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Euronote 47/2007


la Carta blu

vignetta L’Unione europea ha intenzione di introdurre un provvedimento per l’ingresso sul suo territorio dei lavoratori altamente qualificati provenienti da Paesi terzi, la cosiddetta “Carta blu” ispirata alla Carta verde già in vigore da anni negli Stati Uniti. Proposta dalla Commissione europea, la Carta blu è accolta favorevolmente dall’Europarlamento che si dichiara pronto ad appoggiare «ogni misura volta ad aumentare l’attrattiva dell’Ue agli occhi dei lavoratori maggiormente qualificati». Osservando come attualmente l’85% dei lavoratori non qualificati vada verso l’Ue e solo il 5% negli Usa, mentre il 55% del lavoro qualificato si diriga negli Usa e solo il 5% verso l’Ue, la Commissione ritiene fondamentale invertire questa tendenza per rispondere alle esigenze del mercato del lavoro europeo. La Carta blu, dunque, va nella direzione di facilitare «la libera circolazione dei “cervelli” in Europa» secondo il Parlamento europeo, perché come sostiene il commissario europeo responsabile per Libertà, Sicurezza e Giustizia, Franco Frattini, «la sfida è di attirare i lavoratori necessari per far fronte a penurie specifiche». È legittimo e comprensibile che l’Ue si muova in questa direzione, meno che non valuti adeguatamente anche altri aspetti del fenomeno migratorio (cui è dedicato l’inserto di questo numero). La vera “sfida” dovrebbe essere quella di comprendere le cause delle migrazioni, per poter intervenire efficacemente in collaborazione con i Paesi d’origine dei migranti. Altrimenti ogni tentativo di governare le migrazioni, e ancor più di selezionarle, risulterà sterile perché basato su un approccio eurocentrico e politicamente miope. Inoltre, previsioni demografiche secondo cui nel 2050 un terzo della popolazione dell’Ue sarà costituito da ultrasessantacinquenni rendono piuttosto evidente come non sarà solo di immigrati altamente qualificati che avrà bisogno l’Ue per garantire il suo equilibrio economico-sociale. Esistono poi due rischi principali nella “politica della Carta blu”: alimentare una sorta di “tratta globale dei cervelli”, con gravi conseguenze in termini di povertà e arretratezza per i Paesi poveri; determinare una diversa garanzia di diritti fondamentali, ai danni di quella maggioranza di migranti che sono già più deboli perché poco qualificati. Canali d’ingresso legale nell’Ue pensati solo per i lavoratori qualificati non limiteranno i flussi illegali, con tutte le loro gravi conseguenze: centinaia di vittime ogni anno alle frontiere e detenzioni amministrative di mesi per persone che non hanno commesso alcun reato, cose francamente inaccettabili nell’Europa dei diritti e delle libertà.

la spesa sociale nell’Ue

Eurostat ha pubblicato in agosto un nuovo Rapporto sulla spesa per la protezione sociale nell’Ue basato su dati comparati del 2004, anno in cui tali spese sono state equivalenti al 27,3% del Pil europeo. Le spese per pensioni e indennità di sopravvivenza rappresentano la quota principale delle spese sociali nella maggior parte dei Paesi europei. Le spese di assistenza sanitaria hanno fatto registrare un costante incremento nel periodo 2000-2004 nell’Ue a 25 Stati, con una crescita media annuale del 3,8%. Gli Stati membri hanno impostato sistemi differenti per finanziare la quota di protezione sociale, a seconda che privilegino i contributi per la sicurezza sociale (59,5% del totale degli introiti nell’Ue-25 nel 2004) oppure i finanziamenti governativi (37,3%). Secondo le rilevazioni di Eurostat, comunque, i vari sistemi mostrano segni di convergenza.

differenze tra Stati membri
Nei Paesi dell’Ue, la spesa sociale più elevata in percentuale del Pil si registra in Svezia con il 32,9%, seguita da Francia (31,2%), Danimarca (30,7%), Germania (29,5%), Belgio (29,3%), Austria (29,1%) e Paesi Bassi (28,5%). Le quote di spesa sociale in questi Paesi sono spesso più che doppie rispetto a quelle degli Stati membri che spendono di meno, su tutti i Paesi baltici: la Lettonia con il 12,6% del Pil è l’ultimo Paese dell’Ue per spesa sociale, seguita da Lituania (13,3%) ed Estonia (13,4%).
Considerando invece la spesa per protezione sociale in termini di potere d’acquisto (Pps) pro-capite, le differenze sono ancor più pronunciate: la spesa più elevata si registra in Lussemburgo (12.180 Pps pro-capite), seguito da Svezia e Danimarca (entrambe al di sopra di 8400 Pps), quote di spesa pro-capite che risultano essere quasi sette volte superiori a quelle dei tre Paesi baltici. Queste notevoli disparità tra Paesi sono dovute in parte ai diversi livelli di ricchezza e riflettono le differenze significative che riguardano i sistemi di protezione sociale, gli andamenti demografici, i livelli di disoccupazione e altri fattori socio-economici e istituzionali.

spesa sociale sotto controllo
Come osserva lo studio di Eurostat, dopo il picco del 1993 quando la spesa sociale negli allora 15 Stati membri raggiunse il 28,7% del Pil complessivo, nel 2000 si registrava un più basso 26,9% che però dal 2001 ha ripreso a salire costantemente fino a raggiungere il 27,6% a fine 2004 nell’Ue a 15. Nello stesso periodo, la spesa per protezione sociale nel complesso dell’Ue, intanto allargatasi a 25 Stati, è stata dello 0,3% più bassa che nei soli 15 “vecchi” Stati membri. In alcuni Paesi, quali Belgio, Irlanda, Lussemburgo e Portogallo, l’aumento della spesa sociale è stato maggiore dell’incremento del Pil; in altri invece, soprattutto nei nuovi Stati membri, a fronte di una significativa crescita del Pil si è registrata una diminuzione della spesa sociale: è il caso di Repubblica Ceca, Cipro, Lettonia, Ungheria, Polonia e Slovacchia.
Secondo stime fornite da 14 Stati membri (che nel 2004 erano stati protagonisti di circa il 90% della spesa sociale dell’intera Ue-25), complessivamente l’incremento della spesa per protezione sociale è stato inferiore all’incremento del Pil nel 2005, stabilizzandosi intorno al 27,3% del Pil. La quota di spesa sociale è cresciuta leggermente solo in Grecia, Francia e Finlandia ed ha riguardato principalmente i sussidi alle famiglie (+1,5%).

soprattutto pensioni
Le pensioni e i sussidi di sopravvivenza costituiscono la quota principale di spesa per protezione sociale nell’Ue: quasi il 46% del totale, che equivale a circa il 12% del Pil dell’Ue. Tale quota è particolarmente elevata in Italia, dal momento che costituisce oltre il 61% della spesa sociale e rappresenta circa il 15,4% del Pil. Un fattore determinante è rappresentato dall’alta percentuale di popolazione ultrasessantenne in Italia: più del 25%, rispetto al 21,7% della media comunitaria. Oltre all’Italia, fanno registrare quote rilevanti di spesa per pensioni e sussidi di sussistenza anche Polonia (60,1%), Malta (51,2%), Grecia (50,9%) e Lettonia (50%). Viceversa, anche perché registra la popolazione più giovane d’Europa, l’Irlanda è lo Stato membro dove questa quota di spesa sociale è più bassa: solo il 23%, che equivale al 3,8% del Pil. La spesa per malattie e cure sanitarie equivale al 28% circa della spesa sociale nell’Ue (7,4% del Pil), i sussidi per disabilità e invalidità l’8,1% (ma in Svezia, Danimarca, Lussemburgo e Finlandia superano il 13%, mentre in Grecia, Francia, Irlanda e Cipro sono inferiori al 6%). Seguono le spese per infanzia e famiglie, che riguardano il 7,8% della spesa sociale comunitaria, ma anche per questa voce di spesa le differenze sono notevoli tra gli Stati membri: oltre il 12% e fino al 17% in Lussemburgo, Irlanda, Danimarca, Estonia e Ungheria, meno del 5% in Spagna, Italia, Polonia e Olanda.
Infine i sussidi di disoccupazione, che rappresentano circa il 6,5% della spesa per protezione sociale nell’Ue (1,7% del Pil complessivo). Mentre però in Spagna e Belgio questa quota di spesa sociale supera il 12%, in Estonia, Lituania, Italia, Regno Unito e Ungheria non raggiunge il 3% della spesa totale.

INFORMAZIONI: http://epp.eurostat.ec.europa.eu

Tabella 1

Tabella 2

il lavoro a termine è sempre meno una scelta


I contratti di lavoro a tempo determinato sono in aumento in tutta Europa, soprattutto quelli che non sono conseguenza di una scelta volontaria del lavoratore bensì accettati come unica possibilità di lavoro. I dati contenuti in uno studio pubblicato in agosto da Eurostat, seppur non aggiornatissimi perché riguardano il periodo 2000-2005, sono piuttosto indicativi di una tendenza generale orientata verso la maggior precarietà del lavoro. Circa il 15% delle donne e il 14% degli uomini occupati era impiegato in lavori con contratti a termine nell’Ue a 25 Stati membri nel 2005, una parte significativa di essi perché non è riuscita a trovare impieghi permanenti: il 7,5% delle donne e il 6,7% degli uomini occupati erano infatti impiegati involontariamente in lavori a tempo determinato, percentuali che hanno fatto registrare un costante incremento nel periodo 2000-2005. Circa un terzo delle donne e degli uomini occupati di età inferiore ai 30 anni aveva contratti di lavoro temporanei nel 2005 e circa il 40% di essi non aveva scelto questo tipo di contratti. I lavoratori temporanei involontari sono prevalentemente poco qualificati, sono impiegati soprattutto in agricoltura e nel lavoro domestico e, in percentuali piuttosto elevate (il 43% delle donne e il 48% degli uomini), hanno contratti di lavoro di durata inferiore ai sei mesi.

la Spagna su tutti
La quota di lavoratori impiegati con contratti a termine varia sensibilmente tra gli Stati membri dell’Ue. Ad esempio, nel 2005 il 35% delle donne e il 32% degli uomini occupati lavoravano con queste forme di contratti in Spagna, circa il 25% di uomini e donne in Polonia, oltre il 20% delle donne e percentuali di poco inferiori per gli uomini in Portogallo e Finlandia. Viceversa, la quota di impieghi a tempo determinato era molto bassa sia per gli uomini che per le donne in Irlanda e Romania (sotto il 4%), nel Regno Unito, in Slovacchia e a Malta (meno del 6%). In Lituania, invece, la percentuale di uomini occupati con contratti a termine era più che doppia rispetto alle donne, ma va sottolineato che questo è uno dei soli quattro Paesi dell’Ue (insieme a Lettonia, Ungheria e Polonia) dove si è registrato un tasso di tali contratti maggiore tra gli uomini che tra le donne.

una scelta forzata
Tra i vari motivi per cui un lavoratore si trova in condizioni di lavoro a tempo determinato è sempre più frequente quello forzato, cioè quando non è il lavoratore a scegliere liberamente il lavoro a termine ma è costretto a farlo pur di lavorare, perché non riesce a trovare un impiego permanente. Una condizione che nel 2005 riguardava circa la metà delle donne e degli uomini che nell’Ue avevano contratti a termine, ma anche in questo caso con differenze significative tra gli Stati membri. La percentuale di lavoratori a termine involontari era particolarmente elevata in Spagna: oltre il 24% delle donne e circa il 22% degli uomini occupati; più bassa, ma comunque elevata, per le donne a Cipro (18,5%), in Finlandia (oltre il 15%) e in Portogallo (circa 14%). Percentuali invece molto basse di lavoratrici a termine involontarie si registravano in Germani, Irlanda, Lettonia, Lussemburgo, Austria, Romania, Regno Unito e, fuori dall’Ue, in Norvegia: tutti intorno o al di sotto del 2%, percentuali peraltro simili a quelle riguardanti gli uomini.

aumento tra il 2000 e il 2005
Nel quinquennio 2000-2005 il numero delle persone occupate a tempo determinato è generalmente aumentato nell’Ue: dal 14,1% al 14,9% tra le donne e dal 12,5% al 13,9% tra gli uomini. È aumentato anche il numero dei lavoratori a termine involontari, in misura leggermente maggiore e in modo più diffuso tra gli Stati membri dell’Ue. Generalmente, il lavoro a termine involontario è aumentato per le donne nella maggior parte dei Paesi europei e tra gli uomini in quasi tutti i Paesi dove ciò è avvenuto per le donne. Un incremento particolarmente elevato (oltre 2 punti percentuali) in Repubblica Ceca, Polonia, Cipro, Portogallo e Slovenia. In otto Paesi, invece, il tasso è diminuito tra le donne, ma solo in Irlanda, Spagna e Lettonia il calo è stato superiore a un punto percentuale.

precarietà per i giovani
Sono soprattutto i giovani al di sotto dei 30 anni a lavorare con contratti a tempo determinato: oltre il 30% dei giovani occupati nel 2005, percentuale più che doppia rispetto a quella complessiva che riguarda tutte le età. Inoltre, una parte consistente di essi, stimata mediamente nell’ordine del 12-13%, non aveva scelto il contratto a termine ma l’ha accettato solo per poter lavorare. Anche in questo caso è la Spagna a registrare le percentuali più elevate (circa il 37%), seguita da Portogallo (26-27%) e Polonia (23-24%). Per le ragazze il lavoro a termine involontario è frequente anche a Cipro, in Svezia e in Finlandia (con percentuali superiori al 20%), Paesi dove invece va meglio per i ragazzi (almeno 7 punti percentuali in meno). Austria e Regno Unito presentano invece le percentuali più basse per le ragazze (sotto il 2%) e molto basse anche tra i ragazzi. In generale, in tutti i Paesi dell’Ue il tasso di lavoro a termine involontario tra i giovani con meno di 30 anni è simile tra i sessi oppure più elevato tra le ragazze, con un’unica eccezione rilevata in Slovacchia, dove la percentuale maschile è 2 punti percentuali superiore a quella femminile.

a rischio i poco qualificati

Uomini e donne occupati in mansioni semplici e poco qualificate hanno molte più probabilità di essere sottoposti involontariamente a contratti a termine: oltre il 13% delle lavoratrici e oltre il 15% dei lavoratori con bassi livelli di qualifica professionale. Viceversa, solo l’1% circa di uomini e donne con mansioni manageriali si trovano in questa situazione. In tutti i gruppi occupazionali, comunque, sono sempre le donne a trovarsi maggiormente nelle condizioni di lavoro a termine involontario. Tra il 2000 e il 2005 i contratti a termine involontari sono aumentati praticamente in tutti i tipi di occupazione (con l’eccezione del lavoro femminile agricolo specializzato), ma per quanto concerne i lavoratori poco qualificati e quelli del settore vendite/servizi l’aumento è stato particolarmente rilevante, soprattutto per le donne.

termini molto brevi
Un gran numero di uomini e donne che lavorano involontariamente a tempo determinato, poi, ha contratti decisamente brevi: nel 2005, il 43% delle donne e il 48% degli uomini in questa condizione lavorativa nell’Ue avevano contratti di durata inferiore ai 6 mesi; non andava molto meglio per circa il 35% delle donne e il 29% degli uomini che avevano contratti superiori ai 6 mesi ma comunque inferiori a un anno. Complessivamente, quindi, circa il 78% di lavoratrici e lavoratori a termine involontari avevano la garanzia del lavoro per meno di un anno. Anche in questo caso è la Spagna il primo Paese dell’Ue, infatti contratti inferiori ai 6 mesi nel 2005 riguardavano il 64% delle donne e il 62% degli uomini occupati involontariamente a tempo determinato, mentre solo il 7% delle lavoratrici e il 12% dei lavoratori in questa situazione avevano un contratto di durata uguale o superiore a un anno.
In Repubblica Ceca, Germania, Grecia, Cipro, Portogallo, Finlandia e Romania, invece, i contratti inferiori ai 6 mesi riguardavano meno del 30% delle donne occupate involontariamente a termine, mentre per gli uomini la percentuale era leggermente superiore in tutti questi Paesi e specialmente in Grecia e Finlandia, dove saliva al 40% circa. In Germania, Grecia e Romania, poi, un numero relativamente elevato di uomini e donne aveva contratti di durata compresa tra i 6 mesi e un anno, mentre negli altri quattro Paesi con percentuali relativamente basse di contratti inferiori ai 6 mesi (Repubblica Ceca, Cipro, Portogallo e Finlandia), la percentuale di lavoratori con contratti inferiori a un anno era molto più bassa rispetto alla media europea e la percentuale di contratti di un anno o più era superiore alla media dell’Ue.

INFORMAZIONI: http://epp.eurostat.ec.europa.eu/portal/page?_pageid=1073,46587259&_dad=portal&_schema=PORTAL&p_product_code=KS-SF-07-098

Tabella 3
Tabella 4

“flexicurity”: critiche alla Commissione

Resta acceso il dibattito europeo sulla cosiddetta flexicurity, cioè sulla necessità di definire strategie comuni che prevedano allo stesso tempo più flessibilità nei rapporti di lavoro e maggior sicurezza per i lavoratori. Dopo il tanto discusso Libro Verde sulla modernizzazione del diritto del lavoro nell’Ue, pubblicato dalla Commissione europea nel novembre 2006, alla fine del giugno scorso l’esecutivo europeo ha reso nota una comunicazione che rappresenta la seconda tappa di un percorso che si dovrebbe chiudere con un documento previsto per il Consiglio europeo del prossimo dicembre. In luglio, poi, è giunta la risposta del Parlamento europeo, che con una risoluzione approvata a maggioranza dalla plenaria ha lanciato un monito alla Commissione, criticandone l’approccio generale alla materia e riaffermando la necessità di mantenere solidi alcuni elementi centrali quali i diritti di tutti i lavoratori e il ruolo fondamentale del dialogo sociale.

la comunicazione della Commissione
Obiettivo della comunicazione resa nota dalla Commissione europea era di indicare agli Stati membri dell’Ue linee guida e principi comuni che permettano un adattamento della Strategia europea per la crescita e l’occupazione (Strategia di Lisbona) alle nuove sfide derivanti dalla globalizzazione economica, le quali hanno evidenti ricadute sul mercato del lavoro europeo in termini economici e sociali. A tale scopo, secondo la Commissione, è necessario definire una strategia comune di flexicurity, fondamentale per promuovere la competitività, l’occupazione e la soddisfazione di datori di lavoro e lavoratori. Flessibilità e sicurezza possono rafforzarsi reciprocamente, sostiene la Commissione che individua alcuni ambiti in cui gli Stati membri dell’Ue dovrebbero concentrare le politiche di flexicurity: rafforzare l’attuazione della strategia per la crescita e l’occupazione e corroborare il modello sociale europeo; trovare un equilibrio tra diritti e responsabilità; adattare la flexicurity a esigenze e sfide diverse che gli Stati membri si trovano ad affrontare; ridurre il divario tra coloro che hanno un’occupazione atipica, a volte precaria (outsider), e coloro che hanno un’occupazione permanente (insider); sviluppare la flexicurity interna ed esterna, aiutando i lavoratori ad avanzare nella carriera (interna) e a progredire attraverso il mercato del lavoro (esterna); sostenere la parità dei generi e promuovere le pari opportunità per tutti; produrre politiche equilibrate per determinare una situazione che vada a vantaggio di tutti e alimentare un clima di fiducia tra le parti sociali, le autorità pubbliche e gli altri interessati; assicurare un’equa distribuzione di costi e benefici derivanti dalle politiche di flexicurity e contribuire a politiche finanziarie valide ed economicamente sostenibili.

sindacati europei critici
La risposta dei sindacati europei alle proposte della Commissione è stata chiara e densa di preoccupazione per un approccio basato su un «pregiudizio ideologico» che minaccia il modello sociale europeo. Secondo la Confederazione europea dei sindacati (Ces), infatti, la comunicazione e il Libro Verde della Commissione vanno in senso contrario all’assicurazione di protezione e stabilità dell’occupazione: «Siamo preoccupati per l’aumento del lavoro precario in Europa. Concedere alle imprese più libertà nei licenziamenti, cosa che sembra essere al centro della comunicazione della Commissione, non potrà che aggravare la situazione. Migliori impieghi, di migliore qualità, rappresentano la vera soluzione alla segmentazione del mercato del lavoro e all’esclusione sociale e non più lavori precari per tutti», ha dichiarato il segretario generale della Ces, John Monks.

motivazioni dell’Europarlamento
Le proposte e l’approccio generale della Commissione sulla flexicurity sono poi state discusse dal Parlamento europeo, che l’11 luglio si è pronunciato in sessione plenaria. Varie le motivazioni sostenute dall’Europarlamento per spiegare la risoluzione adottata. Secondo il Parlamento europeo, infatti, il Libro Verde rappresenta «la prosecuzione della scuola di pensiero che considera essenziale creare un quadro del diritto del lavoro maggiormente flessibile», ma ciò «non significa compiere un arretramento radicale rispetto alle norme obbligatorie di sicurezza dell’occupazione». La creazione di nuove norme e definizioni uniformi a livello di Unione europea dovrebbe essere affrontata «con particolare cautela», sostengono i deputati europei, secondo i quali «non occorre cercare di eliminare le differenze tra forme tradizionali e alternative di occupazione». Infatti, la definizione di norme minime comuni per tutte le forme di occupazione «non solo risulterebbe estremamente difficile», ma potrebbe portare alla «creazione di ulteriori barriere di accesso al mercato del lavoro legale per numerosi gruppi sociali, compresi quelli maggiormente a rischio di emarginazione» osserva il Parlamento.
Una nota particolare è poi riservata all’importanza del dialogo sociale, necessario in tutti i Paesi dell’Ue. Oltre a valorizzare il dialogo a livello europeo e nazionale, secondo l’Europarlamento «sarebbe opportuno porre l’accento sull’importanza del dialogo a livello settoriale, che fornisce un quadro più efficace per rispondere all’evoluzione delle condizioni del mercato». Questo perché «un dialogo sociale costruttivo consente di superare le tensioni e di costruire la fiducia tra lavoratori e datori di lavoro».

le critiche alla Commissione
Rispetto all’approccio della Commissione europea sulla flexicurity, il Parlamento europeo «non condivide affatto il quadro analitico presentato nel Libro Verde», perché afferma che il contratto standard a tempo indeterminato è superato, aumenta la segmentazione del mercato del lavoro e accentua la separazione tra lavoratori “integrati” e lavoratori “esclusi”. L’Europarlamento sottolinea come recenti studi abbiano dimostrato che «non vi sono prove del fatto che riducendo la protezione contro il licenziamento e indebolendo i contratti di lavoro standard si possa agevolare la crescita dell’occupazione», mentre l’esempio dei Paesi scandinavi «dimostra chiaramente» che un elevato livello di protezione dal licenziamento e delle norme sul lavoro è pienamente compatibile con un’elevata crescita dell’occupazione. Il Parlamento «si rammarica» del fatto che la Commissione si concentri sul diritto del lavoro individuale, e la esorta a «privilegiare e promuovere» il diritto del lavoro collettivo quale mezzo per incrementare sia la flessibilità che la sicurezza per lavoratori e datori di lavoro. Deplorando il fatto che le parti sociali non siano state consultate come previsto dall’art. 138 del Trattato CE, i deputati europei affermano che il miglioramento del diritto del lavoro deve «essere coerente» con i principi della Carta dei diritti fondamentali e deve «rispettare e salvaguardare i valori del modello sociale europeo e i diritti sociali consolidati».

diritti come priorità
La risoluzione approvata dall’Assemblea europarlamentare indica le priorità per una riforma del diritto del lavoro: l’estensione della protezione di quanti lavorano grazie a forme atipiche di occupazione; il chiarimento dell’ambito del lavoro dipendente e della zona grigia esistente tra lavoratori autonomi e lavoratori con rapporto di lavoro dipendente; la lotta contro il lavoro sommerso; la facilitazione dei passaggi tra regimi diversi di occupazione e disoccupazione.
Rilevando che i rapporti di lavoro «sono stati soggetti a sconvolgimenti profondi nel corso dell’ultimo decennio», gli eurodeputati riaffermano che «il contratto di lavoro a tempo pieno ed indeterminato è la forma comune del rapporto di lavoro e come tale deve essere considerato come il punto di riferimento per una coerente applicazione del principio di non discriminazione». Per questo motivo, l’Europarlamento ritiene che il diritto europeo del lavoro debba «rafforzare i contratti di lavoro a tempo indeterminato quale forma comune dei rapporti di lavoro», prevedendo «un’adeguata» protezione sociale e sanitaria e «assicurando il rispetto dei diritti fondamentali». Qualsiasi forma di lavoro, anche non standard, indipendentemente dalla posizione lavorativa deve essere associata a un nucleo di diritti, che secondo il Parlamento devono comprendere: la parità di trattamento, la protezione della salute e della sicurezza dei lavoratori e norme sul tempo di lavoro e di riposo, la libertà di associazione e rappresentazione, il diritto alla contrattazione e all’azione collettive e l’accesso alla formazione.
Infine, l’Europarlamento esprime la sua «profonda convinzione» che la creazione di posti di lavoro precari e mal pagati «non sia una risposta adeguata» alle tendenze di delocalizzazione che interessano un numero crescente di settori: «Gli investimenti nella ricerca, nello sviluppo, nella formazione e nell’apprendimento lungo tutto l’arco della vita potranno per contro rilanciare i settori che soffrono attualmente di una mancanza di competitività».

INFORMAZIONI: http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-//EP//TEXT+TA+P6-TA-2007-0339+0+DOC+XML+V0//IT&language=IT

CES: L'EUROPARLAMENTO DA RAGIONE AI SINDACATI

La Confederazione europea dei sindacati (Ces) ha accolto con soddisfazione il voto espresso dalla sessione plenaria del Parlamento europeo lo scorso 11 luglio, a favore di un approccio più equilibrato sul tema della riforma del diritto del lavoro nell’Ue.
In maggio, la stessa Ces aveva criticato duramente il progetto iniziale di rapporto del Parlamento sul Libro Verde della Commissione europea “Modernizzare il diritto del lavoro”, considerandolo un’analisi parziale e semplificata dei problemi attuali che caratterizzano i mercati del lavoro dei Paesi membri dell’Ue. Quel progetto di rapporto, infatti, rimproverava al diritto del lavoro tradizionale di costituire un ostacolo alle possibilità di impiego senza offrire, a un numero crescente di lavoratori precari, un’effettiva prospettiva di migliore occupazione.
Soddisfazione è invece stata espressa dalla Ces per il messaggio lanciato alla Commissione dal testo definitivo dell’Europarlamento: la modernizzazione del diritto del lavoro deve implicare una protezione adeguata, l’uguaglianza di trattamento e la qualità del posto di lavoro per tutti i lavoratori, anche quelli atipici e precari, ma i contratti a tempo indeterminato devono restare la norma. Il Parlamento inoltre, sottolinea la Ces, affronta anche la questione cruciale dell’applicazione delle norme sul lavoro e dell’assunzione di misure appropriate ad ogni livello, anche a livello europeo.
«Ora ci aspettiamo che la Commissione tenga conto di questo messaggio quando darà seguito al Libro Verde» ha detto il segretario generale della Ces, John Monks, osservando come l’agenda di Lisbona abbia l’obiettivo della crescita dei posti di lavoro in quantità e qualità. «La qualità dei contratti in termini di sicurezza, di tutela e di diritti, è una componente essenziale della qualità del lavoro. È ora che la Commissione ponga termine a un dibattito assurdo che si incentra sulla pretesa contraddizione tra sicurezza sul lavoro e sicurezza del lavoro, dibattito che non ha altro effetto che quello di creare contrapposizioni tra lavoratori. Nel XXI secolo tutti i lavoratori hanno bisogno tanto di sicurezza al lavoro quanto di sicurezza del lavoro in caso di transizione da un’occupazione a un’altra: è di questo che stiamo discutendo nel dibattito sulla flexicurity», ha dichiarato il leader dei sindacati europei.

INFORMAZIONI: http://www.etuc.org

poco flessibili orari e tempi di lavoro

Un elemento chiave della Strategia europea per l’occupazione è quello di migliorare la situazione attuale assicurando eguale accesso al lavoro a donne e uomini, cosa possibile solo mettendo uomini e donne nelle condizioni migliori per conciliare gli impegni lavorativi con la vita e le responsabilità familiari. A questo fine sarebbe importante una flessibilità di orari e tempi del lavoro, condizione ancora poco praticata nell’Ue come dimostra un recente studio di Eurostat in materia: i tre quarti delle lavoratrici e dei lavoratori di età compresa tra i 29 e i 45 anni, cioè più impegnati nella cura dei figli, lavorano con orari fissi e solo un quarto può usufruire di qualche forma di flessibilità, recuperando le ore o i giorni di non lavoro; di questi, solo poco più del 10% ha la possibilità di concordare la definizione di orari variabili. Quel che è peggio, è che generalmente le donne hanno minor accesso alla flessibilità degli orari rispetto agli uomini, fatto che compromette notevolmente la possibilità di conciliare lavoro e responsabilità familiari.
Questo nella media dei 21 Paesi esaminati da Eurostat con dati relativi al 2004 (degli altri 6 non sono disponibili i dati), ma esistono grandi differenze tra i singoli Stati membri. A Cipro, Malta, in Grecia, Slovenia e Romania, ad esempio, oltre il 90% dei lavoratori (uomini e donne) ha orari fissi o appena sfasati, quindi non flessibili, mentre in Estonia, Italia e Portogallo una percentuale altrettanto elevata riguarda le donne al lavoro e per gli uomini è appena inferiore. Solo in Danimarca la percentuale di donne e uomini con orari di lavoro fissi è inferiore al 50%, mentre in Germania si registra una situazione simile per gli uomini ma per le donne la percentuale sale al 53%. Nel resto dell’Ue, gli orari fissi riguardano meno dei due terzi di lavoratrici e lavoratori solo in Austria e Finlandia, mentre nel Regno Unito ciò è vero solo per gli uomini.
Se poi si prendono in considerazione le differenze tra lavoratori con famiglia e figli e quelli senza, i risultati sono sorprendenti: oltre il 76% delle donne con figli, sposate o conviventi, lavora a orari fissi o poco flessibili, cioè circa 10 punti percentuali in più delle donne single e senza figli. Inoltre, tra le donne sole con figli la percentuale di quelle che lavorano a orari fissi è maggiore (circa il 74%) di quella che riguarda le donne senza figli. E ciò accede anche nei Paesi dov’è maggiore la flessibilità generale degli orari: in Germania, ad esempio, solo il 42% circa delle donne sposate/conviventi con figli ha orari più o meno flessibili, percentuale che sale al 52% per le donne single senza figli.

INFORMAZIONI: http://epp.eurostat.ec.europa.eu

Tabella 5

più cooperazione nella Politica di vicinato

Si e tenuta a Bruxelles il 3 settembre scorso la prima Conferenza fra l’Unione europea e i Paesi direttamente coinvolti nella Politica europea di vicinato (Pev), situati alle immediate frontiere orientali e meridionali dell’Ue: Ucraina, Moldova, Bielorussia, Georgia, Armenia, Azerbaijan, Algeria, Marocco, Tunisia, Egitto, Giordania, Libano, Libia, Siria, Autorità Palestinese e Israele.
L’obiettivo era quello di discutere il futuro della Politica di vicinato e in particolare di come differenziarla e rafforzarla di fronte a Paesi partners che, politicamente, geograficamente e strategicamente parlando, hanno situazioni, aspirazioni e approcci tanto diversi quanto sensibili per la stabilità e la sicurezza dell’Unione europea. La Politica di vicinato, nata in previsione del grande allargamento ad est del 2004 e diventata inevitabile complemento del processo di Barcellona (cooperazione euromediterranea) a sud, ha mosso i suoi primi passi politici sulla base di obiettivi divergenti, cioè da una parte l’offerta di avvicinamento all’Europa attraverso la partecipazione alle strutture del mercato interno, dall’altra la necessità per l’Ue di contrastare le “minacce” provenienti da questi stessi vicini, quali la criminalità transfrontaliera, il terrorismo e l’immigrazione clandestina. Con i recenti sviluppi sul mercato internazionale dell’energia, l’Unione europea ha, infine, un ulteriore interesse di buon vicinato con alcuni di questi Paesi, grandi produttori ed esportatori o semplicemente di transito delle fonti energetiche.
La Conferenza ha quindi messo in evidenza proposte, aspettative e richieste che hanno avuto il merito di chiarire sia le posizioni dell’Unione europea che quelle dei Paesi partner. Chiarezza che, allo stato attuale, ha anche messo in evidenza alcune divergenze di fondo. Da parte dell’Ue, tre sono stati in particolare i temi proposti per la discussione: il rafforzamento dell’integrazione economica, l’energia e i cambiamenti climatici, la mobilità delle persone.
Il rafforzamento dell’integrazione economica dei Paesi partner prospetta a lungo termine un’area comune in cui beni, servizi e capitali potranno circolare liberamente. Una prospettiva interessante visto che l’Unione europea rappresenta oggi un mercato potenziale di ben 500 milioni di consumatori, ma che presuppone anche sforzi significativi da parte dei Paesi interessati per adeguarsi alle regole di un mercate vivace e competitivo. In tema di energia, l’Unione europea punta ad ampiare a livello regionale la cooperazione e il partenariato in questo settore. Accordi bilaterali sono già stati conclusi con l’Azerbaijan, il Marocco e l’Ucraina e nuovi accordi sono stati proposti ad Algeria ed Egitto. Anche qui, la prospettiva offerta è quella di un mercato integrato che offra maggiori garanzie di sicurezza e stabilità ai consumatori, ai produttori e ai Paesi di transito di gas e petrolio. Ed infine, la mobilità delle persone. Se da una parte l’Unione europea si è impegnata a sostenere una maggiore mobilità e accoglienza per studenti e imprenditori, attraverso una semplificazione delle procedure per i visti e nuove opportunità nelle università, dall’altra ha messo significativamente in evidenza l’esigenza di una più forte cooperazione per la lotta all’immigrazione illegale e clandestina. La proposta di un “Partenariato per la mobilità”, quote, visti temporanei e un’adeguata sorveglianza del mercato del lavoro su offerta e richiesta di manodopera, sono gli strumenti proposti per promuovere un’immigrazione legale, inserita e socialmente protetta. Benché queste proposte volte a rafforzare la Politica di vicinato siano state accolte con interesse da parte dei partner, questi ultimi hanno tuttavia messo in evidenza l’interesse a una dimensione più politica e globale di queste relazioni, una dimensione che chiede all’Europa di giocare più a fondo quel ruolo di attore che la sua legittimità e il suo impegno finanziario le hanno giustamente conferito. Non solo, ma un Paese come l’Ucraina ha chiaramente indicato i limiti di una tale politica nei suoi confronti, viste la sua posizione geopolitica e le sue aspirazioni a diventare Paese membro dell’Ue. A questo proposito, l’Unione europea è stata chiara fin dall’inizio delle discussioni, sottolineando che la Politica di vicinato non costituisce in alcun modo un percorso verso l’adesione. Sta di fatto che la stabilità e la sicurezza dell’Ue dipendono in gran parte dall’evoluzione delle sue relazioni con i Paesi alle sue immediate frontiere, e stabilità e sicurezza significano anche relazioni sostenute dai valori fondanti dell’Unione europea stessa, e cioè democrazia e stato di diritto. (Adriana Longoni)

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/world/enp/index_en.htm

ACCORDI CON I BALCANI SULLA CIRCOLAZIONE DELLE PERSONE

Sono stati siglati a Bruxelles nove accordi di riammissione e facilitazione del visto tra l’UE e i Paesi dei Balcani occidentali, che rafforzano la cooperazione in settori sensibili quali le migrazioni e la circolazione delle persone. Nel complesso, tali accordi mirano ad agevolare il rilascio dei visti di soggiorno di breve durata per l’UE ai cittadini di Albania, Bosnia Erzegovina, Montenegro, Serbia e Macedonia, specie a quelli che viaggiano più di frequente, fissando nel contempo regole chiare contro l’immigrazione illegale. Infatti, gli accordi di riammissione definiscono in modo chiaro gli obblighi e le procedure cui sia le autorità dei Paesi dei Balcani occidentali sia quelle degli Stati membri dell’UE devono attenersi per quanto riguarda le modalità e i tempi di riammissione dei cittadini che risiedono illegalmente nei territori oggetto degli accordi. Gli accordi si applicano ai cittadini in posizione irregolare di entrambe le parti, ma anche ai cittadini di Paesi terzi e agli apolidi in posizione irregolare, purché esista un chiaro legame tra questi e la parte richiesta (per esempio, un visto o un permesso di soggiorno). La conclusione degli accordi di riammissione e facilitazione del visto è prevista per il novembre del 2007, il compimento del processo di ratifica e l’attuazione degli accordi entro il 1° gennaio 2008.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/enlargement/index_it.htm

spesa più efficiente nell’Ue:
relazione finanziaria 2006

Una valutazione positiva sulla gestione dei fondi europei quella contenuta nella Relazione finanziaria dell’Unione europea per il 2006, pubblicata lo scorso 24 settembre. «L’esercizio 2006 chiude il periodo finanziario precedente, durante il quale si è assistito a un aumento di circa il 70% della spesa finalizzata alla competitività per la crescita e l’occupazione» ha affermato la commissaria europea per la Programmazione finanziaria e il Bilancio, Dalia Grybauskaité. In generale, la relazione constata che la modernizzazione della spesa ha consentito di aumentare i fondi per la competitività; un controllo e una pianificazione migliori hanno assicurato livelli storicamente elevati del tasso di esecuzione del bilancio, mentre il sostanziale aumento della parte di bilancio destinata ai nuovi Stati membri ha garantito una maggiore partecipazione di questi alle politiche dell’Unione.

principali beneficiari nel 2006
Nel 2006, i fondi direttamente consacrati alla competitività sono aumentati del 19% rispetto al 2005. Dei 106,6 miliardi di euro spesi nel 2006, infatti, oltre il 37% è servito a promuovere la coesione e la competitività per la crescita e l’occupazione in tutti gli Stati membri: il 35% è andato in aiuti diretti e per le spese connesse al mercato; il 12% allo sviluppo rurale, alla pesca e all’ambiente; il 5% è stato destinato a potenziare il ruolo dell’Ue quale partner globale.
Il 91% della spesa dell’Ue, ovvero oltre 97,4 miliardi di euro, è andato a beneficio degli allora 25 Stati membri. I maggiori beneficiari, che complessivamente hanno ricevuto 57,8 miliardi di euro cioè quasi il 60% della spesa totale, sono stati i cinque Paesi più grandi per numero di abitanti: Francia (13,5 miliardi di euro), Spagna (12,9 miliardi di euro), Germania (12,2 miliardi di euro), Italia (10,9 miliardi di euro) e Regno Unito (8,3 miliardi di euro, al netto della correzione 2006 pari a 5,2 miliardi di euro).
Per quanto riguarda l’assegnazione dei fondi per interventi strutturali, la Spagna è stato il primo Paese beneficiario (5,8 miliardi di euro, ovvero il 17,8% del totale Ue), seguita da Italia (14%), Germania (13,6%), Grecia (11,1%) e Regno Unito (9,3%). Alla voce agricoltura, invece, come nei precedenti esercizi la quota maggiore di trasferimenti è andata alla Francia (10,1 miliardi di euro, ovvero il 20,3% del totale Ue), seguita da Spagna e Germania (rispettivamente con il 13,4% e il 13,2%), Italia (11%) e Regno Unito (8,7%).

fondi ai nuovi Stati membri
La parte di bilancio destinata ai 10 Paesi entrati nell’Ue nel 2004 è passata da 2,4 a 11,5 miliardi di euro, ovvero quasi il 12% della spesa totale all’interno dell’intera Ue a 25 Stati. Tra questi nuovi Stati membri i principali beneficiari sono stati: Polonia (5,3 miliardi di euro, 1,3 miliardi di euro in più rispetto al precedente esercizio), Ungheria (1,8 miliardi di euro, 0,5 miliardi in più) e Repubblica Ceca (1,3 miliardi di euro, 0,3 miliardi in più). A Romania e Bulgaria, entrati nell’Ue nel 2007, il bilancio 2006 ha riservato quasi 1,1 miliardi di euro in pagamenti di preadesione.
«Nell’insieme, si tratta di un risultato positivo per tutti i nuovi Stati membri che hanno ricevuto più fondi dalle casse dell’Ue rispetto al 2005, anche se, per il 2007, si spera in risultati migliori, specie per quanto riguarda la politica di coesione», ha precisato la commissaria europea Grybauskaité.

trasferimenti nel periodo 2000-2006
Prendendo in considerazione complessivamente i sette anni dell’esercizio 2000-2006, la Spagna è stata la principale beneficiaria di fondi europei (99,5 miliardi di euro su tutto il periodo), seguita da Francia (89,6 miliardi di euro), Germania (79,1 miliardi di euro), Italia (70,2 miliardi di euro) e Regno Unito (50,2 miliardi di euro, al netto della correzione pari a 36,6 miliardi di euro sull’insieme del periodo). Nel riassumere il periodo 2000-2006, la commissaria Grybauskaité ha constatato che i maggiori aumenti di spesa dell’Ue sono stati registrati in materia di libertà, di sicurezza, giustizia e cittadinanza (+78%) e competitività per la crescita e l’occupazione (+68%), tendenza destinata a rafforzarsi ulteriormente nel periodo 2007-2013. Tra i 10 Paesi entrati nell’Ue nel 2004, invece, nel periodo di adesione (2004-2006) il maggior beneficiario è stata la Polonia (12,1 miliardi di euro), seguita da Ungheria (3,9 miliardi di euro), Repubblica Ceca (3,2 miliardi di euro), Lituania (2 miliardi di euro) e Slovacchia (1,7 miliardi di euro).

contributi nazionali
Nel 2006, il totale dei contributi nazionali al bilancio dell’Ue ha raggiunto gli 87,3 miliardi, con un aumento di 0,6 miliardi di euro rispetto all’anno precedente. Germania (20,1% del totale Ue), Francia (17,6%), Italia (13,7%), Regno Unito (11,3%, dopo correzione) e Spagna (9,9%) si sono confermati come principali contribuenti. Le rimanenti entrate sono imputabili a risorse proprie (dazi doganali, diritti agricoli e contributi del settore saccarifero per 15 miliardi di euro) raccolte dagli Stati membri in nome dell’Unione, all’avanzo del bilancio 2005 (2,4 miliardi) e a risorse varie (3,7 miliardi). Va segnalato che il bilancio dell’Ue, in rapporto alla sua ricchezza, si è relativamente ridotto lo scorso anno allo 0,93% del reddito nazionale lordo europeo, rispetto allo 0,97% del 2005. Il tasso di esecuzione ha invece raggiunto il 99,3% nel 2006, un progresso rispetto agli esercizi precedenti imputabile principalmente a migliori controllo e pianificazione da parte dei servizi della Commissione e al sistema di allerta rapida introdotto dal lavoro congiunto di Commissione, Parlamento europeo e Stati membri.

INFORMAZIONI: http://europa.eu/rapid/pressReleasesAction.do?reference=IP/07/1380

l’approvazione del budget 2008

Gli elementi e i dati per l’avvio della procedura annuale del budget comunitario, il cui primo atto formale è il progetto preliminare presentato dalla Commissione europea lo scorso maggio, sono forniti dal quadro finanziario pluriennale, strumento con cui vengono definite con anticipo le rubriche di spesa e predeterminati (in percentuale sul Pil) i massimali dei crediti di pagamento (spese che si esauriscono nell’esercizio corrente) e di impegno (spese per le quali si impegnano risorse di competenza di più esercizi).
Il “caso” delle prospettive finanziarie 2007-2013 è stato particolarmente tormentato e sofferto: i Venticinque Stati membri dell’Ue, seduti per la prima volta attorno allo stesso tavolo a discutere di risorse e quindi anche di solidarietà tra grandi e piccoli, tra vecchi e nuovi, hanno faticato non poco a trovare l’accordo siglato nel corso del Consiglio europeo del dicembre 2005 e perfezionato nella primavera successiva sotto la presidenza austriaca.
I dati dell’accordo, rivalutati ai prezzi correnti prima della presentazione del progetto preliminare 2008, fissano il massimale dei crediti di impegno a 131,487 miliardi di euro (1,06% del Pil europeo) e il massimale dei crediti di pagamento a 129,481 miliardi di euro.

la proposta della Commissione
Le cifre da cui parte la procedura annuale sono però quelle che la Commissione ha proposto nel progetto preliminare: 129,1 miliardi in crediti di impegno (2% in più rispetto al 2007, l’1,03% del Pil) e 121,5 miliardi di euro in crediti di pagamento (0,97% del Pil, con una maggiorazione del 5,3% rispetto alle risorse 2007). È su questi numeri che i due rami dell’autorità di bilancio, Consiglio e Parlamento, dovranno trovare un accordo attraverso due successive letture e i relativi emendamenti.
La Commissione propone di stanziare la maggior parte dei crediti di impegno (44,2% del totale) a favore di politiche per la crescita e l’occupazione che, per la prima volta, superano le risorse stanziate a favore della Conservazione delle risorse naturali (43,6%). Va ricordato che è in questa rubrica che trova posto la Politica agricola comune (Pac), relativamente prossima a una riforma ma tradizionalmente destinataria della più grande parte di risorse del bilancio comunitario.

l’analisi del Consiglio

Il Consiglio dei ministri delle Finanze ha terminato la sua prima lettura il 13 luglio scorso, proponendo una riduzione sia dei crediti di impegno (128,40 miliardi) sia dei crediti di pagamento (119,41 miliardi). La prima lettura del Consiglio ha suscitato reazioni negative sia da parte della Commissione sia da parte del Parlamento, critici nei confronti della proposta di riduzione delle risorse per la ricerca e la formazione. Altre questioni che ancora fanno sembrare lontano il raggiungimento di un accordo sono le spese amministrative: Commissione e Consiglio convengono sulla necessità di nuove assunzioni, anche in virtù dei recenti allargamenti, ma non sull’ammontare di risorse da destinare a questo scopo e nemmeno sulla modalità di contrattualizzazione del nuovo personale. Resta anche aperta la delicata questione delle risorse destinate agli aiuti per Kosovo e Autorità Palestinese. Questi ultimi attengono a una materia rispetto alla quale il Parlamento non ha competenze di merito, e ciò ha fatto sorgere nella delegazione parlamentare, che si è già confrontata con il Consiglio, il sospetto di uno scavalcamento delle prerogative di autorità di bilancio dell’assise di Strasburgo.
Se ne saprà di più il 25 ottobre prossimo, quando toccherà al Parlamento esprimersi in prima lettura, poi in novembre è prevista la seconda lettura da parte del Consiglio.
(Marina Marchisio)

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/budget

Tabella 6

Birmania: appello per la democrazia

La Birmania (Myanmar), Paese soggiogato da 45 anni di dittatura militare, è da molti anni oggetto di forti critiche e denunce a livello internazionale per le gravi e costanti violazioni dei diritti umani perpetrate. Negli ultimi anni, poi, l’attenzione mondiale è aumentata soprattutto per gli attacchi del regime all’opposizione democratica e alla sua più nota rappresentante: Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace 1991, agli arresti domiciliari continuativi dal 2003 ma perseguitata dal 1990, cioè da quando vinse col suo partito (Lega nazionale per la democrazia) le elezioni poi annullate dalle forze armate.
Alla fine dello scorso agosto, in seguito allo spropositato aumento dei prezzi della benzina e di altri beni di prima necessità decisi dalla giunta militare al potere, ha preso il via una protesta popolare pacifica che si è estesa nel corso delle settimane, fino a sfociare in enormi manifestazioni di piazza. Il 24 settembre, centinaia di migliaia di persone hanno sfilato nella capitale Rangoon (Yangon) e in altre 23 città del Paese per chiedere diritti democratici, il rilascio dei prigionieri politici e la diminuzione dei prezzi. Si è trattato della più grande mobilitazione degli ultimi 20 anni, guidata da monaci e monache buddisti che hanno sfidato il divieto giunto dalla gerarchia ecclesiastica controllata dal regime e si sono rifiutati di rientrare nei monasteri. Le dimensioni della protesta e la dura repressione decisa dal regime birmano hanno costretto la comunità politica internazionale, non sempre puntuale in questi anni sulla situazione birmana, a prendere in considerazione un possibile intervento ufficiale da parte del Consiglio di sicurezza dell’Onu.
Più attenta invece l’azione della società civile internazionale, che da anni denuncia la grave assenza di diritti in Birmania. La mobilitazione ha coinvolto anche l’Italia dove, oltre a varie manifestazioni di solidarietà al popolo birmano e contro la dittatura militare e i suoi metodi, la Cisl nazionale insieme a Legambiente, Wwf e Greenpeace, ha lanciato un appello che pubblichiamo di seguito, in cui si chiede al governo italiano, agli enti locali e alle imprese italiane l’assunzione di una serie di impegni contro il lavoro forzato, per il rispetto dei diritti umani, del lavoro e dell’ambiente e per la liberazione di Aung San Suu Kyi.

appello di Cisl, Legambiente, Wwf e Greenpeace
La Birmania è un Paese martoriato da decenni di violenta dittatura, che ha imposto l’arbitrio come legge e come modalità di governo. Un Paese che ha raggiunto il triste primato di essere il primo produttore di metanfetamine al mondo, il secondo per produzione di oppio, il primo per bambini-soldato e per la presenza di lavoro forzato. Inoltre, Aung San Suu Kyi (premio Nobel per la pace 1991) da ormai 12 anni è costretta a durissimi arresti domiciliari, mentre oltre 1000 prigionieri politici sono vittime di torture e abusi durante la detenzione, a causa dei quali molti hanno perso la vita. Il regime militare si rifiuta di avviare un serio dialogo tripartito con procedure e scadenze condivise con tutte le parti interessate, a partire dalla Lega Nazionale per la Democrazia (Nld) e le organizzazioni delle nazionalità etniche, e ha lanciato un inaccettabile processo di “Convenzione Nazionale” per una Costituzione, che manterrebbe il potere nelle mani dei militari.
Centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini sono tuttora costretti al lavoro forzato, da parte sia dei militari sia delle autorità locali, e sono spesso vittime di deportazioni forzate, mentre sono comuni la detenzione e le esecuzioni, torture, stupri, utilizzati come mezzo di potere.
Continua la repressione di tutti i fondamentali diritti umani e sindacali. Gli attivisti del lavoro, le loro famiglie, amici e conoscenti vengono costantemente arrestati, torturati e condannati a pesanti pene detentive, mentre il regime militare ha dichiarato il sindacato birmano Ftub una «organizzazione terroristica».
Accanto alle violazioni dei fondamentali diritti umani e del lavoro si aggiungono la gravissima violazione dei diritti ambientali, con la distruzione e il taglio illegale delle foreste di teak, il dissennato sfruttamento minerario, la costruzione delle dighe sul fiume Salween, che ridurranno alla povertà oltre 500.000 contadini e pescatori danneggiando irrimediabilmente il delicato ecosistema locale.
Poiché tutte le principali attività economiche e produttive sono in mano o sono controllate dal regime militare o dallo Stato, l’International Labour Organization (Ilo) ha approvato nel 2000 una risoluzione che chiede a tutti i governi, agli imprenditori e alle organizzazioni sindacali «di rivedere i loro rapporti con la Birmania e di adottare le misure appropriate, affinché tale Paese membro non possa trarre profitto da questi rapporti, per perpetuare o sviluppare il sistema di lavoro forzato». A causa della persistenza del lavoro forzato, tale risoluzione è stata integrata dalla richiesta ai governi di introdurre ulteriori misure, ivi compreso nei confronti degli investimenti diretti esteri e dei rapporti con le imprese birmane statali o di proprietà di militari.

Chiediamo:

alle imprese italiane:
che hanno rapporti commerciali con la Birmania e alle multinazionali, a partire da quelle impegnate nel settore forestale, petrolifero, del gas e minerario, nei progetti di costruzione di dighe e infrastrutture - che comportano ingenti profitti per il regime, la violazione dei diritti umani, sindacali, ambientali - di sospendere i loro rapporti con questo Paese, per non contribuire a rafforzare il potere della giunta, che continua a utilizzare il lavoro forzato e la devastazione ambientale come fonte di potere.

agli enti locali, alle Regioni, al governo italiano:

• di impegnarsi attivamente per l’attuazione della risoluzione Ilo nei confronti delle imprese e di istituire un sistema di disincentivi, monitoraggio e rapporto regolare all’Ilo sul comportamento delle imprese;
• di sostenere il rafforzamento della posizione comune dell’Ue, inserendo nell’elenco delle imprese con le quali è proibito oggi promuovere accordi e collaborazioni economiche, anche le imprese di proprietà dello Stato e dei militari, così come richiesto dal governo birmano in esilio e dall’Ilo, a partire dai prodotti del settore del legno;
• di sostenere attivamente le organizzazioni democratiche e sindacali birmane e il governo in esilio;
• di continuare a fare pressione per il rilascio immediato e senza condizioni di Aung San Suu Kyi e di tutti gli altri prigionieri politici, in particolare di Myo Aung Thant, sindacalista dell’Ftub condannato all’ergastolo;
• di rifiutare il riconoscimento del processo di “Convenzione Nazionale” e la Costituzione illegittima predisposta dal regime, sostenendo invece l’impegno del movimento di opposizione democratica per la promozione di una Costituzione democratica e federale;
• di sostenere attivamente il dialogo specifico nelle istituzioni Ue, Asean (Association of South-East Asian Nations), Asem (Asia-European Meeting), Saarc (South Asian Association for Regional Cooperation) e con i Paesi più interessati, per spingere il regime militare ad avviare un efficace dialogo politico con la partecipazione di tutte le parti interessate: i gruppi etnici e la Nld, come condizioni indispensabili per l’istituzione di una vera e propria democrazia e dello stato di diritto;
• di richiedere il pieno rispetto delle foreste della Birmania e delle comunità che le abitano;
• di richiedere alle organizzazioni internazionali e regionali, comprese le istituzioni finanziarie, di interrompere i prestiti e qualunque altro progetto che coinvolga la Birmania, ad eccezione di quei casi specificamente previsti per l’attuazione delle raccomandazioni dell’Ilo e per la lotta contro Hiv/Aids, malaria e tubercolosi;
• di lavorare per l’adozione al Consiglio di sicurezza Onu di una risoluzione, che costringa la giunta a un tavolo negoziale per la democrazia con tutte le parti interessate, a partire dall’Nld e dalle organizzazioni dei gruppi etnici.

INFORMAZIONI: per firmare l’appello vedi http://www.birmaniademocratica.org


SINDACATO INTERNAZIONALE CONTRO IL REGIME BIRMANO

«Le proteste in corso da giorni in Birmania, guidate da monaci e monache buddisti, sono state represse violentemente dalla giunta militare al potere nel Paese. La Federazione dei Sindacati della Birmania, associata alla Csi/Ituc, denuncia l’azione violenta dei militari in varie località del Paese, in cui circa 700 studenti, monaci e monache sono stati picchiati dalla polizia che ha sparato enormi quantità di lacrimogeni e proiettili. Secondo alcune fonti, almeno 4 persone sarebbero morte e diverse centinaia arrestate». Inizia così un comunicato attraverso cui la Confederazione Internazionale dei Sindacati (Csi) ha preso posizione contro la violenta repressione decisa dalla dittatura militare birmana nell’ultima settimana di settembre. La Csi e i suoi partners sindacali hanno quindi lanciato un appello a tutte le organizzazioni associate per un’azione globale, anche nei pressi delle rappresentanze diplomatiche birmane in tutto il mondo, al fine di accrescere la pressione sulla giunta militare che controlla il Paese. «Accogliamo favorevolmente la riunione d’urgenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulla crisi e chiediamo un’immediata missione in Birmania di Ibrahim Gambari, l’inviato speciale del segretario generale dell’Onu» ha dichiarato il leader della Csi, Guy Ryder. Il movimento sindacale mondiale, ha aggiunto Ryder, «sta accrescendo la pressione, con manifestazioni che coinvolgono sindacalisti e vari altri esponenti della società civile in vari Paesi». La Csi si è detta «profondamente preoccupata» per la spirale di violenza derivata dall’intolleranza del regime birmano a ogni dissenso e opposizione, e «convinta che mai come ora la giunta militare deve essere posta sotto la massima pressione internazionale possibile», comprese nuove sanzioni economiche che dovrebbero riguardare alcuni settori chiave quali quelli dell’energia, del legname e delle miniere. A favore delle sanzioni, ma soprattutto di una loro effettiva applicazione, si è espresso anche il segretario generale della Confederazione europea dei sindacati (Ces), John Monks, secondo il quale «l’Unione europea deve applicare le sanzioni previste contro il regime birmano e cercare di persuadere tutti nel totale rifiuto dei metodi inumani». Inoltre, la Ces ritiene inconcepibile che le relazioni commerciali con l’Asean (Association of South East Asian Nations), che include la Birmania, possano proseguire ignorando questa situazione. Anche perché troppi soggetti pubblici e privati in questi anni hanno chiuso un occhio sulle gravi violazioni perpetrate dalla dittatura militare, continuando a fare affari con essa. Come osserva il segretario generale della Csi, Guy Ryder, «la repressione costante e la continua violazione dei diritti umani fondamentali messe in atto dalla giunta militare birmana gettano vergogna su quei governi che non hanno dato a questo problema l’attenzione che meritava e sugli interessi commerciali che hanno permesso alla giunta birmana di restare al potere a terribile danno dell’intera popolazione e di coloro che sono stati arrestati, perseguitati e torturati».
INFORMAZIONI: http://www.ituc-csi.org, http://www.etuco.org

UNA DITTATURA LUNGA 45 ANNI

La Birmania, rinominata Myanmar nel 1989 dalla giunta militare al potere, ha una popolazione di 50,7 milioni di abitanti. Ex colonia britannica, indipendente dal 1948, il Paese è nelle mani dei militari dal gennaio 1962, quando prese il potere il generale Ne Win, ideatore della “via birmana al socialismo”. Ritiratosi nel 1988 in seguito a una sollevazione popolare repressa brutalmente nel sangue (circa 3000 morti), Ne Win restò “l’eminenza grigia” del regime e i suoi successori abbandonarono il credo marxista introducendo riforme di mercato. Nel 1989 Aung San Suu Kyi, figlia dell’eroe dell’indipendenza Aung San, fondò la Lega nazionale per la democrazia (Nld), ma le autorità la costrinsero agli arresti domiciliari, condizione in cui si trova tuttora. Alle elezioni legislative del 27 maggio 1990 la Nld conquistò 392 dei 485 seggi, ma la giunta militare rifiutò il passaggio dei poteri. Nell’aprile 2002 la Commissione dei diritti umani dell’Onu condannò il Myanmar per «violazioni sistematiche dei diritti dell’uomo». Nell’agosto 2007 l’aumento dei prezzi del carburante, che ha fatto raddoppiare i costi dei trasporti, ha scatenato massicce proteste, con marce e manifestazioni in tutto il Paese. La giunta ha risposto con la più forte ondata repressiva degli ultimi 20 anni, sfociata nella sanguinosa repressione di fine settembre che ha causato alcuni morti, decine di feriti e centinaia di arresti.
Il Myanmar resta uno dei principali produttori di oppio: secondo l’Onu, assieme all’Afghanistan è responsabile di oltre il 90% della produzione mondiale.
INFORMAZIONI: http://news.bbc.co.uk/2/hi/asia-pacific/7011884.stm


flash

Birmania: le reazioni dell’Ue

Le istituzioni europee hanno fermamente condannato l’azione repressiva decisa dalla giunta militare birmana contro le grandi manifestazioni svoltesi nell’ultima settimana di settembre.
Il Parlamento europeo, attraverso l’approvazione di una risoluzione, ha plaudito la coraggiosa azione dei monaci birmani, condannato la repressione e chiesto il rilascio di Aung San Suu Kyi e degli altri prigionieri politici. Esprimendo orrore per l’uccisione di manifestanti pacifici, ha auspicato la fine del regime repressivo e il ripristino della democrazia sotto l’egida dell’Onu. L’Europarlamento ha inoltre criticato il veto cinese e russo al Consiglio di Sicurezza dell’Onu su una dichiarazione di condanna dell’uso brutale della forza da parte del regime, veto che «impedisce alla comunità internazionale di agire», e ha invitato il Consiglio di Sicurezza a incaricare il segretario generale di avviare un’azione volta ad agevolare la riconciliazione nazionale e una transizione alla democrazia nel Paese. I deputati europei hanno poi chiesto al Consiglio dell’Ue di mettersi urgentemente in contatto con gli Usa, l’Asean e altri membri della comunità internazionale al fine di preparare una serie coordinata di misure addizionali, «comprese sanzioni economiche mirate», da adottare contro la giunta militare birmana. Alla Commissione europea è invece chiesto di mettere a disposizione i mezzi opportuni per sostenere attivamente il movimento birmano a favore della democrazia e le Ong che si adoperano per il ripristino del buon governo nel Paese.
Della possibilità di attuare nuove sanzioni economiche contro il regime birmano ha parlato anche la presidenza di turno portoghese dell’Ue, che ha visto vanificati i suoi appelli alla «massima moderazione» e le sue richieste ai militari di «non usare la violenza contro un popolo che si è impegnato alla nonviolenza e a proseguire una genuina riconciliazione e negoziazione». Le prime sanzioni imposte dall’Ue alla Birmania (Paese il cui attuale nome, Myanmar, è stato imposto dalla giunta militare) risalgono al 1996. Nel corso degli anni sono poi state ampliate e via via prolungate. Quelle attuali sono in vigore fino al marzo 2008.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/external_relations/index.htm


all’Onu la proposta contro la pena di morte

Il ministro degli Esteri italiano, Massimo D’Alema, è intervenuto il 28 settembre scorso all’assemblea dei ministri dei Paesi dell’Onu, presso la sede delle Nazioni Unite a New York, per presentare ufficialmente la proposta dell’Italia e dell’intera Ue sulla moratoria della pena di morte. La pena di morte, ha detto D’Alema, «è un estremo, visibile atto di violenza, che appartiene a una cultura che dovrebbe essere consegnata al passato». Per questo l’Italia, insieme al Portogallo in veste di presidente di turno dell’Ue, propongono di creare una “task force” per accelerare la risoluzione dell’Onu contro la pena capitale. Secondo il ministro degli Esteri italiano, «ci sono le condizioni perché l’Assemblea generale si esprima contro la pena di morte». Qualche giorno prima era stato il presidente di turno del Consiglio europeo, il portoghese José Sócrates, a ricordare la ferma opposizione europea alla pena capitale. Intervenendo di fronte all’Assemblea generale dell’Onu, Sócrates aveva sottolineato come l’Ue fosse coautrice della bozza di risoluzione per la moratoria universale delle esecuzioni e l’abolizione della pena di morte.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/external_relations/human_rights/adp/index.htm

confermata la condanna europea di Microsoft

La Corte di Giustizia europea ha confermato la condanna emessa dalla Commissione europea nel 2004 nei confronti della società multinazionale Microsoft per abuso di posizione dominante, confermando quindi la relativa multa di 497 milioni di euro ai danni dell’azienda leader mondiale nel software. Il tribunale di prima istanza non ha dunque accolto il ricorso presentato da Microsoft, respingendo «le affermazione di Microsoft secondo cui la Commissione in realtà volesse consentire ai sistemi operativi per server di funzionare in ogni aspetto come un sistema Windows e, dunque, di clonare o riprodurre i propri prodotti», come si legge nella sentenza.
La Commissione europea aveva sanzionato Microsoft perché, secondo l’accusa, il gruppo statunitense si era rifiutato di fornire ai concorrenti alcune informazioni relative alla interoperabilità e di autorizzarne l’utilizzo per lo sviluppo e la produzione di prodotti concorrenti ai propri sui mercati dei sistemi operativi per i server dei gruppi di lavoro. Per correggere tale situazione, la Commissione aveva imposto a Microsoft di divulgare a qualsiasi impresa che voleva sviluppare e distribuire sistemi operativi le specifiche dei protocolli di comunicazione cliente-server e server-server. Ora Microsoft può presentare un ulteriore appello per avere una sentenza di secondo grado, oppure adeguarsi alla sentenza di primo grado pagando la sanzione e cominciando a vendere in tutti i Paesi dell’Ue i suoi sistemi operativi Windows senza il Media Player.

INORMAZIONI: http://www.curia.europa.eu

migliorare le pari opportunità

Sono necessari maggiori sforzi e misure per migliorare l’integrazione della dimensione di genere in tutti gli ambiti politici: è quanto afferma il Parlamento europeo in una relazione approvata il 27 settembre scorso, che invita la Commissione a monitorare l’applicazione nei Paesi dell’Ue della legislazione europea sulle pari opportunità. L’Europarlamento chiede di appoggiare le carriere delle donne, colmare il divario salariale uomo-donna, introdurre uno statuto specifico dei coniugi che partecipano ad attività autonome e promuovere il lavoro a tempo pieno. I deputati europei invitano inoltre a un maggior impegno per proteggere la maternità e lottare contro gli stereotipi, sollecitando attenzione per le donne immigrate.
Secondo i deputati europei resta inaccettabile il divario salariale tra uomini e donne, che si attesta su una media europea del 15% ma che in alcuni Stati membri dell’Ue raggiunge anche il 30%. Gli eurodeputati ritengono che ciò dimostri come non vi sia stato alcun progresso reale nell’applicazione del principio della parità di retribuzione per lavoro di pari valore, introdotto 30 anni fa (direttiva 75/117/CEE).
Il Parlamento esorta poi gli Stati membri e le parti sociali a far sì che tutte le donne che desiderano lavorare a tempo pieno possano vedersi offrire impieghi corrispondenti invece che lavori a tempo parziale «spesso precari e insicuri». Alla Commissione è perciò chiesto di presentare nel 2008 una comunicazione che proponga ulteriori misure da adottare a tutti i livelli al fine di introdurre, entro il 2010, un’assistenza all’infanzia per il 90% dei bambini di età compresa fra i 3 anni e l’età dell’obbligo scolastico e per almeno il 33% dei bambini di età inferiore a tre anni.

INFORMAZIONI: http://www.europarl.europa.eu

settimana per la mobilità

Si è svolta, dal 24 al 29 settembre, la Settimana europea per la mobilità del lavoro, iniziativa che intende mettere in contatto persone alla ricerca di un impiego e datori di lavoro. Durante tutta la settimana, si sono svolti oltre 500 eventi in 230 città europee, con fiere del lavoro, seminari e workshop volti a migliorare la mobilità del lavoro in Europa. A tali iniziative hanno preso parte migliaia di persone in cerca di lavoro, aziende, servizi per l’impiego pubblici e privati, organizzazioni di partner sociali, università, centri di apprendimento e formazione e camere di commercio. Molti di questi eventi sono stati organizzati in collaborazione con Eures e la sua rete europea costituita da oltre 700 consulenti. «Le Giornate del lavoro sono un segno dell’azione della strategia dell’Ue per la crescita e l’occupazione: incoraggiare la mobilità del lavoro in Europa e aiutare a sostenere la crescita», ha dichiarato Vladimír Špidla, commissario europeo responsabile per Occupazione, Affari sociali e Pari opportunità.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/eures

dibattito sul salario minimo

Nell’Ue ogni Stato membro fissa indipendentemente il livello del salario minimo: si passa dai 92 euro mensili in Bulgaria ai 1570 del Lussemburgo. Secondo una Relazione del Comitato economico e sociale europeo (Cese), «l’occupazione non mette al riparo dalla povertà», per questo il Parlamento europeo ha avviato un dibattito sul ruolo dei salari minimi in un’ottica di maggior inclusione sociale. Definiti a livello nazionale in base a standard uniformi, gli attuali livelli dei salari minimi non sempre sono sufficienti a garantire una vita dignitosa. Così la presidenza portoghese dell’Ue, che ha fatto della lotta alla povertà e all’esclusione sociale una delle priorità del suo semestre di turno, ha chiesto al Cese di preparare una Relazione sulla materia che è stata presentata alla commissione Occupazione e Affari sociali del Parlamento. Durante l’audizione pubblica, alcuni deputati europei hanno sottolineato che «il rischio povertà è presente anche in situazioni di pieno impiego, come sovente dimostrano i salari percepiti dalle donne, dai giovani e dalle persone over 65». Secondo alcuni deputati è necessario fissare un “tetto minimo” per aiutare le famiglie con redditi bassi, cosa che inoltre ridurrebbe le differenze tra ricchi e poveri e la disparità tra i sessi. Secondo altri, invece, un simile approccio sarebbe dannoso per le imprese e alimenterebbe l’inflazione.

INFORMAZIONI: http://www.eesc.europa.eu

Ces e Csi: prolungare i negoziati con gli Acp

In una lettera indirizzata a Peter Mandelson, commissario europeo per il Commercio, la Confederazione sindacale internazionale (Csi) e la Confederazione europea dei sindacati (Ces) hanno vigorosamente incitato la Commissione europea a prolungare il periodo di negoziato sugli “Accordi di partenariato economico” (Ape) con i 77 Paesi d’Africa, Caraibi e Pacifico (Acp) oltre la data del 31 dicembre 2007. «Attualmente numerosi Paesi Acp debbono negoziare simultaneamente un’unione doganale regionale, un accordo bilaterale con l’Ue e un processo di negoziati multilaterali nel quadro dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc)», afferma John Monks, segretario generale della Ces. «Pochi Paesi nel mondo sarebbero in grado di rispondere positivamente a una simile sfida in cinque anni e i Paesi più poveri non sono certo tra questi».
Il ritmo dei negoziati tra l’Ue e le sei regioni Acp (Caraibi, Pacifico, Africa orientale, Africa del Sud, Africa centrale e Africa occidentale) registra un ritardo importante in termini di calendario e, nella maggior parte delle regioni, nessun consenso è stato raggiunto su aspetti essenziali della liberalizzazione commerciale. «Questi temi sono troppo importanti per essere trattati con precipitazione» dichiara Guy Ryder, segretario generale della Csi. «Per essere sicuri che gli Ape non mineranno lo sviluppo economico e sociale degli Acp, le decisioni esigono un consenso e una perfetta comprensione delle loro implicazioni». I negoziati sugli Ape sono ufficialmente iniziati nel settembre 2002 e avrebbero dovuto concludersi il 31 dicembre 2007. Nonostante cinque anni possano sembrare una durata sufficientemente lunga per un negoziato commerciale, in realtà è molto breve, se si tiene conto del cambiamento radicale che l’Ape introduce nelle relazioni commerciali Ue-Acp. La Ces e la Csi ritengono che la Commissione europea potrebbe ottenere un accordo all’Omc in vista dell’estensione del periodo di negoziato.

INFORMAZIONI: http://www.etuc.org; http://www.ituc-csi.org