Euronote 38/2005

responsabilita' sociale

Bolkenstein 2 C’è un “filo”, sottile ma determinante, che lega molti eventi verificatisi in Europa negli ultimi mesi. Dai “no” dei cittadini francesi e olandesi sul Trattato costituzionale alle mobilitazioni per il G8 di Gleneagles, dagli attentati di Londra alle rivolte nelle banlieue francesi, dalle diffuse proteste contro la “Bolkestein” fino alle tragedie dell’immigrazione (Canale di Sicilia, enclave spagnole, Amsterdam sono solo le ultime) e, guardando all’Italia, alle sollevazioni popolari di Bologna, Locri e della Val di Susa, seppur in forme diverse emerge un elemento comune: la responsabilità sociale delle politiche.
Già, perché se negli ultimi anni molto si è discusso e si è tentato di fare per quanto concerne la responsabilità sociale delle imprese (a cui dedichiamo l’inserto di questo numero), le ricadute sociali delle politiche messe in atto, dal livello locale a quello internazionale, sono spesso sottovalutate o considerate inevitabili. Eppure, anche e soprattutto le amministrazioni locali, i governi, le istituzioni nazionali e internazionali dovrebbero rispondere delle conseguenze che le loro decisioni (o non decisioni) hanno sui cittadini e sull’ambiente. Si tratta di questione etica e morale per una politica che non può definire l’agenda in base a interessi particolari, scadenze elettorali o di mandato, ma dovrebbe essere lungimirante e decidere per il bene comune, con attenzione particolare alle fasce più deboli e problematiche. Tutto ciò attraverso il dialogo e non la contrapposizione con i cittadini e le varie organizzazioni della società. Gli eventi elencati, ma anche le cifre sui 72 milioni di cittadini europei a rischio di povertà e i 2,7 miliardi di persone che nel mondo vivono con meno di 2 dollari al giorno, mostrano i pericolosi risultati di una scarsa sensibilità sociale delle politiche. L’attuale “modello sociale europeo”, già insufficiente per garantire nell’Ue una comune cittadinanza sociale basata sull’effettivo esercizio di diritti per tutti, è attaccato da più parti e non “sfonda” a livello globale. Le spinte liberiste per una governance “leggera” e senza troppi vincoli sono forti, in Europa come nel resto del mondo. Ma non si può pretendere legalità senza garantire equità e giustizia, così come non ha senso parlare di sicurezza senza partire dalla sicurezza sociale. Questo vale nelle periferie di Parigi e Londra come negli slum di Nairobi, e dovrebbe far riflettere i governi locali e nazionali come le istituzioni e gli organismi internazionali.
«Politiche contro la marginalizzazione delle minoranze e per la promozione dell’inclusione sociale dovrebbero diventare priorità», scrive l’Osservatorio europeo su razzismo e xenofobia in un recente Rapporto. Allora, è giusto pretendere dalle imprese attività più responsabili in ambito sociale e ambientale, ma sulla responsabilità sociale è la politica a dover fare un primo e concreto passo in avanti.


un Vertice inutile a Londra?
di Franco Chittolina

Il Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo, svoltosi a Londra il 27 ottobre scorso, è parso a molti non meritevole di attenzione e anche i media vi hanno dedicato poco spazio. E invece quello che è (e non è) capitato qualche considerazione la merita. Intanto va detto che si trattava di un Vertice informale, voluto da Tony Blair per saggiare l’umore dei suoi colleghi su alcuni nodi cruciali per il futuro dell’Unione: nessuna decisione concreta era attesa né preparata e quindi è avvenuto esattamente quanto era prevedibile. E cioè: la non volontà inglese di impegnarsi per un rilancio del processo di integrazione europea, l’iscrizione nell’agenda futura dell’Ue di alcuni temi che sarà inevitabile affrontare e, per noi italiani, la conferma che nell’ormai infinita campagna elettorale il tema dell’Europa sarà invocato a difesa degli insuccessi sempre più gravi della nostra economia.

continua la crisi dell'Ue

Lo stop imposto all’Ue dai “no” francese e olandese alla Costituzione e la conclusione fallimentare del Consiglio europeo di giugno nel negoziato sulle prospettive finanziarie 2007-2013, episodi ulteriormente aggravati, per ragioni diverse, dagli esiti elettorali tedeschi e polacchi, pesano con forza su una crisi politica dell’Ue che si conferma come la più grave della sua storia. La decisione, sofferta e coraggiosa, del 3 ottobre scorso di avviare i negoziati per l’adesione all’Ue della Turchia rischia, in un simile contesto, di introdurre nuovi elementi di tensione e ridurne gli effetti positivi nel contesto della crescente instabilità mondiale, ancora aggravata dalle ultime vicende iraniane. In questo scenario, le istituzioni comunitarie mandano segnali non proprio incoraggianti: diviso e poco ascoltato il Parlamento europeo, debole la Commissione nelle sue proposte e, tutto sommato, a suo agio la presidenza di turno britannica del Consiglio europeo nel registrare questo stato di cose, che ai suoi occhi ha il merito di paralizzare la crescita politica dell’Ue sottovalutando tuttavia il rischio dell’impatto di questa paralisi sull’economia e sui mercati europei, che pure stanno molto a cuore a Blair. Come dire che qualcuno sta scherzando con il fuoco e potrebbe anche finire col bruciarsi.

le questioni aperte


Un merito il Consiglio europeo di Londra l’ha tuttavia avuto: quello di ricordarci la lista impietosa dei nodi che l’Ue dovrà al più presto sciogliere se vuole uscire dalla crisi grave in cui è precipitata.
Sui tempi brevi (anzi già si è fuori tempo massimo) bisognerà venire a capo del negoziato sulle risorse finanziarie dell’Ue per il difficile periodo 2007-2013: ne va della politica di coesione e in particolare della credibilità dell’Ue verso i nuovi Stati membri, che già cominciano a dubitare della “barca” su cui sono saliti. Né troppo a lungo potrà protrarsi la pausa di riflessione sul futuro della Costituzione europea, che forse non è morta ma certo vegeta in un coma profondo, nonostante abbia avuto il conforto dell’approvazione di 14 Paesi su 25. Bisognerà proprio aspettare l’esito delle elezioni presidenziali francesi del 2007 per rilanciare un’iniziativa politica di cui l’Ue ha invece un bisogno urgente?
Sul fronte della globalizzazione ci aspetta la ripresa dei negoziati dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc-Wto) a dicembre ad Hong Kong e la vigilia registra tensioni, in particolare tra Francia, Regno Unito e Commissione sui margini di concessioni possibili in materia di agricoltura. Intanto, a Londra è stato messo all’ordine del giorno il tema oltremodo sensibile della revisione del modello sociale europeo sospeso alla soluzione dei precedenti nodi irrisolti e che, nelle condizioni attuali, rischia di farne le spese, magari in un clima avvelenato dal dibattito sulla direttiva “Bolkestein” sulla liberalizzazione dei servizi. L’elenco, comunque non esaustivo, termina con uno spiraglio di luce che si è intravisto a Londra: quello di un’accresciuta consapevolezza sul tema “caldo” dell’immigrazione e sull’esigenza di affrontarlo in chiave prevalentemente europea. Sarebbe ora ed è già tardi.

il “contributo” italiano

Infine una breve annotazione sul “contributo” del governo italiano nel Consiglio europeo di Londra, contributo poco propositivo per l’Europa se non addirittura tutto ad uso interno ed elettorale. Niente di nuovo, comunque: l’economia va male a causa dell’euro, che si sarebbe «rivalutato del 50% facendo perdere competitività ai nostri prodotti» (difficile dire da dove venga questo calcolo: l’euro è nato a 1,18 sul dollaro e oggi è a 1,20), e perché la Banca centrale europea vincola a equilibri di bilancio che impediscono la spesa. E poi ancora: sul fronte dell’energia siamo bloccati da Bruxelles, che inoltre non ci protegge dall’invasione di prodotti stranieri sui nostri mercati; riproposta la “soluzione” dei dazi, proprio l’ultima misura da adottare per un’Unione europea che vive di esportazioni.
Se questi sono argomenti per aiutare l’Ue, e quindi l’Italia, a uscire dalla crisi in cui si è infilata, allora ne dovrà ancora passare di tempo per l’Europa e per l’Italia prima di vedere la luce in fondo al tunnel.

povera Europa senza welfare


Nei 25 Stati membri dell’Unione europea, circa 72 milioni di cittadini sono poveri o a rischio di povertà. Il dato emerge da un Rapporto reso noto da Eurostat il 3 ottobre scorso, basato su rilevazioni effettuate nell’anno 2003. Pur presentando differenze sostanziali rispetto ad altre regioni del pianeta (vedi pag. 5), la povertà è comunque presente all’interno dell’Ue e colpisce il 16% circa della popolazione. Il dato complessivo, ricavato da una media ponderata dei risultati nazionali, contiene naturalmente scarti considerevoli tra le situazioni registrate nei vari Stati membri. Così, i tassi di povertà più elevati si registrano in Slovacchia, Irlanda e Grecia (21%), seguono Portogallo, Italia e Spagna (19%), Estonia e Regno Unito (18%). Viceversa, gli Stati membri che presentano le quote più basse di popolazione a rischio di povertà sono la Repubblica Ceca (8%), Lussemburgo, Ungheria e Slovenia (10%), Finlandia e Svezia (11%), Danimarca, Francia e Paesi Bassi (12%) e Austria (13%). Gli altri Paesi dell’Ue hanno tassi compresi tra il 13% e il 18%, cioè poco distanti dalla media europea del 16%.
Se si mettono poi a confronto il 20% più ricco della popolazione europea con il 20% più povero, la media dell’Ue a 25 Stati membri si attesta intorno al 4,6 per il 2003, il che significa che i cittadini europei maggiormente benestanti hanno un reddito 4,6 volte superiore a quello dei più poveri. Tale rapporto varia da un minimo di 3 in Ungheria a un massimo di 7,4 in Portogallo.


protezione sociale decisiva


Se si considera il rischio di povertà in una situazione ipotetica in cui non esistessero i trasferimenti sociali, allora si ha un quadro differente della situazione europea, che mostra come tali trasferimenti abbiano un ruolo importante nella redistribuzione dei redditi e contribuiscano in modo decisivo a ridurre il numero di persone minacciate dalla povertà.
In assenza di qualsiasi trasferimento sociale (incluse le pensioni), infatti, il rischio di povertà per la popolazione dell’Ue nel suo insieme sarebbe molto più elevato di quel che è in realtà: 40% anziché 16%. La Polonia sale in questo caso al primo posto per rischio di povertà con il 49%, seguita da Svezia (45%), Francia e Belgio (44%) e via via gli altri Stati membri fino a una variazione minima registrata a Cipro e in Portogallo (26%), dove i trasferimenti sociali non incidono in modo significativo sulla riduzione dei rischi di povertà.
Se invece si considerano le pensioni come un reddito e quindi le si escludono dall’insieme dei trasferimenti sociali, allora il tasso di rischio di povertà europeo è del 25%. In questo caso, le differenze minori tra rischio di povertà con o senza trasferimenti sociali si registrano in Grecia, Spagna, Italia e Cipro, mentre le più elevate riguardano Danimarca, Svezia, Finlandia e Repubblica Ceca.


nota metodologica


Il Consiglio europeo di Laeken, nel dicembre 2001, approvò un insieme di 18 indicatori statistici comuni sulla povertà e l’esclusione sociale, indicatori poi ridefiniti ulteriormente dal Comitato per la protezione sociale. Si decise così di aggiornare il Panel europeo sulle famiglie (fonte principale utilizzata fino a quel momento per calcolare indicatori su reddito, povertà ed esclusione sociale) con uno strumento legale: il regolamento Eu-Silc (statistiche comunitarie sul reddito e le condizioni di vita). In attesa che tutti gli Stati membri si adeguino al nuovo regolamento, così da avere una prima serie di micro-dati e indicatori trasversali prevista per il dicembre 2006, Eurostat ha preparato un insieme d’indicatori derivati da fonti nazionali che ha portato alla stesura di questo Rapporto sulla povertà. La diversità delle fonti non permette di considerare del tutto omogenee e confrontabili le statistiche, ciononostante sono stati fatti tutti gli sforzi d’armonizzazione possibili per garantire un massimo di comparabilità tra le definizioni e i concetti usati nei diversi Paesi e a livello europeo, così da fornire informazioni attendibili e indicative sulla povertà e l’esclusione sociale nell’Ue a 25 Stati membri.

servono dati omogenei

La lista d’indicatori comuni si basa principalmente sugli indicatori della povertà monetaria relativa, riguardante persone che vivono in famiglie nelle quali il reddito è inferiore alla soglia del 60% del reddito equivalente medio nazionale. Tenuto conto del carattere convenzionale della soglia scelta e del fatto che un reddito inferiore a questa soglia non è una condizione né necessaria né sufficiente per essere in situazione di povertà, questo indicatore si qualifica come misura del “rischio di povertà”. Il calcolo del “rischio di povertà” rivela tuttavia solo una parte della situazione. Se i 15 “vecchi” Stati membri dell’Ue, i nuovi Stati membri, i Paesi in corso di adesione e i Paesi candidati presentano risultati molto simili per quanto riguarda l’esposizione al rischio di povertà, il livello generalmente molto inferiore delle soglie di povertà nazionali testimonia condizioni di vita più precarie nei nuovi Stati membri e nei Paesi candidati.
Per illustrare il carattere relativo di questa soglia e capire meglio il suo reale significato, l’indagine Eurostat indica il valore monetario in standard di potere d’acquisto (spa) per una famiglia composta da due adulti e due bambini in ogni Stato membro. Tra i nuovi Stati membri, anche se alcuni si situano relativamente bene in termini di rischio di povertà, ben 9 di essi hanno una soglia di povertà inferiore alla media Ue a 25. Espressi in proporzione a tale media (che equivale a 15,9 spa), i valori vanno dal 28% della Lettonia al 188% del Lussemburgo, ossia un rapporto di circa 7 volte che evidenzia gli scarti tra i livelli di vita nazionali. Queste rilevazioni pongono l’accento sulla necessità di spingere l’analisi oltre i calcoli del rischio relativo di povertà per definire un quadro più completo della povertà e dell’esclusione sociale in un dato Paese.



Fonte: Eurostat, ottobre 2005.

la spesa europea per la protezione sociale

La spesa complessiva per la protezione sociale nei 25 attuali Stati membri dell’Ue ammontava nel 2002 a circa il 27,7% del Pil europeo, con un incremento rispetto al 27,3% dell’anno precedente. Di questa spesa, quasi la metà era dedicata alle pensioni (12,5% del Pil). È quanto riporta uno studio di Eurostat pubblicato lo scorso 20 ottobre, da cui emergono notevoli differenze nazionali dovute ai diversi sistemi di protezione sociale ma anche alle differenze demografiche, economiche, sociali e istituzionali tra gli Stati membri. Le quote più elevate di spesa per protezione sociale si registrano in Svezia (32,5% del Pil), Francia (30,6%), Germania (30,5%) e Danimarca (30%), mentre le più basse riguardano Estonia e Lettonia (14,3% nel 2001), Lituania (15,2% nel 2001) e Irlanda (16% nel 2002).
La spesa pro capite nel periodo 1998-2002 è aumentata in tutti i 19 Stati membri dell’Ue di cui si conoscono i dati, soprattutto in Irlanda (+ 8,7% la media annua), Grecia (+ 6,4%), Portogallo (+ 6,1%), Repubblica Ceca (+ 5,2%) e Lussemburgo (+ 5,1%).
Le pensioni costituiscono la voce più rilevante nell’insieme della spesa per protezione sociale e, nel 2001, ammontavano a circa il 48% di tutta la spesa sociale dell’Ue a 25. Gli Stati membri dove la quota di spesa per pensioni sull’intera spesa sociale è più elevata sono la Polonia (65% nel 2001), la Lettonia (62% nel 2002) e l’Italia (60% nel 2002). Considerando la spesa pensionistica in percentuale sul Pil dei singoli Stati, essa risulta più elevata in Italia (14,9% del Pil), Austria (14,6%), Germania (13,4%) e Francia (13,2%).



- dato non disponibile. * dato 2001. 1 dati non disponibili sulle pensioni dei lavoratori del settore privato
Fonte: Eurostat, ottobre 2005

lotta alla poverta'
una priorita' per i sindacati

La povertà globale si è ridotta negli ultimi 20 anni e molti Paesi hanno registrato uno sviluppo economico significativo, tuttavia circa la metà della popolazione mondiale sopravvive oggi con meno di 2 dollari al giorno. Da questa semplice e drammatica constatazione è partita la riflessione, svoltasi a Ginevra nei giorni 17-21 ottobre scorsi nell’ambito dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil), sul ruolo delle organizzazioni sindacali nell’economia mondiale e nella lotta alla povertà.
La riduzione del numero complessivo di persone che vivono in estrema povertà va attribuita, infatti, soprattutto alla rapida crescita registrata in Cina e in alcuni Paesi dell’Asia orientale e del Pacifico. In Cina, ad esempio, le persone che sopravvivono con l’equivalente di un dollaro al giorno sono passate da 606 milioni nel 1981 a 212 milioni nel 2001. Nello stesso periodo, però, il numero di poveri è aumentato sensibilmente nell’Africa Sub-sahariana e incrementi si sono registrati anche in America Latina, nell’Europa Orientale e nell’Asia Centrale. Gli Obiettivi del Millennio sono stati finora ampiamente disattesi e si stima che 2,7 miliardi di persone vivano attualmente con meno di 2 dollari al giorno, tre quarti delle quali abitano zone rurali.


cause e caratteristiche


Molteplici sono i fattori, interni ed esterni, che causano la povertà in un Paese o una regione: guerre e conflitti civili, malgoverno, crisi economiche e disastri naturali, ad esempio, non solo peggiorano le condizioni di vita ma limitano anche le possibilità di uscire dalla povertà. Anche inadeguati possesso e distribuzione dei fattori di produzione (terra, lavoro e capitale) influiscono negativamente sulle strategie di riduzione della povertà, così come le relazioni neocoloniali e gli iniqui rapporti commerciali: molti Paesi poveri presentano economie ancora ampiamente dipendenti dall’esportazione di prodotti primari, secondo il modello coloniale, col paradosso che producono ciò che non consumano (e quindi esportano) e consumano ciò che non producono (e quindi importano).
Altro importante fattore collegato alla povertà è quello del lavoro. Nel 2003, ricorda l’Oil, il numero dei disoccupati a livello mondiale era di circa 186 milioni, ma ben 1,39 miliardi di persone vivevano al di sotto del livello di povertà (2 dollari al giorno) nonostante avessero un’occupazione e, di queste, 550 milioni disponevano di meno di un dollaro al giorno. Ciò significa che circa la metà dei lavoratori mondiali (e circa il 60% dei lavoratori dei Paesi in via di sviluppo) viveva con meno di 2 dollari al giorno e il 19,7% con un dollaro al giorno (23,3% nei Pvs). Il lavoro, dunque, non costituisce sempre un elemento di fuoriuscita dalla condizione di povertà, è piuttosto la qualità del lavoro a essere rilevante, per questo l’Oil insiste sulla necessità di creare “lavoro dignitoso” (decent work).
Le statistiche evidenziano poi una crescente “femminilizzazione” della povertà, dovuta al minor accesso delle donne alle risorse, a istruzione e formazione, a specializzazioni e opportunità. Si stima che circa il 70% dei poveri a livello mondiale sia costituito da donne. Nonostante un numero crescente nella forza lavoro, le donne incontrano notevoli difficoltà dovute alle varie forme di discriminazione occupazionale: insicurezza del posto di lavoro, salari più bassi, sottovalutazione del lavoro svolto ecc. Tutto ciò contribuisce all’aumento della povertà tra le donne, soprattutto nei Pvs ma anche nei Paesi industrializzati.

alcune cifre della poverta'

Le conseguenze della povertà sono gravissime e alcune cifre possono aiutare a comprendere l’entità di questo dramma globale:
• Oltre un miliardo di persone vive con meno di un dollaro al giorno e circa 2,7 miliardi con meno di 2 dollari; ogni anno muoiono 11 milioni di bambini, la maggior parte dei quali con meno di 5 anni, e oltre 6 milioni di essi perdono la vita per cause prevenibili quali malaria, malnutrizione, polmonite, diarrea; nei Paesi più poveri, meno della metà dei bambini frequenta la scuola primaria e solo il 20% quella secondaria, così sono 114 milioni nel mondo i bambini privi di istruzione di base, mentre 584 milioni di donne sono analfabete.
• Salute: oltre la metà della popolazione africana soffre di disturbi correlati alla qualità dell’acqua, come colera e diarrea; ogni giorno il virus Hiv-Aids uccide 6000 persone, mentre altre 8200 restano infette; ogni anno la malaria colpisce tra i 300 e i 500 milioni di persone e ne uccide 3 milioni; la tubercolosi è il principale killer Aids-correlato e in alcune zone dell’Africa è affetto da tubercolosi il 75% dei sieropositivi; ogni giorno circa 1400 donne muoiono per problemi derivanti da parto e gravidanza: tale rischio riguarda una donna su 16 nell’Africa Sub-Sahariana rispetto a una su 3700 nel Nord America; i figli delle donne con istruzione primaria hanno un tasso di sopravvivenza del 40% più elevato dei figli di donne senza istruzione.
• Fame: almeno 800 milioni di persone soffrono quotidianamente la fame, di cui 300 milioni sono bambini e il 90% di essi soffre di malnutrizione cronica e deficienza alimentare; ogni 3,6 secondi una persona muore per fame (in maggioranza bambini con meno di 5 anni) e, secondo dati forniti dall’Onu il 16 ottobre scorso in occasione della Giornata mondiale dell’alimentazione, nei primi 9 mesi del 2005 sono morte per fame 6.241.512 persone.
• Acqua: oltre 2,6 miliardi di persone (più del 40% della popolazione mondiale) non dispone di fognature e oltre un miliardo di persone beve acqua proveniente da fonti non sicure; 4 persone su 10 nel mondo non dispongono di servizi igienici basilari, mentre 5 milioni, soprattutto bambini, muoiono ogni anno per disturbi portati dall’acqua.
• Agricoltura: mentre negli anni Sessanta l’Africa era un esportatore netto di alimenti, oggi il continente importa un terzo del grano che consuma; oltre il 40% degli africani non dispone di sufficienti alimenti quotidiani; negli ultimi 25 anni la produzione di alimenti pro-capite è diminuita del 23%, causa la minor fertilità dei terreni, il degrado ambientale e pandemie come l’Aids, mentre la popolazione ha registrato un forte incremento; per gli agricoltori africani il costo dei fertilizzanti tradizionali è da 2 a 6 volte superiore del prezzo registrato sul mercato mondiale.


importanza del lavoro dignitoso

Fin dal 1999 l’Oil ha introdotto il concetto di “lavoro dignitoso”, cioè basato sul rispetto dei diritti fondamentali dei lavoratori, sulla stabilità dell’occupazione, sull’eguaglianza fra donne e uomini, sulla bontà delle condizioni di lavoro, sulla protezione sociale e sul dialogo sociale. Secondo l’Oil, sulla base di un “lavoro dignitoso” possono convergere 4 obiettivi strategici che contribuiscono alla riduzione della povertà:
• creare maggiori opportunità per donne e uomini mirate a garantire occupazione e reddito dignitosi, attraverso politiche del lavoro, conoscenza, sviluppo di tecnica e formazione;
• promuovere e realizzare standard, principi e diritti fondamentali al lavoro, dove la rappresentanza e la partecipazione dei lavoratori possano essere esercitate senza timore;
• migliorare l’ampiezza e l’effettività della protezione sociale per tutti, compresi i lavoratori poveri e quelli occupati nell’economia informale, garantendo standard di salute e sicurezza, lotta all’Hiv-Aids, previdenza sociale, protezione dei diritti dei lavoratori migranti;
• rafforzare il dialogo sociale, perché prevenzione e soluzione dei conflitti sono elementi essenziali per una crescita sostenibile e per la riduzione della povertà, ma ciò può avvenire solo garantendo la libertà di associazione e riconoscendo il ruolo delle parti sociali.
L’importanza di un’occupazione dignitosa e produttiva è stata riconosciuta anche dalla Commissione mondiale sulla dimensione sociale della globalizzazione, come la via migliore per la fuoriuscita dalla povertà e per combattere povertà estrema e fame. La creazione di lavoro dignitoso dovrebbe così essere al centro delle politiche economiche e sociali dei governi e degli organismi internazionali, come strumento essenziale per collegare crescita, disoccupazione e povertà.


ruolo dei sindacati


Secondo l’Oil, rispondere alle sfide della globalizzazione e della povertà è questione radicata nella tradizione e nel mandato delle organizzazioni sindacali, le quali sono sempre state impegnate nella ricerca di maggior benessere e giustizia sociale per tutti e, ancor più oggi, devono definire le loro strategie di fronte a tali sfide. È necessario regolare la globalizzazione affinché essa serva a sradicare la povertà, creare lavoro dignitoso, ridurre gli squilibri, promuovere pari opportunità, salute e sicurezza sul lavoro, servizi pubblici di qualità, protezione sociale universale, rispetto dei diritti e degli Obiettivi del Millennio. A questo scopo, il ruolo delle organizzazioni sindacali nell’economia globale e nella lotta alla povertà è fondamentale e la strategia d’azione può avvenire a più livelli, sostiene l’Oil:
• Condizione fondamentale è la libertà di organizzazione dei lavoratori: solo se indipendenti, forti e responsabili verso i loro appartenenti, le organizzazioni sindacali possono svolgere un ruolo importante nella lotta alla povertà e a favore di una giusta globalizzazione, acquisendo la necessaria capacità di rispondere alle nuove sfide.
• C’è poi un livello di azioni rivolte ai governi per: promuovere uno sviluppo basato sui diritti economici e sociali; inserire la parità di genere in tutte le politiche socio-economiche; promuovere e istituzionalizzare il dialogo sociale nelle relazioni industriali; creare lavoro dignitoso attraverso politiche attive nel mercato del lavoro; attuare politiche macroeconomiche per creare occupazione, necessaria nella lotta alla povertà; garantire a tutti la protezione sociale, con estensione della previdenza sociale ai gruppi più poveri della popolazione; aumentare gli investimenti nel settore agricolo, dato l’alto livello di povertà nelle zone rurali.
• Infine, varie azioni vanno dirette a influenzare gli organismi e le istituzioni internazionali: Fondo monetario internazionale (Fmi), Banca mondiale (Bm), Organizzazione mondiale del commercio (Omc-Wto), Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) e sistema dell’Onu devono essere indotti ad allineare le loro azioni con le raccomandazioni della Commissione mondiale sulla dimensione sociale della globalizzazione; gli interventi strutturali supportati da Bm e Fmi devono rispettare gli standard dei diritti e del lavoro e deve essere accresciuta la partecipazione delle organizzazioni sindacali in tali processi; insieme alle altre organizzazioni impegnate nella Campagna globale contro la povertà, i sindacati devono chiedere l’estensione della cancellazione del debito a tutti i Paesi sottosviluppati, senza il condizionamento degli interventi strutturali richiesti da Bm e Fmi; pretendere maggior trasparenza e democrazia nel sistema dell’Omc, affinché il commercio globale acquisisca come elementi centrali la riduzione della povertà, la creazione di lavoro dignitoso e la salvaguardia occupazionale, ambientale, sociale e dello sviluppo.
Va poi sottolineata l’azione che le organizzazioni sindacali e altre organizzazioni sociali stanno praticando per costringere le imprese, soprattutto multinazionali, ad assumersi le responsabilità anche sociali delle loro attività, che spesso sono direttamente collegate alle situazioni di povertà (a tale proposito si veda l’inserto di questo numero di “euronote”).



Fonte: Banca Mondiale, World Development Indicators 2004

 

futuri stati membri

Nonostante le molte discussioni e perplessità suscitate, la decisione presa il 3 ottobre scorso dal Consiglio Affari generali dell’Ue di approvare il quadro dei negoziati con la Turchia ha un importante significato nella politica europea di allargamento. Aprire la porta dell’Unione europea alla Turchia, pur prevedendo un percorso lungo almeno 10 anni e pieno di ostacoli, costringerà infatti le istituzioni europee e gli attuali Stati membri ad accelerare nel frattempo negoziati e trattative con gli Stati dell’area balcanica: perché non è pensabile un’Unione europea che comprenda la Turchia, dopo aver già acquisito tra i suoi membri Bulgaria e Romania (nel 2007), e non i Paesi dell’ex Jugoslavia e la stessa Albania, che rimarrebbero isolati nel “cuore” dell’Ue allargata.

apertura ai balcani

E infatti, nelle stesse ore in cui erano avviati i negoziati con la Turchia si sono aperte le trattative per l’adesione della Croazia e per l’accordo di stabilizzazione e associazione con la Serbia-Montenegro. Nel primo caso, la decisione è stata facilitata dal parere positivo espresso dal procuratore generale del Tribunale penale internazionale, Carla Del Ponte, in merito alla collaborazione delle autorità croate dopo mesi di contrasti. Nel secondo caso si tratta invece del primo passo ufficiale verso l’obiettivo dell’adesione della Serbia-Montenegro e quindi della possibilità di aprire con essa negoziati. Intanto, il commissario europeo all’Allargamento Olli Rehn ha dichiarato che raccomanderà a Commissione e Consiglio di aprire entro fine anno trattative con la Bosnia Erzegovina per formulare anche con essa un accordo di stabilizzazione e associazione, dal momento che il Paese ha compiuto importanti progressi in tema di riforme come richiesto dalla Commissione europea. Con Macedonia e Albania sono in corso trattative per la ricerca di un accordo, mentre con tutti i Paesi dell’area balcanica l’Ue ha recentemente creato la Comunità dell’energia (vedi flash a pag. 16). Un allarme è stato lanciato nelle scorse settimane da Amnesty International su Romania e Bulgaria, due Paesi ormai prossimi Stati membri dell’Ue. Amnesty esprime alcuni dubbi in materia di diritti umani e chiede all’Ue di intraprendere azioni concrete per garantire il rispetto dei diritti fondamentali.

ostacoli per la Turchia


Per quanto riguarda invece la Turchia, il processo “open ended” avviato potrebbe anche concludersi con una bocciatura. Il ritmo dei negoziati e l’esito finale dipenderanno soprattutto dalle capacità turche di attuare le riforme necessarie richieste dall’Ue e, comunque, il negoziato non potrà concludersi prima del 2015.
Il primo ostacolo che la Turchia dovrà superare è quello del pieno riconoscimento di Cipro e del suo ingresso nella Nato. Altra importante questione da risolvere è quella della salvaguardia di diritti umani e libertà: la tutela delle minoranze etniche e religiose, l’antidiscriminazione di genere e la libertà d’informazione sono infatti molto al di sotto degli standard europei. Le autorità di Ankara dovranno poi lavorare molto affinché tutti gli Stati membri dell’Ue e i cittadini europei accettino di buon grado il suo ingresso. L’Austria, ad esempio, ha bloccato per oltre 24 ore il negoziato e ha preteso che, prima dell’eventuale adesione turca, sia verificata la “capacità di assorbimento” da parte dell’Ue di un Paese che tra dieci anni avrà oltre 85 milioni di abitanti. Dubbi e perplessità sono stati espressi anche dai Paesi nordici, da Germania e Francia, dalla Grecia e naturalmente da Cipro. Austria e Francia, in particolare, hanno da tempo annunciato che sottoporranno l’eventuale ingresso della Turchia nell’Ue a referendum popolare. E, se la Turchia non sarà percepita in modo radicalmente diverso da oggi, i referendum popolari potrebbero essere letali: secondo un recente sondaggio Eurobarometro sull’ingresso nell’Ue della Turchia, nel giugno 2005 il 52% degli europei si dichiarava contrario, il 35% a favore e il 13% incerto; la percentuale dei contrari saliva però decisamente in alcuni Paesi come l’Austria (80%), la Germania (74%) e la Francia (70%).

il punto sulla "Bolkestein"

A che punto è l’iter della proposta di direttiva europea sui servizi nel mercato interno, meglio nota come “Bolkestein”, che nei mesi scorsi aveva suscitato così tante critiche e discussioni da costringere la Commissione europea a “congelarla” attendendo gli esiti del dibattito parlamentare?
Innanzitutto va ricordato che le forti pressioni sociali, sindacali e politiche per la totale revisione del testo proposto dall’ex esecutivo europeo presieduto da Romano Prodi avevano ottenuto, nel febbraio 2005, l’importante risultato di costringere l’allora neopresidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, a sospendere la proposta (vedi “euronote” n. 34/2005). Sospensione o “congelamento” non significano però il ritiro della proposta, tant’è che la stessa è stata in parte modificata e, nel luglio scorso, ha ricevuto il benestare del Consiglio europeo presieduto dal governo britannico (grande sostenitore della libera circolazione di merci e servizi). Il nuovo testo è così stato sottoposto all’esame del Parlamento europeo, in particolare delle commissioni parlamentari Mercato interno (titolare del parere) e Occupazione e Affari sociali (una delle principali consultate in merito). Quest’ultima ha mandato un forte segnale di critica sulla proposta originaria, indicando le modifiche indispensabili per salvaguardare il modello sociale europeo. Successivamente, l’esame è stato ripreso dalla commissione Mercato interno, che non è stata in grado di procedere al voto per l’eccesso di emendamenti presentati (oltre 600 pagine). La discussione è così stata rinviata ai lavori della commissione previsti per il 21 e 22 novembre, mentre solo nel gennaio 2006 il Parlamento europeo esprimerà il suo parere con un voto in assemblea plenaria.

le modifiche proposte

Già nell’aprile 2005 era stato presentato un progetto di relazione sulla proposta di direttiva dall’eurodeputata tedesca del Gruppo parlamentare socialista Evelyne Gebhardt. La relatrice per la commissione Mercato interno dell’Europarlamento proponeva numerosi e significativi emendamenti alla proposta di Frits Bolkestein, riguardanti soprattutto il campo di applicazione della direttiva, che dovrebbe essere ridotto, e il principio del Paese d’origine, sostituito con quello del mutuo riconoscimento tra gli Stati. Tali emendamenti sono stati aspramente criticati dal Regno Unito e da alcuni nuovi Stai membri dell’Ue, secondo cui porterebbero a un eccessivo e «dannoso protezionismo» che limiterebbe l’incremento del mercato del lavoro e il raggiungimento degli obiettivi di Lisbona. Sulla proposta Gebhardt è però in corso un tentativo di compromesso tra i gruppi politici del Parlamento europeo che pare possa avere esito positivo, soprattutto perché gli emendamenti proposti dalla relatrice sembrano soddisfare l’esigenza espressa da gran parte degli eurodeputati di salvaguardare la protezione sociale nell’Ue e, quindi, il cosiddetto “modello sociale europeo”. I punti centrali della proposta Gebhardt riguardano:
• l’esclusione dal campo di applicazione della direttiva di tutti i servizi di interesse generale e di interesse economico generale definiti dagli Stati membri, nonché di agenzie di lavoro temporaneo, servizi legati alla fiscalità, giochi d’azzardo;
• una definizione più puntuale di cosa si intende per servizi di interesse generale: le cure sanitarie, la protezione sociale, i servizi educativi, culturali, audiovisivi, postali, di approvvigionamento di acqua, elettricità e gas, di trattamento dei rifiuti e i servizi per l’ambiente;
• distinzione tra accesso all’attività di servizio (che ricade sotto il Paese d’origine) e l’esercizio dell’attività di servizio (che deve sottostare alle norme del Paese dove il servizio è prestato);
• applicazione senza pregiudizio del diritto del lavoro e, nella specie, delle disposizioni relative ai partener sociali, compresi il diritto di presentare azione sindacale, gli accordi collettivi e le legislazioni nazionali attinenti alla sicurezza sociale degli Stati membri;
• introduzione di una “clausola di revisione” a tre anni dall’entrata in vigore della direttiva;
• rafforzamento della possibilità di ispezioni (purché non discriminatorie) dello Stato di prestazione e imposizione di doveri di controllo allo Stato di origine;
• specificazione dell’attività di cooperazione amministrativa, con introduzione di un meccanismo di allerta in caso di pregiudizio alla salute o alla sicurezza delle persone (“rete di vigilanza” tra gli Stati membri).


la posizione della CES

Anche la Confederazione europea dei sindacati (Ces), impegnata per una totale revisione della “Bolkestein”, ha voluto far pervenire il suo parere agli europarlamentari che stanno discutendo il nuovo testo. La Ces, in rappresentanza di oltre 60 milioni di lavoratori, ha espresso preoccupazione sui contenuti della proposta di direttiva, sottolineando la necessità di uguali condizioni di lavoro e trattamento per i lavoratori e di regole eque per le imprese. A tal fine i sindacati europei chiedono:
• di definire chiaramente e senza ambiguità l’oggetto della proposta (art. 1). Esso dovrebbe esclusivamente mirare alla libera circolazione dei soli servizi commerciali e non trattare in nessun caso di servizi pubblici e regolamentazione della sicurezza sociale, né avere effetto su diritto del lavoro, negoziazioni collettive e relazioni industriali;
• di escludere dal campo di applicazione (art. 2) i settori in cui, per numerose e differenti ragioni di interesse generale, è più appropriato un approccio settoriale specifico (servizi di interesse generale e di interesse economico generale, cure sanitarie, servizi sociali e di assistenza sociale, settori delle agenzie di lavoro temporaneo e della vigilanza privata);
• di esprimere esplicitamente il rispetto di altre norme comunitarie, in particolare tutte quelle concernenti il diritto privato internazionale, la direttiva sul distacco dei lavoratori e il coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale (art. 3);
• di tenere conto delle molte argomentazioni formulate da esperti, che raccomandano in modo convincente che il principio del “Paese di origine” non è uno strumento accettabile per creare un mercato interno durevole per i servizi. Senza un livello di armonizzazione sufficiente o disposizioni equivalenti si creerebbe una corsa distruttrice verso il basso.
Secondo la Ces, la proposta “Bolkestein” anziché promuovere un reale mercato interno europeo dei servizi favorisce la concorrenza tra i diversi sistemi, permettendo ai 25 e presto 27 Stati membri di farsi concorrenza sul rispettivo territorio, a scapito dei servizi pubblici e sociali di qualità, dell’ambiente, dei sistemi di relazioni industriali e dei diritti dei lavoratori. Essa crea «sentimenti di insicurezza e paura del cambiamento, alimentando domande irrazionali di chiusura delle frontiere e addirittura forme di razzismo e xenofobia». Per evitare ciò, sostiene la Ces che rivendicherà tali argomentazioni in una manifestazione europea nel gennaio prossimo, occorre garantire l’eguale trattamento dei lavoratori, qualunque sia il loro Paese d’origine, e la concorrenza leale tra imprese, basata sul rispetto dei sistemi di relazioni industriali e di quelli di negoziazione collettiva.

INFORMAZIONI:
http://www.europarl.eu.int/news/public/documents_par_theme/909/default_it.htm
http://www.etuc.org

APPELLO EUROPEO PER CAMBIARE LA BOLKENSTEIN

Europarlamentari appartenenti a diversi gruppi politici europei hanno diffuso nelle scorse settimane un appello per emendare la proposta di direttiva sui servizi durante la discussione parlamentare. Ecco i punti principali dell’appello:
• Ridurre drasticamente il campo di applicazione della direttiva, con l’esclusione dei servizi di interesse generale e di interesse economico generale, in particolare i servizi sanitari e sociali, audiovisivi, postali, gas, elettricità e acqua, ambientali e le agenzie di lavoro temporaneo.
• Riconoscere che la direttiva interviene solo a titolo complementare rispetto alle direttive settoriali esistenti o future.
• Riconoscere che la direttiva non influenza affatto l’applicazione del diritto del lavoro del Paese di accoglienza, ivi compreso le convenzioni collettive e l’applicazione della direttiva sul distacco dei lavoratori.
• Permettere agli Stati membri di mantenere le esigenze imposte ai prestatori di servizi per le ragioni di interesse generale.
• Fornire un’alternativa al principio del Paese di origine, che non può applicarsi a qualunque settore o dove non sia raggiunto un livello sufficiente di armonizzazione.
• Lanciare un processo di armonizzazione sulle regole dei regimi e delle procedure di autorizzazione, delle esigenze verso i fruitori di servizi, del comportamento dei prestatori, della qualità o contenuto dei servizi, della pubblicità, dei contratti e della responsabilità del prestatore.

OMC: proposte sindacali

Le norme che regolano il commercio mondiale sono inique e devono essere riesaminate in modo da renderle coerenti con gli obiettivi di riduzione della povertà e di promozione dello sviluppo. L’occasione da non perdere per costituire un quadro normativo più equo e condiviso, che sia in grado di promuovere la crescita economica sulla base di una dimensione sociale sostenibile, è quella della VI Conferenza ministeriale dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc-Wto) che si terrà ad Hong Kong nei giorni 13-18 dicembre prossimi. Le organizzazioni sindacali internazionali, dopo aver espresso dettagliatamente le loro critiche e richieste all’Omc (vedi “euronote” n. 37/2005, pag. 10), ritengono che gli obiettivi dello sviluppo sostenibile e di un lavoro dignitoso debbano costituire la priorità dei governi che si riuniranno ad Hong Kong, per questo formulano le loro proposte sulle principali questioni del negoziato.

prodotti non agricoli

Devono essere bloccati gli attuali tentativi volti a minare il principio di una reciprocità meno che completa per i Paesi in via di sviluppo (Pvs). A questo principio va data la precedenza negoziale rispetto a qualunque ulteriore formula di riduzione tariffaria o del livello dei vincoli tariffari, allo scopo di garantire ai Pvs di avviare strategie interne legittime di sviluppo industriale. I Paesi, in particolare quelli con maggiore ritardo di sviluppo, che vincolino le proprie tariffe devono essere in grado di modificare l’impegno assunto qualora ciò sia giustificato dal raggiungimento di obiettivi sociali o di sviluppo. Qualunque spinta volta ad ampliare l’accesso al mercato tramite l’armonizzazione dei tagli tariffari potrebbe comportare gravi effetti collaterali, come ad esempio chiusura di stabilimenti produttivi, disoccupazione, deindustrializzazione e aumento della povertà in numerosi Paesi, sia industrializzati, sia in via di sviluppo. Per questa ragione, prima di finalizzare le concessioni negoziali sarà necessario richiedere ai Paesi di svolgere una valutazione di impatto ex ante, che esamini gli effetti di questi negoziati su sviluppo, lavoro dignitoso e standard di vita, con un’attenzione particolare dedicata ai settori ad alta intensità di lavoro e che comprenda un’analisi dell’impatto di genere. Deve essere avviata una valutazione delle barriere non tariffarie con la partecipazione di agenzie specializzate dell’Onu, come pure delle organizzazioni sindacali e degli altri gruppi della società civile interessati, in modo da garantire che le norme dell’Omc non alterino i requisiti ragionevoli in materia di protezione dell’ambiente e dei consumatori.

servizi

I servizi pubblici e i servizi di interesse generale devono essere esclusi da ulteriori negoziati Gats. In tutti i negoziati deve essere previsto un accesso orizzontale a servizi universali di qualità a prezzi uniformi ed accessibili. La fornitura universale di servizi pubblici costituisce un elemento di importanza vitale del percorso verso il raggiungimento degli Obiettivi del millennio. Deve essere affermato esplicitamente che le norme stabilite da un governo non possono essere impugnate per la soluzione di controversie nell’ambito dell’Omc. Le proposte attuali per l’istituzione di benchmark quantitativi che stabiliscano i livelli minimi di liberalizzazione nel quadro del Gats vanno accantonate. Ai negoziatori deve inoltre essere richiesta una valutazione dell’impatto di tutti gli impegni su sviluppo, occupazione e genere, sia su base settoriale, sia in linea generale, prima che gli impegni assumano carattere vincolante per i governi. Se un governo dovesse presentare proposte riguardanti i movimenti transfrontalieri temporanei dei lavoratori, queste devono essere precedute da una consultazione formale delle organizzazioni sindacali e devono prevedere il rispetto del diritto del lavoro nazionale e dei contratti collettivi in vigore nei Paesi in oggetto, come pure un riferimento ai diritti fondamentali dei lavoratori, in modo da garantire che ai lavoratori immigrati vengano proposte condizioni occupazionali pari a quelle dei cittadini del Paese in oggetto.

agricoltura

L’accordo sull’agricoltura deve essere rivisto in modo da garantire ai Pvs di difendere e sviluppare i sistemi nazionali e locali di produzione alimentare, proteggere i diritti dei lavoratori del settore agricolo e le rispettive organizzazioni sindacali, come pure quelli dei piccoli produttori (per la maggior parte donne), aumentare gli standard di vita nelle zone rurali e rafforzare la sicurezza alimentare, ad esempio tramite un accesso universale ad alimenti in quantità adeguate e a prezzi accessibili.
L’eliminazione di tutti gli strumenti di sostegno all’esportazione di prodotti agricoli costituisce un intervento urgente. Tutte le forme di dumping devono cessare. Tutti i sussidi che distorcono il commercio devono essere eliminati gradualmente, mentre i Pvs necessitano di un accesso maggiore, prevedibile e stabile ai mercati agricoli dei Paesi industrializzati. I sussidi interni all’agricoltura devono essere ridotti e riorientati secondo modalità che incoraggino metodiche sostenibili dal punto di vista sociale ed ambientale, nonché la protezione dei diritti, degli standard di vita e di salute e sicurezza dei lavoratori, piuttosto che andare quasi totalmente a beneficio delle grandi aziende agricole.

sviluppo, occupazione e commercio

La determinazione dell’impatto della liberalizzazione del commercio sul livello e sulla qualità dell’occupazione riveste un carattere essenziale nella valutazione del contributo dei risultati del Round di Doha all’aumento degli standard di vita, alla promozione dello sviluppo e all’eliminazione della povertà.
Nel suo percorso attuale la liberalizzazione prevede un’attenzione insufficiente ai costi sociali. Ignorare tali costi significherebbe aumentare ulteriormente la povertà, sia nei Pvs sia nei Paesi industrializzati, a causa dell’aumento della disoccupazione e del passaggio da occupazione legale ad occupazione illegale e lavoro nero. In particolare, è necessario istituire un programma di emergenza e studio con l’obiettivo di istituire un approccio di politica commerciale e industriale che permetta di attutire l’impatto causato dalla fine del sistema delle quote.
Un lavoro dignitoso riveste un’importanza fondamentale per la realizzazione degli obiettivi di un progresso sociale ed economico sostenibile. Per questa ragione, i negoziati commerciali devono svolgersi sulla base di una valutazione totalmente consapevole (con la partecipazione sindacale) del loro impatto sul livello e sulla stabilità dell’occupazione, sul rispetto dei diritti fondamentali dei lavoratori, sull’uguaglianza tra donne e uomini, sull’adeguatezza delle condizioni di lavoro, sulla protezione sociale e sull’accesso a servizi pubblici di qualità. Il perseguimento di un vantaggio competitivo nel breve periodo attraverso la violazione dei diritti fondamentali dei lavoratori mette in pericolo le prospettive di sviluppo nel lungo periodo; l’Omc deve andare oltre gli impegni delle precedenti dichiarazioni ministeriali, peraltro disattesi, sugli standard essenziali del lavoro.

LA CORSA VERSO IL BASSO NELLE “ZONE FRANCHE”

Zone industriali con incentivi speciali costituite per attrarre gli investitori stranieri, nelle quali materiali importati sono sottoposti a processi di lavorazione prima di essere riesportati: sono le ““zone franche”” secondo la definizione dell’Oil, luoghi che negli ultimi 30 anni si sono sviluppati in tutto il mondo tanto da superare il numero di 5000. Ad esse ha dedicato uno studio Cecilia Brighi, del dipartimento Politiche internazionali della Cisl, secondo cui tali zone sono andate via via modificandosi, da luoghi di assemblaggio e trasformazione di prodotti semplici a una serie di altre attività produttive anche ad alto contenuto tecnologico, resort turistici e centri finanziari. La maggior parte delle attività è però ancora oggi a basso valore aggiunto, con basse professionalità e con una produzione che si concentra nei settori tessile, abbigliamento, elettronica. Le imprese che operano nelle “zone franche” possono essere nazionali, straniere o in joint venture, ma la prevalenza prevede una forte presenza di investimenti diretti esteri. Alle imprese vengono offerti incentivi per invogliarle ad investire in queste zone: importazione duty free di materie prime, di semilavorati e di capitali; flessibilità nella legislazione del lavoro ed esenzione dalla legislazione nazionale; concessioni fiscali e tariffarie di lungo periodo; potenziamento delle infrastrutture di comunicazione e trasporto; possibilità di riesportare gli utili.
I benefici per i Paesi che ospitano le “zone franche” sono però limitati perché: la maggior parte delle produzioni sono a bassa tecnologia, bassa professionalità e con trasferimenti tecnologici limitati verso le imprese locali; gli utili netti sono spesso bassi e possono anche non coprire l’investimento o le concessioni che il Paese ha messo in atto per attrarre gli investimenti; le imprese importano poco materie prime e altri materiali dai mercati locali; salvaguardie inadeguate sul piano sociale e ambientale portano a inquinamento, scarse tutele in materia di salute e sicurezza e all’abuso dei diritti del lavoro; molto spesso le materie prime o i semilavorati sono importati duty free dall’estero, assemblati e riesportati, contribuendo scarsamente all’economia locale; la maggior parte dei governi non ha strategie o agenzie che promuovono un legame tra le zone e l’economia locale, impedendo così di trarre vantaggi reali dalla loro presenza. Inoltre, nella maggior parte delle “zone franche” le imprese costruiscono il loro successo sullo sfruttamento del lavoro e sulle condizioni di lavoro estremamente precarie. In aggiunta ai vantaggi fiscali, le zone offrono un quadro legislativo minimo per quanto riguarda la tutela previdenziale, assistenziale e i diritti. Il risultato è una diffusa violazione dei diritti dei lavoratori e soprattutto delle lavoratrici (che costituiscono la maggior parte della manodopera in questi luoghi), in particolare il diritto alla libertà di associazione sindacale e di contrattazione collettiva e il diritto di sciopero. I sindacati hanno enormi difficoltà a entrare nelle “zone franche” e i lavoratori che si iscrivono al sindacato rischiano spesso ritorsioni, intimidazioni, assalti e minacce. Nelle situazioni peggiori, quando il sindacato riesce a organizzarsi l’azienda reagisce con il licenziamento di tutta la forza lavoro e le attività riprendono sotto un diverso nome. Per questo, sostiene Brighi, è importante e urgente una forte azione coordinata da parte delle organizzazioni sindacali.



troppo rumore nei luoghi di lavoro

In Europa, circa un terzo dei lavoratori (cioè oltre 60 milioni di persone) è esposto a livelli di rumore potenzialmente pericolosi per almeno un quarto della giornata lavorativa. Quasi 40 milioni di lavoratori sono costretti ad alzare la voce al di sopra dei normali standard di conversazione per essere uditi e ciò per almeno la metà del loro orario di lavoro. Circa il 7% dei lavoratori, vale a dire oltre 13 milioni e mezzo di persone, pensa che il lavoro danneggi loro la salute sotto forma di disturbi uditivi. La perdita di udito indotta dal rumore è una delle malattie professionali più comuni in Europa, insieme alla dermatite e ai disturbi muscoloscheletrici, e non è a rischio esclusivamente chi lavora nelle industrie pesanti: il rumore può rappresentare un problema in molti ambienti di lavoro, dalle fabbriche alle aziende agricole, dai call centre alle sale per concerti.
Il rumore sul lavoro è dunque uno dei fattori causa di problemi di salute più persistenti in Europa e proprio a questo problema è stata dedicata la Settimana europea per la sicurezza e la salute sul lavoro 2005, svoltasi dal 24 al 28 ottobre scorsi.

un problema sottovalutato

La perdita dell’udito in seguito all’esposizione al rumore è stata riconosciuta come il danno fisico irreversibile connesso al lavoro maggiormente diffuso in Europa. Ma il rumore può costituire anche un fattore causa di infortuni, può contribuire allo stress legato al lavoro e, in concomitanza con altri pericoli sul posto di lavoro, può provocare malattie. Esso, inoltre, non riguarda solo i lavoratori di settori tradizionalmente più esposti, come la metallurgia o l’edilizia, ma anche coloro che operano in settori quali la scuola, l’intrattenimento, i servizi. La perdita dell’udito, oltre a impedire alle persone che ne sono affette di operare al massimo delle loro capacità, può anche ostacolarne la vita sociale, isolandole dal resto della società.
Il rumore sul lavoro rappresenta quindi una minaccia grave, ma spesso sottovalutata, per milioni di lavoratori europei. Per questo l’Ue si è dotata di una nuova direttiva europea in materia che entrerà in vigore nel febbraio 2006. Le nuove misure fissano un limite massimo di esposizione giornaliera al rumore pari a 87 decibel e forniranno ai lavoratori una migliore protezione dell’udito disponendo che i rischi derivanti dall’esposizione al rumore siano «eliminati alla fonte o ridotti al minimo».

i settori a rischio

Secondo alcune rilevazioni svolte a livello nazionale, in Francia oltre 3 milioni di lavoratori dipendenti (il 18% della forza lavoro) sono esposti a livelli di rumore di 85 decibel, mentre il 6% è esposto a livelli di rumore superiori per più di 20 ore la settimana. Nel Regno Unito, un’inchiesta condotta dal Consiglio di ricerca medica ha calcolato che circa 500.000 persone soffrono di difficoltà uditive legate al lavoro. In Spagna, oltre il 7% dei lavoratori (più di un milione di persone) si ritiene piuttosto o molto disturbato dal rumore durante il lavoro, mentre in Danimarca quasi il 30% dei lavoratori dichiara di essere esposto a un rumore così elevato da essere obbligato ad alzare la voce per poter parlare con i colleghi.
L’Agenzia europea ha poi individuato una serie di settori lavorativi particolarmente a rischio di esposizione a eccessivi livelli di rumore.
In agricoltura, ad esempio, uno studio polacco ha riscontrato «considerevoli problemi di udito» in questa categoria professionale, evidenziando come la causa principale della perdita di udito fosse «l’eccessivo rumore prodotto dai trattori e dalle macchine agricole». Nei call centre, da uno studio danese è emerso che più di un operatore su cinque dichiara di avere avuto “shock acustici”. Nel settore dell’edilizia, il 35% dei lavoratori dell’Ue a 15 riferisce di essere esposto al rumore durante il lavoro per almeno la metà delle ore lavorative. Circa un terzo dei casi di sordità in cui sono coinvolti gli operai che lavorano nell’industria francese proviene dal settore metallurgico, mentre oltre il 10% dei lavoratori nei settori dei trasporti e delle comunicazioni nell’Ue a 15 pensa di essere esposto al rischio di problemi uditivi. Nel settore dell’istruzione, poi, da alcuni studi emerge che oltre la metà dei docenti di scuola e dei maestri d’asilo deve alzare la voce per comunicare con i colleghi.
Le conseguenze del rumore in ambito lavorativo presentano anche differenze di genere. Gli uomini hanno il triplo delle probabilità di soffrire di difficoltà uditive legate all’attività lavorativa rispetto alle donne, cosa che riflette l’impiego prevalentemente maschile in industrie pesanti, più rumorose. D’altro canto, le industrie a prevalenza femminile dove i livelli di rumore tendono ad essere elevati sono i settori alimentare, tessile e dell’intrattenimento, compresi bar e discoteche. Le donne, inoltre, tendono ad essere sovrarappresentate nei call centre, dove lo “shock acustico” risulta essere un problema in aumento, e sono generalmente più esposte degli uomini a rumori e suoni forti nei settori dell’istruzione, della sanità e dell’assistenza sociale.

la settimana europea
Coordinata dall’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, organismo dell’Ue con sede a Bilbao responsabile dell’informazione ufficiale in materia, la Campagna è giunta alla sua sesta edizione divenendo l’evento più esteso in Europa per informare e sensibilizzare i cittadini sull’importanza della sicurezza e della salute sui luoghi di lavoro.
L’edizione 2005 della Settimana europea, dedicata al rumore in ambito lavorativo, insieme alle edizioni precedenti sono state caratterizzate da migliaia di attività in tutta Europa, che hanno dimostrato l’importanza delle misure preventive nel risolvere i problemi delle patologie muscoloscheletriche, degli infortuni, dello stress connessi con l’attività lavorativa, dell’utilizzo delle sostanze pericolose e della riduzione dei rischi nel settore delle costruzioni. Inoltre, numerose organizzazioni hanno avviato forme di collaborazione per svolgere attività comuni.
Tra le possibili attività previste dalla Settimana europea vi sono: controlli della sicurezza sul luogo di lavoro, individuazione e valutazione di determinati rischi; seminari di formazione e workshop; manifestazioni su sicurezza e salute nei luoghi di lavoro; produzione di materiale informativo; incentivi o suggerimenti per applicare e scambiare esempi di buone pratiche; incoraggiare la partecipazione dei lavoratori e dei loro rappresentanti.

INFORMAZIONI:
http://agency.osha.eu.int
http://ew2005.osha.eu.int
http://it.osha.eu.int

UN REGOLAMENTO PER TUTELARE LAVORATORI E CONSUMATORI

Reach, dall’inglese Registration Evaluation and Autorization Chemicals (Registrazione, valutazione e autorizzazione delle sostanze chimiche), è una proposta di Regolamento europeo sulla produzione e l’impiego di sostanze chimiche, la cui approvazione definitiva è prevista entro il 2006. Il provvedimento sarà immediatamente esecutivo in tutti i Paesi dell’Unione. Si tratta di una riforma che permetterà di identificare quasi 100.000 sostanze chimiche e i loro effetti, estendendo la conoscenza e la prevenzione dei rischi a tutta la catena della produzione e dell’utilizzo, a partire dal principio che spetta all’industria comprovare la sicurezza e l’innocuità dei prodotti prima dell’immissione sul mercato. Le sostanze più pericolose dovranno essere sostituite. I benefici della riforma riguarderanno i lavoratori del settore, gli addetti dei tantissimi luoghi di lavoro in cui si utilizzano sostanze chimiche, i consumatori dei prodotti che le contengono, l’ambiente in generale. Reach permetterà di evitare ogni anno, in Europa, 50.000 casi di malattie professionali del sistema respiratorio e 40.000 casi di malattie professionali della pelle, con un risparmio di 3,5 miliardi di euro in 10 anni.
Il tema è stato dibattuto a Milano, lo scorso 3 novembre, su iniziativa di Cgil-Cisl-Uil e varie organizzazioni ambientaliste, che hanno promosso un appello per la rapida approvazione del Regolamento cui è possibile aderire collegandosi all’indirizzo web: http://www.formilano.it/news/re/indexreach.html

COME RIDURRE I RISCHI DEL RUMORE

Secondo l’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro sono tre le prassi da seguire per ridurre al minimo i rischi derivanti dal rumore in ambito lavorativo.
Valutazione del rischio
• Individuare i diversi rischi legati al rumore nella propria organizzazione: vi sono alcuni lavoratori più esposti a rumori forti di altri? Il rumore di fondo in diverse parti dell’organizzazione rende difficile al personale comunicare? La natura del rumore contribuisce alla presenza di elevati livelli di stress all’interno dell’organizzazione?
• Valutare in che misura ne risente ogni categoria di lavoratori, compreso il personale temporaneo e a tempo parziale, nonché i lavoratori con esigenze particolari, come ad esempio le lavoratrici gestanti.
• Valutare le misure già in atto per controllare i livelli di rumore: fino a che punto sono soddisfacenti?
• Registrare tutti i risultati ottenuti e informarne i lavoratori, spiegandone l’importanza, i rischi potenziali e i problemi da affrontare.
Provvedimenti per prevenire o controllare i rischi
• Ove possibile, eliminare la fonte di rumore: acquisto di attrezzature e macchinari non rumorosi o poco rumorosi a tutti i livelli dell’organizzazione. Il tipo di installazione delle attrezzature e il luogo della stessa fanno differenza in termini di esposizione dei lavoratori al rumore, al pari della strutturazione dell’ambiente di lavoro.
• Controllare l’esposizione al rumore alla fonte. Eliminare le fonti di rumore non è sempre possibile, tuttavia esistono diversi modi per ridurre l’esposizione dei lavoratori: isolare la fonte del rumore, “ammortizzare” il rumore o le vibrazioni dei macchinari, realizzare interventi di manutenzione preventiva con regolarità, tener conto dell’impatto ergonomico di qualsiasi modifica sugli operatori dell’attrezzatura.
• Misure di controllo collettive. L’esposizione dei lavoratori al rumore si può ridurre modificando: il luogo di lavoro, l’organizzazione del lavoro, i macchinari di lavoro.
• Dispositivi per la protezione individuale: tali dispositivi, come ad esempio i tappi per le orecchie e i paraorecchie, si devono usare come ultima risorsa dopo aver esaurito tutte le possibilità per eliminare o ridurre l’esposizione al rumore.
• Informazione e formazione: i lavoratori devono essere informati e ricevere la formazione necessaria a comprendere e ad affrontare i rischi legati al rumore.
Monitoraggio regolare dei rischi e misure di controllo
A seconda del luogo di lavoro e delle esposizioni al rumore, possono rendersi necessari la sorveglianza sanitaria e il monitoraggio del rumore. I lavoratori, in determinate situazioni, hanno legalmente diritto a un’adeguata sorveglianza sanitaria e a test audiometrici preventivi. In questo caso, si devono tenere dei registri sanitari personali e si devono fornire tutte le informazioni ai datori di lavoro. I dati acquisiti dalla sorveglianza devono essere utilizzati per rivedere i rischi e le misure di controllo.


morire di lavoro

Mentre i media riferiscono di circa 500.000 persone che muoiono ogni anno a causa di guerre, oltre 2 milioni di persone che muoiono sul lavoro sono quasi ignorate, per non parlare di tutti coloro che soffrono delle conseguenze degli incidenti sul lavoro e delle malattie di lunga durata». Una denuncia, quella pronunciata dal direttore del programma Safework dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil-Ilo) Jukka Takala, che ben rappresenta la grave situazione mondiale della sicurezza e della salute sul lavoro, tema centrale del XVII Congresso mondiale svoltosi a Orlando (Florida, Usa) nei giorni 18-22 settembre scorsi (vedi box).

vittime in aumento

Secondo le più recenti stime effettuate dall’Oil, ogni giorno almeno 5000 lavoratori muoiono in seguito a incidenti sul lavoro o malattie correlate. Un numero enorme di vittime che sta aumentando: le stime dell’Oil riportano infatti un numero complessivo di morti per lavoro (incidenti e malattie) di 2,2 milioni di persone all’anno, dato che segnala un incremento del 10% rispetto a quello rilevato nel corso del XVI Congresso mondiale svoltosi a Vienna nel 2002. Va inoltre considerato che il numero dei decessi rappresenta solo una piccola parte degli incidenti che si verificano sul lavoro e delle conseguenze delle malattie professionali. L’Oil stima infatti che ogni anni si verifichino circa 270 milioni di incidenti non mortali sul lavoro, che causano un’assenza dal luogo di lavoro superiore ai 3 giorni, mentre i casi annui di malattie da lavoro siano circa 160 milioni.

problema sottostimato

Emerge dunque un quadro preoccupante e probabilmente sottostimato. L’Oil sottolinea infatti come vi sia uno scarso uso di pratiche relative alla salute e sicurezza sui posti di lavoro, particolarmente nei Paesi in rapido sviluppo dell’Asia. Così, se dai Paesi industrializzati giungono rapporti piuttosto dettagliati sugli incidenti di lavoro, la stessa cosa non avviene per la maggior parte del resto del mondo e per i Paesi in via di sviluppo è possibile solo stimare il numero di incidenti e di malattie.
Ciò avviene soprattutto perché non esistono in molti casi sistemi di rilevamento affidabili a livello aziendale e le aziende stesse non sono incentivate economicamente a segnalare incidenti e malattie professionali. Secondo l’Oil, se i datori di lavoro si rendessero conto di poter ottenere risarcimenti dal sistema assicurativo e le compagnie assicurative capissero che perdono soldi se le aziende non segnalano i casi, allora si potrebbero ottenere migliori indicazioni e, di conseguenza, mettere in atto attività di prevenzione.

benefici della prevenzione

L’Oil considera possibile eliminare la maggior parte degli incidenti semplicemente adottando l’insieme delle misure conosciute. Molte aziende e alcuni governi, ad esempio, applicano già l’obiettivo “zero incidenti” (zero accident targets). Quindi, sostiene l’Oil, se tutti gli Stati membri dell’Organizzazione usassero le migliori strategie e pratiche per la prevenzione degli infortuni, circa 300.000 morti e 200 milioni d’incidenti potrebbero essere evitati ogni anno. Oltre all’enorme impatto sulla vita dei lavoratori, la prevenzione avrebbe anche rilevanti conseguenze in termini di risparmio economico. L’Ue ha recentemente valutato in circa 55 miliardi di euro il costo annuale degli incidenti professionali, stima che non comprende i costi delle malattie da lavoro. Secondo l’Oil, ogni anno incidenti e malattie professionali causano la perdita di circa il 4% del Pil mondiale.
È inoltre dimostrato che i livelli di salute e sicurezza sul lavoro e di competitività sono direttamente collegati. Non si conoscono infatti casi evidenti di aziende o Paesi che a lungo termine abbiano tratto benefici da un basso livello di salute e sicurezza sul lavoro. Al contrario, recenti studi del World Economic Forum e del Lausanne Institute of Management dimostrano che i Paesi maggiormente competitivi sono anche i più sicuri in ambito lavorativo.

INFORMAZIONI: www.ilo.org/safework | www.safety2005.org

IL DOCUMENTO DEL CONGESSO MONDIALE

In occasione del XVII Congresso mondiale sulla salute e sicurezza al lavoro, tenutosi dal 18 al 22 settembre a Orlando, Florida (Usa), e organizzato congiuntamente da Organizzazione internazionale del lavoro (Oil-Ilo), Associazione internazionale di sicurezza sociale (Aiss) e Consiglio nazionale di sicurezza (Cns) degli Usa, si sono riuniti, in rappresentanza di oltre 110 Paesi, datori di lavoro e lavoratori del settore pubblico e privato, rappresentanti di salute e sicurezza sociale, delle assicurazioni e amministratori.
Il Congresso ha sottolineato l’importanza fondamentale della sicurezza e salute al lavoro in un mondo globalizzato:
1) La Globalizzazione deve andare di pari passo con misure preventive che assicurino con continuità salute e benessere agli individui sul lavoro.
2) Il diritto a un elevato standard di salute e sicurezza al lavoro è fondamentale. Il lavoro può essere dignitoso solamente se è sicuro e sano.
3) Salute e sicurezza nel lavoro dovrebbero essere parte integrante della cultura aziendale nelle grandi e piccole imprese, così come nell’economia informale. Dovrebbero essere messe sullo stesso piano degli altri obiettivi organizzativi, dato che l’attenzione alla salute e sicurezza al lavoro ha ampi benefici in termini sociali ed economici.
4) Salute e sicurezza devono avere priorità nelle agende nazionali, generando sicurezza preventiva e cultura della salute nei settori pubblico e privato.
5) Sistemi di prevenzione, leggi, regolamenti e mezzi di rafforzamento dovrebbero essere messi in atto a tutti i livelli, con una modalità di gestione mirante a continui controlli e miglioramenti.
6) Una volta sviluppate politiche di salute e sicurezza, devono essere messe in atto strategie di successo. Politiche e strategie hanno bisogno di essere sostenute da informazione, formazione e istruzione.
7) Le persone coinvolte e responsabili sui temi della salute e sicurezza al lavoro necessitano di collaborazione per porre la prevenzione di incidenti e malattie fra le preoccupazioni prioritarie della società.

brevi


Rapporto Europol sul traffico di esseri umani
Centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini sono vittime ogni anno del traffico internazionale di esseri umani. Non esistono dati certi sull’entità del fenomeno, ma numerose sono le stime. Secondo il governo degli Stati Uniti, il numero delle persone “trafficate” annualmente a livello internazionale per sfruttamento sessuale e lavoro forzato è compreso tra 600.000 e 800.000, in prevalenza donne e bambine. L’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) stima che 1,2 milioni di minori di 18 anni siano vittime del traffico internazionale ogni anno, comprati e venduti per essere sfruttati nel lavoro agricolo e domestico, nelle miniere, in attività criminose e nell’“industria” del sesso. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim-Iom) stima in 500.000 il numero di donne e ragazze “trafficate” ogni anno nel “mercato” europeo della prostituzione. Secondo Eurostat, nel 2004 sono stati intercettati oltre 420.000 immigrati illegali nell’Ue, gran parte dei quali coinvolti nel traffico di esseri umani controllato da organizzazioni criminali.
L’unico modo per contrastare questo inaccettabile e drammatico traffico internazionale di persone è il rafforzamento legislativo e la stretta cooperazione tra Stati. In molti Paesi, le leggi e le pratiche portano frequentemente a colpire (individuazioni, arresti, deportazioni) le vittime dei traffici anziché gli organizzatori e sfruttatori, per cui urgono analisi e iniziative mirate a comprendere e contrastare lo sviluppo delle organizzazioni criminali, spostando su di esse l’attenzione finora centrata quasi esclusivamente nella punizione delle persone che subiscono il traffico. È quanto emerge da un recente Rapporto dedicato da Europol al traffico internazionale di esseri umani, in cui l’organismo di coordinamento delle polizie europee mette a confronto le varie legislazioni in materia. Secondo Europol è necessaria un’armonizzazione delle leggi che i singoli Stati membri predispongono in materia di traffico delle persone, al fine di attuare un’azione europea comune efficace che coinvolga pienamente i nuovi Stati membri e i Paesi candidati. Tale azione deve essere forte e coordinata, dal momento che il traffico di esseri umani e dell’immigrazione illegale costituiscono attualmente il più grande affare economico per le organizzazioni criminali, che approfittano proprio delle carenze legislative e di coordinamento per incrementare i loro traffici e introiti. Se le iniziative legislative non possono sopprimere completamente questa forma di crimine, sostiene Europol, tuttavia possono contrastarla e limitarla. Perciò, l’Organismo europeo sollecita tutti gli Stati membri a recepire nelle rispettive legislazioni nazionali le direttive e le decisioni adottate dalle istituzioni europee in materia. Inoltre, raccomanda a governi e parlamenti europei di: prevedere legislazioni specifiche sul traffico di esseri umani; definire la “minore età” al di sotto dei 18 anni; prevedere pene per i trafficanti almeno uguali agli standard europei; adottare misure per la protezione adeguata delle vittime del traffico; prevedere permessi di soggiorno per le vittime del traffico che collaborano con le autorità competenti; permettere ogni possibile metodo investigativo all’interno degli Stati membri.
INFORMAZIONI: http://www.europol.eu.int/

Società europea: l’Italia adotta la direttiva
Con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del 21 settembre 2005 del decreto legislativo n. 188/2005 è stata trasposta nell’ordinamento italiano la direttiva comunitaria sullo Statuto di Società europea.
Si tratta di un fatto importante per diversi motivi:
• viene adottato uno strumento giuridico che facilita i processi di fusione e di integrazione produttiva e commerciale delle società con sede negli Stati dell’Ue;
• si introducono principi di diritto societario comuni per le società che, in tutti gli Stati membri, decideranno di diventare Società europee;
• viene affermato, a livello comunitario, il principio che le future società di diritto europeo, per essere legalmente registrate, devono prioritariamente concludere un accordo sulle modalità di coinvolgimento dei lavoratori;
La Legge sulla Società europea ha lo scopo esplicito di favorire quei processi considerati essenziali per accrescere la competitività delle imprese europee sui mercati globalizzati e diviene, pertanto, elemento importante di completamento e rafforzamento del mercato interno dell’Ue. Questa legge è anche uno strumento che ravvicina la legislazione societaria degli Stati membri perché, attraverso il Regolamento che definisce lo Statuto di Società europea e che entra in vigore contestualmente alla legge di recepimento della Direttiva, vengono individuati elementi normativi comuni per le società commerciali.
L’aspetto più rilevante è sicuramente quello che prefigura modelli comuni di gestione delle società, ma la parte più significativa per gli interessi dei lavoratori è quella che lega la costituzione e la registrazione della Società europea al raggiungimento di un accordo sulle modalità di coinvolgimento dei lavoratori stessi. Rappresenta la parte più significativa perché non si parla solo dei diritti di informazione e consultazione ma anche e soprattutto dei diritti di partecipazione, intesi come diritto dei lavoratori di eleggere o raccomandare l’elezione di membri negli organi di gestione delle società, Consiglio di amministrazione o Consiglio di sorveglianza. Un elemento, questo, di assoluta novità nel panorama delle relazioni industriali nazionali.
La partecipazione dei lavoratori agli organismi societari può rappresentare un elemento di innovazione che risponde alla duplice esigenza di colmare il divario, indotto dai processi di globalizzazione, tra sedi delle decisioni strategiche di impresa e sedi della produzione e di introdurre, nel contempo, nuovi elementi di democratizzazione e trasparenza nelle procedure decisionali all’interno delle società. Per questa via, la partecipazione diviene elemento qualificante per definire nuovi criteri di governance.
Secondo Cgil-Cisl-Uil, la nuova legge di trasposizione della Direttiva sulla Società europea apre nuove prospettive per la partecipazione in Italia e soprattutto apre un nuovo terreno di confronto e sperimentazione tra organizzazioni sindacali e imprenditoriali.


flash

previsioni economiche: Ue in crescita
La Commissione europea ha reso note, lo scorso 17 novembre, le previsioni economiche d’autunno per il periodo 2005-2007. L’attività economica nell’Unione europea è destinata a crescere dell’1,5% nel 2005, per ritornare nel 2006 al suo livello potenziale del 2,1% e accelerare ulteriormente nel 2007 al 2,4%. Per l’area dell’euro le percentuali sono rispettivamente dell’1,3% per il 2005, dell’1,9% per il 2006 e del 2,1% per il 2007. Il principale impulso proviene dalla domanda interna, in particolare dagli investimenti privati, stimolati dalla ritrovata fiducia delle imprese, dal continuo miglioramento dei bilanci delle aziende e dalla crescente necessità di investimenti di sostituzione. In generale, i principali fattori alla base delle previsioni a livello internazionale comprendono un insieme di politiche macroeconomiche favorevoli, condizioni finanziarie propizie, margini di profitto più ampi, un tasso di cambio nominale effettivo più debole e un contesto internazionale ancora robusto.
In un triennio si dovrebbero così creare nell’Ue 6 milioni di nuovi posti di lavoro (di cui 4,5 milioni nell’area dell’euro e 1,4 milioni nel 2005), che contribuiranno a ridurre la disoccupazione all’8,7% nel 2005 e all’8,1% nel 2007, dopo il picco del 9% registrato alla fine del 2004. L’inflazione aumenterà leggermente nel 2005, salendo al 2,3%, a causa dell’aumento dei prezzi del petrolio, per poi scendere all’1,9% nel 2007.
INFORMAZIONI: http://europa.eu.int/comm/economy_finance/publications/european_economy/forecasts_en

la popolazione cresce grazie all’immigrazione
Negli ultimi due anni la popolazione dell’Ue è cresciuta quasi esclusivamente grazie all’apporto dell’immigrazione. Lo rileva uno studio pubblicato da Eurostat e dal Consiglio d’Europa lo scorso 25 ottobre, che spiega come gli abitanti dell’Ue a 25 siano aumentati, tra il 2003 e il 2004, dello 0,5% (pari a 2,3 milioni) raggiungendo quota 459,5 milioni al 1° gennaio 2005. Tuttavia, sottolinea il Rapporto, tale incremento è dovuto in gran parte all’immigrazione (1,85 milioni), mentre l’aumento naturale ha portato meno di mezzo milione di unità. Tra gli Stati membri, la popolazione ha registrato gli incrementi proporzionalmente più rilevanti a Cipro (+2,54%), in Irlanda (+2%), Spagna (+1,62%) e Italia (+1%). Sono leggermente diminuiti, invece, gli abitanti di Germania, Estonia, Lituania, Lettonia, Polonia e Ungheria.
(Fonte: Ansa)

rischio crisi sul bilancio
Più ci si allontana dalla “bozza di Lussemburgo” più sarà difficile raggiungere un compromesso sul bilancio comunitario, questa in sintesi la reazione della maggior parte dei governi dell’Ue alle nuove proposte avanzate dalla presidenza di turno britannica. Dal canto suo, la Commissione europea ha espresso «forte preoccupazione» per lo stato dei negoziati sul bilancio, sollecitando la presidenza britannica ad avere «il coraggio necessario» per trovare un accordo entro la fine del suo semestre di presidenza dell’Ue. Secondo la Commissione, un accordo di bilancio equo ha come condizione una revisione dello “sconto britannico”, cioè il Regno Unito deve accettare una revisione del rimborso ottenuto al momento del suo ingresso nell’Ue che gli consente di risparmiare 4,6 miliardi di euro l’anno di versamenti alle casse comunitarie. Il governo britannico ribadisce però l’anomalia della Politica agricola comune (Pac), di cui alcuni Paesi, in particolare la Francia, «beneficiano in maniera sproporzionata rispetto ad altri». Dal canto suo la Francia considera la Pac come «la linea rossa definitiva» e comunica la sua totale contrarietà a tagli sui sussidi agricoli. Per la Spagna, la linea invalicabile è la ripartizione dei fondi di coesione che, con l’ingresso dei 10 nuovi Stati membri, rischia di penalizzare i Paesi che fino a oggi hanno beneficiato degli aiuti. Le posizioni sono dunque ancora molto distanti ma, ammonisce la Commissione, senza un accordo di bilancio entro dicembre sarebbe messa in difficoltà l’ultima fase dell’allargamento, perché non è credibile parlare di un nuovo allargamento se non si è in grado di finanziare l’Ue così com’è ora. Va ricordato che il compromesso raggiunto a Lussemburgo nel giugno scorso limitava i fondi del budget all’1,06% del Pil comunitario (870 miliardi di euro), contro l’1,14% richiesto dalla Commissione europea.

più politica contro razzismo ed emarginazione
«Una reazione veloce da parte del governo, delle forze di polizia e della politica è decisiva nell’arginare fenomeni di pregiudizio nei confronti delle minoranze e nella prevenzione di incidenti e attacchi». È quanto afferma l’Osservatorio europeo su razzismo e xenofobia (Eumc) in un Rapporto dedicato all’impatto sulle comunità islamiche europee degli attentati di Londra del luglio scorso. Presentato all’Europarlamento lo scorso 10 novembre, il Rapporto sollecita gli Stati membri e le istituzioni dell’Ue ad affrontare il problema della marginalizzazione sociale: «Politiche contro la marginalizzazione delle comunità di minoranze e la promozione dell’inclusione sociale dovrebbero diventare priorità», scrive l’Eumc che ha analizzato le reazioni delle comunità islamiche e la copertura mediatica degli attentati nei 25 Stati membri, nonché le varie iniziative e proposte per intensificare il dialogo con le comunità islamiche. L’Osservatorio ha anche commentato le recenti proteste verificatesi in molte città francesi, sottolineando come sia necessaria una leadership politica forte per contrastare razzismo, xenofobia e islamofobia.
INFORMAZIONI: http://eumc.eu.int

Commissione: il programma 2006
Prosperità, solidarietà, sicurezza, Europa quale partner mondiale dei Paesi più avanzati, di quelli emergenti e di quelli meno sviluppati: sono questi i principali obiettivi strategici dell’Ue delineati dal presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, lo scorso 15 novembre al Parlamento europeo, quando ha presentato il programma di lavoro dell’esecutivo europeo per il 2006. Barroso ha ribadito la necessità di un accordo urgente sulle prospettive finanziarie 2007-2013 e ha dichiarato che la Commissione si impegnerà concretamente per tradurre nei fatti la Strategia di Lisbona e creare un clima favorevole agli investimenti delle imprese, così come considera prioritari i temi della solidarietà, dell’ambente e della sicurezza: saranno affrontati il problema dell’invecchiamento demografico e della gestione dei flussi migratori, gli accordi sul clima e sull’approvvigionamento e l’uso efficiente delle risorse energetiche. Rispetto alle relazioni esterne dell’Ue, Barroso ha ricordato che il 2006 rappresenta l’ultima fase del processo di adesione di Bulgaria e Romania, mentre proseguiranno i negoziati con la Turchia e la Croazia. Gli altri obbiettivi sono la conclusione degli accordi di stabilizzazione e d’associazione con i Paesi balcanici e il rafforzamento della politica di vicinato, con particolare riferimenti all’area mediterranea. Non sono mancate le critiche espresse da alcuni europarlamentari, secondo cui l’attuale Commissione è troppo sensibile ai richiami dei governi nazionali e continua a proporre solo «un elenco di buone intenzioni».

nasce la Comunità dell’energia
È stato siglato ad Atene, il 25 ottobre scorso, il primo trattato multilaterale della storia dell’Europa sud-orientale, in base a cui l’Unione europea e 8 partner dell’area balcanica (Croazia, Bosnia-Erzegovina, Serbia-Montenegro, Macedonia, Albania, Romania, Bulgaria e Unmik a nome del Kosovo) definiranno il quadro giuridico necessario per dar vita a un mercato integrato dell’energia, che si estenderà a 34 Paesi europei. Sono in corso negoziati con la Turchia per la sua adesione al trattato in una fase successiva. Il trattato istituisce la Comunità dell’energia, estendendo a tutta la penisola balcanica l’acquis comunitario in materia di energia, ambiente e concorrenza, favorendo l’apertura dei mercati, la garanzia degli investimenti e un rigoroso controllo sulla regolamentazione nel settore energetico. È previsto un quadro politico concordato per il sostegno della Banca mondiale e della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo agli investimenti infrastrutturali, necessari per l’adeguamento del settore dell’energia elettrica agli standard comunitari entro il 2015, il cui importo secondo le stime ammonta a 30 miliardi di dollari.
Dal punto di vista strategico, il trattato garantisce l’accesso dell’Ue alle riserve di gas del Medio Oriente e della regione del Mar Caspio, cosa che accrescerà la concorrenza sui mercati di base dell’Ue riducendo la dipendenza da singole fonti di gas. Inoltre, il trattato risponderà agli specifici problemi energetici e ambientali dell’Europa sud-orientale, come i tassi di mortalità sostanzialmente più alti durante i mesi invernali e il degrado ambientale derivante dalle emissioni delle vecchie centrali elettriche, l’uso della legna per il riscaldamento domestico e il conseguente disboscamento, lo sviluppo insostenibile delle zone umide e dei corsi d’acqua per la produzione di energia idroelettrica. A lungo termine, secondo le previsioni, la stabilizzazione del settore energetico favorirà la ripresa macroeconomica della regione, contribuendo a ridurre il tasso di emigrazione e a favorire crescita economica e stabilità.
INFORMAZIONI: http://europa.eu.int/comm/energy/index_it.html

rafforzare la cooperazione euromediterranea
In prossimità della Conferenza euromediterranea per celebrare il decennale del processo di Barcellona sono emersi alcuni temi-chiave al centro dei lavori. Innanzitutto la questione dell’immigrazione, soprattutto dopo la proposta avanzata dai governi francese e spagnolo di definire un piano comune di contrasto all’immigrazione illegale che comprenda la politica migratoria dell’Ue, il controllo delle frontiere, lo sviluppo e il parternariato con i Paesi di origine e transito dei migranti e il miglioramento delle condizioni di riammissione. La Francia ha proposto anche l’organizzazione di una Conferenza euro-africana sulle migrazioni. Intanto, mentre si continuano a registrare tragedie connesse all’immigrazione illegale nell’Ue (quelle di Amsterdam e Ragusa sono solo le ultime di una lunga e inaccettabile serie), al Consiglio Giustizia e Affari interni è stato sottoposto un pacchetto di misure che intervengono sul piano della cooperazione tra Stati membri (controllo delle frontiere), della cooperazione con i Paesi di origine (accordi con Marocco, Libia e Algeria) e della cooperazione euromediterranea (creazione di una task force tra Francia, Italia, Spagna, Grecia, Malta, Marocco, Algeria, Libia, Tunisia e Mauritania).
Altri temi centrali per l’area euromediterranea sono quelli dell’istruzione e dell’informazione. La presidenza britannica dell’Ue ha indicato l’obiettivo di garantire l’accesso al sistema scolastico entro il 2015 a tutti i bambini al di sotto dei 12 anni che vivono nella regione mediterranea. Mentre la Commissione europea intende utilizzare le nuove tecnologie dell’informazione come strumento per garantire la libertà di espressione e per diminuire le fratture sociali in tutta la regione.