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Euronote 46/2007


Costituzione addio

Vignetta di Steve Il progetto costituzionale «è abbandonato», si legge nelle conclusioni del Consiglio europeo svoltosi nei giorni 21-22 giugno scorsi a Bruxelles. Si torna dunque indietro di circa sei anni, a prima di quel dicembre 2001 in cui tale processo fu avviato con l’istituzione di una Convenzione europea, che nel giugno 2003 presentò il progetto di Trattato che istituiva una Costituzione europea. Il testo fu poi sottoscritto da tutti i capi di Stato e di governo dell’Ue a Roma nell’ottobre 2004, ma il “no” referendario espresso da Francia e Paesi Bassi nella primavera del 2005 bloccò di fatto il processo costituzionale, nonostante la ratifica del Trattato da parte di 18 Stati membri. Dopo due anni di stallo e “riflessione”, si è così giunti al Consiglio europeo decisivo per il futuro del Trattato costituzionale e, per evitare pericolose rotture tra gli Stati membri dell’Ue, la decisione presa è stata di cestinare il progetto costituzionale e di istituire una nuova Conferenza intergovernativa con il mandato di scrivere un Trattato «di riforma», che adatti semplicemente alle nuove esigenze dell’Ue allargata i Trattati esistenti. Un compromesso al ribasso e l’abbandono dell’ambizioso progetto costituzionale, dunque, hanno evitato un clamoroso fallimento dell’Ue nel suo 50° compleanno. Il Consiglio europeo di Bruxelles è andato come previsto, forse anche un po’ peggio. Non tanto per le conclusioni, già ampiamente anticipate alla vigilia. Piuttosto nel modo in cui sono state raggiunte e per alcune inquietanti chiusure dei soliti noti, Polonia e Regno Unito in particolare. Non particolarmente nuovo l’atteggiamento dell’uscente premier britannico Tony Blair, più sorprendente la dichiarazione di Romano Prodi che, un po’ tardivamente, lo ha definito «il capo dei frenatori». Forse non poteva dirlo quand’era presidente della Commissione, memore che proprio Blair fu il suo primo grande elettore a quell’incarico, ma Prodi si è anche riscattato rilevando con chiarezza i diversi progetti che si profilano attorno al tavolo del Consiglio europeo e riaffermando la prospettiva di un’Europa “a due velocità”.
Anche perché limitarsi a dire di Blair – ma probabilmente varrà ancora di più per il suo successore Gordon Brown – che nell’Ue è stato un frenatore, significherebbe scambiarlo con la Thatcher e non cogliere appieno la strategia britannica nell’Ue allargata, dove Blair piuttosto che logorarsi a tirare il freno ha preferito impugnare il timone e deviare quanto più possibile l’Ue dalla sua già difficile traiettoria verso l’integrazione politica. Lo dimostra, tra l’altro, la sua resistenza alla creazione di un ministro degli Esteri, all’estensione del voto a maggioranza su materie sensibili come il fisco e la giustizia e, sconcertante per la cultura di sinistra cui pure si richiama, il rifiuto di accettare per il Regno Unito il valore vincolante alla Carta dei diritti fondamentali. Più sorprendente (fino a un certo punto) l’atteggiamento della Polonia, da poco giunta nell’UE dalla quale ha incassato risorse non indifferenti e della quale continuerà ad avere bisogno. A Bruxelles era presente uno solo dei due “terribili” gemelli Kaczynski al potere a Varsavia, ma l’effetto dirompente è stato grande, anche se diviso per due. Non solo per il rifiuto fino all’ultimo del meccanismo di voto che prevede che la maggioranza sia acquisita con l’accordo del 55% degli Stati e il 65% della popolazione: un qualche pretesto la Polonia lo poteva esibire visto il peso che avrebbe perso nel Consiglio al momento della decisione rispetto a quanto aveva ottenuto con l’infelice Trattato di Nizza. Ragionamento che valeva però anche per la Spagna, meno rigida in nome della solidarietà europea.
La gravità della resistenza era nell’intenzione di formare con altri Paesi poco europeisti, Regno Unito in testa, minoranze di blocco in grado di reintrodurre un meccanismo di veto all’interno del già limitato voto a maggioranza. Più ancora pesanti e inquietanti gli argomenti ripescati da una stagione bellica non del tutto superata: al netto delle perdite subite con l’aggressione nazista la Polonia avrebbe oggi – secondo le stime del suo “presidente demografo” – almeno 66 milioni di abitanti. Con tutto rispetto, vengono in mente casi nostrani, ma fortunatamente più circoscritti, dove entrano nel computo elettorale anche i defunti, cosa francamente sì triste ma non seria. Alla fine, dopo qualche drammatizzazione notturna, il compromesso è stato raggiunto: il nuovo meccanismo di voto entrerà pienamente in vigore solo nel 2017, imponendo all’Ue un’ulteriore grande pazienza. Ma resta e si aggrava in Europa il “problema polacco”: un Paese che forse non ha ancora capito bene che cosa sia l’Ue e i suoi valori, che per proteggersi da Mosca corre a Washington senza passare per Bruxelles (Ue e Nato compresi). Con questo genere di protagonisti, a Bruxelles è ancora andata bene: si è evitata una rottura traumatica e il cammino dell’Europa può riprendere. Certo, senza più Costituzione (ma già prima non di vera Costituzione si trattava) ma solo con un Trattato emendato, meno ambizioso del progetto costituzionale siglato all’unanimità – Regno Unito e Polonia compresi! – e comunque con modifiche rilevanti rispetto all’attuale inadeguato Trattato di Nizza. A luglio sarà convocata una Conferenza intergovernativa chiamata, entro la fine dell’anno, a integrare alcuni progressi rispetto al passato. All’ordine del giorno vi saranno, oltre il nuovo meccanismo di voto, anche l’estensione del voto a maggioranza qualificata, la nuova presidenza non più semestrale del Consiglio europeo, l’estensione della procedura di codecisione per il Parlamento europeo e il valore vincolante della Carta dei diritti, da cui si chiamerà fuori il Regno Unito, e altro ancora. Poi riprenderà la via in salita delle procedure di ratifica. La lenta marcia dell’Europa non è ancora conclusa e avremo il tempo – oltre che il dovere – di valutare attentamente progressi e rinunce. Qualche sorpresa è ancora possibile, improbabile che sia bella.
[Franco Chittolina]

IL MANDATO DELLA CONFERENZA INTERGOVERNATIVA

La Conferenza intergovernativa (Cig) inizierà i suoi lavori a luglio e li dovrà concludere entro la fine del 2007, così da garantire che il nuovo Trattato possa essere ratificato prima delle elezioni europee del giugno 2009. La Cig dovrà elaborare un Trattato «di riforma», che modifichi i Trattati esistenti per «rafforzare l’efficienza e la legittimità democratica dell’Ue allargata nonché la coerenza della sua azione esterna». Il termine “Costituzione” non sarà utilizzato, il “ministro degli Affari esteri dell’Ue” sarà denominato Alto Rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza e i termini “legge” e “legge quadro” saranno abbandonati. Le modifiche riguarderanno, in particolare, le rispettive competenze dell’Ue e degli Stati membri e la loro delimitazione, il carattere della politica estera e di sicurezza comune, il ruolo rafforzato dei Parlamenti nazionali, il trattamento della Carta dei diritti fondamentali e il meccanismo della “cooperazione rafforzata”. Il sistema di voto a doppia maggioranza prenderà effetto il 1º novembre 2014, data fino alla quale continuerà ad applicarsi l’attuale sistema di maggioranza qualificata. Successivamente, e fino al 31 marzo 2017, quando una decisione dovrà essere adottata a maggioranza qualificata un membro del Consiglio potrà chiedere che la decisione sia presa ancora con le modalità attualmente in vigore. Solo dal 1º aprile 2017 si applicheranno le percentuali di almeno il 55% della popolazione o almeno il 55% del numero di Stati membri necessarie per costituire una minoranza di blocco.

INFORMAZIONI: http://www.consilium.europa.eu/showPage.ASP?lang=it

FEDERALISTI: UN REFERENDUM EUROPEO PER LA COSTITUZIONE

«Di fronte alle sfide della globalizzazione, del terrorismo internazionale, della guerra e di una incombente crisi ambientale, per l’Europa è venuto il momento di compiere un altro passo in avanti. Questo significa che il progetto di Costituzione deve essere rilanciato. L’Europa ha bisogno di una Costituzione da cui nasca un governo responsabile di fronte al Parlamento europeo». Inizia così l’appello con cui l’Unione dei federalisti europei (Uef) e i Giovani federalisti europei (Jef) hanno lanciato una petizione europea per chiedere un referendum consultivo a livello di Ue sulla Costituzione europea, da tenersi in concomitanza con le elezioni europee del 2009. Secondo i federalisti europei, l’Europa ha bisogno di una Costituzione per vari motivi: «Agire efficacemente per creare più e migliori posti di lavoro nella prospettiva di uno sviluppo sostenibile; sviluppare una nuova politica energetica in grado di contrastare il surriscaldamento del pianeta; difendere e rafforzare i diritti fondamentali degli europei, in campo sociale, economico e dei diritti civili; mettere fine al deficit democratico dell’Ue; parlare efficacemente nell’arena internazionale per promuovere i valori della pace e della democrazia». Un’Ue efficace deve però essere democratica e fondata sul consenso popolare, sostengono i promotori dell’iniziativa che a tale fine ritengono che la Costituzione europea debba essere sottoposta a un referendum consultivo dei cittadini in tutti gli Stati membri e approvata da una doppia maggioranza di cittadini e di Stati dell’Ue. «L’idea d’Europa è troppo importante per essere lasciata ai soli politici. Decida il popolo europeo» affermano i federalisti europei che chiedono a tutte le persone interessate di sottoscrivere la petizione collegandosi al sito web http://www.europeanreferendum.eu

la voce della società civile sul nuovo Trattato

In vista del Consiglio europeo in cui i capi di Stato e di governo dell’Ue dovevano prendere una decisione in merito al Trattato costituzionale e al processo da seguire nei prossimi mesi, anche la società civile europea ha espresso il suo parere sulla materia. L’11 giugno scorso, infatti, il Gruppo di Contatto della Società Civile con le istituzioni europee (Civil Society Contact Group) ha reso noto un comunicato in cui ha chiesto ai leader europei un Trattato efficace e la programmazione di una Conferenza intergovernativa (Cig) «trasparente e accessibile». La società civile europea critica il piano dell’Ue di organizzare una Cig a porte chiuse per la revisione del Trattato costituzionale e condanna il «voltafaccia» agli accordi presi dalla Convenzione sul futuro dell’Europa, attraverso cui i membri del Gruppo di Contatto della Società Civile avevano spinto per l’adozione di un testo che riflettesse le preoccupazioni dei cittadini europei. Seguendo gli sviluppi del dialogo sulla revisione del Trattato, sottolineano i rappresentanti della società civile europea, «è cresciuta la consapevolezza che importanti accordi raggiunti in seno alla Convenzione e nel quadro della bozza di Costituzione rischiano di essere esclusi». Secondo il Gruppo di Contatto c’è invece bisogno di un progetto europeo più coerente, che risponda alle sfide comuni sia dentro che fuori i confini dell’Europa, ed è importante che il Consiglio europeo si impegni in un’azione di pressione affinché i seguenti punti del nuovo Trattato, cruciali per il futuro dell’Unione europea, non vengano disattesi né eliminati:
- Includere nel nuovo Trattato la Carta europea dei diritti fondamentali: solo così gli interessi di milioni di cittadini europei verranno seriamente presi in considerazione.
- Le componenti chiave della Parte III della bozza di Costituzione europea, in particolare quelle relative alle politiche dell’ambiente (III - 233), il capitolo sulle nuove energie (III - 256), le clausole sociali (III - 116, 117, 118, 122), il rafforzamento della politica di Sviluppo europea (III - 316, 317, 318, 319) e la sua capacità di giocare un ruolo responsabile nel mondo (III - 292) non devono essere cancellate.
- Il principio di democrazia partecipativa (I - 47) devi rimanere vivo e coprire tutte le attività.
- L’estensione di una maggioranza qualificata di voto è essenziale per un’Europa a 27 che funzioni.
La Società Civile europea chiede quindi alle istituzioni dell’Ue di aprire il tavolo intergovernativo anche agli attori non governativi. Tradizionalmente, infatti, le Cig sono sempre stati luoghi di discussione chiusi, senza nessuna possibilità di partecipazione per la società civile. Secondo il Gruppo di Contatto, una nuova strategia dovrebbe invece prevedere: incontri regolari tra la presidenza di turno dell’Ue e la società civile; un sito web dove la posizione della società civile possa essere inclusa e accessibile a tutti gli Stati membri; le discussioni delle Cig dovrebbero essere pubbliche e trasmesse attraverso i media europei. Va ricordato che il Civil Society Contact Group rappresenta centinaia di organizzazioni europee e migliaia di affiliati che lavorano per sviluppare il dialogo tra le organizzazioni della società civile e le istituzioni europee, come parte essenziale del rafforzamento della partecipazione democratica. Le otto grandi reti europee che lo costituiscono sono: la piattaforma delle Ong europee che si occupano di questioni sociali (Social Platform), la Confederazione di Ong europee per lo sviluppo (Concord), la rete di Ong per i diritti umani e la democrazia (HRDN), la rete di organizzazioni ambientali Green 10, la rete di Ong per l’uguaglianza di genere European Women’s Lobby, il Forum europeo per le arti e le tradizioni (EFAH), l’Alleanza europea per la salute pubblica (EPHA) e la piattaforma europea della società civile per il Long Life Learning (EUCIS-LLL).

INFORMAZIONI: http://www.act4europe.org/code/en/default.asp

CESE: MANTENERE LA SOSTANZA DEL TESTO COSTITUZIONALE

In una risoluzione adottata il 30 maggio scorso a larghissima maggioranza in sessione plenaria, il Comitato economico e sociale europeo (Cese) ha sottolineato la necessità di metter fine alla crisi politico-istituzionale dell’Ue con l’adozione di un nuovo Trattato che risponda alle esigenze di un’Unione a 27 Stati, che le consenta di trovare accordi su nuove politiche e di prendere le decisioni necessarie per affrontare le numerose sfide che si pongono. Ricordando che il Trattato costituzionale è stato ratificato da due terzi degli Stati membri, cioè da una netta maggioranza di cittadini europei, il Cese ribadisce che quel testo dovrà continuare a essere la base dei futuri negoziati. A suo giudizio i negoziati dovranno mantenere la sostanza di quanto è stato deciso nel quadro della Convenzione europea e poi sottoscritto da tutti i capi di Stato o di governo, in particolare i progressi in materia di democrazia, istituzioni e procedure e, soprattutto, diritti fondamentali.
Il Cese chiede che la parte I (obiettivi, istituzioni e struttura dell’Ue), la parte II (Carta dei diritti fondamentali) e la parte IV (Disposizioni generali e finali) siano mantenute nella forma attuale. Quanto alle disposizioni istituzionali e procedurali della parte III (politiche dell’Ue), esse andrebbero inserite nella parte I nella misura in cui vanno al di là del diritto attualmente in vigore. Ritenendo che la sostanza del Trattato sia più importante del suo nome e considerati i malintesi provocati in alcuni Stati membri dal termine “Costituzione”, il Cese non è contrario a una nuova denominazione. In linea con la sua funzione istituzionale, il Cese esprime poi l’intenzione di accompagnare il processo di negoziati per il nuovo Trattato contribuendo a far sentire la voce della società civile organizzata. In particolare, come aveva fatto durante i lavori della Convenzione europea, il Cese è disposto a organizzare incontri di informazione e dialogo con le organizzazioni della società civile in collaborazione con la presidenza di turno dell’Ue.

INFORMAZIONI: http://www.eesc.europa.eu/index.htm

tentativi di politica comune sull’immigrazione legale


Lo scorso mese di maggio, mentre nelle acque che portano verso le coste europee si moltiplicavano le tragedie dell’immigrazione, con 135 morti in un mese (111 nel Canale di Sicilia, 13 nello Stretto di Gibilterra e 11 sulle rotte per le Canarie, secondo l’osservatorio Fortress Europe), la Commissione europea ha presentato due comunicazioni riguardanti la dimensione esterna della politica migratoria europea. Una politica che, avviata con il Consiglio europeo di Tampere nel 1999 e rilanciata col programma dell’Aia nel 2004, è stata una delle priorità delle istituzioni europee nel corso del 2006, ma che inizia ad avere caratteri comunitari quasi esclusivamente in materia di contrasto dell’immigrazione illegale, per tutto il resto gli Stati membri dell’Ue continuano a difendere strenuamente la loro sovranità. Eppure, come sottolinea la Commissione europea, è sempre più necessaria una politica migratoria europea, che guardi all’immigrazione dai Paesi terzi come a una risorsa per l’Ue, alle prese con carenza di manodopera e invecchiamento della popolazione. Di fronte alle resistenze interne, l’Ue porta allora avanti il lavoro verso l’esterno e cioè con i principali Paesi di origine e di transito dei flussi migratori verso l’Europa. In questo senso vanno le due nuove comunicazioni della Commissione, che cercano di rispondere all’esigenza di una migliore collaborazione fra l’Ue e gli Stati terzi, soprattutto quelli ai confini orientali e sudorientali dell’Ue, a cui la Commissione propone di estendere l’approccio globale della politica migratoria europea.

migrazione temporanea

La prima comunicazione presentata il 16 maggio scorso riguarda la cosiddetta “migrazione circolare” e il partenariato tra l’Ue e i Paesi terzi, nel tentativo di rispondere alla richiesta del Consiglio europeo che nel 2006 sollecitava la ricerca di soluzioni per integrare nelle politiche esterne dell’Ue anche le opportunità di immigrazione legale, con particolare attenzione ai mezzi per facilitare e incoraggiare la migrazione circolare e temporanea. In pratica, secondo la Commissione, la mobilità tra l’Ue e i Paesi terzi deve essere rafforzata e adattata alle specifiche esigenze del mercato del lavoro degli Stati membri. Così la comunicazione propone l’istituzione di appositi partenariati per la mobilità con i Paesi e le regioni di origine e di transito, che prevedano impegni sia da parte dei Paesi terzi interessati sia da parte dell’Ue e dei suoi Stati membri. La seconda comunicazione, che riguarda invece l’applicazione dell’approccio globale in materia di migrazione alle regioni orientali e sudorientali confinanti con l’Ue, intende rispondere al Consiglio europeo che chiedeva di presentare entro l’estate 2007 proposte per estendere l’ambito di applicazione geografico dell’approccio globale. La comunicazione formula una serie di raccomandazioni per rafforzare e approfondire il dialogo e la cooperazione con i Paesi di queste due aree sulle tematiche relative all’immigrazione.

iniziative per l’immigrazione legale

Già nel programma dell’Aia era riconosciuta l’importanza dell’immigrazione legale ai fini della crescita e della competitività dell’Ue. Si invitava la Commissione a presentare entro la fine del 2005 «un programma politico in materia di migrazione legale che includa procedure di ammissione che consentano di reagire rapidamente alla domanda fluttuante di manodopera straniera nel mercato del lavoro». Il piano d’azione sull’immigrazione legale risponde dunque a questa richiesta, prevedendo la presentazione tra il 2007 e il 2009 di quattro proposte di direttiva volte a soddisfare esigenze e interessi comuni attraverso la definizione di norme comunitarie per i lavoratori altamente qualificati e i lavoratori stagionali, i tirocinanti retribuiti e i lavoratori oggetto di trasferimento all’interno di società multinazionali. È inoltre prevista la presentazione di una proposta di direttiva quadro sullo status giuridico dei lavoratori di Paesi terzi ammessi in uno Stato membro, in risposta all’invito del programma di Tampere e del programma dell’Aia a promuovere l’integrazione degli immigrati legali assicurandone «l’equo trattamento». In attuazione del piano d’azione, nel prossimo settembre la Commissione presenterà due proposte di direttiva sull’immigrazione legale: una sulle condizioni di ammissione nell’Ue dei lavoratori altamente qualificati, l’altra sulla tutela dei diritti degli immigrati regolari nel mercato del lavoro, diretta ad assicurare che tutti i lavoratori di Paesi terzi godano di un livello comparabile di diritti in tutta l’Ue. Sempre a settembre, la Commissione presenterà la terza Relazione annuale su migrazione e integrazione, che fornisce una visione d’insieme delle politiche e dei provvedimenti adottati a favore dell’integrazione degli immigrati nell’Unione europea.

(Fonte: InEurop@)

PROPOSTA DI DIRETTIVA SUL LAVORO NERO DEGLI IMMIGRATI

Il 16 maggio scorso la Commissione europea ha presentato una proposta di direttiva che introduce un inasprimento delle misure contro l’impiego di manodopera immigrata illegale, con un progetto di sanzioni pecuniarie, amministrative e anche penali per i casi più gravi. Sono proposti provvedimenti quali il rimborso della differenza fra il salario minimo legale e quello elargito in nero al lavoratore illegale, oppure il versamento dei contributi se l’immigrato sarà regolarizzato. In caso contrario, sarà il datore di lavoro a pagare anche le spese per il rimpatrio. Sanzioni penali sono previste in caso di: violazioni ripetute (tre in due anni), impiego di almeno quattro immigrati irregolari, condizioni di particolare sfruttamento e consapevolezza del fatto che il lavoratore è vittima della tratta di esseri umani. Al momento, nell’Ue solo Cipro non punisce l’impiego di lavoratori immigrati illegali, mentre 14 Stati membri prevedono sanzioni penali per chi viola questa regola. Negli altri Paesi esistono misure più o meno permissive, rese incerte dal fatto che gli immigrati illegali non possono presentare denuncia perché rischierebbero l’espulsione. La proposta di direttiva prevede invece condizioni favorevoli all’emersione, quali la possibilità di ottenere una carta temporanea di soggiorno per il periodo della procedura contro il datore di lavoro denunciato, a patto che il lavoratore straniero accetti poi di rientrare nel Paese d’origine. Va ricordato che si stima la presenza nell’Ue di 5-8 milioni di immigrati illegali, numero che si ritiene aumenti di 350.000-500.000 unità ogni anno.

nuove misure per la politica europea sull’asilo

Il 20 giugno scorso si è celebrata la Giornata mondiale del rifugiato, per la quale nell’edizione di quest’anno l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur-Unhcr) ha scelto il tema dell’intolleranza. Qualsiasi sia la ragione più evidente della fuga dei rifugiati (guerra civile, persecuzione personale o la cosiddetta pulizia etnica), alla base della difficile situazione di queste persone vi è sempre una forma di intolleranza, sia essa politica, culturale, religiosa o sociale, che non lascia loro scelta, osserva infatti l’Unhcr. «Purtroppo oggi, sull’onda delle preoccupazioni sulla sicurezza, i rifugiati sono spesso vittime di sentimenti ostili che talvolta degenerano in razzismo e xenofobia perfino nelle società più sviluppate. I rifugiati si trovano così ad affrontare, oltre all’intolleranza che li ha costretti alla fuga, una nuova intolleranza nel Paese d’asilo che mina la loro integrazione e rende la loro vita ancora più difficile» ha dichiarato l’Unhcr in occasione della presentazione della Giornata 2007. Poche settimane prima, il 6 giugno scorso, la Commissione europea aveva annunciato l’adozione di un pacchetto di misure proprio in materia di asilo: un Libro Verde, inteso a stimolare un dibattito sul futuro del regime comune europeo sull’asilo; una proposta di direttiva, volta a offrire ai beneficiari di protezione internazionale la possibilità di ottenere lo status di soggiornante di lungo periodo; una Relazione, che valuta il funzionamento del sistema di Dublino. «181.770 persone hanno fatto richiesta di asilo sul territorio dell’Ue nel 2006. Serve un sistema equo ed efficace per trattare tali domande. Dobbiamo promuovere l’integrazione dei cittadini di Paesi terzi che hanno ottenuto protezione nell’Ue e avvicinare il loro status giuridico a quello dei cittadini degli Stati membri» ha dichiarato il commissario europeo responsabile in materia di Giustizia, Libertà e Sicurezza, Franco Frattini.

politica comune in due fasi


Il regime comune europeo in materia di asilo prevede due fasi. La prima, che consisteva nell’armonizzare gli ordinamenti degli Stati membri sulla base di norme minime comuni, è ormai conclusa. La valutazione di tali strumenti è in corso ed è iniziata con la Relazione adottata dalla Commissione. Il programma dell’Aia stabilisce che la seconda fase sia adottata entro il 2010. Prima di presentare nuove proposte, la Commissione avvia così, attraverso il Libro Verde, un ampio dibattito sul futuro assetto del regime comune europeo sull’asilo. La seconda fase prevede un ulteriore ravvicinamento delle procedure in materia di asilo, delle norme giuridiche e delle condizioni di accoglienza nazionali. In tal modo si dovrà promuovere la solidarietà tra i Paesi dell’Ue e ridurre gli spostamenti dei richiedenti asilo attraverso l’Ue dovuti essenzialmente alla diversità delle norme applicabili negli Stati membri (il cosiddetto “asylum shopping”). Nel periodo 2003-2005, infatti, Eurodac ha rilevato che circa il 12% delle domande d’asilo è stato presentato da persone che avevano già fatto in precedenza richiesta in un altro Paese. La cooperazione dovrebbe comprendere misure quali l’assistenza operativa prestata attraverso gruppi comuni di esperti in materia di asilo o norme comuni applicabili ai richiedenti asilo più vulnerabili quali donne, bambini o vittime di tortura. Nel primo trimestre 2008 la Commissione pubblicherà un piano strategico basato sull’esito della consultazione, per delineare le modalità di attuazione del regime comune europeo in materia di asilo e precisare il relativo calendario. Per agevolare l’integrazione dei cittadini di Paesi terzi che beneficiano di protezione nell’Ue, poi, la Commissione propone di modificare la Direttiva sui soggiornanti di lungo periodo (2003/109/CE), al fine di consentire loro di ottenere lo status oggetto della direttiva. Così, tutti gli stranieri che risiedono nell’Ue per un lungo periodo di tempo e soddisfano determinate condizioni potranno ricevere il medesimo trattamento.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/justice_home/news/intro/news_intro_en.htm

RACCOMANDAZIONI DELL’UNHCR ALLA PRESIDENZA PORTOGHESE

L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur-Unhcr) ha presentato il 15 giugno scorso le sue raccomandazioni in materia di asilo al governo del Portogallo, che dal 1° luglio ha assunto la presidenza di turno dell’Ue per il secondo semestre 2007. L’Unhcr esorta il Portogallo a mantenere la protezione dei rifugiati in Europa tra le priorità dell’Ue. Il futuro Sistema comune europeo di asilo sarà sottoposto nei prossimi mesi a consultazioni pubbliche lanciate dalla Commissione europea. Si tratterà di un’occasione per concentrarsi su come far fronte alle lacune presenti nell’attuale legislazione dell’Ue e alle discrepanze tra il diritto europeo in materia d’asilo e le politiche degli Stati membri.
Le raccomandazioni dell’Unhcr invitano anche la presidenza dell’Ue a lavorare affinché le misure prese al fine di scoraggiare la migrazione irregolare non comportino violazioni dei diritti fondamentali, fra cui il diritto di cercare e godere dell’asilo. Sull’intercettazione e il soccorso in mare, l’Unhcr chiede agli Stati dell’Ue di mettere maggiormente in risalto l’obbligo assoluto di assistere persone che si trovano in pericolo. L’Unhcr esorta altresì la presidenza portoghese e gli altri Stati dell’Ue a lavorare per superare la mancanza di chiarezza per quanto riguarda le responsabilità relative allo sbarco di persone soccorse in mare. Nel caso in cui si tratti di richiedenti asilo, vanno stabilite le responsabilità per quanto concerne l’esame delle domande d’asilo e l’erogazione di protezione internazionale, ove necessaria.
L’Alto commissariato per i rifugiati invita inoltre il Portogallo a impegnarsi affinché la cooperazione dell’Ue con i Paesi terzi sulla protezione dei rifugiati sia intrapresa in uno spirito di effettiva collaborazione, in modo da far fronte ai bisogni dei rifugiati e trovare soluzioni durature ai loro problemi. L’Unhcr spera ugualmente che la presidenza portoghese promuova il dibattito sul reinsediamento dei rifugiati nell’Ue. Al momento, solo 6 Paesi hanno programmi annuali di reinsediamento, per questo l’Unhcr incoraggia gli altri Stati membri a prendere provvedimenti.

INFORMAZIONI: http://www.unhcr.it

come prolungare l’età lavorativa

I cittadini europei restano attivi più a lungo rispetto agli ultimi decenni, tuttavia la maggioranza degli Stati membri deve intensificare gli sforzi. L’aumento dell’età media effettiva di ritiro dal mercato del lavoro sarà infatti fondamentale per assicurare l’adeguatezza e la sostenibilità dei sistemi pensionistici e sanitari». È quanto si legge nelle conclusioni del Consiglio Occupazione e Affari sociali svoltosi a Bruxelles nei giorni 30 e 31 maggio scorsi, che ha approvato un parere congiunto dei comitati per l’occupazione e per la protezione sociale sull’invecchiamento attivo che incoraggia le persone anziane a rimanere attive in età più avanzata.

il parere congiunto sull’invecchiamento attivo

Il parere congiunto contiene alcune indicazioni su come promuovere ulteriormente il prolungamento dell’età lavorativa nell’Ue. Innanzitutto rimuovendo gli ostacoli all’occupabilità dei lavoratori anziani aumentando la formazione, prevedendo orari di lavoro più flessibili adattabili ai bisogni dei lavoratori e migliori condizioni lavorative. Occorre poi prestare particolare attenzione ai disoccupati anziani, poiché incontrano varie difficoltà nel reinserimento nel mercato del lavoro. Riguardo a questo problema gli Stati membri hanno riferito di approcci generali promettenti, in particolare sembrano avere successo strategie di attivazione che stabiliscono diritti e doveri dei disoccupati anziani e considerano sia l’aspetto della domanda sia quello dell’offerta. È poi richiesto di rafforzare durante tutto l’arco della vita le qualifiche e le conoscenze necessarie per il lavoro retribuito: in particolare, i datori di lavoro dovrebbero adottare più iniziative per formare e motivare i lavoratori, così come occorrerebbe incoraggiare i lavoratori anziani a partecipare ad azioni di istruzione e formazione. In tutti gli Stati membri le percentuali di partecipazione delle donne anziane sono mediamente inferiori a quelle degli uomini anziani: la riduzione del divario di genere nella partecipazione rappresenterà un elemento importante di qualsiasi strategia volta a mobilitare maggiormente l’offerta di forza lavoro costituita dagli anziani, sostengono i relatori del parere congiunto. Prendendo atto del fatto che le riforme dei regimi pensionistici si sono moltiplicate negli Stati membri, è constatata la necessità di conseguire il giusto equilibrio tra alcuni elementi essenziali: promuovere un pensionamento più tardivo, ridurre la via al prepensionamento, aumentare la flessibilità nelle scelte lavoro/pensione e garantire che altre prestazioni sociali non spianino la strada a uscite dal mondo del lavoro precoci. Altra indicazione contenuta nel parere congiunto riguarda una prospettiva che comprenda l’intero ciclo di vita: l’invecchiamento attivo non deve iniziare con le persone anziane bensì molto prima, mentre le diverse politiche in materia di istruzione e formazione, salute, famiglia, cultura, ecc., devono essere ampiamente legate tra loro. Inoltre, secondo le istituzioni europee, le buone pratiche registrate giustificano un’azione globale in diverse direzioni politiche, segnatamente la modifica delle pratiche in materia di occupazione per facilitare il mantenimento e l’assunzione di lavoratori più anziani nonché la promozione dell’occupabilità e l’aumento della capacità di lavoro di tutti i lavoratori durante l’intero ciclo di vita, prevedendo incentivi per i datori che mantengano o assumano lavoratori più anziani. Sottolineando l’importanza di un migliore scambio di buone pratiche sull’invecchiamento attivo e di maggiori controllo e valutazione delle misure nell’attuazione delle politiche, il parere congiunto riconosce il ruolo essenziale delle parti sociali nel trattamento e nella promozione dell’invecchiamento attivo, soprattutto nei settori dell’apprendimento permanente e del miglioramento delle condizioni di lavoro.

politiche per l’occupazione, salute e sicurezza

Sempre in materia di occupazione, il Consiglio ha raggiunto un accordo politico sul progetto di decisione relativa agli orientamenti per le politiche degli Stati membri per il 2007 a favore dell’occupazione. Come proposto dalla Commissione, gli orientamenti adottati nel 2005 e nel 2006 non cambiano e la prossima revisione integrale degli orientamenti integrati (Occupazione e indirizzi di massima per le politiche economiche) è prevista per l’anno prossimo. Il Consiglio ha poi adottato una Direttiva intesa a semplificare e razionalizzare le disposizioni delle direttive comunitarie relative alla tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori che fanno obbligo agli Stati membri e alla Commissione di elaborare relazioni sull’attuazione pratica delle stesse. In generale, rispetto alla Strategia comunitaria 2007-2012 per la salute e la sicurezza sui luoghi di lavoro (criticata dai sindacati europei perché considerata parziale e poco ambiziosa), che pone l’obiettivo di ridurre gli infortuni professionali nell’Ue del 25% entro il 2012, il Consiglio ha sottolineato l’importanza del “lavoro di qualità” e individuato alcune questioni centrali. Tra queste, l’importanza di azioni in settori chiave come le Piccole e medie imprese, i settori ad alto rischio e i lavoratori vulnerabili; l’istruzione, la formazione e la sensibilizzazione; la ricerca e lo scambio di informazioni. È inoltre stata riaffermata l’importanza di semplificare la legislazione, garantirne la buona attuazione come pure la partecipazione di tutti gli attori, comprese le parti sociali.

INFORMAZIONI: http://register.consilium.europa.eu/pdf/it/07/st10/st10026.it07.pdf

RELAZIONE SULLA COESIONE ECONOMICO-SOCIALE

Il 30 maggio scorso la Commissione europea ha presentato la quarta Relazione sulla coesione economico-sociale nell’Ue, che per la prima volta descrive la situazione economica, sociale e territoriale dell’Unione allargata a 27 Stati e 268 regioni. Il documento esamina i valori di PIL, produttività e occupazione. A partire da questi emerge una prima valutazione degli effetti della politica di coesione europea per il periodo di programmazione 2000-2006. Per quanto riguarda il periodo 2007-2013 l’Ue dovrà affrontare molte sfide: declino demografico, maggiori pressioni economiche da parte dei concorrenti mondiali; aumento delle tariffe energetiche; cambiamenti climatici; polarizzazione sociale.
La soluzione prospettata è una collaborazione tra tutte le regioni e tutti i cittadini per promuovere un’azione a favore della prosperità, dell’occupazione e della crescita. Nel documento si evidenziamo i risultati dei programmi di coesione: tra il 2000 e il 2006 hanno contribuito a un aumento del Pil della Grecia e del Portogallo (rispettivamente del 2,8% e del 2%) e, secondo stime preliminari, risulteranno simili gli aumenti in Lituania, Lettonia, Repubblica Ceca (+8,5% circa) e in Polonia (+5,5% circa). La politica di coesione, inoltre, garantisce ogni anno il cofinanziamento della formazione di 9 milioni di cittadini - di cui più della metà donne - e ha contribuito a creare oltre 450.000 posti di lavoro tra il 2000 ed il 2005

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/regional_policy/index_it.htm

anziani nell’Ue

La percentuale di persone con almeno 65 anni di età è in continua crescita nell’Ue: era del 15% nel 1995, del 17% nel 2005 e si prevede che raddoppierà entro il 2050 con un impatto del 30% sul totale della popolazione europea. Attualmente gli Stati membri dell’Ue che presentano le quote più ampie di ultrasessantacinquenni sono Germania e Italia (19%) e Grecia (18%), mentre Irlanda (11%), Cipro e Slovacchia (12%) sono i Paesi europei con la più bassa popolazione anziana. Le proiezioni per i prossimi decenni, però, mostrano percentuali di over 65 in forte aumento in tutta l’Ue, con punte massime in Spagna (36% nel 2050), Italia (35%), Germania, Grecia e Portogallo (32%) e quote minime (Lussemburgo 22%) più elevate delle massime di oggi. Se da un lato si tratta di previsioni positive, rafforzate anche da una crescente aspettativa di vita in salute per le persone anziane, dall’altro questi dati preoccupano in termini di sostenibilità economica per Paesi che si troveranno ad avere sempre più pensionati e sempre meno persone lavorativamente attive. Il tasso di occupazione tra i 60 e i 64 anni è infatti mediamente (26,7% nel 2005) poco più di un terzo di quello registrato tra i 15 e i 64 anni (tranne poche eccezioni quali Svezia, Estonia, Irlanda, Regno Unito e Portogallo), mentre dai 65 anni in poi crolla mediamente a poco più dell’8% fino ai minimi registrati in Slovacchia (2,4%), Belgio (2,5%), Francia (3%) e Ungheria (3,6%).

Tabella 1
* Numero di anni che una persona di 65 anni spera di vivere in condizioni di salute
- dato non disponibile
-- dato non rilevabile per la dimensione troppo piccola del gruppo di riferimento
() dato che può essere influenzato dalle piccole dimensioni del campione
Fonte: Eurostat, settembre 2006

lavoro e non solo: disparità di genere nel mondo

Se in Europa le pari opportunità tra uomini e donne mostrano una situazione generalmente positiva, nonostante permangano varie forme di discriminazione ai danni delle donne e dunque esistano ampi margini di miglioramento (come emerge dall’inserto di questo numero di “euronote”), a livello mondiale la situazione è solo in parte incoraggiante. In ambito lavorativo, ad esempio, il Rapporto sull’occupazione femminile reso noto dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil-Ilo) nel marzo 2007 (Global Employment Trends for Women) evidenzia come l’idea secondo cui nei processi di sviluppo socio-economico le donne migliorino certamente la loro situazione occupazionale non rispecchi sempre la realtà, almeno non in tutte le regioni mondiali. Così come la maggior presenza delle donne all’interno della forza lavoro non sempre equivale a una crescita del lavoro di qualità e le condizioni lavorative delle donne non portano sempre a un loro reale sviluppo sociale ed economico, specie nelle regioni più povere. Le donne infatti, sottolinea l’Ilo, incontrano maggiori difficoltà non solo nella partecipazione al mercato del lavoro ma anche nel trovare lavori dignitosi e produttivi, con minori possibilità di avere occupazioni retribuite e salari regolari. Inoltre, il contributo al lavoro familiare delle donne è più elevato di quello degli uomini in tutte le regioni mondiali, nelle economie con un ampio settore agricolo le donne vi lavorano di più degli uomini e, in generale, a parità di lavoro guadagnano meno degli uomini. Tutti fattori che causano una maggior vulnerabilità delle donne nel mondo del lavoro e che spiegano chiaramente la stima secondo cui sono donne almeno il 60% dei lavoratori poveri nel mondo, in una tendenza generale di femminilizzazione della povertà.

più donne occupate, ma sempre discriminate

Secondo il Rapporto dell’Ilo, il numero di donne che partecipano al mercato del lavoro mondiale, occupate o in cerca di occupazione, non è mai stato elevato come adesso. La percentuale di donne sul totale degli occupati ha raggiunto il 40% nel 2006 e il tasso di disoccupazione femminile è del 6,6%, più alto di quello degli uomini che si attesta al 6,1%. Le donne hanno però maggiore probabilità rispetto agli uomini di essere impiegate in lavori a bassa produttività nei settori dell’agricoltura e dei servizi, mentre il tasso di occupazione femminile nel settore industriale resta più basso di quello maschile ed è diminuito negli ultimi dieci anni.
Nelle regioni mondiali più povere, sono soprattutto le donne a svolgere attività lavorative familiari non retribuite o a basso reddito, con scarse possibilità di essere economicamente indipendenti. Il passaggio da attività familiari scarsamente o non retribuite a occupazioni salariate è l’elemento principale verso la libertà e l’autodeterminazione di molte donne: la percentuale di donne salariate è sensibilmente aumentata negli ultimi dieci anni, passando dal 42,9% del 1996 al 47,9% nel 2006, ma tale percentuale è ancora notevolmente inferiore a quella degli uomini specialmente nelle regioni mondiali più povere. È inoltre evidente la persistenza delle disuguaglianze di genere retributive a parità di lavoro svolto nella maggior parte delle regioni e in molte occupazioni, così come le ragazze continuano a essere penalizzate nell’accesso all’istruzione e hanno meno possibilità dei maschi di accrescere la loro formazione e specializzazione nel corso della vita lavorativa.

male Africa e Medio Oriente, meglio le Americhe

La partecipazione delle donne alla forza lavoro nell’ultimo decennio è cresciuta soprattutto nella regione America Latina e Caraibi, seguita da Unione europea, Asia meridionale e, partendo da livelli molto bassi, da Medio Oriente e Nord Africa. Incrementi moderati si sono registrati in Asia orientale, mentre restano invariati e molto bassi i livelli dell’Africa subsahariana. Il Nord America presenta il più alto tasso di occupazione femminile, mentre Medio Oriente e Nord Africa continuano a registrare i tassi più bassi al mondo. Va comunque sottolineato che, mentre il tasso di occupazione femminile è cresciuto nella maggior parte delle regioni mondiali quello maschile è diminuito in cinque regioni su otto, soprattutto nell’Europa centrorientale (non Ue) e nell’Asia centrale e meridionale. Il tasso di disoccupazione resta invece più alto per le donne che per gli uomini in tutte le regioni mondiali, con differenze di genere particolarmente elevate in Medio Oriente e Nord Africa e in America Latina, mentre il Nord America è l’unica regione mondiale dove la disoccupazione è più alta tra gli uomini che tra le donne.

lavoro non retribuito, informale e di bassa qualità

L’Ilo rileva una generale diminuzione della percentuale di donne che lavorano senza retribuzione, tranne che nell’Africa subshahariana, ma esistono differenze rilevanti tra le varie aree mondiali: in Asia meridionale circa i due terzi delle donne occupate lavorano senza ricevere una paga, confermandosi la regione mondiale col più alto livello di lavoro femminile non retribuito ma anche quella dove si registrano le maggiori diminuzioni di questo fenomeno durante il periodo esaminato dall’Ilo. Una quota significativa di donne continua poi a lavorare in proprio in molte regioni, lavoro autonomo che spesso è informale e quindi caratterizzato da scarsa sicurezza e protezione sia del lavoro stesso sia delle condizioni di lavoro. Inoltre, recenti studi dell’Ilo confermano che le donne sono sproporzionatamente rappresentate nell’occupazione informale e che la concentrazione di lavoratrici autonome è particolarmente elevata nei lavori di bassa qualità.

disparità salariale

Vari studi effettuati in economie avanzate, in via di sviluppo e in transizione evidenziano come le differenze di genere di tipo salariale siano ancora molto presenti e dovute soprattutto a fattori oggettivi quali il livello di istruzione e formazione, gli anni di esperienza lavorativa e la quantità di tempo impiegata in lavori retribuiti. Esistono però differenze salariali tra uomini e donne spiegabili solo con approcci discriminatori e che provocano un gap salariale che va dal 5% al 15% nei Paesi industrializzati, che in Paesi come Sudafrica e Corea del Sud sale al 20% e che raggiunge addirittura l’80% in Cina e Australia. In molti casi, poi, questo tipo di discriminazione di genere aumenta al crescere dell’età dei lavoratori: in Francia ad esempio, sottolinea l’Ilo, il gap salariale è del 6% al di sotto dei 35 anni ma raddoppia per le donne di età superiore.

vecchie e nuove discriminazioni

Un altro Rapporto pubblicato nel maggio scorso dall’Ilo, dedicato alle varie forme di discriminazione sul lavoro, evidenzia come, nonostante alcuni miglioramenti, persistano forti ineguaglianze e siano in aumento nuove forme di discriminazione in ambito lavorativo. Alle tradizionali ineguaglianze di trattamento di tipo sessuale, razziale e religioso, infatti, si aggiungono nuove discriminazioni basate sull’età, sull’orientamento sessuale, e sulle condizioni psico-fisiche dei lavoratori (quali la disabilità o l’Hiv/Aids). Il Rapporto rileva i maggiori successi e fallimenti nella lotta alle discriminazioni sul lavoro, sottolineando la persistenza di forti differenze di trattamento di genere rispetto all’occupazione e alle retribuzioni. In Europa, ad esempio, oltre alle differenze retributive tra uomini e donne che si attestano intorno al 15%, esistono forti discriminazioni anche rispetto alle condizioni di handicap: mentre una persona di 16-64 anni ha il 66% di possibilità di trovare un lavoro, tale probabilità scende al 47% per chi ha un handicap lieve e al 25% per chi ha un handicap grave. Le varie forme di discriminazione inoltre, osserva l’Ilo, sono particolarmente estese nel crescente mercato del lavoro informale.

INFORMAZIONI: http://www.ilo.org/global/index.htm

PARI OPPORTUNITÁ: RWANDA MEGLIO DEI PAESI INDUSTRIALIZZATI

Livello democratico, grado di sviluppo economico e di welfare sono indicatori importanti per ogni Paese ma non garantiscono automaticamente anche un buon livello di pari opportunità tra uomini e donne. Lo dimostrano le rilevazioni contenute nel Rapporto annuale sui diritti sociali elaborato dal Social Watch e reso noto nel maggio 2007. In Rwanda ad esempio, uno dei Paesi più poveri al mondo, la parità di genere è maggiormente garantita che in Italia e nella maggior parte dei Paesi industrializzati. Nella graduatoria mondiale 2007 stilata dal Social Watch in base all’indice di parità di genere (Gender equity index - Gei), il Rwanda occupa la terza posizione con un punteggio di 84 su 100, dopo Svezia (89) e Finlandia (anche 84) e prima della Norvegia (83). Gli Usa si trovano solo al 24° posto, con un punteggio di 74, e soprattutto sono uno dei 10 Paesi che negli ultimi anni hanno fatto registrare le peggiori regressioni. Il fatto che la ricchezza di un Paese non sia automaticamente sinonimo di pari opportunità è dimostrato dagli scarsi indici di uguaglianza di genere rilevati in numerosi Paesi altamente sviluppati economicamente: ad esempio Arabia Saudita (42), Qatar (48), Kuwait (49), Lussemburgo e Giappone (60), Italia (63). Le scarse prestazioni sulle pari opportunità dell’Italia la collocano al 74° posto della graduatoria mondiale, ultimo tra i Paesi dell’Ue, a causa del persistere di differenze di reddito tra generi, di tasso di occupazione e della relativa esigua presenza di donne parlamentari, nel governo o in posizioni dirigenziali nei settori pubblico e privato. Il Rapporto Social Watch (Osservatorio sullo sviluppo sociale) è redatto ogni anno da un network di 400 organizzazioni, tra le quali, in Italia, la Fondazione Culturale Responsabilità Etica, Arci, Acli, Crbm, Lunaria, ManiTese, Movimondo, Sbilanciamoci, Sdebitarsi, Ucodep, Unimondo e Wwf.

INFORMAZIONI: http://www.socialwatch.org/en/portada.htm

CLASSIFICA DELLE DISPARITÁ DI GENERE SOCIO-ECONOMICHE

Nonostante alcuni miglioramenti verificatisi negli ultimi anni in varie regioni mondiali, in campo economico e occupazionale la parità di genere è ancora molto lontana. A parte poche eccezioni, rappresentate soprattutto dai Paesi del Nord Europa, le discriminazioni ai danni delle donne restano diffuse e attuate in vaie forme. Secondo la classifica stilata ogni anno dal World Economic Forum, che misura le disparità di genere in base a elementi quali opportunità e partecipazione economica, accesso all’istruzione, rappresentatività nei luoghi di decisione politico-economica, salute e aspettativa di vita, anche nel 2006 come già negli anni precedenti sono i Paesi nordeuropei a presentare le situazioni di maggior eguaglianza di genere, con Svezia, Norvegia, Finlandia, Islanda e Germania nei primi posti, seguiti da Filippine e Nuova Zelanda ma subito dopo da Danimarca, Regno Unito e Irlanda, in questa “top ten” della parità di genere. In generale, mentre gli Usa sono solo al 22° posto, dopo Lettonia e Lituania, 10 Stati membri dell’Ue si trovano nelle prime 20 posizioni, ma altri presentano situazioni di gran lunga peggiori: è il caso di Grecia (69° posto), Francia (70°), Malta (71°), Italia (77°) e Cipro (83°), a dimostrazione di una generale arretratezza dell’Europa mediterranea in materia di pari opportunità, con l’unica eccezione della Spagna situata all’11° posto.

INFORMAZIONI: http://www.weforum.org/pdf/gendergap/report2006.pdf

Tabella 2

G8: grandi sorrisi, poche decisioni

Circola negli ambienti della politica internazionale una vecchia battuta secondo la quale «una conferenza è una riunione di persone importanti che singolarmente non possono fare nulla ma assieme possono decidere che non si può fare nulla». È un po’ quello che viene in mente a proposito del G8, la Conferenza che riunisce periodicamente i cosiddetti Grandi di questo mondo e che da anni si sta trascinando tra promesse, rinvii e inviti ad altri Paesi (come Cina, India e Brasile) che intanto crescono e diventano più grandi dei “grandi” che, bontà loro, li invitano nel ristretto club dei ricchi. Il tutto accompagnato da legittime e comprensibili manifestazioni di protesta e da deprecabili e stupide piazzate di violenti.
L’ultimo appuntamento si è tenuto nei giorni 6-8 giugno scorsi ad Heiligendamm, in Germania, con la cancelliera tedesca Angela Merkel a presiedere l’incontro e a cercare con tenacia di regolare almeno qualcuno dei grandi contenziosi: dalla riduzione dei gas a effetto serra alla disputa sulle installazioni missilistiche statunitensi in Polonia e nella Repubblica Ceca, fino alla vicenda dell’indipendenza del Kosovo e alla lotta alle pandemie in Africa. Attorno al tavolo dei “grandi”, leaders in partenza scaglionata (prima Tony Blair, poi George W. Bush e Vladimir Putin), un nuovo leader fresco di nomina come il francese Nicolas Sarkozy, capi di governo saldamente in sella come Angela Merkel e un po’ traballanti come Romano Prodi: una compagnia tutta sorrisi e strette di mano, ma ciascuno con i pensieri rivolti alle grane di casa propria e molto meno ai problemi, pure enormi, del mondo.

molte contraddizioni

A cominciare da Bush che in patria deve fare i conti con un partito repubblicano in difficoltà alla vigilia delle elezioni presidenziali e si finge ambientalista per contrastare i democratici, salvo ridiventare avversario del protocollo di Kyoto non appena attraversato l’Atlantico, pronto in cambio a dare lezioni di democrazia a Putin che, se è vero che simili richiami se li merita tutti, ha buon gioco a chiedere al mondo “da che pulpito viene la predica”.
Lo stesso Putin, nostalgico dell’impero che fu il suo grande Paese, che dice “niet” alla prospettiva di indipendenza del Kosovo pensando ai rischi che correrebbe in Cecenia, e non solo, che si fa beffe dell’amico Bush proponendogli di spostare i missili in fondo all’Azerbaijan, Paese amico se non vassallo, e di condividerne la catena di comando.
Si fa sentire anche il debuttante Sarkozy, cercando di convincere Putin sulla questione serbo-kosovara e tenendo alta la rivendicazione in materia ambientale nel tentativo, nemmeno troppo occulto, di rinvigorire l’alleanza della Francia con la Germania.
Determinata e forte la presenza della presidente di turno (sia del G8 che dell’Ue) Merkel, che ha cercato con autorevolezza di orientare il Vertice verso una visione europea della difesa del pianeta, della qualità della vita e della solidarietà con le generazioni future.
Più pallida è sembrata la presenza italiana, di tutte forse quella più zavorrata dalle condizioni della maggioranza di governo e dall’aggressività dell’opposizione. Un po’ ha cercato di farsi sentire il ministro degli Esteri italiano, ricordando che la sede per dirimere la questione dei missili è la Nato, allegramente scavalcata dagli Usa, e che quella per risolvere l’intricato contenzioso del Kosovo è l’Onu: un richiamo apprezzabile al metodo visto che sul merito non si concludeva nulla.


conclusioni insufficienti

Difficile in queste condizioni tracciare un bilancio. A sentire i protagonisti, intenti a parlare ai propri elettori, un successo. A guardare le cose con distacco e pensando agli enormi problemi che si accumulano su questo pianeta malato non c’è da essere molto allegri. Per limitarci al tema dei cambiamenti climatici – su cui molto si sono enfatizzate le conclusioni – sarà pur vero che Bush ha ammesso la responsabilità umana (in generale naturalmente, non degli Usa responsabili di oltre il 40% dei gas a effetto serra) nel surriscaldamento in corso e che ha preso in considerazione le ambizioni europee di dimezzare le emissioni nocive entro il 2050, ma è almeno altrettanto vero che si è ben guardato di accettare alcun impegno vincolante in materia, facendo così da sponda a India e Cina per nulla intenzionati a rallentare i loro tassi di crescita.
Dunque, un “bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto”? Vi è una domanda molto più seria a cui si deve rispondere: esiste un “bicchiere” in grado di raccogliere decisioni condivise? Purtroppo non sembra funzionare un contenitore politico e istituzionale dove possano essere elaborate, secondo essenziali regole democratiche, decisioni che ci coinvolgono tutti e che non è possibile delegare a “grandi” di turno in tutt’altre faccende affaccendati, che non riescono a mettere all’ordine del giorno il mondo di domani perché ossessionati dai problemi di casa propria appesi come sono a risicate maggioranze elettorali.
Intanto il mondo aspetta: nel Darfur i massacri restano impuniti, l’Aids e la malaria continuano a decimare intere popolazioni e la salute del pianeta si aggrava. Non sono perciò una risposta i sorrisi, le pacche sulle spalle e le conferenze stampa cui abbiamo assistito.

(Franco Chittolina)

LE PRINCIPALI QUESTIONI AFFRONTATE DAI G8

Nel corso del Vertice dei G8 svoltosi a Heiligendamm (Germania) nei giorni 6-8 giugno scorsi, presieduto dalla cancelliera tedesca Angela Merkel dato che la Germania ha la presidenza di turno per il 2007, pochi sono stati gli impegni concreti adottati dagli otto “grandi”, i cui prossimi Vertici sono previsti a Hokkaido Toyako, in Giappone, nel luglio 2008 e in Italia (si è ipotizzato sull’isola della Maddalena) nel luglio 2009.
Processo di Heiligendamm: nella discussione dei G8 con i leader di Brasile, Cina, India, Messico e Sudafrica sono state individuate le rispettive responsabilità e la necessità di sviluppare soluzioni comuni. È stato concordato di lanciare un nuovo dialogo sulle principali questioni economiche mondiali al fine di raggiungere risultati concreti entro il Vertice G8 che si terrà in Italia nel 2009. In particolare, i temi-chiave riguardano: la libertà di investimenti e condizioni di investimento, inclusa la responsabilità sociale delle imprese; la promozione e la protezione dell’innovazione; l’efficienza energetica e la cooperazione tecnologica; le politiche di sviluppo.
Crescita e stabilità globale: prendendo atto che l’economia mondiale è in buone condizioni e la crescita è maggiormente distribuita tra le regioni mondiali, i G8 si sono impegnati a promuovere aggiustamenti dello squilibrio globale nell’ambito di una crescita economica robusta e sostenibile, attraverso politiche macroeconomiche nei rispettivi Paesi e riforme strutturali nonché «chiari segnali» da parte delle economie emergenti.
Cambiamenti climatici e sicurezza energetica: i G8 si dicono consapevoli delle loro responsabilità per azioni urgenti e concertate che contrastino i cambiamenti climatici, prendendo «seriamente in considerazione» la decisione di Unione europea, Canada e Giappone di almeno dimezzare le emissioni globali entro il 2050. Così come è stato concordato che l’Onu è la sede appropriata in cui negoziare le azioni globali future sulla materia, per cui tutte le parti sono chiamate a partecipare in modo «attivo e costruttivo» alla Conferenza Onu sui cambiamenti climatici che si terrà in Indonesia nel dicembre 2007 per definire accordi post-Kyoto. Al fine di indirizzare le urgenti sfide in questione, sostengono i G8, è «vitale» che i principali Paesi responsabili di emissioni di gas serra convengano su un dettagliato contributo per un nuovo quadro globale entro la fine del 2008. Le azioni future, da stabilire in ambito Onu, dovranno prevedere principi comuni ma differenti responsabilità e possibilità. Tecnologia, efficienza energetica e meccanismi di mercato, inclusi sistemi commerciali di emissioni e incentivi fiscali, sono secondo i G8 le chiavi per controllare i cambiamenti climatici e accrescere la sicurezza energetica.
Africa e obiettivi del Millennio: incontrando alcuni leader politici africani, quali i presidenti di Unione africana (Ua) e Commissione africana e i rappresentanti di Algeria, Etiopia, Nigeria, Senegal e Sudafrica, i G8 hanno discusso sui contributi necessari per raggiungere gli obiettivi del Millennio in Africa, concordando sulla necessità di partnership, responsabilità e fiducia reciproche e cooperazione con le economie emergenti. È stata concordata la necessità di sviluppare la crescita del settore privato, dei mercati finanziari e commerciali e di migliorare la governance, confermando gli impegni presi durante il G8 di Gleneagles in materia di debito e di iniziative finanziarie. Oltre a confermare il supporto all’Ua e alle organizzazioni sub-regionali africane per migliorare la stabilità socio-politica del continente, i G8 si sono impegnati a stanziare 60 miliardi di dollari nel Global Fund per la sanità africana e la lotta alle principali pandemie che colpiscono il continente: Hiv/Aids, malaria e tubercolosi. Le principali Ong internazionali ritengono però che tale decisione non rappresenti un nuovo impegno dei G8 ma semplicemente la riproposizione di quanto già annunciato al Vertice di Gleaneagles nel 2006.

INFORMAZIONI: http://www.g-8.de/Webs/G8/EN/Homepage/home.html

G8 2001 DI GENOVA: BARLUMI DI VERITÁ

Osservando la ormai nota ritualità del Vertice annuale dei G8, con molta retorica e poche decisioni concrete da parte dei capi di Stato e di governo, mentre fuori dall’area riservata e super blindata si svolgevano varie manifestazioni di protesta di movimenti e organizzazioni sociali, non può non tornare alla mente il disastroso Vertice di Genova del luglio 2001. Sei anni dopo, casualmente più o meno in concomitanza con l’incontro tedesco di Heiligendamm e le manifestazioni di Rostock, sono giunti sprazzi di verità sulle assurde e inaudite violenze repressive attuate allora nel capoluogo ligure.
Innanzitutto si è registrata la sentenza di condanna contro atti commessi dalle forze dell’ordine per le strade di Genova: con sentenza emessa dal giudice istruttore Angela Latella il 18 aprile 2007, infatti, il Tribunale di Genova ha condannato il ministero dell’Interno a risarcire Marina Spaccini, pediatra cinquantenne che il 20 luglio 2001 fu vittima di violenze da parte delle forze dell’ordine mentre manifestava pacificamente con la Rete Lilliput in via Assarotti (nei pressi di piazza Manin). Oltre alla descrizione di vari e diffusi atti di violenza praticati dalle forze dell’ordine, l’elemento di estrema importanza contenuto nella sentenza riguarda il passaggio in cui il Tribunale di Genova dichiara che «non si può neppure porre in dubbio che non si sia trattato né di un’iniziativa isolata, di un qualche autonomo eccesso da parte di qualche agente, né di un fatale inconveniente durante una legittima operazione di polizia volta e riportare l’ordine pubblico gravemente messo in pericolo». Dunque, constatando «una grande confusione organizzativa dell’evento», il Tribunale individua una pianificazione della repressione contro i manifestanti.
Pochi giorni dopo il G8 tedesco poi, il 13 giugno scorso, durante il processo in corso per la sanguinosa irruzione di polizia nella scuola Diaz la notte del 21 luglio 2001, l’allora vice questore aggiunto del primo Reparto Mobile di Roma e ora imputato, Michelangelo Fournier, ha dichiarato: «Arrivato al primo piano dell’istituto ho trovato in atto delle colluttazioni. Quattro poliziotti, due con cintura bianca e gli altri in borghese, stavano infierendo su manifestanti inermi a terra. Sembrava una macelleria messicana». E ancora: «Sono rimasto terrorizzato e basito quando ho visto a terra una ragazza con la testa rotta in una pozza di sangue. Pensavo addirittura che stesse morendo. Fu a quel punto che gridai: “basta, basta” e cacciai via i poliziotti che picchiavano». Al magistrato che gli chiedeva perché non avesse detto prima queste cose, Fournier ha risposto: «Durante le indagini non ebbi il coraggio di rivelare un comportamento così grave da parte dei poliziotti per spirito di appartenenza».
Infine, il 20 giugno la Procura di Genova ha iscritto nel registro degli indagati l’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro con l’ipotesi di reato di istigazione alla falsa testimonianza: avrebbe suggerito all’allora questore di Genova, Francesco Colucci, una versione edulcorata dei fatti della Diaz per scagionare i dirigenti.
È ormai noto che sui vari processi per i gravi fatti di Genova incombe la prescrizione. Ma se anche non si giungesse a una verità giudiziaria, almeno la verità storica sarebbe importante, per rispetto delle migliaia di persone che hanno assistito, subito e denunciato violenze e abusi e, più in generale, per il livello democratico di un Paese come l’Italia che in quei giorni del luglio 2001 toccò uno dei punti più bassi della sua storia repubblicana.

INFORMAZIONI: http://www.veritagiustizia.it

a Siviglia un Congresso positivo per i sindacati europei

Ora che il sipario è calato anche sull’XI Congresso della Confederazione europea dei sindacati (Ces), che si è svolto a Siviglia dal 21 al 24 maggio, con 81 organizzazioni nazionali affiliate, 12 federazioni europee di settore, in rappresentanza di oltre 60 milioni di iscritti, vale la pena trarre qualche considerazione sugli aspetti più importanti che lo hanno caratterizzato. La scena “politica” è stata segnata dagli interventi di José Manuel Barroso, presidente della Commissione europea ascoltato e applaudito con cortesia, da quello molto apprezzato di Franz Müntefering, ministro del Lavoro tedesco, ma soprattutto dall’atteso discorso del premier spagnolo José Luis Rodriguez Zapatero, salutato da una standing ovation finale.
Sono state tre giornate e mezzo di dibattito intenso, organizzate peraltro con modalità innovative rispetto ai tradizionali congressi. La discussione era strutturata in sessioni tematiche, con una tavola rotonda in ciascuna basata su domande e brevi risposte dei partecipanti: dirigenti sindacali nazionali, esperti, politici. Il dibattito dei congressisti è avvenuto dunque per tema, evitando gli interventi “tuttologhi” che a volte caratterizzano queste occasioni.

i principali contenuti

Venendo alle questioni di contenuto, una battuta può dare l’idea di come sia andato davvero questo Congresso: se a Siviglia non sono state trovate “tutte” le ricette per “tutti” i problemi europei, di certo i più importanti sono stati discussi e le proposte per affrontarli non sono mancate.
Sul tema del capitalismo finanziario speculativo, ad esempio, è stata data la “sveglia” al movimento sindacale europeo, per perseguire strategie di buona governance economica in grado di affrontare problemi quali “private equity” ed “hedge funds”, vale a dire gli investimenti finanziari a carattere speculativo che puntano a rendimenti elevati a breve termine, con conseguenti e inevitabili tagli dei costi e perdita di posti di lavoro.
Sul mercato del lavoro occorrono condizioni di lavoro inclusive e di qualità per tutti, e norme minime comuni di riferimento, perché 27 mercati del lavoro diversi non portano che ad una condizione al ribasso delle tutele dei lavoratori. Anche sui temi dell’“occupazione sostenibile”, ma soprattutto delle politiche salariali nell’Unione monetaria, non sono mancate discussioni e visioni differenti: i tedeschi si sono battuti per la definizione di salario minimo europeo per legge, su cui vi è stata l’opposizione di molti, tra i quali il sindacato italiano; la “mediazione” trovata è il rafforzamento di un sindacalismo europeo capace di essere “autorità salariale” perché in grado di contrattare su scala europea, anche attraverso il lancio di una campagna sul “salario dignitoso”. Un sindacalismo europeo, dunque, più incisivo nell’ambito del dialogo sociale, della contrattazione collettiva e della partecipazione dei lavoratori.

Ces rafforzata e propositiva

Dal Congresso esce una Ces più legittimata sul piano dei poteri negoziali: poiché anche su questo tema è bene “non andare in ordine sparso”, il Congresso ha stabilito la necessità di istituire un quadro coerente per la contrattazione collettiva e un coordinamento delle politiche contrattuali nazionali: rafforzando ulteriormente il collegamento tra i diversi livelli del dialogo sociale europeo, sviluppando complementarietà e sinergie necessarie tra i vari livelli (confederale, intercategoriale, transfrontaliero, nazionale) per conseguire migliori risultati. Un buon modo per concretizzare un passaggio del manifesto finale, vale a dire una Ces in grado non solo di criticare e mobilitare, ma anche di proporre e agire.

delusione sul Trattato dell’Ue

È sul Trattato costituzionale che, forse, si è avuto il risultato più deludente per chi, come il sindacalismo italiano, si è battuto per sostenere la Costituzione europea e un suo rilancio in questa fase di stallo. Di fronte alle ventilate ipotesi di “Trattato leggero”, magari depurato anche dalla Carta dei diritti fondamentali, è proprio la difesa di quest’ultima e la necessità di un suo valore giuridico europeo che ha fatto da collante al voto di una dichiarazione finale sull’argomento. E all’assenso per una euromanifestazione a Bruxelles in occasione del Consiglio europeo di giugno.
Forse, la strada più coerente per rispondere alle forti perplessità che attraversano il movimento sindacale sul Trattato costituzionale (quando il TUC inglese, non da solo, apre il suo intervento sul tema dicendo che la Costituzione europea non è un problema del sindacato, c’è poco da stare allegri) è proprio quello di continuare a rafforzare i poteri della Ces. Perché è inevitabile che più sindacato avrà bisogno di più Europa: istituzionale, politica e sociale.

organizzazione e pari opportunità

Da questo punto di vista, alcune innovazioni organizzative fanno ben sperare che non si debba attendere il prossimo Congresso di Manchester per avere di fronte una Ces “un po’ più sindacato”: è stata infatti ottenuta, proprio su proposta dei sindacati italiani, l’istituzione di un’assemblea organizzativa tra un congresso e l’altro che avrà il compito di fare il punto sulla coerenza tra le politiche enunciate, i risultati raggiunti, e gli assetti organizzativi.
Una nota positiva va al lavoro della Ces sulla promozione delle pari opportunità tra donne e uomini. Una specifica tavola rotonda ha affondato il problema dei differenziali salariali, che, anche a causa di una maggiore presenza femminile nei lavori precari e sottopagati, specie tra le immigrate, si attestano su una media europea del 15%; continuano a situarsi a livelli molto elevati in alcuni Paesi e, in linea generale, non emerge una tendenza alla loro riduzione.
Sul tema della presenza delle donne nei luoghi decisionali, la Ces ha confermato una politica di coerenza: non solo sull’elezione della segreteria, riconfermando la proposta del gruppo dirigente uscente, dunque due donne su sette, tra le quali la segretaria generale aggiunta. Cifre alla mano, si è presentata con un Rapporto sull’applicazione delle politiche di parità nelle organizzazioni sindacali affiliate e, per quanto riguarda le composizioni delle delegazioni, ha pubblicamente valorizzato quelle che hanno raggiunto e superato il 50% delle presenze femminili e “richiamato” altre (ben diciannove, purtroppo) che non avevano donne in delegazione.
Ma è forse sull’elezione della figura del presidente, che affiancherà il segretario generale John Monks nella direzione della Ces, che si è registrato un ulteriore passo in avanti: è stata eletta Wanja Lindby-Wedin, della LO svedese. E questa politica di coerenza è stata sottolineata dall’intervento finale, appassionato e con altrettanta passione applaudito dalla platea, di Candido Mendez, storico sindacalista della Ugt spagnola, che ha appunto passato il testimone della presidenza a Wedin. Chi lo conosce, sa che non mentiva quando ha concluso l’intervento dicendo: «Lascio l’incarico felice. Quando ho iniziato il mio lavoro alla Ces, gli equilibri di cui si doveva tener conto erano quelli politici, o geografici, tra sindacalismo nordico e del sud. Oggi lascio una Ces dove gli equilibri applicati sono quelli di genere».
Un motivo in più per essere soddisfatti di questo XI Congresso.

(Rita Pavan)

salari minimi nell’Ue

All’inizio del 2007 erano 20 su 27 gli Stati membri dell’Ue ad avere in vigore una legislazione nazionale per la determinazione del salario minimo, con differenze notevoli però tra i 92 euro mensili previsti dalla Bulgaria e i 1570 del Lussemburgo. È quanto rileva uno studio di Eurostat reso noto il 18 giugno scorso e basato su dati aggiornati al gennaio 2007. La disparità tra gli Stati membri presi in considerazione è di ben 17 volte tra i valori minimi e massimi se misurati in euro, mentre si riduce a 7 volte se calcolati sulla base dello standard del potere d’acquisto (Purchasing Power Standard - PPS): in questo caso resta il Lussemburgo al primo posto con 1503 PPS mensili, mentre all’ultimo posto si trova la Romania con 204 PPS mensili.
Differenze notevoli tra gli Stati dell’Ue si registrano anche per quanto concerne la proporzione di lavoratori che percepiscono il mimino salariale: si va dall’1% in Spagna al 17% in Francia.
In generale, considerando i salari minimi in euro i 20 Paesi dell’Ue esaminati sono suddivisibili in tre gruppi: al di sotto dei 300 euro mensili si trovano Bulgaria, Romania, Lettonia, Lituania, Slovacchia, Estonia, Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca; tra i 400 e i 700 euro mensili si attestano Portogallo, Slovenia, Malta, Spagna e Grecia; mentre Francia, Belgio, Paesi Bassi, Regno Unito, Irlanda e Lussemburgo presentano salari minimi mensili superiori ai 1200 euro. Come termine di paragone, Eurostat segnala che negli Usa il salario federale minimo equivale a 676 euro mensili, mentre in Turchia è di 289 euro.
Secondo dati relativi al 2005, il minimo salariale equivale a circa un terzo della media mensile lorda percepita nei settori dell’industria e dei servizi in Estonia, Romania, Lettonia, Polonia e Slovacchia, a circa la metà invece in Irlanda, Lussemburgo, Malta e Bulgaria.

Tabella 3


flash

il dopo Consiglio europeo

Vari e di diverso orientamento i commenti dei leader europei al termine del Consiglio europeo del 21-22 giugno (vedi le pagine 1 e 2). La cancelliera tedesca Angela Merkel, che ha presieduto il Vertice, si è dichiarata «molto soddisfatta» dell’accordo raggiunto perché consentirà all’Europa di essere più efficiente e di far ripartire il processo di allargamento. «Abbiamo ottenuto un mandato chiaro per la Conferenza intergovernativa. C’è una grande opportunità per avere un nuovo Trattato in vigore nel 2009», ha detto Merkel presentandosi all’alba in sala stampa. Secondo la cancelliera tedesca «c’è stato bisogno di molta volontà e abbiamo fatto ricorso a molti compromessi, ma alla fine ciò che conta è che siamo riusciti a uscire dall’impasse e a rilanciare il Trattato su basi nuove. Lo abbiamo fatto portando tutti e 27 gli Stati membri sulla stessa strada: tutti hanno dovuto accettare qualcosa o rinunciare a qualcosa». Soddisfatto anche il presidente polacco Lech Kaczynski, tra quelli che hanno maggiormente ostacolato il negoziato concedendo poco spazio alla trattativa: «È stato un Vertice difficile, ma il risultato raggiunto è molto incoraggiante per la Polonia. Ringrazio gli “amici” inglesi e francesi per l’aiuto fornito al fine di conseguire l’accordo». L’altro leader europeo che di fatto, insieme a Kaczynski, ha affondato il Trattato costituzionale, cioè l’uscente premier britannico Tony Blair, ha osservato che «finalmente si è usciti dalla stallo determinato dalla necessità di andare oltre il Trattato costituzionale». Ora, ha aggiunto Blair, «dovrebbe essere abbastanza facile, per la Conferenza intergovernativa, arrivare alla stesura di un nuovo testo di Trattato entro la fine dell’anno». Di diverso avviso il premier italiano Romano Prodi che, pur osservando come dal Vertice sia uscita un’Ue «comunque più forte», ha voluto sottolineare il ruolo di “freno” al processo di costruzione europea svolto soprattutto dal Regno Unito, annunciando che il governo italiano si impegnerà perché di fronte a tali atteggiamenti si possa procedere a cooperazioni rafforzate, cioè a un’Europa “a più velocità”. (Fonte: Ansa)


ripresi i negoziati Ue-Serbia

Dopo oltre un anno, l’Ue e la Serbia hanno ripreso lo scorso 13 giugno i negoziati bilaterali per l’Accordo di associazione e stabilizzazione (Asa). I negoziati erano stati sospesi nel maggio 2006 per la scarsa cooperazione di Belgrado con il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (Tpij) con sede all’Aia. Con l’insediamento del nuovo governo serbo la collaborazione è molto migliorata, portando il 31 maggio scorso all’arresto dell’ex generale serbo bosniaco Zdravko Tolimir: manca ancora però la consegna al Tpij dei due principali ricercati, Ratko Mladic e Radovan Karadzic. Questa, ha sottolineato il commissario europeo all’Allargamento Olli Rehn, è la condizione posta anche dall’Ue per la firma dell’Asa. «Oggi riprendiamo a negoziare, ma la firma è condizionata alla piena cooperazione della Serbia» ha dichiarato Rehn riaprendo i colloqui bilaterali, al termine di un incontro a Bruxelles con il vice premier serbo responsabile per l’integrazione europea, Bozidar Djelic, il quale ha commentato: «Siamo indietro rispetto ai nostri vicini, ma faremo tutto il possibile per recuperare. Ottenere già dal prossimo anno lo status di candidato è il nostro primo passo». Il primo ministro serbo, Vojislav Kostunica, ha espresso soddisfazione per la ripresa dei negoziati preliminari con l’Ue, ma ha insistito affinché Bruxelles resti fedele al «rispetto dell’integrità territoriale» della Serbia.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/enlargement/serbia/index_en.htm

Gaza: l’Ue chiede una tregua

L’Unione europea ha espresso la propria preoccupazione rispetto alla crisi della Striscia di Gaza, conquistata militarmente da Hamas e dove la nuova esplosione di violenza tra i combattenti di Hamas e di Al Fatah ha causato in poche settimane almeno 90 vittime, in maggioranza civili. Il 18 giugno scorso la presidenza dell’Ue ha condannato fermamente la «presa del potere violenta» delle «milizie illegali» e ha espresso il suo appoggio al presidente dell’Anp Mahmud Abbas (noto come Abu Mazen), riconosciuto come unico interlocutore dell’Ue, per la sua decisione di sciogliere il governo palestinese in carica e istituirne uno di emergenza. La presidenza dell’Ue ha poi esortato tutte le parti a sostenere Abbas e a fare tutto il possibile perché la violenza non si propaghi alla Cisgiordania. La commissaria europea alle Relazioni esterne, Benita Ferrero-Waldner, ha esortato tutte le parti a porre fine alla violenza e risparmiare i civili, mentre il commissario all’Aiuto umanitario Louis Michel ha rivolto un appello per una «tregua umanitaria», che consenta di evacuare i feriti e di garantire l’assistenza di base (cibo, acqua e aiuto medico) agli abitanti della Striscia di Gaza.

INFORMAZIONI: http://www.eu2007.de/fr/News/CFSP_Statements/June/0615Palaestina.html

conti pubblici nell’Uem

Il commissario per gli Affari economici e monetari, Joaquín Almunia, ha presentato a Bruxelles il 15 giugno scorso l’ottava Relazione annuale sulle finanze pubbliche nell’Unione economica e monetaria (Uem), commentando: «Appare chiaro che la maggior parte degli Stati membri deve migliorare i risultati per quanto riguarda il conseguimento degli obiettivi di bilancio». I benefici che si otterrebbero, consentirebbero agli Stati membri di «liberare le risorse di bilancio necessarie per promuovere l’innovazione, gli investimenti, l’istruzione e l’occupazione, che permetterebbero loro di affrontare con maggiore fiducia le sfide della globalizzazione e dell’invecchiamento demografico». La Relazione pone l’Italia nel gruppo dei 10 Paesi a “medio rischio” dal punto di vista della sostenibilità finanziaria. Secondo la Commissione, risulta necessario un rapido consolidamento dei conti pubblici che assicuri una stabile riduzione del debito pubblico, nonché l’avvio di riforme nel regime pensionistico.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/economy_finance/publications/european_economy/2007/pfr/ee307_en.pdf

fallito il Vertice G4

Sottotono e culminato con un fallimento il Vertice svoltosi a Potsdam, in Germania, dal 19 giugno scorso tra i negoziatori principali dei cosiddetti G4, cioè il commissario europeo al Commercio Peter Mandelson e i suoi omologhi di Usa (Susan Schwab), Brasile (Celso Amorim) e India (Kamal Nath). Il 21 giugno, infatti, i negoziatori indiano e brasiliano hanno deciso di ritirarsi prematuramente dai negoziati, dichiarando che la questione dell’agricoltura è stata la causa del fallimento del Vertice, chiusosi quindi anticipatamente. I G4 dovevano trovare un compromesso intermedio sulle modalità di liberalizzazione degli scambi agricoli e sui prodotti manifatturieri (Nama), che avrebbe costituito la base per un accordo multilaterale. Unione europea e Stati Uniti desiderano limitare al 10% per sé e al 15% per i Paesi in via di sviluppo l’importo massimo dei dazi doganali sui Nama. «Non siamo giunti alla convergenza su tutti i dossier, ma abbiamo compiuto progressi su alcune questioni che comprendono l’accesso al mercato e le sovvenzioni agricole, la concorrenza all’esportazione e le sovvenzioni all’esportazione», ha affermato Peter Mandelson in una dichiarazione al termine dei lavori. Ma i contrasti con le economie emergenti sono piuttosto evidenti.

INFORMAZIONI: http://www.eurunion.org/News/press/2007/ 2007070.htm

euro per Cipro e Malta

Dal primo gennaio 2008 Cipro e Malta faranno il loro ingresso nella zona dell’euro. Il via libera definitivo è giunto nel corso del Consiglio europeo il 21 giugno scorso a Bruxelles. Toccherà ora al prossimo Consiglio Ecofin fissare il tasso di cambio definitivo della lira cipriota e della lira maltese nella riunione del 10 luglio. Con l’ingresso di Malta e Cipro, i Paesi che hanno adottato la moneta unica europea diventeranno quindici.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/economy_finance/euro/our_currency_en.htm

europei fiduciosi nell’Ue

L’Eurobarometro di primavera, reso noto il 21 giugno ma svoltosi tra aprile e maggio e dunque prima dell’affossamento del Trattato costituzionale da parte del Consiglio europeo, rivela come l’opinione pubblica europea sia diventata notevolmente più favorevole all’Ue e alle sue istituzioni rispetto a quanto registrato nell’autunno 2006. Si sta inoltre delineando un clima di fiducia in relazione a come i cittadini europei vedono la situazione economica nel loro Paese. I tre principali indicatori degli atteggiamenti generali nei confronti dell’Ue rivelano tendenze positive: il sostegno al fatto di essere membri dell’Ue (57%, +4); i vantaggi percepiti risultanti dall’essere membri dell’Ue (59%,+5); l’immagine dell’Ue (52%, +6). Un’analoga tendenza per quanto concerne il livello di fiducia la si può osservare per la Commissione (52%, +4) e per il Parlamento europeo (56%, +4).
Complessivamente, la maggioranza dei cittadini europei (52%, +6) ritiene che la situazione della loro economia nazionale sia buona; il 49% (+3) dei cittadini è a favore di un ulteriore allargamento dell’Ue negli anni a venire, mentre il 39% (-3) vi si oppone. Due terzi degli europei (66%, +3) sono inoltre favorevoli all’adozione di una Costituzione europea.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/public_opinion/archives/eb/eb67/eb_67_first_en.pdf

PENA DI MORTE: MORATORIA ALL’ONU IN AUTUNNO

Il Consiglio dei ministri degli Esteri dell’Ue ha assunto il 18 giugno scorso un «impegno formale» a presentare la risoluzione sulla moratoria della pena di morte all’inizio della prossima Assemblea generale dell’Onu, che si aprirà a settembre. Il ministro degli Esteri italiano, Massimo D’Alema, ha ribadito la richiesta italiana di una presentazione della moratoria già nella sessione in corso a giugno, ma il collega tedesco FranK-Walter Steinmeier ha fatto notare che la maggioranza degli Stati membri dell’Ue preferiva la prossima sessione. Sulla questione è intervenuto anche il presidente della Repubblica italiana: «La campagna per l’abolizione della pena di morte è una battaglia fondamentale per il comune progresso civile e per la difesa dei diritti umani, in cui l’Italia è fortemente impegnata», ha affermato Giorgio Napolitano.
Sempre il 18 giugno, con una dichiarazione congiunta dell’Ue e del Consiglio d’Europa, si è deciso di istituire il 10 ottobre la Giornata europea contro la pena di morte. Per promuovere l’abolizione universale della pena capitale, la dichiarazione congiunta sarà firmata da Parlamento europeo, presidenza dell’Ue, Commissione europea e Consiglio d’Europa in occasione di una Conferenza internazionale che si terrà a Lisbona il 9 ottobre 2007. Nell’area geografica costituita dai 47 Paesi del Consiglio d’Europa, fra cui gli Stati membri dell’Ue, non si verificano esecuzioni dal 1997. L’abolizione della pena di morte è inoltre un presupposto per entrare a far parte di queste due organizzazioni europee.
Secondo Amnesty International, all’inizio del 2007 oltre la metà dei Paesi al mondo ha abolito la pena di morte per legge o de facto: 88 Paesi l’hanno abolita per ogni reato; 11 l’hanno abolita salvo che per reati eccezionali (commessi in tempo di guerra); 29 sono abolizionisti de facto poiché non vi si registrano esecuzioni da almeno dieci anni, oppure hanno assunto un impegno a livello internazionale a non eseguire condanne a morte. In totale, 128 Paesi hanno abolito la pena di morte nella legge o nella pratica, mentre 69 la mantengono in vigore, ma il numero di quelli dove le condanne a morte sono eseguite è molto più basso.
Durante il 2006, almeno 1591 persone sono state messe a morte in 25 Paesi e almeno 3861 imputati sono stati condannati a morte in 55 Paesi, ma il dato reale potrebbe essere molto più alto sottolinea Amnesty. Il 91% di tutte le esecuzioni conosciute è avvenuto in 6 Paesi: Cina, Iran, Pakistan, Iraq, Sudan e Usa. Il Kuwait ha il più alto numero di esecuzioni pro capite al mondo, seguito dall’Iran. Basandosi sulle informazioni pubbliche disponibili, Amnesty stima che almeno 1010 persone sono state messe a morte in Cina durante il 2006. Tuttavia, questo dato rappresenta soltanto la punta di un iceberg. Fonti attendibili, infatti, suggeriscono che nel Paese siano state messe a morte tra le 7500 e le 8000 persone. L’Iran ha messo a morte 177 persone, il Pakistan 82, l’Iraq e il Sudan almeno 65, mentre negli Usa ci sono state 53 esecuzioni in 12 Stati.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/external_relations/human_rights/adp/index.htm;
http://www.amnesty.it/campagne/pena_di_morte/index.html