza fondamentale» secondo i deputati europei, che invitano la Commissione ad attuare misure volte a garantire che i datori di lavoro riconoscano e si assumano le loro responsabilità prevedendo adeguati servizi di prevenzione in tutti i luoghi di lavoro. Le attività di prevenzione devono essere svolte per quanto possibile all’interno dell’impresa, il monitoraggio della salute deve andare di pari passo con la prevenzione e la legislazione relativa alla salute e alla sicurezza sul posto di lavoro deve essere adattata sistematicamente al progresso tecnologico.
Il Parlamento europeo chiede quindi agli Stati membri e alla Commissione di «liberare risorse sufficienti per i necessari investimenti volti a garantire la salute e la sicurezza sul lavoro», mentre gli Stati membri sono invitati a prendere in considerazione l’adozione di incentivi per promuovere la salute e la sicurezza, quali sgravi fiscali o preferenza accordata nelle gare d’appalto alle imprese sicure e alle aziende certificate dal punto di vista della salute e della sicurezza.

lavoro precario e atipico

«Grave preoccupazione» è poi stata espressa dagli eurodeputati per l’incidenza «troppo elevata» di infortuni tra i lavoratori temporanei, a breve termine e scarsamente qualificati. Il Parlamento ha ricordato che una direttiva europea attribuisce ai lavoratori interinali gli stessi diritti degli altri lavoratori per quanto concerne la salute sul lavoro, ma non prevede meccanismi specifici per l’applicazione pratica di questo principio: per questo motivo è chiesto alla Commissione di colmare «urgentemente» tale lacuna. Nel rilevare poi il numero crescente di contratti di lavoro atipici, l’Europarlamento ribadisce che le condizioni in essi contenute «non devono comportare dei rischi per la salute e la sicurezza» e, in quest’ottica, l’Aula ha soppresso un paragrafo che sottolineava come un «posto permanente» rappresenti «un contributo importante ai fini della salute e della sicurezza sul lavoro».
I deputati europei hanno anche invitato la Commissione a riesaminare le attuali procedure statistiche, in modo da individuare e misurare correttamente le malattie professionali, in particolare i tumori, al fine di stabilire obiettivi per la loro riduzione. Sottolineando poi la necessità di considerare la dimensione di genere nel trattare le questioni riguardanti la salute e la sicurezza sul lavoro, l’Europarlamento ritiene «essenziali» la riabilitazione e la reintegrazione dei lavoratori dopo una malattia o un infortunio sul lavoro.

Italia in ritardo secondo l’Anmil

All’inizio di febbraio è giunto l’allarme sulla situazione italiana lanciato dall’Associazione nazionale mutilati e invalidi del lavoro (Anmil), che ha pubblicato il secondo Rapporto sulla tutela delle vittime del lavoro.
L’Italia resta il Paese dell’Ue con il più alto numero di morti sul lavoro, mentre nella tendenza generale alla riduzione degli incidenti il dato italiano (-25,5%) è inferiore alla media europea (-29,4%), rileva lo studio. «Quando gli incidenti sul lavoro sono circa un milione l’anno e i morti più di 1000, quando ogni sette ore muore un lavoratore, non si può dire che in Italia un fondamentale diritto della persona, ossia il diritto alla vita e alla sicurezza di ciascuno nel normale svolgimento della propria attività, sia garantito» sostiene l’Anmil che ha analizzato i dati relativi al decennio 1995-2004 (vedi tabella). L’Italia ha registrato una diminuzione degli incidenti sul lavoro non solo inferiore alla media europea ma molto più bassa di Paesi quali la Germania (13 punti percentuali di differenza) e la Spagna (otto punti percentuali di differenza). Va un po’ meglio il raffronto europeo per gli incidenti non mortali, ma «si deve tenere conto dell’elevato numero di infortuni non denunciati (l’Inail stima siano circa 200.000) nell’ambito del lavoro nero» osserva l’Anmil. Sul fronte penale, poi, mentre in Francia esiste un pool di magistrati per i reati gravi che attengono alla salute e in Spagna è stato introdotto un procuratore speciale per gli incidenti sul lavoro, in Italia i reati per il mancato rispetto delle norme sulla sicurezza sul lavoro restano «sostanzialmente impuniti» e per le vittime del lavoro ottenere giustizia è «una timida e quasi sempre disattesa speranza».
Nell’era della tecnologia digitale, commenta l’Anmil, «gli operai edili e metalmeccanici, come ieri e forse di più, muoiono o rimangono colpiti con gravi, invalidanti, esiti permanenti dagli infortuni sul lavoro». Occorre dunque passare «dalle parole ai fatti», investendo su attività di prevenzione e controllo, introducendo sanzioni adeguate e certe, promuovendo iniziative di vario genere che accrescano l’attenzione generale alla prevenzione.

INFORMAZIONI:
http://www.europarl.europa.eu
http://www.anmil.it/anmil/?doc=150

 

LAVORATORI IMMIGRATI A MAGGIOR RISCHIO

I lavoratori migranti sono i più a rischio per quanto concerne la sicurezza nei luoghi di lavoro, secondo quanto emerge da un Rapporto dell’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (Osha).
«Spesso i lavoratori migranti sono sovrarappresentati nei settori ad alto rischio e nelle categorie cosiddette delle “tre D” (dirty, dangerous and demanding)», cioè sporche, pericolose e faticose, sostiene il direttore dell’Osha Jukka Takala. Dallo studio emerge infatti l’esistenza di una concentrazione di lavoratori migranti in determinati settori e in determinate occupazioni: se alcuni sono occupati in professioni altamente qualificate, la maggior parte lavora in condizioni inadeguate in settori quali l’agricoltura e l’orticoltura, l’edilizia, la sanità, i lavori domestici, i trasporti e il settore alimentare. L’elevata presenza di lavoratori migranti in questi settori, osserva l’Osha, non è solo dovuta a carenza di manodopera ma anche a barriere linguistiche e legali insieme a forme di discriminazione più sottili. Inoltre, tale presenza è probabilmente ancora più elevata, tenendo conto del fatto che le statistiche ufficiali si riferiscono solo all’immigrazione permanente legale e non ai lavoratori temporanei o non dichiarati, che si stimano nell’ordine dei 4,5-5,5 milioni nelle nove principali economie dei “vecchi” Stati membri.
Dal punto di vista sanitario, ad esempio, la situazione dei lavoratori non dichiarati è estremamente preoccupante, segnala il Rapporto, poiché spesso queste persone non hanno accesso ai servizi di assistenza sanitaria e non godono dei meccanismi di protezione legale a favore dei lavoratori che svolgono compiti pericolosi. Dai pochi studi svolti sulla salute e sicurezza dei lavoratori non dichiarati risulta che questi sono sottosegnalati nelle statistiche e che in molti casi sono sottoposti a pessime condizioni di lavoro. Il lavoro dei migranti è spesso caratterizzato «dall’insicurezza, da condizioni di lavoro inadeguate e da retribuzioni minime» sostiene l’Osha, secondo cui si tratta di «un problema grave che affligge l’intera Europa».

INFORMAZIONI: http://osha.europa.eu/priority_groups/migrant_workers/index_html

tabella 1

pacchetto su energia
e cambiamenti climatici

La Commissione europea ha presentato lo scorso 23 gennaio un pacchetto di proposte in materia di lotta ai cambiamenti climatici e promozione delle energie rinnovabili, che intende imporre ai governi degli Stati membri obiettivi giuridicamente vincolanti. Il pacchetto della Commissione vuole consentire all’Ue di ridurre di almeno il 20% le emissioni di gas serra e porta al 20% la quota di energie rinnovabili nel consumo energetico entro il 2020, sulla base di quanto deciso dai capi di Stato e di governo europei nel marzo 2007. La riduzione delle emissioni sarà portata al 30% entro il 2020 quando sarà stato concluso un nuovo accordo internazionale sui cambiamenti climatici.
Approvando nel marzo 2007 la strategia su energia e cambiamenti climatici proposta due mesi prima dalla Commissione, il Consiglio europeo aveva invitato l’esecutivo europeo a presentare proposte concrete, in particolare sulle modalità di ripartizione dello sforzo tra gli Stati membri per il conseguimento degli obiettivi: il nuovo pacchetto di misure della Commissione risponde dunque a questo invito e comprende una serie di proposte politiche strettamente collegate tra loro. In particolare: una proposta di modifica della direttiva sul sistema comunitario di scambio delle quote di emissione; una proposta relativa alla ripartizione degli sforzi da intraprendere per adempiere all’impegno comunitario di ridurre unilateralmente le emissioni di gas serra in settori non rientranti nel sistema comunitario di scambio delle quote di emissione (trasporti, edilizia, servizi, piccoli impianti industriali, agricoltura e rifiuti); una proposta di direttiva sulla promozione delle energie rinnovabili, per contribuire a conseguire gli obiettivi di riduzione delle emissioni.

le principali proposte

Attraverso una profonda riforma del sistema di scambio delle quote di emissione, che imporrà un tetto massimo alle emissioni a livello comunitario, tutti i principali responsabili delle emissioni di anidride carbonica saranno incoraggiati a sviluppare tecnologie produttive pulite. Basandosi sul sistema di scambio delle quote di emissioni, la Commissione propone di rafforzare il mercato unico del carbonio a livello comunitario, che si estenderà a un numero maggiore di gas serra (attualmente lo scambio delle quote concerne soltanto l’anidride carbonica) e riguarderà tutti i grandi impianti industriali responsabili delle emissioni. Le quote di emissione poste sul mercato saranno ridotte di anno in anno in modo da permettere una riduzione delle emissioni del 21% nel 2020 rispetto ai livelli del 2005.
Nel settore energetico, responsabile della maggior parte delle emissioni dell’Ue, tutte le quote saranno messe all’asta sin dall’avvio del nuovo regime, nel 2013. Negli altri settori industriali e nel trasporto aereo, la transizione verso la vendita all’asta di tutte le quote avverrà gradualmente, anche se si potranno fare delle eccezioni per i settori più vulnerabili alla concorrenza dei produttori dei Paesi in cui non esistono vincoli analoghi in materia di carbonio.

obiettivo dell’Ue e critiche industriali

«La nostra missione, o meglio il nostro dovere, è definire un quadro politico che consenta di trasformare l’economia europea in un’economia più attenta all’ambiente, e continuare a guidare l’azione internazionale volta a proteggere il nostro pianeta» ha detto il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso, osservando che il pacchetto «dà la giusta risposta» al problema della sicurezza energetica e «rappresenta un’opportunità che dovrebbe portare alla creazione di migliaia di nuove imprese e di milioni di posti di lavoro in Europa».
Secondo il commissario europeo all’Ambiente, Stavros Dimas, «il pacchetto di proposte, basato sull’avveniristico sistema comunitario di scambio delle quote di emissione, dimostra ai nostri partner internazionali che un intervento deciso contro i cambiamenti climatici è compatibile con il mantenimento della crescita economica e della prosperità», mentre il commissario europeo per l’Energia Andris Piebalgs ha sottolineato l’importanza di tali misure anche per «rendere più sicuro» l’approvvigionamento energetico e per sviluppare la crescita e l’occupazione «in un settore ad alta tecnologia e in pieno sviluppo».
Molto critica invece l’industria europea rappresentata da BusinessEurope, secondo cui le proposte della Commissione europea creano «incertezze», contengono diversi elementi «non soddisfacenti» e comporterebbero «un aumento significativo del prezzo dell’elettricità». BusinessEurope ritiene che le condizioni per avere accesso ai diritti a inquinare gratuitamente «restano incerte fino al 2010» e che la combinazione dello schema di scambi con obiettivi elevati di consumo di energia rinnovabile «avrà un forte impatto diretto sulle industrie energivore che svolgono un ruolo di primo piano nell’ecoinnovazione». 

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/italia/news/117a73d0a6a.html

 

PATTO TRA CITTÀ EUROPEE CONTRO I CAMBIAMENTI CLIMATICI

Un Patto tra le città europee per coinvolgere i cittadini in progetti concreti a favore dell’ambiente, sulle energie rinnovabili e sostenibili e contro i cambiamenti climatici: questo il senso di un’iniziativa lanciata dalla Commissione europea a fine gennaio. Il cosiddetto “Patto dei sindaci”, cui hanno già aderito oltre 100 città europee tra cui 15 capitali, impegna le amministrazioni locali europee ad andare oltre gli obiettivi dell’Ue di riduzione delle emissioni nocive, puntando sull’efficienza energetica e su azioni a favore delle fonti energetiche rinnovabili. Si tratta di un’iniziativa basata su progetti concreti e mirante soprattutto all’ottenimento di risultati misurabili. Le città e le regioni aderenti, infatti, dovranno impegnarsi formalmente nello sviluppo di piani d’azione per le energie sostenibili così da ridurre di oltre il 20% le loro emissioni di anidride carbonica entro il 2020. La Commissione europea sosterrà le migliori pratiche delle città tramite un meccanismo di «criteri di eccellenza» e intende negoziare le condizioni di partecipazione al Patto con altre importanti parti in causa. La versione finale del Patto sarà redatta tramite una consultazione ufficiale e parallelamente si svolgeranno dibattiti e manifestazioni ad alto livello, per definire le condizioni di partecipazione dei soggetti finanziari e i criteri di eccellenza del Patto. Il segretariato del Patto, finanziato dal programma “Energia intelligente – Europa”, avrà compiti di controllo, di messa in rete e di promozione dell’iniziativa. «Le città stanno diventando sempre più il luogo in cui sperimentare idee nuove e realizzare progetti innovatori contro il riscaldamento del pianeta. Le città sono anche luoghi pubblici in cui è possibile trovare soluzioni multiculturali e transettoriali e dove può realizzarsi la necessaria conciliazione tra interessi privati e pubblici» ha dichiarato il commissario europeo responsabile per l’Energia, Andris Piebalgs, secondo il quale la sfida climatica va affrontata con un approccio integrato e a lungo termine e soprattutto basato sul coinvolgimento dei cittadini. «È al livello locale che questo quadro complesso può essere gestito al meglio – osserva Piebalgs – per questo motivo le città devono diventare protagoniste di primo piano nell’attuazione delle politiche per l’energia sostenibile e devono essere sostenute nei loro sforzi».

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/energy/index_it.html

LA CES CHIEDE NORME SOCIALI TRA LE MISURE AMBIENTALI

Nelle fasi che hanno preceduto la presentazione da parte della Commissione europea del pacchetto sull’energia e i cambiamenti climatici, i sindacati europei hanno chiesto di introdurre misure mirate alla riduzione dell’«impatto sociale». La Confederazione europea dei sindacati (Ces) lamentava infatti nei documenti preparatori della Commissione l’assenza delle questioni relative all’occupazione e alle trasformazioni sociali, esprimendo un parere negativo attraverso il suo segretario generale John Monks: «È paradossale che, mentre negli Stati membri il tema dell’occupazione è abbondantemente utilizzato per sostenere misure più restrittive nella lotta contro i cambiamenti climatici, la Commissione si comporta come se questa questione non si ponesse a livello europeo». Secondo i sindacati europei, almeno tre punti dovrebbero essere assolutamente rivisti. Innanzitutto andrebbe introdotta una “tassa carbonio” sulle importazioni, che nelle intenzioni della Ces non sarebbe una misura protezionistica. I sindacati europei ritengono infatti importante che l’Ue protegga le industrie pesanti e i relativi posti di lavoro in Europa, rispetto a «una concorrenza falsata da Paesi che non rispettano gli stessi impegni». I rischi per la competitività dei settori a forte consumo di energia sono infatti dimostrati da vari studi scientifici, compreso uno effettuato dalla Ces nel 2007. «Vogliamo che le industrie pesanti possano portare il loro contributo – spiegano i sindacati europei – ma in un sistema che permetta loro di fare gli investimenti di modernizzazione necessari e dia loro gli incentivi adeguati». In secondo luogo dovrebbero essere previste «norme sociali per la produzione di biocarburanti», perché l’obiettivo fissato dai capi di Stato europei di raggiungere il 10% di biocarburanti nei trasporti «potrebbe avere conseguenze negative sul piano sociale e ambientale», soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, se la Commissione non introduce norme sociali sulla produzione e se non fissa norme ambientali più severe.
Infine, secondo la Ces, è necessaria l’apertura di «un vero negoziato» con le parti sociali europee sulla politica climatica dell’Ue. Tenuto conto dell’importanza delle sfide economiche e sociali e della crescente responsabilità comunitaria delle politiche climatiche dell’Ue, la Ces auspica infatti l’apertura di un negoziato sociale sui futuri obiettivi dell’Europa: «Per i sindacati europei, l’obiettivo sarebbe quello di disporre di un meccanismo che permetta di anticipare, prevenire e, al limite, accompagnare le trasformazioni economiche e sociali risultanti dall’attuazione delle politiche climatiche» osserva Monks. I sindacati europei propongono poi che il Fondo di aggiustamento alla globalizzazione sia esteso, in modo da supportare i lavoratori nei casi di conseguenze occupazionali derivanti dalle misure previste nella lotta ai cambiamenti climatici.

INFORMAZIONI: http://www.etuc.org/a/4462

Tabella 2

salari e lavoro di qualità per la stabilità economica

I dirigenti della Confederazione europea dei sindacati (Ces), accompagnati dai rappresentanti delle parti sociali nazionali, hanno incontrato il 31 gennaio scorso a Brdo, in Slovenia, i ministri del Lavoro e degli Affari sociali di Slovenia, Francia e Repubblica Ceca, cioè la troika europea dei Paesi dell’attuale e future presidenze dell’Ue, chiedendo un maggior impegno per il lavoro di qualità.
La riunione è avvenuta in un momento di forti incertezze per l’economia europea e, in tale contesto, la Ces ha espresso la sua opposizione all’attuale eccessiva moderazione salariale, insistendo sulla necessità di proteggere il potere d’acquisto dei lavoratori, di garantire posti di lavoro di qualità e una protezione sociale adeguata, al fine di contrastare i rischi di recessione.
I sindacati europei hanno così voluto inviare alcuni forti messaggi in materia di occupazione e crescita alla vigilia di un Consiglio informale dei ministri europei per l’Occupazione e gli Affari sociali svoltosi tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio.

le richieste
dei sindacati europei

Malgrado segni rivelatori di una riduzione dei salari reali e di un aumento delle ineguaglianze in molti campi, sottolinea la Ces, le linee direttrici dell’Ue in materia di politica economica continuano a raccomandare una moderazione generale dei salari senza riconoscere che un’eccessiva moderazione salariale è iniqua e ingiustificata, salvo naturalmente per i redditi alti (per i quali la moderazione è attesa da lungo tempo). «L’Europa rischia di essere percepita come una via a senso unico, dove la parte dei salari non cessa di diminuire» ha osservato il segretario generale della Ces, John Monks.
Inoltre, benché l’Ue abbia creato negli ultimi dieci anni circa 18 milioni di nuovi posti di lavoro, sottolinea la Ces, la recente analisi dei partner sociali rivela che un numero troppo elevato di questi sono «di cattiva qualità o precari, più o meno senza formazione, e costituiti sempre più da contratti temporanei, mentre si nota un aumento del lavoro a tempo parziale involontario». Secondo i sindacati europei gli Stati membri «non riescono nemmeno ad applicare l’acquis sociale europeo esistente», come ad esempio la legislazione sui contratti a durata determinata per creare posti di lavoro di qualità. La Ces chiede quindi che contratti sicuri e relazioni di lavoro stabili siano sostenuti da diritti del lavoro adeguati e da una pratica definita di convenzioni collettive.

misure inadatte per la crescita

Il movimento sindacale europeo ritiene inoltre che le politiche attuali non rispondano alla necessità di stimolare la domanda e di ristabilire la fiducia e che, in queste condizioni, gli Stati membri dovrebbero avere la possibilità di prendere misure fiscali discrezionali, legate a riforme strutturali volte a stimolare la crescita. La Ces ha poi espresso soddisfazione per l’approccio «più equilibrato» adottato dall’Ue sui principi di flexicurity e per il fatto che ha riconosciuto la necessità di offrire maggiore sicurezza ai lavoratori con contratti temporanei.
Tuttavia, per quanto riguarda la protezione sociale, secondo la Ces è messa «troppa enfasi» sulla necessità di evitare il rischio, presunto, che i sistemi di prestazioni scoraggino il lavoro. Questa percezione dimostra l’incapacità di guardare all’esperienza di alcuni Stati membri più avanzati, sottolineano i sindacati europei, dove generose prestazioni sono parte determinante della gestione del cambiamento strutturale e della gestione di una manodopera in grado di adattarsi. «La Ces è fortemente preoccupata dalla minaccia delle crescenti ineguaglianze sociali in Europa tra ricchi e poveri, uomini e donne e tra lavoratori che hanno un lavoro sicuro e lavoratori che hanno un lavoro precario e salari da miseria. I lavoratori più vulnerabili non devono essere le vittime della situazione mondiale attuale» ha dichiarato Monks.

INFORMAZIONI: http://www.etuc.org/a/4513

 

UNA MISSIONE EUROPEA PER LA FLEXICURITY

«Dopo aver discusso e trovato un accordo sui principi comuni di flexicurity è ora di metterli in pratica»: con queste parole il commissario europeo per l’Occupazione e gli Affari sociali, Vladimír Špidla, ha annunciato il 4 febbraio scorso la costituzione di una “missione per la flexicurity”. La Flexicurity-Mission è composta da sette membri, tra i quali lo stesso Špidla, alcuni tecnici della Commissione nonché dell’attuale e prossima presidenze dell’Ue e delle parti sociali. Si recherà in alcuni Stati membri dell’Ue per discutere in modo approfondito degli sviluppi e dell’implementazione dei piani nazionali basati sui principi comuni di flexicurity, adottati dal Consiglio europeo nel dicembre 2007. In una prospettiva di mutuo apprendimento, queste visite daranno inoltre l’opportunità ad altri Stati membri e ad altri attori interessati di prendere parte ai dibattiti, mentre tutto ciò che emergerà dai lavori della Flexicurity-Mission sarà pubblicato su un apposito sito web. Il Rapporto finale della missione europea sarà presentato ai ministri europei del Lavoro nel dicembre prossimo, allo scopo di fornire un contributo concreto per incoraggiare lo sviluppo di politiche di flexicurity sulla base delle linee guida indicate dalla Commissione nel giugno 2007. Intanto i principi comuni di flexicurity saranno integrati nel nuovo ciclo della Strategia di Lisbona per la crescita e l’occupazione, che sarà approvato dal Consiglio europeo di primavera nel marzo prossimo, mentre nell’ultimo quarto del 2008 (così come nel 2009 e nel 2010) gli Stati membri dovranno riferire dell’implementazione dei principi comuni di flexicurity all’interno dei rispettivi piani nazionali.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/employment_social/employment_strategy/flex_meaning_en.htm

 

una rete europea
di supporto alle imprese

Èstata presentata in febbraio dalla Commissione europea Enterprise Europe Network, una rete costituita da oltre 500 punti di contatto in tutta Europa per fornire un’ampia gamma di servizi di supporto agli imprenditori, soprattutto delle Piccole e medie imprese (Pmi).
In pratica, la nuova rete europea coniuga gli sforzi dei precedenti Eurosportelli, fornendo alle imprese un “aiuto a domicilio” secondo cui tutte le Pmi riceveranno informazioni e un servizio personalizzato, consono alle loro necessità, usando nel modo migliore le tecnologie di tutte le organizzazioni presenti nella rete.
Alla manifestazione di avvio, oltre a presidenti di associazioni d’imprese e rappresentanti di Pmi, erano presenti Janez Potocˇnik, commissario europeo per la Scienza e la Ricerca, Andrej Vizjak, ministro sloveno dell’Economia, Luc Van den Brande, presidente del Comitato delle regioni, ed Henri Malosse, presidente del gruppo Datori di lavoro del Comitato economico e sociale europeo (Cese). Van den Brande ha sottolineato che «il Comitato delle regioni sostiene senza riserve questa iniziativa, esempio di un’Europa che lavora insieme. Le regioni e le città sono i motori della crescita e della creazione di posti di lavoro in Europa e un impegno reale verso le Pmi deve essere da esse fruibile con facilità, per essere efficace». Il presidente del Cese, Dimitris Dimitriadis, ha invece osservato: «L’attività imprenditoriale è la chiave perché l’Europa possa affrontare le sfide della globalizzazione, creare nuovi posti di lavoro e innovare. Per questo il lancio di Enterprise Europe Network è un passo importante nella direzione giusta».

dimensione transnazionale

I servizi offerti da Enterprise Europe Network sono di quattro tipi. Innanzitutto un’assistenza alle imprese nel loro divenire internazionali: si ritiene infatti che un milione di Pmi europee possano essere coinvolte nel commercio e negli investimenti transfrontalieri e che vadano dunque supportate per la cooperazione e partnership anche in ambito di innovazione tecnologica.
Enterprise Europe Network aiuterà quindi a sviluppare gli scambi tra imprese, a lanciare nuove idee, ad alimentare possibili cooperazioni e a stimolare le imprese a svilupparsi oltre gli orizzonti in cui sono nate. Incontri tra coppie di imprese aiuteranno a individuare partner affidabili.

innovazione
e finanziamenti europei

Sarà poi fornita assistenza tecnica su innovazione e nuovi prodotti, norme e legislazione europea, in modo da garantire alle Pmi europee di essere costantemente aggiornate sulle opportunità di mercato per affrontare adeguatamente la globalizzazione economica. Può essere infatti difficile per le imprese restare al passo dei cambiamenti delle opportunità legate all’Ue. Enterprise Europe Network incoraggerà quindi le Pmi a diventare più innovative: secondo la Commissione, condividere i risultati della ricerca tecnologica può far nascere nuove idee e opportunità. Si intende così migliorare la collaborazione con i cluster che tengono insieme attività diverse legate all’innovazione e garantire l’accesso alle tecnologie innovative. Altro servizio che la nuova rete europea intende fornire riguarda il colmare i deficit di conoscenze sulle varie fonti di finanziamento che l’Ue mette a disposizione, rendendo consapevoli le Pmi delle possibilità esistenti e incoraggiandole a partecipare a programmi di ricerca.

informazione bidirezionale

Infine sarà fornita informazione bidirezionale, che collegherà imprenditori e Commissione trasmettendo i punti di vista in entrambe le direzioni per far sì che politiche e iniziative preparate dalla Commissione siano utili alle Pmi e non aumentino gli oneri amministrativi.
«Enterprise Europe Network è una pietra miliare della politica integrata della Commissione per la promozione dell’attività imprenditoriale e la crescita delle imprese in Europa. Invito tutti gli imprenditori, all’interno e all’esterno dell’Ue, a farne l’uso migliore in base alle loro necessità» ha detto presentando l’iniziativa il vicepresidente della Commissione, responsabile per l’Industria e le Imprese, Günter Verheugen.

INFORMAZIONI: http://www.enterprise-europe-network.ec.europa.eu/index_en.htm

 

UNA CONSULTAZIONE PUBBLICA SULLE PMI

La Commissione europea ha lanciato una consultazione pubblica sui contenuti di uno “Small Business Act for Europe”, cioè una normativa per il miglioramento del settore delle Pmi.  L’intenzione è di giungere entro la fine del primo semestre 2008 alla stesura di un testo destinato a semplificare le regole applicabili alle Pmi al fine di svilupparne il potenziale di crescita. L’audizione pubblica si è svolta il 6 febbraio scorso a Bruxelles, con la partecipazione di Françoise Le Bail, inviato della Commissione per le Pmi, Günter Verheugen, vicepresidente della Commissione europea responsabile per l’Industria e le Imprese, Tomaž Jeršicˇ, ministro dell’Economia della Slovenia, e i rappresentanti di Ueapme, Eurochambres e BusinessEurope.
Intanto, un Rapporto pubblicato recentemente dimostra che l’iniziativa dell’Ue per la semplificazione delle formalità burocratiche comincia a produrre frutti concreti per le imprese e i cittadini europei. Grazie alla soppressione di oltre 5000 pagine di disposizioni comunitarie (corrispondenti a 300 atti legislativi) dall’ottobre 2007 a oggi, le imprese hanno realizzato risparmi stimati a 500 milioni di euro e si aspettano di economizzare altri 800 milioni in breve tempo. Dato che oltre l’80% degli oneri amministrativi percepiti come collegati all’Ue è attribuibile a soli 40 atti comunitari, la Commissione nel gennaio 2007 aveva fissato l’obiettivo di ridurre gli oneri amministrativi per le imprese del 25% entro il 2012.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/enterprise/sme/index_it.htm

 

libera circolazione, ma non per tutti

Molto si è parlato negli ultimi mesi di libera circolazione, non sempre a proposito. L’estensione del cosiddetto Spazio Schengen dal 21 dicembre 2007 a nove dei dodici nuovi Stati membri dell’Union europea (per ora esclude Cipro, Bulgaria e Romania) ha indubbiamente segnato una tappa importante, perché per i cittadini di 24 Paesi non esistono più controlli alle frontiere terrestri e marittime (per quelle aeree si deve attendere il 30 marzo prossimo). Prende dunque forma il tanto invocato concetto di cittadinanza europea, con una libertà di movimento nell’Ue che non riguarda più solo le merci e i capitali ma finalmente anche le persone.
Questo è però vero in parte, o perlomeno per una parte dei cittadini che vivono e lavorano nell’Ue. Al di là dei liberi spostamenti per brevi periodi di vacanza, turismo o studio, infatti, i cittadini dei nuovi Stati membri dell’Ue che intendono andare a lavorare in altri Paesi dell’Unione incontrano vari problemi, che aumentano quando a circolare sono i rom e diventano quasi insormontabili nel caso di cittadini di Paesi terzi.
Tra i 15 “vecchi” Stati membri dell’Ue, infatti, 6 prevedono ancora limitazioni alla libera circolazione dei lavoratori provenienti da 8 dei 10 Paesi entrati nell’Ue nel 2004 (tranne Cipro e Malta) e ben 13 (cioè tutti tranne Irlanda e Svezia) mantengono tuttora limitazioni per molte categorie di lavoratori degli ultimi due Paesi entrati nell’Ue, cioè Bulgaria e Romania. Certo, si tratta di misure legittime previste dai Trattati di adesione all’Ue (disposizioni transitorie) per limitare i possibili impatti negativi degli allargamenti sui mercati del lavoro e che saranno progressivamente abbandonate, ma per ora limitano di fatto l’applicazione della libera circolazione.
Meno legittimi, ma purtroppo diffusi, esistono poi atteggiamenti discriminatori che vorrebbero contrastare fermamente l’ingresso e il soggiorno di alcuni gruppi di cittadini comunitari. Se ne è avuta ampia dimostrazione durante l’acceso dibattito europeo sulla circolazione dei cittadini rumeni e dei cittadini europei di etnia rom (molti dei quali di nazionalità rumena) seguito ad episodi di cronaca e soprattutto all’omicidio di Giovanna Reggiani, avvenuto a Roma il 30 ottobre 2007 ad opera di un rumeno di etnia rom.

una direttiva,
varie interpretazioni

Si è infatti parlato molto, con non poca confusione, della normativa europea e in particolare della direttiva (2004/38/CE) che ha razionalizzato la materia della circolazione e del soggiorno dei cittadini comunitari, unificando in un unico testo l’enorme corpus legislativo dell’Ue. Essa conferisce maggior trasparenza al diritto di libera circolazione e soggiorno facilitandone l’applicazione e alzando il livello delle tutele e delle garanzie: per soggiorni inferiori ai tre mesi, ad esempio, basta possedere un documento d’identità valido e un’assicurazione malattia; per periodi più lunghi è sufficiente un’iscrizione, dimostrando di essere economicamente attivi o di disporre di risorse tali da non diventare un onere per il Paese ospitante; dopo cinque anni di soggiorno legale continuativo nello Stato membro ospitante il cittadino comunitario e i suoi familiari acquisiscono un diritto di soggiorno permanente e incondizionato, espressione piuttosto chiara della cittadinanza europea. Ma è sui limiti al soggiorno che si è aperto il confuso dibattito. La direttiva stabilisce infatti la possibilità di porre fine al soggiorno per motivi d’ordine pubblico, di pubblica sicurezza e di sanità pubblica, ma il commissario europeo responsabile per Libertà, Sicurezza e Giustizia, Franco Frattini, ha osservato che la direttiva prevede anche la possibilità di allontanamento nei casi in cui il cittadino comunitario non disponga «per se stesso e per i propri familiari, di risorse economiche sufficienti». Secondo alcuni esponenti politici e media (soprattutto italiani), quindi, non solo si poteva procedere all’espulsione di gruppi di cittadini per motivi di pubblica sicurezza (con riferimento ai rumeni e gravi associazioni del tipo rumeni=criminali) ma addirittura era possibile espellere gruppi di persone indigenti e dunque più vulnerabili ad attività illegali, anche se cittadini comunitari (con riferimento piuttosto esplicito ai rom).

monito dell’Europarlamento

Nel novembre 2007 era quindi intervenuto il Parlamento europeo che, affermando come la libera circolazione nell’Ue sia un diritto fondamentale e osservando che la direttiva europea pone limiti ben precisi alla possibilità di espellere cittadini europei, ha criticato il vicepresidente della Commissione europea Frattini giudicando le sue dichiarazioni «contrarie allo spirito e alla lettera della direttiva» e soprattutto ha fissato alcuni paletti. Innanzitutto i provvedimenti devono essere «proporzionati e fondati esclusivamente sul comportamento personale dell’individuo», le sanzioni previste dagli Stati membri devono essere «effettive e proporzionate» e le espulsioni collettive «sono proibite dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Ue e dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo». Poi, insistendo sul fatto che «la responsabilità penale è sempre personale», l’Europarlamento ha respinto fermamente il principio della responsabilità collettiva, riaffermando la necessità di lottare contro qualsiasi forma di razzismo e xenofobia e qualsiasi forma di discriminazione e stigmatizzazione basate sulla nazionalità e sull’origine etnica.
In dicembre è poi giunta la nuova disciplina italiana in materia di sicurezza, che comprende una parte relativa ai cittadini comunitari. Nei casi in cui non vi sia pericolosità sociale ma solo un dubbio sul possesso dei requisiti richiesti per il diritto di soggiorno (periodo inferiore a tre mesi e risorse economiche), il provvedimento è stato molto criticato perché improntato sul sospetto: spetta al cittadino l’onere di provare di essere in Italia da meno di tre mesi e che le risorse economiche di cui dispone non derivino da attività illecite.

cittadini di “serie B”

Restano poi due importanti questioni che riguardano i limiti della circolazione e del soggiorno nell’Ue. La prima è quella delle più grande minoranza etnica di cittadini europei, cioè quella popolazione rom stimata tra i 7 e i 9 milioni di persone nei Paesi dell’Ue e a cui abbiamo dedicato l’inserto dello scorso numero (vedi “euronote” n. 48/2007, inserto rom e nomadi nell’Ue). Le condizioni di cittadinanza, soggiorno e circolazione dei rom sono caratterizzate da esclusione socio-economica e discriminazioni diffuse, cosa che continuerà finché la comunità rom non sarà riconosciuta come minoranza etnica, con i diritti connessi a tale status, cosa richiesta da varie organizzazioni, dal Consiglio d’Europa e più volte dal Parlamento europeo (vedi pag. 13).
La seconda questione riguarda oltre 20 milioni di cittadini non comunitari che vivono e lavorano regolarmente nell’Ue, ai quali se ne aggiungono altri 6-7 milioni che lo fanno illegalmente secondo le leggi degli Stati membri. Anche per loro i diritti di circolazione e soggiorno sono limitati. Andrebbe meglio almeno per coloro che sono nell’Ue da parecchi anni se gli Stati membri applicassero la direttiva 2003/109/CE che li equipara ai comunitari, va senz’altro molto meglio per quei milioni di persone che hanno scelto e ottenuto la cittadinanza di un Paese dell’Ue. Per chi si trova in situazione di irregolarità rispetto alle norme del soggiorno, invece, il rischio è di essere rinchiuso in uno degli oltre 200 Centri per immigrati (Cpt in Italia) dislocati in tutta l’Ue, detenuto anche per mesi senza aver commesso alcun reato se non quello di circolare appunto. L’Ue è poi pienamente impegnata per evitare l’ingresso illegale sul suo territorio dei cittadini di Paesi terzi, attività di contrasto che se riduce un po’ gli ingressi sicuramente induce gli organizzatori dei traffici illegali a cercare nuove rotte, spesso più pericolose: si stimano circa 1800 vittime delle migrazioni verso l’Ue nel solo 2007, quasi 12.000 negli ultimi 20 anni. Una strage inaccettabile e soprattutto evitabile, anche attraverso l’apertura di canali d’ingresso legali non solo per immigrati altamente qualificati. Anche perché non si può pensare di mantenere le attuali condizioni per quei 56 milioni di cittadini di Paesi terzi che, secondo le ultime previsioni demografiche, dovranno arrivare nei prossimi 40 anni perché i Paesi dell’Ue ne hanno bisogno.

 

APRIRE I MERCATI DEL LAVORO A BULGARI E RUMENI

A un anno dall’ingresso nell’Ue di Romania e Bulgaria, non ci sono ragioni per temere ancora l’afflusso nei “vecchi” Stati membri di cittadini di questi due Paesi in cerca di lavoro: è quanto sostiene uno studio pubblicato in gennaio dall’organizzazione European Citizen Action Service (Ecas).
Secondo lo studio, infatti, il numero di cittadini rumeni e bulgari giunti nei Paesi dell’Ue nell’ultimo anno non è aumentato significativamente rispetto a quanto avveniva prima dell’allargamento del 2007. «Il grosso dell’emigrazione da Romania e Bulgaria ha avuto luogo ben prima dell’accesso nell’Ue di questi due Paesi e ha continuato a riguardare sempre gli stessi Paesi di destinazione, cioè Grecia, Italia, Spagna e Portogallo» sostiene il direttore di Ecas, Tony Venables. Le restrizioni agli ingressi, cioè le disposizioni transitorie adottate dalla maggior parte degli Stati membri sia per l’allargamento del 2004 sia soprattutto per l’ingresso di Romania e Bulgaria nell’Ue, «hanno solo lievi giustificazioni economiche e sono piuttosto usate come strumento politico» sostiene il Rapporto dell’Ecas, secondo cui devono essere abbandonate urgentemente per la loro «natura discriminatoria» e perché basate su previsioni esagerate di flussi migratori in ingresso.
Inoltre, osserva l’Ecas, l’esperienza dell’allargamento del 2004 ha mostrato l’impatto positivo sulle economie e i mercati del lavoro dei Paesi dell’Ue che non hanno applicato restrizioni all’ingresso dei lavoratori dei nuovi Stati membri. E proprio dopo il Rapporto della Commissione europea sui risultati della prima fase dell’allargamento del 2004, cioè in base a informazioni reali e non a paure infondate, la maggior parte degli Stati dell’Ue aveva deciso di aprire i loro mercati del lavoro. Cosa che, secondo l’Ecas, dovrebbe essere fatta ora con i cittadini di Bulgaria e Romania.

INFORMAZIONI: http://www.ecas.org/index.php?option=com_content&task=view&id=96&Itemid=1

 

MOBILITÀ OSTACOLATA DAI SISTEMI PENSIONISTICI

I regimi pensionistici integrativi nazionali costituiscono ancora un ostacolo alla mobilità dei lavoratori europei, secondo due studi indipendenti presentati dalla Commissione europea che evidenziano le differenze dei sistemi pensionistici nei Paesi dell’Ue. In alcuni regimi pensionistici integrativi, infatti, per aver diritto alle prestazioni occorre versare contributi per almeno due anni. Inoltre, numerosi lavoratori europei risultano penalizzati da regimi che impongono lunghi periodi contributivi, poiché, mediamente, il 40% degli occupati resta meno di cinque anni nello stesso posto di lavoro.
Il rischio di perdita delle prestazioni pensionistiche costituisce quindi un vero ostacolo alla libera circolazione dei lavoratori, per questo la Commissione europea intende migliorare la trasferibilità nell’Ue dei diritti pensionistici dei lavoratori mobili con una proposta legislativa che l’attuale presidenza slovena è determinata a far adottare entro la fine del suo mandato. «Eliminare gli ostacoli alla mobilità dei lavoratori costituisce un elemento chiave della Strategia europea per la crescita e l’occupazione nonché un esempio di flexicurity, bilanciando la flessibilità sul mercato del lavoro con la sicurezza dell’occupazione» ha dichiarato il commissario europeo responsabile per l’Occupazione e gli Affari sociali, Vladimír Špidla. I due studi, ha osservato il commissario europeo, dimostrano chiaramente «la necessità di una direttiva efficace e proporzionata per ridurre gli ostacoli alla mobilità senza creare ingiusti problemi a chi fornisce le pensioni».

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/employment_social/spsi/portability_en.htm

 

parità di genere: missione possibile?

Eliminazione degli stereotipi legati al genere: Missione (Im)possibile?”: questo il titolo della Conferenza svoltasi a Brdo (Slovenia) il 31 gennaio scorso e organizzata dalla presidenza di turno slovena dell’Ue. La “Missione Impossibile” era «individuare possibili strade per eliminare i tradizionali ruoli e stereotipi legati al genere, in particolare nei settori dell’educazione, formazione, cultura e mercato del lavoro». L’incontro si è focalizzato sui dibattiti relativi alla partecipazione delle donne alla società e al rafforzamento della loro posizione, all’affermazione del ruolo delle giovani donne nel mondo odierno, così come all’importanza delle politiche di genere nell’ambito della cooperazione allo sviluppo: recenti studi segnalano infatti come l’investimento nell’istruzione delle giovani e delle donne porti a un sensibile aumento degli indicatori di progresso e di sviluppo economico e culturale. I dati statistici evidenziano poi che nell’Ue le donne hanno un livello d’istruzione più elevato degli uomini e rappresentano oltre il 60% della popolazione con istruzione superiore, ciononostante restano spesso segregate in settori e professioni tipicamente femminili e in posti di lavoro di livello (e salario) inferiore rispetto agli uomini.

scarsa partecipazione politica

Ha suscitato poi ampie discussioni il tema della partecipazione equilibrata di uomini e donne nel processo decisionale in materia politica. Si osserva un’evoluzione positiva negli ultimi cinque anni, ma la partecipazione femminile all’attività politica cresce troppo lentamente, soprattutto nel sud Europa. Secondo gli ultimi studi, il tasso medio di rappresentazione femminile nei Parlamenti degli Stati membri è pari al 23%, mentre sale al 33% per il Parlamento europeo. Il livello percentuale medio di donne ministre nei governi dei Paesi Ue è solo del 22%. In Italia, la presenza femminile alla Camera è del 17,3% e scende al 13,7% al Senato, con una media nazionale pari al 16,1%.

cooperazione e parità

Il terzo tema discusso riguardava la promozione dell’uguaglianza di genere tramite la cooperazione allo sviluppo, nel quadro del rafforzamento della responsabilità dell’Ue e degli Stati membri, in previsione dell’estensione delle misure a favore delle donne e dei loro diritti umani. «L’Unione europea - si è affermato nel corso dell’incontro - sostiene la partecipazione delle donne all’economia e ai processi decisionale in materia politica, e incoraggia il rafforzamento del ruolo delle donne nella prevenzione dei conflitti, lo stabilimento e il ristabilimento della pace».

dimensione di genere nella flexicurity

Si è poi ribadita l’importanza di un forte investimento europeo nella flexicurity come veicolo di rafforzamento dell’integrazione sociale e nelle politiche di mainstreaming. In pratica, si intendono incorporare le pari opportunità tra donne e uomini in tutte le politiche e attività dell’Ue ma, per fare ciò, occorrono nuovi modi di leggere la realtà economica e sociale, che rendano visibili le differenze. Anche il Parlamento europeo ha ricordato negli stessi giorni che la messa in atto di una serie di principi comuni per la flexicurity deve integrare la dimensione di genere e, in proposito, ha elencato una serie di aspetti di cui occorre tenere conto, tra cui la sovrarappresentazione delle donne nei lavori atipici, la situazione specifica delle famiglie monoparentali, la conciliazione di vita familiare e professionale. «Il principio della parità di trattamento tra donne e uomini deve essere rispettato in tutti i settori del mercato del lavoro e nella legislazione relativa al lavoro e all’occupazione» ha sottolineato l’Europarlamento.

(Federica Porrati)

 

SUL LAVORO MIGLIORAMENTI SOLO QUANTITATIVI

Le donne continuano a guidare la crescita dell’occupazione nell’Ue, tuttavia restano ancora discriminate rispetto agli uomini in vari modi e pagate meno, secondo quanto emerge dal Rapporto 2008 sulla parità di genere presentato dalla Commissione europea il 24 gennaio scorso. Dei circa 12 milioni di nuovi posti di lavoro creati dal 2000 nell’Ue almeno 7,5 milioni hanno riguardato donne, così che il tasso di occupazione femminile è cresciuto di 3,5 punti percentuali raggiungendo il 57,2%. È cresciuto molto più velocemente tra le donne anche il tasso di occupazione per le persone con oltre 55 anni di età: l’aumento è stato del 7,4% dal 2000 e oggi è del 34,8% tra le donne over 55. A questi chiari miglioramenti di tipo quantitativo si affiancano però molti problemi ancora esistenti per quanto concerne la qualità del lavoro. Nonostante le donne rappresentino quasi il 60% dei laureati e facciano registrare in generale più elevati livelli educativi, il loro tasso di occupazione resta di oltre 14 punti percentuali inferiore a quello degli uomini e le loro retribuzioni orarie inferiori mediamente del 15%. Così come le donne continuano a incontrare grandi difficoltà per raggiungere posizioni direttive (solo il 33% è occupato da donne), per ricoprire ruoli politici e per conciliare vita lavorativa e impegni familiari: tra le persone con un figlio a carico il tasso di occupazione femminile è inferiore a quello maschile di ben 29 punti percentuali. Inoltre, più dei tre quarti dei lavoratori part time sono donne e anche i contratti a termine riguardano più donne che uomini.
La parità tra uomini e donne è una componente qualitativa essenziale del lavoro, sottolinea il Rapporto, per questo sono necessari interventi per rimediare alle disuguaglianze ancora presenti, soprattutto supportando le donne nel conciliare vita professionale e vita familiare, ma anche combattendo i troppi stereotipi che continuano ancora a influenzare le scelte nell’istruzione, nella formazione e nell’occupazione, nella partecipazione agli impegni domestici e familiari e nell’accesso ai ruoli decisionali sia in campo lavorativo che più in generale nella società europea.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/employment_social/gender_equality/docs/com_2008_0010_en.pdf

 

rom: l’Europarlamento chiede una strategia europea

Di fronte a una situazione di diffuse discriminazioni e di vero e proprio antigitanismo ai danni dei circa 10 milioni di rom che vivono nell’Ue (vedi “euronote” n. 48/2007, inserto rom e nomadi nell’Ue), il Parlamento europeo ritiene importante sviluppare una strategia quadro europea per l’inserimento e l’inclusione nei vari ambiti sociali. È quanto chiede l’Europarlamento in una risoluzione votata il 31 gennaio scorso, in cui sottolinea come la situazione dei rom europei sia «diversa» da quella delle altre minoranze e, pertanto, è giustificata «l’adozione di misure specifiche a livello europeo». La Commissione europea è quindi sollecitata dagli eurodeputati a sviluppare una strategia per l’inserimento dei rom, che miri a dare coerenza alle politiche dell’Ue a favore della loro inclusione sociale e ad elaborare un piano d’azione comunitario dettagliato che fornisca un sostegno finanziario per la realizzazione di questo obiettivo. A un commissario europeo dovrebbe inoltre essere attribuita la competenze di coordinare la politica per i rom.

scuola e lavoro

I problemi per i rom, che in seguito agli allargamenti dell’Ue del 2004 e del 2007 sono diventati in gran parte cittadini europei, si riscontrano fin dai primi anni di vita, nell’impatto con i sistemi scolastici. In molti Paesi europei è tollerata la segregazione nell’istruzione dei piccoli rom, condizionando così pesantemente la loro crescita perché l’istruzione è uno strumento fondamentale per combattere l’esclusione sociale, lo sfruttamento e la criminalità. Altra questione da affrontare è quella relativa all’inserimento nel mercato del lavoro, perché le comunità rom presentano in media livelli «inammissibilmente elevati» di disoccupazione, osserva il Parlamento europeo. Sono dunque necessari interventi per sostenere la formazione e la riconversione professionale, azioni positive, un’applicazione rigorosa delle leggi antidiscriminazione nel settore dell’occupazione e misure che promuovano il lavoro autonomo e le piccole imprese rom, anche attraverso il microcredito per «sostituire la prassi dell’usura».

condizioni igienico-sanitarie

Restano poi ampiamente diffuse tra le popolazioni rom «condizioni di vita deplorevoli e insalubri e una ghettizzazione evidente», sottolinea l’Europarlamento, così come i rom sono regolarmente «vittime di espulsioni forzate o viene loro impedito di abbandonare» le aree in cui vivono. Le baraccopoli devono essere superate perché «generano gravi rischi sociali, ambientali e sanitari», mentre vanno incentivati programmi che offrano modelli positivi e riusciti di inserimento abitativo. Nei campi, poi, devono essere garantite adeguate norme igienico-sanitarie e di sicurezza, e all’intera popolazione rom deve essere garantita l’assistenza sanitaria con particolare attenzione alle donne, spesso vittime di doppia discriminazione nelle strutture sanitarie.

discriminazione e razzismo

L’Europarlamento denuncia e condanna «senza eccezioni e senza ambiguità possibili» tutte le forme di razzismo e di discriminazione cui sono soggetti i rom e altre comunità considerate “zingare”. Oltre alle varie forme di discriminazione i deputati europei denunciano la persistenza di un vero e proprio  «antizingarismo» o fobia dei rom, atteggiamento «ancora diffuso in Europa» nonché «promosso e utilizzato dagli estremisti». Una triste pratica che culmina talvolta «in attacchi razzisti, discorsi improntati all’odio, attacchi fisici, espulsioni illegali e vessazioni da parte della polizia». Data la gravità della situazione, dunque, gli eurodeputati sollecitano una strategia europea e un piano d’azione comunitario dettagliato che fornisca un sostegno finanziario. Affinché si rendano efficaci gli sforzi per promuovere l’inserimento sociale dei rom e per combattere le discriminazioni, il Parlamento europeo sottolinea poi l’importanza del coinvolgimento delle autorità locali e la creazione di una mappa paneuropea delle crisi.

INFORMAZIONI: http://www.europarl.europa.eu/

 

RITARDI CONTRO LE DISCRIMINAZIONI SUL LAVORO

Undici Stati membri dell’Ue sono stati richiamati a dare piena attuazione alle norme europee che proibiscono la discriminazione sul lavoro basata su religione e convinzioni personali, età, handicap e orientamenti sessuali. La Commissione europea ha infatti inviato dei pareri motivati, cioè la seconda tappa della procedura d’infrazione, a Estonia, Finlandia, Francia, Grecia, Irlanda, Italia, Malta, Paesi Bassi, Repubblica Ceca, Svezia e Ungheria, affinché applichino correttamente la direttiva sulla parità di trattamento in materia di occupazione e condizioni di lavoro (2000/78/CE), varata nel 2000 e che fissava al dicembre 2003 il termine per il recepimento nel diritto nazionale. Inoltre, Germania, Lettonia e Lituania hanno ricevuto delle lettere di costituzione in mora (primo passo delle procedura).
Tra i principali problemi riscontrati in questi Stati membri dell’Ue, ad esempio il fatto che la legislazione è limitata in materia di copertura di persone e ambiti di lavoro, oppure che le definizioni di discriminazione divergono dalla normativa europea, soprattutto per quanto concerne la discriminazione indiretta, le molestie e l’ordine di discriminare. È poi recepito in modo inadeguato l’obbligo per i datori di lavoro di adottare misure per i lavoratori con handicap, mentre si riscontra «incoerenza» nelle disposizioni che devono tutelare le vittime di discriminazione, quali l’inversione dell’onere della prova, il diritto delle associazioni di aiutare i singoli a farsi valere e la protezione delle vittime.
«La parità di trattamento nell’occupazione è essenziale, ma le direttive europee non possono realizzare appieno le loro potenzialità se non sono recepite integralmente e correttamente» ha dichiarato il commissario europeo per l’Occupazione, gli Affari sociali e le Pari opportunità, Vladimír Špidla. Una Relazione sull’attuazione della direttiva dovrebbe essere pubblicata nel primo semestre di quest’anno.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/employment_social/fundamental_rights/index.htm

 

disoccupazione globale in aumento nel 2008

Nel corso del 2008 la situazione di incertezza economica mondiale dovuta in gran parte alla crisi dei mutui sui mercati finanziari e all’aumento del prezzo del petrolio potrebbe causare un aumento nella disoccupazione di circa 5 milioni di persone in tutto il mondo, portandone il tasso globale al 6,1%. Si tratta della stima contenuta nel Rapporto annuale sulle tendenze globali dell’occupazione (Global employment trends report) pubblicato dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil-Ilo). Una situazione generale piuttosto diversa da quella del 2007, anno in cui la crescita del prodotto mondiale lordo di oltre il 5% aveva portato a una stabilizzazione dei mercati del lavoro in tutto il mondo, osserva l’Ilo, con un incremento del numero delle persone occupate: 45 milioni di nuovi posti di lavoro e solo un leggero aumento nel numero di disoccupati. La crescita economica non è però riuscita ad avere un impatto rilevante sulla diminuzione della disoccupazione e nel 2007 circa 189,9 milioni di persone erano disoccupate in tutto il mondo rispetto a 187 milioni del 2006. Il tasso di occupazione è stato invece del 61,7%, cioè circa 3 miliardi di persone in età lavorativa avevano un lavoro nel 2007. Complessivamente, negli ultimi dieci anni c’è stato un incremento di disoccupazione di 22,1 milioni, con un tasso di crescita del 13% (vedi tabella), mentre il tasso di occupazione si è ridotto di un punto percentuale e a rimetterci sono stati soprattutto i più giovani: al di sotto dei 24 anni, infatti, la riduzione è stata di quasi tre punti percentuali.
Mentre nel 2007 si era registrata una generale stabilizzazione dei mercati del lavoro nel mondo, il 2008 rischia di essere un anno caratterizzato soprattutto da «contrasti e incertezze» osserva l’Ilo, secondo cui i numeri sulla disoccupazione potrebbero essere ancora più preoccupanti qualora la crescita economica globale dovesse rivelarsi più bassa delle stime indicate dal Fondo monetario internazionale al 4,8%.
Nonostante anche nel 2008 saranno creati milioni di posti di lavoro, «la disoccupazione rimane troppo alta e rischia di salire ancora, anche fino a livelli mai visti prima d’ora», sostiene il direttore generale dell’Ilo Juan Somavia, secondo il quale seppure «il numero di persone occupate sia ai livelli più alti storicamente» sono ancora troppe le persone anche occupate che «continuano a rimanere nel gruppo dei lavoratori più poveri, vulnerabili e sfortunati». Preoccupa soprattutto la quota di coloro che, pur all’interno del mercato del lavoro, devono misurarsi con condizioni di lavoro estremamente svantaggiate. Secondo i dati dell’Ilo, una persona su due si trova in condizioni di vulnerabilità e coinvolta in impieghi di bassa qualità, con un rischio elevato di non avere tutele perché priva di previdenza sociale e di alcun diritto sul lavoro. Il fenomeno colpisce soprattutto l’Asia del Sud, l’Africa subsahariana e l’Asia Orientale.
Problemi riguardano anche le condizioni economiche degli occupati. Quattro lavoratori su dieci sono poveri e quasi un lavoratore su sei nel mondo (cioè circa mezzo miliardo) non riesce a innalzare il tenore di vita oltre la misera soglia di un dollaro al giorno, mentre 1,3 miliardi di lavoratori percepiscono una paga quotidiana che non supera i due dollari, con percentuali che superano l’80% nell’Africa subsahariana e nell’Asia del Sud (vedi tabella). Una situazione che secondo l’Ilo si può superare solo attraverso la creazione di lavoro dignitoso (decent work).

INFORMAZIONI: http://www.ilo.org

Tabella 3

FLASH

Trattato: dalla Francia la quinta ratifica
Tra anni dopo il “no” espresso dal referendum popolare sul Trattato costituzionale, la Francia ha ratificato il nuovo Trattato di riforma siglato a Lisbona il 13 dicembre 2007. Una ratifica avvenuta per via parlamentare l’8 febbraio scorso e non senza discussioni. Dopo aver ottenuto il voto favorevole dell’Assemblea generale francese, l’esame del Trattato è passato al Senato dov’è stato votato con 265 voti a favore e 42 contrari. In vista dell’approvazione del Trattato, la settimana precedente il Parlamento francese aveva emendato alcuni articoli della Costituzione. La Francia, che aveva bocciato insieme ai Paesi Bassi nella primavera 2005 il Trattato Costituzionale, è così il quinto Paese dell’Ue ad aver ratificato il Trattato di riforma. Dopo l’Ungheria il 18 dicembre 2007, la Slovenia e Malta il 29 gennaio scorso, anche la Romania ha infatti ratificato il Trattato lo scorso 4 febbraio. «Il Trattato di Lisbona, primo documento fondamentale dell’UE firmato dalla Romania in quanto membro a pieno titolo dell’Unione, segna l’inizio di una nuova fase della costruzione europea» ha dichiarato Călin Popescu-Tăriceanu, primo ministro della Romania che è stato uno degli ultimi due Paesi ad avere aderito all’Ue ma tra i primi ad aver adottato le nuove norme previste dal Trattato e che entreranno in vigore dopo la ratifica dei 27 Stati membri.
INFORMAZIONI: http://europa.eu/lisbon_treaty/index_it.htm

nuove misure per i controlli alle frontiere
La Commissione europea ha presentato un pacchetto di proposte che prevede un nuovo sistema di controllo alle frontiere esterne dell’Ue volto a inasprire il contrasto dell’immigrazione illegale e la lotta al terrorismo internazionale. Il pacchetto è composto da tre comunicazioni. La prima contiene le proposte per rafforzare l’attività e le operazioni di controllo dell’Agenzia europea per le frontiere Frontex. La seconda riguarda invece le proposte avanzate dalla Commissione per coordinare meglio i controlli tra Stati membri e Frontex, avvalendosi delle più moderne tecnologie satellitari e informatiche. Nella terza comunicazione, infine, è proposta l’introduzione di un sistema di entrata e uscita dall’Ue basato su dati biometrici, con o senza obbligo di visto, per tutte le persone provenienti da Paesi terzi. Il sistema, che in alcuni casi potrebbe prevedere anche l’utilizzo della scansione computerizzata del viso o dell’iride, includerà anche la possibilità di iscriversi volontariamente a un database che, con il controllo di uno dei dati biometrici, permetterà al viaggiatore iscritto di entrare automaticamente tramite un «percorso agevolato» evitando così l’iter dei controlli. L’obiettivo della proposta è di promuovere la circolazione legale di persone, di migliorare il contrasto all’immigrazione illegale specialmente ai confini meridionali dell’Ue e di ridurre il traffico di esseri umani, ma varie critiche giungono da organizzazioni, associazioni ed eurodeputati preoccupati che si vada verso una schedatura dei cittadini non comunitari.
INFORMAZIONI: http://www.ec.europa.eu/commission_barroso/frattini/news/default_en.htm#20080213

rete di enti locali per le politiche sociali
È nata presso il Comitato delle Regioni dell’Ue l’European local inclusion & social action network (Elisan), una rete associativa europea che riunisce 763 enti locali in rappresentanza di quasi 14 milioni di cittadini. La rete si pone alcuni obiettivi principali: un’azione di lobby nella definizione e nella costruzione delle politiche sociali dell’Ue, lo scambio di buone pratiche per migliorare l’impatto locale delle politiche sociali, proporsi come luogo di dibattito su tematiche sociali sensibili, come l’inclusione o l’invecchiamento della popolazione. La rete Elisan fornirà anche supporto giuridico e assistenza per sviluppare tutto il potenziale delle autorità locali nell’implementare lo stato sociale. Anche per quanto concerne l’accesso ai fondi comunitari e il loro utilizzo, al fine di rafforzare il “peso” degli amministratori pubblici locali che sono a tutti gli effetti gli ultimi implementatori della legislazione e dell’azione sociale europea. Un’azione di pressione particolare sulle istituzioni europee riguarderà la definizione dei servizi sociali di interesse generale perché, sostengono i promotori di Elisan, «non vogliamo che i servizi sociali diventino una merce come le altre». Per questo è richiesta una direttiva quadro, che faccia chiarezza legale sull’applicazione del Protocollo sui servizi sociali del nuovo Trattato di Lisbona.
INFORMAZIONI: http://www.elisan.eu/elisan/

poste liberalizzate dal 2011
L’Europarlamento ha approvato la direttiva europea che completa la liberalizzazione dei servizi postali a partire dal 1° gennaio 2011. Finiscono così i monopoli statali e la Rete postale pubblica è sostituita dalla semplice definizione Rete postale. È prevista l’apertura alla concorrenza degli invii di plichi di peso inferiore a 50 grammi, cosa che obbligherà gli Stati membri ad abolire tutti i «diritti esclusivi o speciali per l’instaurazione e la fornitura di servizi», cioè raccolta, smistamento, trasporto e distribuzione degli invii postali. Gli Stati dell’Ue potranno designare una o più imprese per fornire i diversi elementi del servizio, ma dovranno però garantire «l’universalità» del servizio stesso in continuità con l’erogazione pubblica, dunque basato su principi di trasparenza, non discriminazione e proporzionalità, tenendo cioè conto «del ruolo importante che questo svolge nella coesione sociale e territoriale». Inoltre, dovranno essere garantite tariffe «ragionevoli» che consentano di fornire servizi accessibili a tutti gli utenti, potrà essere mantenuto un servizio postale gratuito per non vedenti o ipovedenti, potranno essere fissate tariffe uniche per tutto il territorio nazionale per motivi di interesse pubblico e le tariffe dovranno essere «trasparenti e non discriminatorie». Per quanto riguarda la qualità e in particolare i tempi di consegna transfrontalieri, la direttiva conferma gli attuali obiettivi che prevedono la consegna dell’85% degli invii entro tre giorni lavorativi dalla data di deposito ed entro cinque giorni per il 97% degli invii.
INFORMAZIONI: http://www.europarl.europa.eu/

chiesti meno vincoli per i veicoli ecologici
Il Parlamento europeo ha adottato il 15 gennaio scorso una risoluzione in cui chiede norme meno vincolanti sui veicoli ecologici rispetto a quelle proposte dalla Commissione europea, che avevano sollevato varie critiche e definite «in netto contrasto con i principi di migliore regolazione» dall’associazione europea dei produttori. Approvando la scelta di tenere conto del peso dei veicoli per stabilire la quantità di riduzione delle emissioni di anidride carbonica, l’Europarlamento osserva che gli obiettivi di disinquinamento devono essere «ambiziosi ma realistici» e per questo ritiene necessario prolungare il periodo accordato all’industria automobilistica per adattarvisi. Secondo il Parlamento europeo, lo sviluppo di nuovi modelli richiede dai cinque ai sette anni per cui non ha senso «fissare obiettivi obbligatori definitivi per le emissioni di Co2 prima del 2015». L’Europarlamento ritiene che vada stimolato il rinnovo del parco auto a favore di veicoli meno inquinanti attraverso incentivi alla rottamazione, nella convinzione che non si possa procedere in modo traumatico in uno dei settori economici più importanti dell’Ue, con una produzione annua di 19 milioni di veicoli e 2,3 milioni di addetti diretti e altri 10 milioni nell’indotto.
INFORMAZIONI: http://www.europarl.europa.eu

innovazione: Italia sotto la media europea
È stato pubblicato l’European Innovation Scoreboard (Eis) 2007, da cui emerge una tendenza alla convergenza tra i Paesi dell’Ue per quanto concerne l’innovazione. Ottime le prestazioni di alcuni Stati membri, meno quelle dell’Italia. Mentre infatti Danimarca, Finlandia, Germania, Svezia e Regno Unito continuano ad avere prestazioni elevate, ai livelli di leader mondiali dell’innovazione quali sono gli USA e il Giappone, stessa cosa non si può dire per l’Italia che si trova al 23° posto su 37 Paesi analizzati e, con una quota dello 0,33, è al di sotto della media europea attestata allo 0,45. Lo studio europeo tiene conto dei fattori di guida dell’innovazione, degli investimenti in ricerca e sviluppo, delle misure che favoriscono le innovazioni delle imprese, dell’attuazione concreta di tali misure e dei diritti di proprietà intellettuale. L’Italia registra scarse prestazioni per quanto riguarda i fattori di innovazione e la dimensione dell’innovazione nell’impresa: ha raggiunto un’efficienza elevata nella trasformazione degli input di innovazione in output di proprietà intellettuale, ma registra una bassa efficienza nella trasformazione di tali input in applicazione concreta. Leader nell’innovazione a livello mondiale si segnalano invece Svezia, Svizzera, Finlandia, Israele, Danimarca, Giappone, Germania, Regno Unito e Stati Uniti, tutti al di sopra la media europea.
INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/enterprise/newsroom/cf/itemlongdetail.cfm?item_id=1299

sindacati internazionali per il lavoro dignitoso

Le Confederazioni sindacali internazionale (Csi) ed europea (Ces), insieme alla Commissione sindacale consultiva (Tuac) presso l’Ocse, hanno invitato i Paesi membri a adottare una risoluzione da presentare all’Assemblea generale dell’Onu in cui si affermi l’importanza cruciale della piena occupazione produttiva e del lavoro dignitoso (decent work) per lottare contro la povertà. Secondo i promotori sindacali, è necessaria una risoluzione che identifichi il lavoro dignitoso come un obiettivo centrale da incorporare sistematicamente in tutte le politiche sociali, economiche e di sviluppo, a livello nazionale, regionale e internazionale. Le politiche dovrebbero mettere al centro delle loro priorità la creazione di posti di lavoro di qualità, l’istruzione e lo sviluppo di competenze, al fine di rispondere alla disoccupazione dei giovani e impedire il lavoro precario o informale, principalmente subito dalle donne. «È importante che la Commissione dell’Onu giunga a un accordo per una risoluzione effettiva che stimoli tutti gli sforzi per abolire la povertà attraverso la piena occupazione e posti di lavoro di qualità. Il lavoro dignitoso per tutti deve essere una priorità universale per tutte le istituzioni internazionali e le agenzie dell’Onu» ha detto il segretario generale della Csi, Guy Ryder.
INFORMAZIONI: http://www.etuc.org/a/4535

 

NUOVA ASSOCIAZIONE PER I DIRITTI SOCIALI

Per non disperdere l’impegno profuso nel sociale, nel sindacato, nella politica, nelle istituzioni per tanti anni da Fiorella Ghilardotti, è nata un’associazione che porta il suo nome e che si propone di: organizzare occasioni di confronto e dibattito sulla multiculturalità, con particolare riguardo alla prevenzione dell’esclusione sociale e del razzismo; progettare e realizzare azioni di contrasto dell’emarginazione, in particolare per le donne e i bambini; valorizzare il contesto europeo con l’obiettivo di creare “un’identità plurale” che favorisca la convivenza delle differenze di genere, di cultura, di lingua; promuovere e/o realizzare tutti gli interventi atti a tutelare i diritti fondamentali alla salute, alla casa, alla legalità, alla cittadinanza, al lavoro. L’associazione promuoverà azioni di informazione, formazione, sensibilizzazione e orientamento, in ambito locale, nazionale e sopranazionale, con particolare attenzione alle fasce socialmente più deboli.

INFORMAZIONI: segreteria@associazionefiorella.eu, via Pergolesi 15, 20124 Milano