assenza europea

La cosa che colpisce maggiormente in questo difficile e tragico momento internazionale è la totale assenza dell’Unione europea come soggetto politico. Certo, si dirà, la situazione è facilmente comprensibile. Il Parlamento è a fine mandato e si attendono le elezioni del giugno prossimo per definire i nuovi equilibri politici europei. La Commissione, trasformata nelle ultime settimane dall’abbandono di alcuni commissari che hanno assunto incarichi nazionali, è anch’essa influenzata dal clima pre-elettorale e totalmente assorbita dallo storico allargamento dell’Ue e dalle questioni economico-finanziarie fonte di preoccupazione e di non pochi contrasti con i governi degli Stati membri. Inoltre, così come il Parlamento, anche l’Esecutivo europeo è ormai nella fase finale del suo mandato (che terminerà nel prossimo ottobre) e dunque con un “peso” politico e una legittimazione sempre più deboli agli occhi dei 25 governi dell’Unione. Resterebbe così il Consiglio dell’Ue, ma probabilmente è proprio esso a evidenziare la grave assenza di unità politica europea. Ancora paralizzati dagli attentati di Madrid dell’11 marzo scorso e forse ancor di più dall’annuncio del nuovo governo spagnolo di ritiro delle sue truppe dall’Iraq, i 15 capi di Stato e di governo dell’Ue hanno preferito finora evitare qualsiasi incontro (non dettato dal calendario istituzionale) per negoziare e decidere iniziative di politica estera. Alcuni esponenti dei governi europei hanno infatti dichiarato che era meglio evitare di ufficializzare nel corso di un Vertice le profonde divisioni esistenti tra gli Stati membri. Cioè non fare nulla per non peggiorare la situazione. Ora, poi, l’unità politica dovrà essere concordata in 25 e si può quindi prevedere che lo stallo politico europeo non sarà breve.

Tutto comprensibile, dunque, ma non per questo accettabile da tutti coloro che, in Europa e non solo, si attendono dall’Ue ben altro ruolo sul panorama internazionale, come lo stesso Consiglio dichiara in ogni suo Vertice e come prevede la Costituzione europea che sta per essere adottata.

I risultati dell’unilateralismo messo in atto dall’attuale amministrazione statunitense sono purtroppo evidenti: disastro iracheno, aumento della minaccia terroristica internazionale e negazione di ogni spiraglio di dialogo per la soluzione del conflitto israelo-palestinese (su cui l’Ue si era impegnata promuovendo la Road Map e appoggiando gli Accordi di Ginevra). L’assenza di un soggetto politico europeo non fa che aggravare questa situazione e la richiesta di intervento dell’Onu pare più una delega di responsabilità che un’iniziativa politica, soprattutto quando giunge da governi (quello statunitense e alcuni europei) che solo un anno fa consideravano le Nazioni Unite semplicemente come un ostacolo da evitare.


l’Europarlamento denuncia la situazione italiana

Il Parlamento europeo (Pe) ha adottato, il 22 aprile scorso, una Relazione sulla libertà di espressione e di informazione nell’Ue, nella quale si sottolinea come la libertà e il pluralismo dei mezzi di comunicazione costituiscono un requisito essenziale per la libertà di espressione e di informazione. L’Europarlamento ritiene che, laddove gli Stati membri non adottino misure adeguate, l’Ue ha l’obbligo politico, morale e giuridico di garantire, negli ambiti di sua competenza, il pluralismo dei mezzi di comunicazione. I parlamentari europei hanno rilevato che sussistono sufficienti elementi di preoccupazione per autorizzare la Commissione a condurre un esame dettagliato della situazione e a proporre soluzioni legislative adeguate. L’Aula ha chiesto l’elaborazione di una relazione annuale sul pluralismo, l’inserimento nella Costituzione europea di una disposizione specifica sulla necessità di garantire il pluralismo dei media e, agli Stati membri, di inserire nelle Costituzioni nazionali un obbligo di diligenza attiva in ordine alla promozione del rispetto della libertà e del pluralismo dei media.

La Relazione, presentata su iniziativa della parlamentare olandese Johanna Boogerd-Quaak (liberali europei), si è basata su una “perizia preliminare” effettuata dall’Istituto europeo per i mezzi di comunicazione, nel contesto di un più ampio studio sull’informazione ai cittadini nell’Ue, la quale prende in esame un gruppo di Paesi e anticipa la presentazione dello studio finale, prevista per giugno, in cui figureranno le conclusioni basate sulla situazione nei 25 Stati membri, assortite da raccomandazioni complete.

discussioni e polemiche

La Relazione è stata approvata con 237 voti favorevoli, 24 contrari e 14 astensioni. Prima del voto, due gruppi politici, il Ppe (popolari europei) e l’Uen (destre europee), hanno dichiarato che non avrebbero preso parte alla votazione per protestare contro la procedura di voto adottata. In precedenza, l’Aula aveva respinto una richiesta di rinvio della Relazione alla commissione per le libertà con 214 voti favorevoli, 259 voti contrari e un’astensione. Uno dei punti controversi della Relazione consisteva nel riferimento ai nomi di persone, riguardante in modo particolare il “caso italiano” su cui la Relazione manifestava ampie preoccupazioni: «Il sistema italiano presenta un’anomalia dovuta a una combinazione unica di poteri economico, politico e mediatico nelle mani di un solo uomo, l’attuale presidente del Consiglio dei ministri Silvio Berlusconi, e al fatto che il governo italiano è, direttamente o indirettamente, in controllo di tutti i canali televisivi nazionali». Secondo la Relazione «Silvio Berlusconi, dalla sua nomina alla carica di presidente del Consiglio nel 2001, non ha risolto il suo conflitto di interessi, come si era esplicitamente impegnato, bensì ha incrementato la sua quota di controllo societario della società Mediaset».

Di fronte alle critiche di destre e popolari europei, il presidente dell’Europarlamento Pat Cox ha deciso che i riferimenti ai nomi di persone dovessero essere cancellati dalla Relazione, in conformità con la prassi parlamentare. Tale decisione non ha però scongiurato le proteste e così, per la prima volta nella storia del Parlamento europeo, un’ampia azione ostruzionistica ha cercato di impedire il voto dell’Aula con la presentazione di 330 emendamenti e la richiesta di oltre 1200 votazioni separate. Il tentativo è stato respinto dalla presidenza del Pe e ciò ha portato il centro-destra europeo a decidere di non prendere parte al voto.

l’anomalia italiana

Il nome di Silvio Berlusconi è dunque stato cancellato dalla Relazione approvata dal Pe, ma questo espediente non riduce le preoccupazioni espresse dalla maggioranza degli europarlamentari sulla situazione italiana. Secondo l’Europarlamento, infatti, in Italia «potrebbero sussistere rischi di violazione del diritto alla libertà di espressione e di informazione. (…) Il tasso di concentrazione del mercato televisivo in Italia è oggi il più elevato d’Europa». La Relazione sottolinea come il mercato italiano è caratterizzato dal duopolio Rai-Mediaset, che complessivamente detengono quasi il 90% della quota totale di telespettatori e raccolgono il 96,8% delle risorse pubblicitarie, contro l’88% della Germania, l’82% del Regno Unito, il 77% della Francia e il 58% della Spagna. Inoltre, constata l’Europarlamento, il gruppo Mediaset è il più importante gruppo privato italiano nel settore delle comunicazioni e dei media televisivi e uno dei maggiori a livello mondiale, controllando tra l’altro reti televisive (Rti S.p.A.) e concessionarie di pubblicità (Publitalia ’80), entrambe riconosciute formalmente in posizione dominante e in violazione della normativa nazionale (legge 249/97) dall’Autorità per la garanzia delle comunicazioni (delibera 226/03).

Il Parlamento europeo, prendendo atto delle ripetute e documentate ingerenze, pressioni e censure governative nell’organigramma e nella programmazione del servizio televisivo pubblico, rileva «che il sistema italiano presenta un’anomalia dovuta a una combinazione unica di poteri economico, politico e mediatico nelle mani di un solo uomo, l’attuale presidente del Consiglio dei ministri italiano» e invita il parlamento italiano ad «accelerare i suoi lavori in materia di riforma del settore audiovisivo conformemente alle raccomandazioni della Corte costituzionale italiana e del presidente della Repubblica, tenendo conto delle incompatibilità da questi riscontrate nel progetto di legge Gasparri con il diritto comunitario».

I parlamentari europei esprimono inoltre preoccupazione per il fatto che la situazione vigente in Italia possa insorgere in altri Stati membri qualora un magnate dei media decidesse di entrare in politica.

non solo Italia

Per quanto riguarda la situazione degli altri Stati membri presi in esame dalla Relazione, il Pe ha espresso le seguenti rilevazioni:

• In Francia vi sono state numerose violazioni della libertà di stampa (ad esempio, boicottaggio della distribuzione di un nuovo quotidiano gratuito da parte di associazioni sindacali e pressioni sui giornalisti da parte della polizia). Inoltre, i tribunali francesi si pronunciano sovente a sfavore dei giornalisti in casi di diffamazione, quale conseguenza dell’obsoleta normativa vigente nel Paese in materia di diffamazione e della protezione di fonti riservate.

• In Irlanda non vi è parità di condizioni di concorrenza, in quanto la stampa irlandese è soggetta a Iva ma non quella proveniente dal Regno Unito, che in Irlanda detiene una quota di mercato approssimativamente del 25%.

• In Germania, la Corte costituzionale federale ha deliberato che la sorveglianza delle telecomunicazioni, ad esempio la registrazione del traffico telefonico di giornalisti, non costituisce violazione delle libertà fondamentali sancite dagli articoli 10 e 19 della Legge fondamentale, che garantiscono la riservatezza dell’informazione. Inoltre, non vi è alcuna legge che garantisca l’accesso ai documenti delle autorità pubbliche a livello nazionale (ossia federale) e soltanto 4 Stati federali hanno promulgato una normativa in tal senso.

• In Polonia, si stima che gli investimenti esteri nell’ambito dei media stampati copra circa il 40% del settore e ciò pone problemi in termini di libertà giornalistiche, in quanto gli editori stranieri offrono condizioni di lavoro meno favorevoli che nelle proprie aziende, il che scoraggia la professionalità. L’articolo 10 della legge sulla stampa limita a livello interno la libertà di stampa, imponendo al giornalista l’obbligo di obbedire e seguire i principi generali del suo editore. Nella legislazione polacca concernente i mezzi di comunicazione non esistono disposizioni sulla concentrazione dei mezzi d’informazione e la salvaguardia del pluralismo né, a quanto sembra, se ne prevede l’introduzione.

• Nei Paesi Bassi si registra un livello elevato di concentrazione sia nel settore televisivo che in quello della stampa, ove i tre maggiori operatori controllano almeno l’85% del mercato e, malgrado i Paesi Bassi presentino a livello europeo la penetrazione più elevata di servizi televisivi via cavo, anche questo mercato è dominato da tre operatori principali.

• In Svezia, il settore dei mezzi di comunicazione è caratterizzato da un livello piuttosto elevato di proprietà incrociata, che interconnette strutture che vedono la partecipazione dei principali operatori del settore audiovisivo e accordi di cooperazione tra il settore della stampa e della diffusione radiotelevisiva, in cui aziende di entrambi i settori sono controllate dallo stesso gruppo.

• Nel Regno Unito è in corso un intenso dibattito scaturito dal “Rapporto Hutton” sulle circostanze relative alla morte dello scienziato e consulente governativo David Kelly, dalle posizioni critiche assunte dal servizio pubblico radiotelevisivo in merito alle motivazioni governative della guerra in Iraq, dalle dimissioni del direttore generale e del presidente del consiglio dei governatori della Bbc e dalle potenziali ripercussioni del caso sulla pratica del giornalismo investigativo. Inoltre, forma oggetto di intensa discussione la revisione della Royal Charter e dell’Accordo che disciplinano la Bbc, presi a modello da altri sistemi.

• In Spagna, le pressioni governative sul servizio pubblico della Tve hanno portato ad omissioni dei fatti relativi alle responsabilità degli atti terroristici dell’11 marzo scorso.

FALLITA LA RIUNIFICAZIONE DI CIPRO

Cipro resta divisa e solo la parte greco-cipriota (la Repubblica di Cipro) è divenuta Stato membro dell’Ue il 1° maggio scorso: è quanto decretato dal risultato del doppio e simultaneo referendum svoltosi il 24 aprile scorso sulle due parti dell’isola mediterranea.

Entrambi i referendum chiedevano agli elettori (479.551 greco-ciprioti e 143.636 turco-ciprioti) di esprimere un parere sul piano proposto dall’Onu per la riunificazione dell’isola, divisa di fatto dal 1963 e poi dall’invasione turca del luglio del 1974. Ma mentre il 64,91% dei cittadini turco-ciprioti ha espresso voto favorevole, il 75,83% dei greco-ciprioti ha respinto il piano dell’Onu giudicandolo «ingiusto e punitivo» nei loro confronti, perché non offrirebbe sufficienti garanzie di sicurezza. In realtà, secondo molti osservatori, la vera ragione del rifiuto greco-cipriota sarebbe il diffuso timore di dover pagare un prezzo troppo alto, in termini politici ma soprattutto economici, per “assorbire” parte della popolazione di etnia turca che vive a Nord e per cedere a questa parte dell’isola (con una natura ancora quasi incontaminata) parte del florido turismo finora concentrato nella parte greco-cipriota. Il rifiuto al piano di riunificazione proposto dall’Onu è stato poi fortemente caldeggiato sia dal presidente cipriota Tassos Papadopoulos, in un emotivo discorso televisivo alla nazione tenuto lo scorso 7 aprile, sia dalla Chiesa greco-ortodossa cipriota. Inoltre, le sole tre settimane intercorse tra la fine dei negoziati tra le parti e l’Onu (21 marzo) e lo svolgimento del referendum non sono state sufficienti ai cittadini per comprendere i contenuti dell’accordo, ciò anche per l’atteggiamento del presidente, del governo e dei media i quali hanno ulteriormente contribuito a confondere le idee agli elettori.

Resta il fatto che si è persa un’occasione storica per riunificate l’isola, ora ancor più divisa, e che l’Ue incorpora solo metà di questo nuovo Stato membro “potenziale”. «E’ imbarazzante e assolutamente vergognoso - ha dichiarato l’ex capo di Stato cipriota e negoziatore dell’ingresso dell’isola nell’Ue, Gorge Vassiliou - A Cipro è stata messa in atto una fabbrica di disinformazione. Una sorta di stato di polizia dove la gente è stata subdolamente minacciata e a cui è stato detto come votare» Anche la Commissione e il Parlamento europei hanno deplorato «profondamente» il voto dei greco-ciprioti, ringraziando «calorosamente» i turco-ciprioti per aver espresso chiaramente la volontà di far parte dell’Ue. Paradossalmente, l’esito del referendum allontana politicamente dalle istituzioni europee la parte di Cipro che è entrata nell’Ue, avvicinando quella per ora esclusa.


previsioni economiche per i nuovi Stati membri

Le Previsioni economiche di primavera 2004-2005, rese note dalla Commissione europea all’inizio di aprile, hanno preso in esame in modo dettagliato le situazioni di tutti i 25 Stati membri e dei Paesi candidati.

Secondo la Commissione, se i problemi che dovranno affrontare i nuovi Stati membri sono simili a quelli dell’Ue a 15, la scala di questi problemi è a volte molto maggiore.Nell’insieme dei cosiddetti Paesi aderenti la disoccupazione e i disavanzi di bilancio hanno valori pari al doppio di quelli dell’Ue a 15, mentre il reddito pro capite è meno della metà di quello dei Quindici. Naturalmente le situazioni dei nuovi Stati membri sono molto diverse tra loro e, in base a tali differenze, a ognuno di essi sono state indirizzate raccomandazioni specifiche. «L’integrazione dei nuovi Stati membri nel quadro di politica economica dell’Ue è importante. Essi hanno un grande potenziale di dinamismo economico che verrà stimolato dalla loro effettiva integrazione economica e dalla realizzazione dell’agenda di Lisbona» ha dichiarato l’ex commissario europeo agli Affari monetari ed economici Pedro Solbes.

stimolo positivo dall’integrazione

La Commissione stima che le economie dei nuovi Stati membri siano cresciute in media di circa il 3,6% nel 2003 grazie alla dinamica di crescita indotta dalla prospettiva dell’adesione. In particolare, i consumiprivati hanno sostenuto la crescita specie nei Paesi baltici, in Ungheria e nella Repubblica ceca.

Tre fattori hanno dato impulso alla spesa delle famiglie: l’aumento del reddito disponibile reale, in parte grazie all’inflazione relativamente bassa in molti Paesi, a un livello più o meno uguale a quello della zona euro; il maggiore accesso al credito, grazie allo sviluppo del sistema bancario; spese anticipate in previsione degli aumenti dei prezzi attesi per il 2004, a seguito di inasprimenti delle imposte indirette.

L’attività di investimento è stata debole nel 2003 (tranne che nei Paesi baltici), anche a seguito dello stallo del processo di riforma. Le esportazioni sono invece andate bene, soprattutto in Slovacchia, il che, data la fiacchezza della domanda dell’Ue, è spiegatoda un maggiore contenuto di valore aggiunto del paniere delle esportazioni. In Polonia il deprezzamento dello zloty ha contribuito ai buoni risultati conseguiti per quanto riguarda le esportazioni.

crescono gli investimenti

La convergenza dei tassi d’interesse verso i livelli dell’Ue, la necessità di migliorare le infrastrutture e la ripresa sono i fattori che dovrebbero far lievitare la crescita degli investimenti nei Paesi aderenti dallo scarso 1,9% del 2003 al 7,3% nel 2005. In generale, l’attività economica sarà anche sostenuta dalla disponibilità dei fondi dell’Ue (stimati al 3% del Pil per i Paesi aderenti nel periodo 2004-2006, compresi gli aiuti preadesione, e detratti i contributi al bilancio Ue). Il tasso di crescita medio nei Paesi aderenti dovrebbe aggirarsi intorno al 4% nel 2004 e nel 2005.

Il processo di riduzione del divario dovrebbe continuare in modo significativo, in quanto dovrebbero essere i nuovi Stati membri con il Pil pro capite più basso a crescere più velocemente. Beneficiando della stabilità macroeconomica, i Paesi baltici dovrebbero secondo le previsioni registrare tassi di crescita superiori al 5% nel 2004-2005. La più forte accelerazione della crescita è prevista per la Polonia (dall’1,4% nel 2002 a quasi il 5% nel 2005) per impulso di una politica di bilancio espansionistica. Tra i Paesi aderenti ad alto reddito è previsto per Cipro un tasso di crescita relativamente elevato.

disoccupazione elevata e inflazione in aumento

Per quanto concerne l’occupazione, la Commissione prevede nel periodo 2004-2005 una modesta crescita nei nuovi Stati membri. Il rilancio dell’economia e lo sviluppo di nuove attività dovrebbero compensare la perdita di posti di lavoro nel quadro del processo di ristrutturazione. Tuttavia, nel complesso dei Paesi aderenti il tasso di disoccupazione è destinato a scendere solo lentamente, passando dal 14,3% del 2003 al 13,8% nel 2005.

E’ prevista invece una crescita dell’inflazione che, escluse Ungheria, Slovacchia e Slovenia, è stata particolarmente bassa nel 2003 nei nuovi Stati membri, più o meno ai livelli della zona euro, grazie alla maggiore concorrenza e ai bassi prezzi all’importazione. Con l’ingresso nell’Ue la Commissione prevede per i Dieci un’accelerazione dell’inflazione nel 2004 al 3,8% in media, per effetto di un aumento delle imposte indirette con l’allineamento delle aliquote ai livelli dell’Ue. Per il 2005 è poi previsto un successivo rallentamento, con un tasso d’inflazione che dovrebbe diminuire al 3,3%.

dovrebbero scendere gli alti disavanzi pubblici

Il disavanzo delle amministrazioni pubbliche nei Paesi aderenti è stimato in media al 5,7% circa del Pil nel 2003, un valore peggiore di quello del 2002. Nella Repubblica Ceca, il disavanzo è cresciuto in notevole misura a seguito dell’inclusione di talune garanzie dello Stato. Il saldo di bilancio varia da un avanzo in Estonia a un disavanzo del 12,9% del Pil nella Repubblica Ceca. Altri cinque Paesi avevano disavanzi superiori al 3% del Pil nel 2003: Cipro, Ungheria, Malta, Polonia e Slovacchia.

Con la ripresa del processo di risanamento dei bilanci, i saldi delle amministrazioni pubbliche dovrebbero migliorare nella maggior parte dei nuovi Stati membri nel 2004; farà eccezione la Polonia. Nonostante la forte crescita, i saldi di bilancio sono in via di peggioramento anche nei Paesi baltici, a causa delle spese connesse all’adesione. In Lituania, il disavanzo si sta avvicinando alla soglia del 3% del Pil, mentre in Estonia l’ampio avanzo del 2,6% del Pil del 2003 dovrebbe essere totalmente riassorbito nel 2005.

Paesi candidati

La Commissione prevede che i Paesi candidati (Bulgaria, Romania e Turchia) assisteranno a un continuo miglioramento dei loro risultati macroeconomici. E’ prevista una crescita del 5% annuo nel periodo 2004-2005, dovuta principalmente alla domanda interna privata.

In Turchia e in Romania, l’inflazione dovrebbe continuare a scendere, grazie all’apprezzamento tendenziale in termini reali del tasso di cambio di tali Paesi, al rafforzamento dell’offerta, sospinta da forti investimenti, e a politiche di bilancio e monetarie complessivamente prudenti. Verso la fine del 2005 il tasso di inflazione dovrebbe scendere a una sola cifra in entrambi i Paesi, com’è già avvenuto per la Bulgaria che registra un’inflazione piuttosto bassa, anche se in lieve accelerazione.

Nonostante notevoli miglioramenti della produttività del lavoro, la forte crescita economica comporterà un aumento dell’occupazione in tutti e 3 i Paesi e un calo della disoccupazione, anche se il miglioramento sarà molto modesto in Turchia, causa la forte crescita dell’offerta di lavoro.

Il disavanzo delle amministrazioni pubbliche registrerà un modesto peggioramento in Bulgaria e Romania, mentre la Turchia continuerà a registrare una significativa diminuzione del suo disavanzo.

In tutti e tre i Paesi, il saldo negativo delle partite correnti è destinato a peggiorare ulteriormente, spinto da una forte domanda interna e da un lieve deterioramento della competitività delle esportazioni in termini di prezzo, che provoca una crescita del disavanzo delle rispettive bilance commerciali.

le raccomandazioni

In base a queste previsioni, la Commissione ha quindi fornito ai nuovi Stati membri alcune raccomandazioni che forniscono gli indirizzi di massima per le politiche economiche da adottare. «Mettendo in atto queste raccomandazioni gli Stati membri devono dare prova del loro costante impegno a favore di posti di lavoro più numerosi e migliori nell’ambito dell’Ue - ha dichiarato il neo-commissario europeo per l’Occupazione e gli Affari sociali, Stavros Dimas - Le raccomandazioni sfruttano il prezioso lavoro svolto dalla Task Force europea per l’occupazione. È ora il momento di mettere in pratica queste raccomandazioni».

Anche se i problemi strutturali che devono affrontare i nuovi Stati membri non differiscono fondamentalmente da quelli dei membri attuali dell’Ue, essi sono in qualche caso più profondi se si considera che: la disoccupazione è a livelli quasi doppi di quelli dell’UE a 15; il disavanzo di bilancio ammonta a circa il 6% del Pil; il reddito medio è meno della metà di quello degli Stati membri attuali.

Gli indirizzi forniti dalla Commissione sono centrati su tre questioni principali:

• Politiche macroeconomiche orientate alla crescita e alla stabilità: a questo proposito si sottolinea l’importanza che anche i nuovi Stati membri realizzino una convergenza sostenibile in termini reali e nominali; che conseguano posizioni di bilancio sane; che riducano i disavanzi correnti e che mantengano gli incrementi nominali delle retribuzioni a livelli che siano al tempo stesso compatibili con la stabilità dei prezzi e in linea con i guadagni di produttività.

• Riforme economiche per aumentare il potenziale di crescita dell’Europa; i Paesi aderenti devono: attuare politiche dell’occupazione che sostengano i mutamenti strutturali in atto nella composizione del mercato del lavoro; accrescere la produttività intensificando la concorrenza, riducendo il peso della regolamentazione, migliorando la qualità della ricerca e sviluppando ulteriormente i mercati dei capitali.

• Rafforzare la sostenibilità nei settori seguenti: la stabilità economica, in particolare per far fronte all’invecchiamento della popolazione; la sostenibilità sociale, dove il lavoro è chiamato a svolgere un ruolo essenziale per diminuire la povertà; la sostenibilità ambientale, settore in cui gli investimenti nell’energia e nei trasporti possono svolgere un ruolo importante.

Fonte: InEurop@, Commissione europea Rappresentanza in Italia.

sito web: http://europa.eu.int/Italia

INFORMAZIONI:

http://europa.eu.int

 

PIL a prezzi costanti (variazione annua in %)

 

media 1996-2000

1999

2000

2001

2002

stime 2003

previsioni 2004

scenario 2005

Cipro

3,7

4,7

5,0

4,0

2,0

2,0

3,4

4,1

Estonia

4,9

-0,6

7,3

6,5

6,0

4,8

5,4

5,9

Lettonia

4,2

-1,8

4,0

6,5

6,8

8,9

6,9

6,6

Lituania

5,3

2,8

6,8

7,9

6,1

7,5

6,2

6,2

Malta

4,5

4,1

6,4

-1,2

1,7

0,4

1,4

2,0

Polonia

5,1

4,1

4,0

1,0

1,4

3,7

4,6

4,8

R. Ceca

1,2

0,5

3,3

3,1

2,0

2,9

2,9

3,4

R. Slovacca

3,7

1,5

2,0

3,8

4,4

4,2

4,0

4,1

Slovenia

4,4

5,9

4,1

2,9

2,9

2,3

3,2

3,6

Ungheria

4,0

4,2

5,2

3,8

3,5

2,9

3,2

3,4

AC 10

4,1

3,2

4,1

2,5

2,4

3,6

4,0

4,2

Fonte: Commissione europea, Previsioni di primavera 2004

 

Tasso di disoccupazione (% delle forze lavoro civili)

 

media 1996-2000

1999

2000

2001

2002

stime 2003

previsioni 2004

scenario 2005

Cipro

5,0

5,3

5,2

4,4

3,9

4,4

4,1

4,0

Estonia

10,5

11,3

12,5

11,8

10,5

10,0

9,7

9,6

Lettonia

12,4

11,2

15,7

16,1

13,6

12,7

11,5

12,7

Lituania

15,6

14,0

13,7

12,9

12,6

10,5

10,3

10,1

Malta

7,0

7,7

7,0

6,7

7,5

8,2

8,6

8,1

Polonia

12,6

13,4

16,4

18,5

19,8

19,8

19,6

19,3

R. Ceca

6,5

8,6

8,7

8,0

7,3

7,8

8,2

8,2

R. Slovacca

14,5

16,7

18,7

19,4

18,7

17,1

16,5

15,9

Slovenia

7,0

7,2

6,6

5,8

6,1

6,5

6,4

6,2

Ungheria

8,0

6,9

6,3

5,6

5,6

5,8

5,7

5,6

AC 10

11,0

11,8

13,6

14,5

14,8

14,3

14,1

13,8

Fonte: Commissione europea, Previsioni di primavera 2004

il bilancio comunitario secondo il Cnel

Il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel) ha elaborato e discusso nel gennaio scorso, e pubblicato il 26 febbraio, un documento su “Modalità di finanziamento, articolazioni e dimensioni del bilancio comunitario”.

Ne pubblichiamo di seguito alcune parti.

Le Forze sociali rappresentate al Cnel ritengono che il risultato della Conferenza intergovernativa di dicembre 2003 sul tema della Costituzione e il dibattito relativo all’applicazione del Patto di stabilità e crescita accrescono, e non riducono, l’esigenza di Europa. Preoccupano in questo senso alcune recenti prese di posizione. Emergono posizioni, come quelle recentemente espresse da Francia, Germania e altri Paesi, di opposizione a qualsiasi aumento delle risorse di bilancio al di sopra del tetto dell’1% del Pil comunitario, e si prospetta una riduzione delle risorse disponibili in un’Unione a 25 paesi. Il Cnel ritiene che, se tali posizioni dovessero prevalere, aumenterà il rischio di ulteriori, preoccupanti, tensioni. Occorre invece operare per superare rapidamente l’impasse e per invertire la tendenza a pericolose contrapposizioni tra istituzioni europee e tra governi dell’Unione.

L’integrazione europea, compresa l’adozione dell’euro come moneta unica, è stata in questi anni, come ricorda quotidianamente il presidente Carlo Azeglio Ciampi, un positivo fattore di equilibrio nel nostro continente. Ha scongiurato i pericoli del riproporsi delle guerre, che avevano insanguinato la prima metà dello scorso secolo. Ha consentito di creare la più ampia concentrazione planetaria di potenzialità culturali, scientifiche ed economiche. Ha, infine, creato uno scudo di protezione contro i rischi di speculazioni finanziarie indotte dalla globalizzazione (…).

caratteristiche del bilancio Ue

Il bilancio comunitario ha caratteristiche fondamentalmente diverse da quelle dei bilanci nazionali. Ciò per la dimensione tutto sommato limitata (100 miliardi di euro, circa l’1% del Pil comunitario), per la concentrazione su due settori di spesa (politica agricola e azioni strutturali), per la rigidità e scarsa autonomia (spesa definita in un quadro pluriennale, assenza di possibilità di ricorso al prestito). Un’altra differenza sostanziale sta nella responsabilità della gestione, affidata in teoria alla sola Commissione ma di fatto trasferita agli Stati membri, che gestiscono larga parte della spesa.

Le modalità di finanziamento sono altrettanto particolari. Fondato in massima parte su un complesso sistema di contributi nazionali (basati sul Pil e sull’Iva), il sistema di finanziamento è alquanto oscuro ai cittadini comunitari. Ne segue che i contribuenti europei ignorano come, e in che misura, una parte delle imposte da loro versate allo Stato sia poi utilizzata per finanziare l’Unione europea.

Vi è stato in questo senso un percorso a ritroso, se si tiene conto che il finanziamento della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca) era stato concepito, nel lontano 1952, attraverso una forma di prelievo diretto sulle imprese carbosiderurgiche. Il Trattato istitutivo della Comunità economica europea (Cee), finanziata inizialmente da contributi degli Stati membri, aveva previsto che, in un secondo momento, un sistema di risorse proprie avrebbe sostituito i contributi degli Stati. Tuttavia, l’ambizione dell’autonomia finanziaria della Comunità non è stata perseguita con convinzione, e gli Stati membri non hanno riconosciuto alla Comunità una capacità impositiva diretta.

La natura di contributo nazionale del finanziamento del bilancio comunitario suscita periodiche rivendicazioni da parte degli Stati membri. I molteplici adattamenti del sistema nel corso degli anni hanno finito per delineare un quadro di finanziamento in qualche modo “su misura”, largamente ispirato al concetto del “giusto ritorno”.

La teoria dei cosiddetti saldi netti, criticabile sul piano della solidarietà comunitaria, suscita dubbi anche sulla validità concettuale del sistema di calcolo. La mappa dei benefici derivanti dal bilancio comunitario implicita in tale teoria è, infatti, alquanto incompleta. Il concetto dei saldi netti trascura il fatto che la spesa a favore di uno Stato membro può avere sensibili effetti sull’economia di altri Stati membri, in virtù degli effetti indotti dall’integrazione crescente dovuta al mercato unico. Il concetto dei saldi netti resta comunque un cardine delle discussioni finanziarie e rappresenta un vincolo molto forte, difficilmente superabile, nell’immediato, nella prospettiva della realizzazione di un vero bilancio dell’Unione.

bilancio e allargamento dell’Ue

Circondato da timori sui possibili effetti istituzionali, l’allargamento dell’Unione a dieci nuovi Stati nel 2004 non ha per il momento comportato conseguenze sostanziali sulla dimensione del bilancio comunitario. Il quadro di finanziamento previsto fino al 2006 registra un aumento limitato. E’ tuttavia certo che la nuova dimensione geografica dell’Unione, allargata a Stati con un Pil sensibilmente ridotto rispetto ai membri attuali (vedi pagina 4, ndr.), avrà effetti notevoli sulla redistribuzione del finanziamento delle azioni strutturali.

Occorre valutare se un ammontare di risorse finanziarie equivalenti a circa l’1% del Pil europeo sia sufficiente per finanziare le politiche di sviluppo e di coesione dell’Unione. La recente posizione di Francia e Germania, come conseguenza del fallimento del Vertice di Bruxelles del dicembre 2003, di opporsi nettamente a qualsiasi aumento delle risorse di bilancio al di sopra del tetto dell’1% del Pil dell’area, non lascia tuttavia ben sperare. Al contrario, ciò che si prospetta è una netta riduzione delle risorse disponibili in un’Unione a 25, con conseguenze politiche in relazione alla prevedibile nuova ripartizione delle risorse per le politiche agricole e per i Fondi strutturali tra i Paesi attualmente beneficiari e i nuovi Paesi.

Resta comunque il fatto che il quadro finale sarà il frutto di un accordo tra gli Stati membri, che dovrà conciliare le ambizioni di chi chiede (Stati membri meno prosperi) con le possibilità di chi paga (Stati membri contribuenti netti). L’accordo dovrà anche prevedere misure di transizione per chi oggi è beneficiario di fondi e domani potrebbe non esserlo più.

riforma del bilancio e Costituzione europea

La riforma del bilancio comunitario non può che partire dalla valutazione della ripartizione delle funzioni di governo tra Unione e Stati membri e dalle prospettive di modificazione. La bozza di Costituzione elaborata dalla Convenzione contiene un riordino preciso e una nuova ripartizione delle competenze. Vi sono funzioni di governo che riguardano i beni pubblici (per esempio la difesa, la sicurezza, la politica estera, il controllo alle frontiere) e che dovrebbero essere devolute all’Unione. Per converso, altre attuali funzioni dell’Unione, come quelle con finalità di redistribuzione individuale e di sostegno al reddito delle famiglie (per esempio buona parte degli aiuti agricoli) potrebbero essere restituite ai singoli Stati.

L’attribuzione delle funzioni ai singoli livelli di governo deve contemperare esigenze e sensibilità dei vari Stati ed essere affrontata senza rigidità. Il caso tipico è quello della politica previdenziale, che costituisce in teoria una competenza specifica degli Stati membri. Non sarebbe tuttavia da escludere, per i problemi connessi (invecchiamento della popolazione, limite al deficit di bilancio) e i possibili effetti sulle finanze pubbliche, un coinvolgimento del livello europeo nella individuazione delle linee guida di questa politica.

Il problema si può porre anche per la dicotomia politica monetaria/politica fiscale, di competenza rispettivamente dell’Unione e degli Stati membri. Non si vedono infatti ragioni inoppugnabili per non trasferire con gradualità, al progredire del livello di integrazione, alcune competenze nazionali in materia fiscale all’Unione. Tuttavia, non solo le necessità di bilancio - a fronte del trasferimento di nuove competenze all’Unione - ma gli effetti stessi delle imposte, in un mercato unico fortemente integrato e ad elevata mobilità delle basi imponibili, potrebbero suggerire di esplorare la strada di un’imposta specifica europea, a partire dall’utilizzazione di una quota della citata Iva pre-dettaglio.

I lavori della Convenzione hanno contribuito a chiarire la ripartizione delle competenze degli Stati membri e dell’Unione, identificando nella bozza di Costituzione le politiche da affidare a quest’ultima in via esclusiva (politica monetaria della zona euro, politica commerciale comune, unione doganale, conservazione delle risorse marine) e i settori di competenza concorrente (in particolare mercato interno, agricoltura, coesione economica e sociale, trasporti, energia e ambiente). In altri settori (politica economica, occupazione, industria, istruzione) l’Unione disporrebbe di un’azione volta essenzialmente al coordinamento. La Convenzione ha anche introdotto l’idea di una politica estera e di sicurezza comune dell’Unione, guidata da un ministro degli Affari esteri; si tratterebbe in questo caso di una competenza esclusiva, pur necessitando di un coordinamento con gli Stati membri.

L’attività della Convenzione ha delineato un nuovo quadro istituzionale dell’Unione, proponendo un rafforzamento del ruolo degli Stati attraverso i rappresentanti nel Consiglio europeo e nel Consiglio dei ministri.

La riforma delle politiche di bilancio, sia in materia di entrate che di spesa è, naturalmente, strettamente collegata alla ridefinizione dei poteri delle istituzioni dell’Unione e alla ripartizione delle competenze tra i diversi livelli di governo. Il sistema di finanze dell’Unione non può prescindere dal livello di integrazione comunitaria, dalla sua storia ed evoluzione, dalla effettiva disponibilità e volontà degli Stati membri ad avanzare sulla strada della costruzione di un’Europa federale. E’ indispensabile promuovere iniziative per riprendere il cammino verso una migliore integrazione politica, istituzionale, economica. Ripartire dal bilancio può anche essere un modo per superare lo stallo dovuto al fatto che la Conferenza intergovernativa non è riuscita ad approvare il trattato di Costituzione, che continua peraltro a rappresentare un impegno comune di tutta l’Unione.

le proposte del Cnel

Si è rilevato che le modalità di finanziamento del bilancio comunitario sono particolari e oscure ai cittadini comunitari. Il Cnel ritiene che si debba operare, invece, affinché la politica delle entrate dell’Unione sia caratterizzata sempre di più da criteri di visibilità e trasparenza dell’imposizione, in modo da permettere ai cittadini di valutare e apprezzare i costi sostenuti per le azioni e per le politiche. Occorre consentire al contribuente europeo, anche attraverso l’assegnazione di un ruolo incisivo al Parlamento europeo, l’esatta percezione delle funzioni e dell’impatto del bilancio dell’Unione. L’assegnazione al bilancio di una quota dell’Iva pre-dettaglio potrebbe fornire opportune risposte all’esigenza di dare all’Unione mezzi propri e al bisogno di trasparenza circa l’entità dei costi dell’Unione.

Sul versante della spesa, dovrebbe risultare esplicita la connessione con le politiche comuni: si potrebbe parlare dell’applicazione del principio del beneficio nell’intera area dell’Unione.

Occorre, in particolare, che sia superata l’attuale condizione di scarsa manovrabilità e di forte rigidità del bilancio comunitario che deriva:

•dalla previsione del pareggio sempre e comunque e per ogni singolo anno (non sono ammessi squilibri temporanei, né finanziamenti delle spese in disavanzo, in quanto l’Unione non ha facoltà di ricorrere al prestito come forma di finanziamento;

•dalla rigida ripartizione settoriale, per rubrica, delle Prospettive finanziarie (al momento della presentazione del bilancio la spesa comunitaria è già predeterminata, almeno per quanto riguarda il totale degli esborsi; il dibattito è limitato all’interno di ciascuna delle rubriche delle Prospettive finanziarie);

•dalla sostanziale assenza di collegamenti tra previsioni di entrata e di spesa ed il concreto andamento del ciclo economico, e dalla loro dipendenza dai trasferimenti degli Stati membri, comunque tenuti a procedere ai versamenti delle risorse proprie previsti in bilancio.

Una delle questioni cruciali resta quella di attribuire alle politiche dell’Unione un volume finanziario idoneo a renderle visibili nei loro effetti. Risorse finanziarie equivalenti, nel massimale a 1,27% del Pil (ma nella concreta gestione oscillanti tra l’1,09% del bilancio approvato nel 2003 e lo 0,88% di quello effettivamente utilizzato nel consuntivo 2001) sono insufficienti a tale fine. Una scelta di incrementare le risorse effettivamente disponibili consentirebbe, tra l’altro, di sostenere le maggiori spese derivanti sia dall’allargamento sia dalle nuove politiche comuni senza ridurre in valore reale i flussi di risorse attualmente destinati alle politiche agricole ed ai fondi strutturali.

Sono queste le motivazioni alla base dell’orientamento del Cnel, favorevole ad un incremento delle risorse disponibili, ad una profonda revisione delle modalità di alimentazione e ad una diversa e più incisiva utilizzazione delle risorse del bilancio dell’Ue. (...) Devono essere colmate le lacune di informazione e consapevolezza, in modo da evitare un ulteriore approfondimento della distanza che separa i cittadini dalle istituzioni europee.

INFORMAZIONI: http://www.cnel.it

Bilancio Ue: entrate riscosse (milioni di euro)

 

1988

%

1995

%

2002

%

Risorsa Pnl

4.446

11

14.191

19

45.948

48

Risorsa Iva

23.928

57

39.183

52

22.536

24

Dazi e prelievi

11.916

28

14.453

19

9.213

10

(Altre entrate)

1.554

4

7.249

10

17.682

18

Totale

41.844

100

75.076

100

95.379

100

Fonte: Commissione europea - Vademecum di bilancio (2000), Conto di gestione dell’Unione europea per il 2002

 

Saldi netti dei maggiori Stati membri in raffronto al Pnl (milioni di euro, media 1999-2001)

 

Risorse Iva e Pnl versate

%

% spesa ripartita su totale spesa

% Pnl su Pnl totale

Germania

17.627

25

14

24

Francia

12.778

18

17

17

Italia

9.739

14

13

14

Regno Unito

7.874

11

9

18

Spagna

5.542

8

18

7

(Totale parziale)

(53.560)

(76)

(71)

(80)

Totale Stati Membri

69.168

Fonte: Conto di gestione della Comunità europea, Relazioni della Commissione sulla ripartizione delle spese operative tra gli Stati membri per gli esercizi 1999-2000-2001, Progetto preliminare di bilancio 2003

 

Pagamenti dal bilancio comunitario in % del Pil (prezzi correnti, milioni di euro)

anno

Pil Ue

pagamenti

% Pil

1988

4.074.462,0

41.022,0

1,01

1989

4.436.941,0

40.757,0

0,92

1990

4.787.203,0

44.063,0

0,92

1991

5.347.753,7

53.510,6

1,00

1992

5.601.101,0

58.490,0

1,04

1993

5.646.328,8

64.783,0

1,15

1994

5.909.197,7

59.273,0

1,00

1995

6.594.580,5

66.547,0

1,01

1996

6.927.793,8

77.032,0

1,11

1997

7.294.798,0

79.819,0

1,09

1998

7.638.272,9

79.496,3

1,04

1999

8.038.498,5

78.646,6

0,98

2000

8.568.633,9

81.096,2

0,95

2001

8.865.368,0

78.347,0

0,88

2002

9.170.417,9

83.371,0

0,91

98.901.350,6

986.253,7

1,00

Fonte: Parlamento europeo, Commissione per i bilanci, 9/12/2003

 

Prospettive finanziarie (UE 25) modificate a seguito dell’allargamento* (milioni di euro)

Prezzi correnti

Prezzi 2004

STANZIAMENTI PER IMPEGNI

2000

2001

2002

2003

2004

2005

2006

1. AGRICOLTURA

41.738

44.530

46.587

47.378

49.305

50.431

50.575

Politica Agricola Comune

37.352

40.035

41.992

42.680

42.769

43.724

43.735

Sviluppo Rurale

4.386

4.495

4.595

4.698

6.536

6.707

6.840

2. AZIONI STRUTTURALI

32.678

32.720

33.638

33.968

41.035

41.685

42.932

Azioni Strutturali

30.019

30.005

30.849

31.129

35.353

36.517

37.028

Fondo di Coesione

2.659

2.715

2.789

2.839

5.682

5.168

5.904

3. POLITICHE INTERNE

6.031

6.272

6.558

6.796

8.722

8.967

9.093

4. AZIONI ESTERNE

4.627

4.735

4.873

4.972

5.082

5.093

5.104

5. SPESE AMMINISTRATIVE

4.638

4.776

5.012

5.211

5.983

6.154

6.325

6. RISERVE

906

916

676

434

442

442

442

Riserva Monetaria

500

500

250

0

0

0

0

Riserva Aiuti d’urgenza

203

208

213

217

221

221

221

Riserva Garanzie

203

208

213

217

221

221

221

7. STRATEGIA DI PRE-ADESIONE

3.174

3.240

3.328

3.386

3.455

3.455

3.455

Agricoltura

529

540

555

564

Strumento strutturale di pre-adesione

1.058

1.080

1.109

1.129

PHARE (Stati candidati)

1.587

1.620

1.664

1.693

8. COMPENSAZIONE

1.410

1.299

1.041

TOTALE STANZIAMENTI

PER IMPEGNI

93.792

97.189

100.672

102.145

115.434

117.526

118.967

TOTALE STANZIAMENTI

PER PAGAMENTI

91.322

94.730

100.078

102.767

111.380

112.260

114.740

Limite degli stanziamenti per pagamenti, % del RNL (SEC 95)

1,07

1,08

1,11

1,09

1,08

1,06

1,06

Margine per spese impreviste (%)

0,17

0,16

0,13

0,15

0,16

0,18

0,18

Limite delle Risorse proprie (%)

1,24

1,24

1,24

1,24

1,24

1,24

1,24

*Non comprende la parte settentrionale di Cipro, la cui adesione dipende tuttora da una soluzione politica. La previsione di spesa in caso di accordo è di 304.000 euro (prezzi 2004) per il periodo 2004-2006.
Fonte: Commissione europea - Comunicato stampa IP/03/217- 2003


l’Ue condanna la Turchia per il “caso Zana”

Lo scorso 21 aprile, in Turchia, la Corte di Sicurezza dello Stato di Ankara ha riconfermato la sentenza del 1994 che condannava a 15 anni di detenzione la parlamentare turca di nazionalità curda Leyla Zana e altri 3 parlamentari.

Prima donna curda eletta deputato all’Assemblea nazionale turca nel 1991, al momento di giurare fedeltà alla Costituzione turca che negava i diritti dei 15 milioni di curdi di nazionalità turca Leyla Zana dichiarò: «Sono stata obbligata a adempiere la formalità richiesta. Io lotto per la fraterna convivenza dei popoli curdo e turco in un quadro democratico». Negli anni successivi scampò ad alcuni attentati e viaggiò in Europa e negli Usa per sostenere la causa curda, ma nel 1994 venne privata dell’immunità parlamentare e arrestata nell’aula del Parlamento turco insieme ad altri colleghi curdi. Incriminata di separatismo, per le frasi pronunciate in Parlamento, e di terrorismo, per la sua attività politica, Zana evitò la condanna a morte grazie a un intervento dell’allora presidente francese Francois Mitterand e fu condannata a 15 anni di carcere. Nel 1996 il Parlamento europeo le assegnò il “premio Sacharov” per la libertà di pensiero e nel 2001 la Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo condannò la Turchia per il processo ai parlamentari curdi in carcere, chiedendo la revisione e la scarcerazione immediata. Zana ha poi rifiutato la proposta del primo ministro turco, Bulent Ecevit, di appellarsi alla sentenza “per motivi di salute”, perché secondo la donna sarebbe stata una soluzione individuale che lasciava irrisolta la questione curda. La Turchia ha rigettato negli ultimi anni tutte le richieste giunte dalla Corte di Strasburgo sul rispetto del diritto alla difesa e ora la Corte di Sicurezza di Ankara ha confermato la condanna.

Secondo la Commissione europea, Zana deve essere considerata «un prigioniero politico», poiché è stata arrestata «per aver espresso il proprio parere in modo pacifico», e questa condanna «sarà senz’altro presa in considerazione» nel prossimo ottobre, quando l’Ue valuterà l’opportunità di aprire i negoziati per l’adesione della Turchia. Da tempo l’Ue chiede alla Turchia di riformare il proprio sistema giudiziario, criticando in modo particolare proprio le Corti per la Sicurezza per le quali ha chiesto l’abolizione perché non rientrano negli standard europei.

Contro la condanna dei parlamentari curdi si è espresso duramente anche il Parlamento europeo, con una risoluzione votata il 22 aprile scorso che riportiamo qui sotto.

RISOLUZIONE DELL’EUROPARLAMENTO SUL “PROCESSO ZANA”

Il Parlamento europeo, viste la sue precedenti risoluzioni sui diritti dell’uomo in Turchia, vista in particolare la sua risoluzione del 1° aprile 2004 sui progressi compiuti dalla Turchia sulla via dell’adesione (“Relazione Oostlander”), visto l’articolo 37, paragrafo 4, del suo regolamento;

A) ricordando che nel 1994 gli onn. Leyla Zana, Hatip Dicle, Orhan Dogan e Selim Sadak, parlamentari del Dep, erano stati condannati a 15 anni di reclusione a causa delle loro attività politiche a favore dei diritti fondamentali della popolazione curda;

B) considerando che la on. Leyla Zana è laureata del Premio Sakharov 1995 del Parlamento europeo;

C) ricordando che nella sua sentenza del 17 luglio 2001 la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo aveva constatato la mancanza di indipendenza e di imparzialità della Corte di Sicurezza dello Stato di Ankara, la violazione dei diritti della difesa nonché la presenza di giudici militari, il che aveva indotto le autorità turche ad intentare un nuovo processo contro «Leyla Zana ed altri»;

D) ricordando che la Turchia si è dotata di una nuova legislazione che consente la riapertura dei processi dichiarati «iniqui» dalla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo e che un nuovo processo contro «Leyla Zana ed altri» si è aperto il 28 marzo 2003;

1) condanna la decisione della Corte di Sicurezza dello Stato di Ankara di riconfermare la sentenza del 1994 a 15 anni di detenzione contro Leyla Zana, Hatip Dicle, Orhan Dogan e Selim Sadak, nuova sentenza contraria alle indicazioni fornite dalla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo;

2) ritiene che questa nuova condanna sia in totale contraddizione con la riforma giuridica avviata dal governo turco, la cui attuazione sarà seguita strettamente dal Parlamento, anche nel corso del periodo precedente il dicembre 2004;

3) deplora che il “processo Zana” venga utilizzato da coloro che desiderano impedire il processo di riforma in Turchia;

4) sottolinea che tale procedimento simboleggia il divario esistente tra l’ordinamento giudiziario turco e quello dell’Ue;

5) denuncia le violazioni dei diritti della difesa contestuali allo svolgimento del nuovo processo contro Leyla Zana ed altri, segnatamente la presenza del procuratore in tutte le sedi in cui i giudici sono stati chiamati a prendere decisioni sugli accusati, il mancato riconoscimento del diritto alla scarcerazione degli accusati ai sensi della sentenza del 17 luglio 2001 della Cedu di Strasburgo nonché l’impossibilità per la difesa di verificare la veridicità delle accuse del procuratore;

6) chiede l’immediata abolizione delle Corti di Sicurezza dello Stato e invita le autorità turche a promuovere iniziative concrete e urgenti in materia;

7) auspica che la Corte di Cassazione turca proceda all’annullamento della sentenza contro Leyla Zana e gli altri tre ex-parlamentari turchi di origine curda;

8) chiede alle autorità turche di applicare un’amnistia per tutti i condannati per reati di opinione;

9) incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio, alla Commissione, al governo e al parlamento di Turchia.

Strasburgo, 22 aprile 2004


antisemitismo in Europa

Il 31 marzo scorso l’European Monitoring Centre on Racism and Xenophobia (Eumc) ha presentato a Strasburgo un Rapporto sull’antisemitismo in Europa, secondo cui il problema esiste in parti minoritarie della società europea, ma alcune autorità «non sembrano riconoscerlo». Per questo, l’Osservatorio europeo ha invitato i governi a non tollerare eventuali atti antisemiti ma anche a rafforzare il dialogo interculturale.

le polemiche degli ultimi mesi

Il problema dell’antisemitismo era stato al centro di dibattiti e polemiche negli ultimi mesi. Nel novembre 2003 era stato reso noto un sondaggio Eurobarometro, secondo cui il 59% dei cittadini europei intervistati considerava Israele il Paese che più di tutti minacciava la pace nel mondo. Il sondaggio rilevava più che altro preoccupazioni per la politica attuata dal governo israeliano in Medio Oriente, ma lo stesso governo di Tel Aviv prese spunto da ciò per accusare l’Europa di antisemitismo. Alcune settimane dopo, il quotidiano britannico “The Financial Times” rivelò l’esistenza di un Rapporto commissionato dall’Eumc, che venne poi pubblicato in parte dal quotidiano francese “Le Monde”. Il Rapporto sottolineava un generale aumento degli atteggiamenti antisemiti negli ultimi due anni in Europa, soprattutto a opera di gruppi dell’estrema sinistra e arabo-musulmani, giudicando questi «elementi costitutivi importanti dell’emergenza di un’atmosfera antisemita in Europa». L’Eumc, accusato di aver secretato il Rapporto, comunicò di averlo semplicemente «bloccato» perché basato su dati insufficienti, impegnandosi a pubblicare entro qualche mese una nuova edizione. Ciò non attenuò le proteste del governo israeliano e della comunità ebraica, così Commissione europea decise di organizzare con il Congresso ebraico europeo e il Congresso dei rabbini europei il seminario “Europa: contro l’antisemitismo, per una Unione di diversità”, svoltosi a Bruxelles il 19 febbraio 2004. Ricordando che «razzismo, xenofobia e antisemitismo contraddicono l’essenza stessa di ciò che l’Europa rappresenta» e che l’Europa «condanna ogni nuovo atto di antisemitismo», il presidente della Commissione Romano Prodi riaffermò il pieno impegno delle istituzioni europee contro l’antisemitismo, esortando i governi a un maggior impegno in questa direzione. Riferendosi alle polemiche nate dal sondaggio Eurobarometro, Prodi precisò: «Quando gli europei indicano in un Paese una minaccia per la pace, io ci vedo tutta la preoccupazione per la mancanza di progressi nel processo di pace e per l’infernale spirale di violenza. Allo stesso modo, quando si criticano certe politiche del governo israeliano, io ci vedo una legittima espressione di dissenso democratico. E il diritto al dissenso democratico è una cosa che gli stessi cittadini israeliani esercitano con passione».

il nuovo Rapporto

In seguito all’impegno preso nel novembre 2003 di pubblicare una nuova edizione del Rapporto entro pochi mesi, il 31 marzo scorso l’Eumc ha dunque reso noto lo studio, secondo cui in Europa si registrano segni di una ripresa di atteggiamenti e di atti antisemiti, contro i quali però un impegno a livello europeo e nazionale può garantire buoni risultati. Il documento evidenzia una divisione dell’Ue in tre fasce di Paesi. Nella prima, comprendente Belgio, Germania, Francia, Paesi Bassi e Regno Unito, si registrano «segni di aumento della regolarità degli incidenti antisemiti nel corso degli ultimi due o tre anni», soprattutto attraverso insulti, graffiti, profanazioni di cimiteri, ma anche con attentati esplosivi. La seconda fascia comprende Italia, Grecia, Austria e Spagna, Paesi in cui si registra «l’assenza o la relativa rarità di incidenti violenti», ma nei quali sono visibili atteggiamenti improntati all’antisemitismo «relativamente diffusi tra la popolazione». Nel terzo gruppo invece, composto da Irlanda, Lussemburgo, Portogallo e Finlandia, l’antisemitismo non si registra né negli atti né a parole e «relativamente pochi segnali rientrano nel quadro dell’antisemitismo».

situazioni per Paese

In Belgio il numero degli incidenti è cresciuto tra il 2000 e il 2003. Nel 2002 si sono registrati 64 atti violenti nei confronti di ebrei, il doppio di quelli del 2001. I principali autori appartengono a movimenti politico-religiosi di ispirazione arabo-islamica o di estrema destra.

In Germania nel 2002 il numero degli atti violenti è salito da 18 a 28 e nei primi sei mesi del 2003 ne sono stati contati 16. Si segnala un forte aumento di lettere, e-mail e telefonate minatorie. I responsabili sono skinhead di estrema destra e giovani musulmani delle fasce più povere della popolazione.

La Francia è il Paese dell’Ue che desta maggiori preoccupazioni e dove si è registrato il maggior incremento di minacce e incidenti, con 193 atti violenti di matrice antisemita. Solo il 10% è attribuibile all’estrema destra, mentre la maggior parte è opera di giovani arabi.

Nei Paesi Bassigli incidenti antisemitici sono aumentati nel 2002 rispetto agli anni precedenti, soprattutto ad Amsterdam: dei 60 atti di violenza del 2002, cinque sono stati commessi da minoranze etniche e la maggior parte da giovani bianchi.

Nel Regno Unito si è rilevato un incremento recente sia delle violenze fisiche che degli attacchi verbali contro ebrei. Complessivamente gli atti registrati nel 2002 sono 350 (13% in più del 2001) e nel 2003 l’aumento si attesta al 75%: tra i responsabili, soprattutto musulmani e filo-palestinesi.

In Italia si è registrato un solo attacco violento nei confronti di ebrei tra il 2002 e il 2003, mentre sono stati osservati vari episodi di «minacce verbali, abusi, lettere e telefonate minatorie e graffiti». In generale «non sembrano esserci seri problemi di violenze a sfondo antisemita» ma «atteggiamenti antisemitici sono ampiamente diffusi in molti partiti politici e in ampie fasce dell’opinione pubblica». Individui e gruppi appartenenti a formazioni di estrema destra sono «la categoria più numerosa e aggressiva di perpetratori di atti contro gli ebrei».

La Svezia registra un livello stabile di crimini di matrice antisemita (circa 115 l’anno), i cui responsabili sono soprattutto collegati a movimenti filo-palestinesi o anti-israeliani e a gruppi di estrema destra.

In Grecia nel 2002-2003 non sono stati registrati atti di violenza o attacchi a sfondo antisemita, esiste tuttavia «una sorta di antisemitismo popolare particolarmente virulento».

L’Austria ha assistito nel 2003 a un aumento degli episodi di antisemitismo, con 108 casi di attacchi, dei quali due estremamente violenti. Tuttavia, nella maggior parte dei casi si tratta di graffiti o atti di vandalismo nei cimiteri e la violenza diretta sembra essere piuttosto rara. La maggior parte degli episodi sono attribuiti a estremisti sia di destra che di sinistra e a membri delle comunità islamiche.

In Danimarca non ci sono stati incidenti violenti e solo due o tre possono essere definiti attacchi a ebrei. I responsabili sono estremisti di destra, ma aumentano gli episodi che vedono coinvolti giovani di origine araba, palestinese o musulmana.

Anche in Spagna nel 2002-2003 non si sono verificati incidenti o atti violenti a sfondo antisemita, anche se sono aumentati i casi di graffiti sui muri delle sinagoghe.

In Irlanda, Lussemburgo, Portogallo e Finlandia, infine, non è stato registrato alcun episodio di violenza, assalto fisico o danni a proprietà.

INFORMAZIONI: http://www.eumc.at


Ruanda: il “mai più” dell’Ue

Dichiarazione della presidenza dell’Ue in occasione del 10° anniversario del genocidio.

La commemorazione del 10° anniversario del genocidio in Ruanda rappresenta per tutti i membri della comunità internazionale un momento di riflessione e di tristezza. L’Unione europea desidera salutare la memoria di coloro che hanno perso la vita e rendere omaggio alla forza e al coraggio dei sopravvissuti. L’Ue saluta altresì gli sforzi compiuti con successo dal popolo ruandese nella ricostruzione del Paese dopo gli orribili eventi del 1994. I progressi compiuti in Ruanda nell’ultimo decennio e le iniziative in corso per giungere alla riconciliazione nazionale dimostrano la determinazione del popolo ruandese a far sì che la popolazione del Paese non debba mai più subire tali atrocità.

È evidente che la comunità internazionale ha compiuto tragici errori prima e durante il genocidio. La sua reazione agli eventi è stata tardiva e si è rivelata insufficiente. Non fallire mai più nel prevenire tali orrori è una sfida posta al centro della politica europea. L’Ue si è prefissa un obiettivo ambizioso, impedire il ripetersi di genocidi in qualsiasi parte del mondo, ma riconosce con umiltà che qualunque sforzo potrebbe non essere sufficiente.

L’Ue giudica incoraggianti gli sforzi compiuti dall’Onu per mettere in guardia e premunire il mondo contro futuri genocidi e sottoscrive le proposte del segretario generale delle Nazioni Unite in favore di un ruolo rafforzato di tale organismo nell’efficace prevenzione dei genocidi, formulate inizialmente in occasione del Forum internazionale di Stoccolma sulla prevenzione dei genocidi. L’Ue si compiace in particolare per la decisione del segretario generale dell’Onu di nominare un consulente speciale per la prevenzione dei genocidi. L’Ue darà il suo sostegno al consulente speciale e utilizzerà appieno i consigli e le informazioni che ne emaneranno. La stessa Ue sta intensificando le attività per prevenire il genocidio, attraverso il programma sulla prevenzione dei conflitti armati, il sostegno alla Corte penale internazionale, la cooperazione allo sviluppo, l’impegno a favore dei diritti umani, come pure con altri mezzi. L’Ue si è inoltre adoperata per far propri gli insegnamenti tratti dall’esperienza del genocidio del 1994, migliorando le sue capacità di reagire prontamente alle situazioni di crisi. Per tale motivo, l’estate scorsa l’Ue ha avviato l’operazione Artemis, in collaborazione con l’Onu, nella regione Ituri della Repubblica Democratica del Congo. Questo può essere considerato il primo contributo effettivo dell’Ue per impedire che vengano perpetrati atti di genocidio, e proseguirà gli sforzi per migliorare le sue capacità in materia di allarme rapido e di prevenzione dei conflitti.

L’Ue rinnova il proprio impegno a favore della popolazione ruandese e continuerà a sostenere il Ruanda sulla via del risanamento nazionale. Gli insegnamenti tratti dal genocidio in Ruanda non devono mai essere dimenticati. Tale evento continuerà ad ispirare e a motivare l’Ue quando opera, con i propri mezzi o con i partner internazionali, a favore di una migliore azione collettiva nei settori della prevenzione dei conflitti, dell’allarme rapido e della difesa dei diritti umani. Le costanti violazioni dei diritti umani e le crisi umanitarie nel mondo richiedono la nostra attenzione concertata.

Aderiscono alla presente dichiarazione i 25 Stati membri dell’Ue, i Paesi candidati (Bulgaria, Romania e Turchia), i Paesi del processo di stabilizzazione e associazione e potenziali candidati Albania, Bosnia-Erzegovina, Croazia, ex Repubblica jugoslava di Macedonia, Serbia e Montenegro, nonché i Paesi dell’Efta Islanda, Liechtenstein e Norvegia, membri dello Spazio economico europeo.

Bruxelles, 8 aprile 2004


il ruolo dell’Ue nella globalizzazione
di Marina Ricciardelli
docente di Economia monetaria all’Università de L’Aquila

Il 2004 si è avviato in uno scenario internazionale difficile e complesso. Tensioni geopolitiche forti, terrorismo, peggioramento delle condizioni di vita nelle aree più povere del pianeta, insicurezza generalizzata nelle aspettative economiche e sociali. Gli eventi si alimentano a vicenda, diffondendosi attraverso i canali di comunicazione che la globalizzazione continua a creare e a rafforzare.

L’Unione europea conosce direttamente tutte le problematiche economiche e sociali rilevate e discusse nei più importanti appuntamenti internazionali svoltisi nei primi mesi del 2004: il World Economic Forum di Davos, il World Social Forum di Bombay, il G7 di Boca Raton (Florida).

Nel corso del Forum sociale di Bombay, ad esempio, è emerso come solo in un contesto coordinato a livello internazionale il progresso e lo sviluppo possono andare di pari passo con una crescente intensità della democratizzazione della società, che parte dal rispetto dei diritti di base. Non si tratta cioè di valutare se libertà, democrazia, rispetto delle libertà individuali siano favorevoli o meno alla crescita ma di capire che la povertà si identifica con la privazione sia di possibilità di vita elementari che di libertà fondamentali.

E’ evidente come la gravità e la diffusione di tali problemi sono ben inferiori all’interno dell’Ue rispetto ai livelli che caratterizzano i Paesi in via di sviluppo. Al contrario, la capacità dell’Ue di affrontarli e cercare di risolverli è di gran lunga maggiore. In termini procedurali, se è convinta e forte di tale impegno, essa deve non solo mettere a punto al proprio interno adeguate scelte politiche ma proporne i contenuti anche al di fuori dei propri confini, confrontandosi con ciò che emerge da tutto lo scenario internazionale.

lo sviluppo sostenibile

La “strategia di Lisbona” è un punto di riferimento insostituibile per questa riflessione. L’obiettivo strettamente economico è quello di stimolare gli investimenti privati incrementando la conoscenza, l’innovazione e il dinamismo commerciale. L’intera area europea, attraverso appropriate “riforme”, viene cioè impegnata a migliorare il proprio potenziale di crescita e la sua stabilità nel tempo.

Il rispetto di uno “sviluppo sostenibile” significaaffrontare non solo i problemi ambientali ma anche la lotta alla povertà e all’esclusione sociale, così come l’adeguamento delle strutture sanitarie e previdenziali in grado di fronteggiare i problemi connessi all’invecchiamento della popolazione. Si è riconosciuto e formalizzato, a Lisbona, lo stesso livello di importanza alle realtà economiche, sociali e ambientali: il loro esame congiunto è d’obbligo per selezionare programmi e progetti. Emerge, in tale disegno coordinato, un esplicito riconoscimento del carattereintegrato, dinamico e quindi indivisibile di tutti gli eventi reali. In analogia con alcune risultanze del dibattito internazionale, l’Ue sembra rifuggire dall’ipotesi cheun modello interpretativo e operativo rivolto a una sola sfera del reale, ad esempio quella dell’economia, possa assumere un ruolo dominante sino a condizionare, secondo le proprie coerenze interne, anche gli obiettivi di altri campi di analisi e di intervento. La “strategia di Lisbona” esplicita l’impegno dell’Ue a difendere un sistema in cui le regole di comportamento rispettino la dimensione anche sociale del mercato, inteso quale luogo di incontro e di relazioni tra individui e gruppi, e quindi a emarginare un modello di capitalismo incentrato su un “mercato globale” e su un modello di concorrenza esasperata. Non possiamo che concordare con tutto ciò.

più attenzione all’economia reale

Le prime verifiche sulla “strategia di Lisbona” hanno permesso alla Commissione di sottolineare deludenti risultati in termini di economia reale nonché di denunciare i ritardi, da parte degli Stati, nell’attuazione delle riforme (si veda l’inserto di questo numero, ndr.). Questi ultimi sarebbero la diretta causa dei primi. Avanziamo qualche riflessione in proposito.

L’obiettivo di realizzare un’area geografica competitiva e dinamica attraverso articolate riforme strutturali è perseguibile, dati i tempi comunque necessari, in un contesto di duratura e forte crescita macroeconomica. Ma è probabile che gli impegni istituzionali degli Stati europei sui parametri di convergenza nominale e reale non siano, da soli, procedure adeguate ad assicurare una crescita continua, nonché ad affrontare i problemi dell’economia reale e quelli dello sviluppo sostenibile. In particolare, il ruolo dominante della politica monetaria, così come stabilita dal Trattato di Maastricht, e i suoi limiti oggettivi fanno emergere l’incompletezza di una lettura a senso unico nonché alcune incongruenze di percorso tra il ruolo della Banca centrale europea (Bce), preposta alla zona euro, e quello delle istituzioni comunitarie che attuano la sorveglianza multilaterale sul rispetto dei criteri di convergenza. La Bce cautela la stabilità dell’euro e la sua affidabilità nel circuito mondiale, dà rilievo alle implicazioni internazionali delle proprie decisioni. Ma il prendere in attenta considerazione le implicazioni sull’esterno delle proprie decisioni dovrebbe essere una procedura applicata anche all’economia reale e realizzata, secondo un approccio di “sviluppo cooperativo”, dagli Stati partner e dall’Ue nel suo complesso. L’attenzione agli effetti esterni potrebbe in tal modo rivelarsi non solo un vincolo ma una potenzialità aggiuntiva. Si tratta di ipotizzare confronti e accordi tra i vari Paesi già nella fase di elaborazione delle politiche di bilancio. Lo “sviluppo cooperativo” comporta infatti l’adozione di linee politiche che valutino le scelte nazionali anche per la direzione e l’intensità delle loro implicazioni sull’esterno. Ogni Stato si impegnerebbe a selezionare le proprie azioni di intervento in modo non indipendente. Prendere contestualmente in considerazione non solo gli effetti creati al proprio interno dalle scelte degli altri Stati, ma anche gli effetti sugli altri Paesi derivanti dalle proprie azioni afferma una strategia di corresponsabilità e di ricerca dei guadagni reciproci.

le responsabilità nazionali

A livello di responsabilità nazionali, tale metodo può permettere di pervenire a una maggiore selezione degli obiettivi nonché dei livelli di spesa da impegnare. La reciproca affidabilità dei comportamenti, cioè il rispetto degli impegni presi (anche volontariamente), permetterebbe un incremento del benessere generale anche come conseguenza di una razionalizzazione nell’uso delle risorse. Gli Stati partner dovrebbero rendersi conto come il condividere un mercato unico, un tasso di cambio unico nonché un unico saldo della bilancia dei pagamenti nei riguardi delle aree extracomunitarie comporti la ricerca all’interno dell’Ue di una maggiore solidarietà di intenti anche in tema di crescita dell’economia. Lo sviluppo cooperativo è reso possibile dalla solidità e dall’ampiezza dell’area Ue, dall’elevato livello del suo commercio intracomunitario e dall’ampiezza potenziale della domanda interna. Tenendo conto di questi presupposti e temperando quindi l’attuale modello di crescita legato alle esportazioni extracomunitarie, la politica economica europea può assumersi responsabilità interne e internazionali molto più ambiziose. Più stabili aspettative sulle scelte economiche potrebbero stimolare, nel mercato dei capitali internazionali, una maggiore attrazione per l’area europea.

Il progetto politico approvato a Lisbona avrebbe un impulso e un ruolo di moltiplicatore di opportunità e sinergie tra i diversi protagonisti, in direzione degli obiettivi quantitativi e qualitativi prescelti. In riferimento, ad esempio, ai sistemi disicurezza sociale e al crescente rifiuto della “solidarietà” i cui costi aumentano al crescere dei disoccupati, si potrebbe proporre una diversa sequenza concettuale e operativa incentrata su una maggiore lotta alla disoccupazione e sulla conseguente sdrammatizzazione dei problemi finanziari legati all’assistenza.

cooperazione in diversi campi

Scelte istituzionali articolate possono far adottare il metodo dello sviluppo cooperativo ai diversi campi dell’agire.

Con riferimento al quadro macroeconomico, lo sviluppo cooperativo può coinvolgere molti strumenti istituzionali tra cui il coordinamento delle politiche tributarie nazionali e sopranazionali, la gestione del bilancio comunitario, i partenariati pubblico/privato nel campo degli investimenti, l’adeguamento tecnico nella definizione delle convergenze nominali. Con riferimento a quest’ultimo punto, la necessità che gli equilibri macroeconomici siano inquadrati all’interno di regole definite non è in contrasto con criteri di discrezionalità predeterminati e, in quanto tali, vincolanti per tutti gli Stati ma in grado di tener conto dell’evolversi dell’economia finanziaria così come dei processi produttivi.

Con riferimento alla politica ambientale, decisioni scientificamente ed economicamente valide sottendono il rispetto di questioni culturali ed etiche. Occorre inoltre ricordare che la stretta relazione tra la qualità dell’ambiente e i diritti di base (si pensi al problema dell’acqua) è essenziale anche per la prevenzione dei conflitti geopolitici. Nella consapevolezza che gli ecosistemi non conoscono frontiere, va rafforzato il principio di cooperazione e di corresponsabilità per la produzione, la difesa e la conservazione dei beni pubblici globali, evitando il gioco competitivo. L’impegno comune delle autorità pubbliche ai vari livelli, di associazioni e di singoli individui ottiene risultati superiori alla somma dei risultati perseguibili separatamente. Si tratta di un percorso dinamico che contribuisce anche ad un rafforzamento della società civile e della democrazia partecipativa.

servono nuovi indicatori

La filosofia della “strategia di Lisbona” e il suo proporla come tema di confronto anche sullo scenario della globalizzazione richiedono il completamento qualitativo degli indicatori statistici sui quali verificare i risultati via via che si realizzano. La variabile “tasso di crescita” è non solo un indicatore troppo semplificato per seguire la dinamica della vita collettiva, ma può addirittura nascondere altre realtà quali i danni ambientali e l’aumento dell’insicurezza sociale. Effetti ancora più distorsivi derivano dall’uso, crescente negli ultimi anni, di indicatori finanziari.

L’elaborazione di nuovi indicatori è complessa sul piano tecnico nel tentativo di arrivare a parametri oggettivi e quindi utilizzabili per confronti tra tutte le aree geografiche. Fa emergere, ad esempio, la necessità di capire, in primo luogo, i meccanismi che possono assicurare lo sviluppo dei Paesi poveri.

L’elaborazione di nuovi indicatori è complessa anche sul piano concettuale, ancora di più se criterio da utilizzare per la distribuzione delle risorse. Basti pensare, ad esempio, alla messa a punto di un indicatore di “sviluppo sostenibile” che debba cioè comprendere i bisogni individuali così come quelli collettivi, il reddito pro capite così come il tasso di disoccupazione, quello di alfabetizzazione e quello di insicurezza sociale, l’impatto ecologico etc.

L’elaborazione di nuovi indicatori è complessa anche sul piano politico. Agli inizi degli anni ’90, l’Onu definì l’“indice di sviluppo umano” (Amartya Sen). Alla fine degli anni ’90 volse l’attenzione a un “indice di povertà umana”. Si tratta di questioni fondamentali che richiamano i ruoli delle diverse istituzioni internazionali e sovranazionali in tema di regolazione mondiale, di come possono incidere sulle scelte rapportandosi alle sedi e alle dinamiche decisionali degli altri assetti di potere, della loro trasparenza a fronte di un controllo democratico,diriforma delle procedure e di tanto altro ancora.


Salvador: sindacati osservatori alle elezioni
di Domenico Amigoni
Iscos Cisl Lombardia

La sezione latinoamericana della Cisl Internazionale (l’organizzazione mondiale sindacale alla quale, per l’Italia, sono affiliate Cgil-Cisl-Uil) ha organizzato una delegazione di osservatori internazionali in occasione delle elezioni che si sono tenute in Salvador nel marzo scorso: una ventina di persone, provenienti dalleorganizzazioni sindacali di Costa Rica, Guatemala, Honduras, Italia, Nicaragua, Panama, Repubblica Domenicana, El Salvador, Spagna e Stati Uniti.

La presenza sindacale non aveva lo scopo di sostenere qualche partito, ma di appoggiare le organizzazioni sindacali locali, il cui lavoro è costantemente messo a dura prova dalla politica ultra liberista del governo in carica.

la posta in gioco

Si eleggevano il presidente, il vicepresidente e il Parlamento della Repubblica di El Salvador. Il Paese è governato dal 1989 dal partito di destra Arena (Alleanza repubblicana nazionalista di El Salvador), mentre l’opposizione di sinistra è costituita dall’Flmn (Frente Farabundo Martì para la liberacion nacional). La coalizione di Centro Cdu-Pdc-Pcn, in caso di vittoria si sarebbe alleata con il Frente.

i risultati elettorali

Il Partito Arena (candidato Antonio Saca) ha ottenuto il 57,74% dei voti; il Fmln (candidato Schafik Handal) il 35,65%; la coalizione di Centro (candidato Héctor Silva) il 3,87%; il Partito di conciliazione nazionale-Pcn di estrema destra (candidatoRafael Machuca) il 2,72%. Dunque, conla maggioranza assoluta al primo turno,si è confermato il partito di destra, Arena. All’opposizione rimane il partito di sinistra Fmln. La coalizione di Centro e il Pcn, non avendo raggiunto il quorum, non sono entrati in Parlamento.

anomalie riscontrate

Alcune, sicuramente gravi, hanno influito sull’esito del voto:

• La sistemazioni dei seggi elettorali in luoghi di fortuna inadatti per una votazione, quasi tutti all’esterno. Il governo, infatti, non ha concesso per le votazioni i locali delle scuole pubbliche. Poiché gli stabili a disposizione non erano molti, c’è stata una concentrazione di seggi elettorali in pochi luoghi. Questo ha obbligato molta gente a fare notevoli spostamenti e molte persone non hanno potuto recarsi a votare.

• La sistemazione precaria delle cabine elettorali in posizione che non assicuravano la segretezza del voto. Abbiamo fatto notare, a presidenti di seggio e a responsabili comunali, che la posizione in cui si trovavano alcuni rappresentanti di lista di Arena avrebbe consentito facilmente diindividuare la scelta di voto.

• Presenza di rappresentanti di Arena con evidenti segni di propaganda (bandiere, stemmi sul polso e altri oggetti di propaganda) in luoghi e modalità vietati dalla legge, oltre a una presenza consistente della polizia in tutti i luoghi di votazione che condizionava il voto della gente.

• Una propaganda televisiva esasperata nei giorni precedenti le votazioni, da parte del partito Arena, che aveva l’evidente scopo di intimidazione.

• Una propaganda con cartelloni, bandiere e scritte che evidenziava la mancanza di regole di pubblicità elettorale e la grande sproporzione di mezzi a disposizione del partito di governo.

• L’orario di apertura dei seggi era relativamente breve, dalle 5,30 alle 17 della sola domenica, e il personale che lavora nei servizi non disponeva di permessi per recarsi a votare.

• Molti datori di lavoro hanno fatto pressione sui propri dipendenti, anche con minacce di possibili crisi aziendali, affinché votassero il partito Arena.

Tutte queste denunce sono state inviate al presidente del Tribunale supremo per le votazioni di El Salvador.

valutazioni della delegazione

Si è ritenuto importante tentare un’analisi sindacale sull’esito elettorale.

• Le irregolarità, per quanto gravi, non possono rappresentare l’unica ragione della sconfitta da parte del Fmln. C’è un dubbio sull’efficacia con cui il Frente ha impostato la campagna elettorale. Infatti, negli incontri avuti prima delle elezioni con il vicepresidente del Fmln, Guillermo, non ci è parso di trovare una corrispondente strategia condivisa, per esempio sul ruolo del sindacato e sulle riforme sociali da realizzare, in caso di vittoria.

• Secondo le osservazioni di sindacalisti presenti, molti Paesi dell’America Centrale hanno da tempo superato problemi di realizzazione della democrazia e sono in grado oggi di presentarsi con proposte convincenti. In Salvador c’è invece una storia che ancora non è cancellata e che “pesa” sul futuro del Paese.

• E’ stato fatto osservare che, se la sinistra avesse vinto le elezioni, gli spazi sindacali sarebbero stati superiori ma, paradossalmente, ci si sarebbe trovati di fronte alle stesse problematiche: come affrontare i problemi economici e sociali e in che modo coinvolgere il sindacato in una logica di concertazione per lo sviluppo e la democrazia?

• Il Salvador è oggi l’alleato più importante degli Usa. Il governo di El Salvador, per esempio, è favorevole alla presenza americana in Iraq ed è presente con proprie truppe. Agli Usa va bene che il “modello Salvador” rimanga così com’é. Inoltre, vista la struttura economica salvadoregna (il dollaro ha sostituito il colon come moneta corrente) i sindacalisti temono che si possa riproporre, aggravata, la situazione argentina.

Ci si è dunque posti la domanda su quali strategie debba avere il movimento sindacale in America Latina e in Salvador. La situazione impone che i sindacatipongano con più forza alla politica e ai governi una serie di rivendicazioni sul piano economico e sociale a favore dei lavoratori e delle classi disagiate. La sezione latinoamericana della Cisl Internazionale si farà quindi promotrice a breve di un’iniziativa, in Salvador o in un Paese limitrofo, per discutere il Trattato di Libero Commercio tra Usa e Paesi dell’America Centrale.


FLASH

allargamento dell’Ue e fondi europei

La Commissione europea ha proposto che il 52% dei fondi europei andranno a favore dei 10 nuovi Stati membri, ma quanto questo influirà sui 15 “vecchi” dipenderà dalla quantità reale delle risorse a disposizione, a seconda che prevalgano le indicazioni della Commissione di destinare l’1,24% del Pil al bilancio comunitario oppure la richiesta di alcuni Stati membri di abbassare questo tetto all’1%. Oltre a ciò, sarà decisiva anche la capacità dei Dieci di utilizzare nei tempi e nei modi previsti dall’Ue i finanziamenti loro destinati: in caso contrario molti dei soldi inviati da Bruxelles tornerebbero ai Quindici.

L’Italia dovrebbe essere uno dei “vecchi” Stati membri meno penalizzato dalla riunificazione: solo la Basilicata, infatti, si troverebbe esclusa dai finanziamenti per le aree in ritardo di sviluppo a causa del cosiddetto effetto statistico, l’artificiale incremento della percentuale del Pil regionale rispetto a quello europeo provocato dall’arrivo dei paesi più poveri. I fondi vengono infatti concessi alle regioni che non raggiungono il 75% del Pil dell’Ue. Più penalizzati dell’Italia saranno invece la Germania, con tutti e 4 gli ex Länder dell’est, la Spagna, anch’essa con 4 regioni e il Regno Unito con 5. Anche in questi casi, però, la Commissione ha previsto la concessione di un contributo decrescente per accompagnare la progressiva uscita di queste regioni dal beneficio dei fondi. Il nuovo scenario dunque, destinato a entrare in vigore dal gennaio 2007 (fino ad allora i nuovi Paesi continueranno ad usufruire di fondi ad hoc), porterebbe l’Italia ad avere il maggior numero di aree ammesse a beneficiare dei finanziamenti. La reale dimensione di questo potenziale vantaggio dipenderà però dall’esito del contenzioso con i Paesi che chiedono una riduzione del bilancio europeo.

(Fonte: Ansa)

allargamento: euro e parere degli europei

Il presidente del Parlamento europeo, Pat Cox, ha recentemente dichiarato che l’introduzione dell’euro nei dieci nuovi Stati membri dovrà avvenire «quanto prima possibile, abbastanza presto, ma non troppo». Cox ha ricordato che, per il processo di adozione della moneta unica nei Dieci, non è ancora stato stabilito un calendario. «Questi Paesi devono rispettare dei criteri di convergenza e attuare delle riforme economiche in quella direzione» ha sottolineato il presidente del Pe.

Intanto, secondo gli ultimi dati di Eurobarometro, i cittadini europei dei Quindici che si dicono favorevoli all’allargamento sono il 47% contro un 36% di contrari. L’Italia, con una media di favorevoli pari al 61% è al quarto posto nella classifica dei favorevoli, dietro a Grecia (65%), Danimarca (63%) e Spagna (62%). Dati che comunque sono in continuo cambiamento: i francesi ad esempio, con il 55% contrario e il 34% favorevole, erano indicati da Eurobarometro tra i più scettici, mentre un sondaggio più recente indica la percentuale di favorevoli al 62%.

prosegue la riforma della Pac

Lo scorso 22 aprile il Consiglio dei ministri europei dell’Agricoltura ha deciso riforme radicali del sostegno erogato nell’ambito della Politica agricola comune (Pac) nei settori del tabacco, dell’olio di oliva e delle olive da tavola, del cotone e del luppolo. I risultati attesi delle riforme sono una maggiore competitività, un più forte orientamento al mercato, un maggiore rispetto dell’ambiente, minori distorsioni degli scambi e redditi più stabili per gli agricoltori. Per questi quattro settori, una parte significativa degli attuali pagamenti legati alla produzione sarà trasferita al regime di pagamento unico disaccoppiato. Per il tabacco, prima del disaccoppiamento completo, gli Stati membri possono decidere di mantenere elementi vincolati alla produzione per un periodo transitorio di quattro anni. Una parte dei premi attuali sarà utilizzata per finanziare programmi di ristrutturazione nelle regioni produttrici a partire dal 2010. Per l’olio di oliva, il Consiglio ha autorizzato gli Stati membri a mantenere un pagamento accoppiato nella misura massima del 40%. Per il cotone, i ministri hanno deciso di disaccoppiare il 65% del sostegno, mentre il 35% sarà mantenuto sotto forma di pagamenti per ettaro. Gli aiuti per il luppolo saranno completamente scollegati dalla produzione, ma gli Stati membri hanno la facoltà di mantenere l’accoppiamento nella misura massima del 25%. Tutte le riforme avranno inizio nel 2006. Secondo il commissario europeo per l’Agricoltura, lo sviluppo rurale e la pesca, Franz Fischler, le decisioni adottate «lanciano un segnale forte agli agricoltori, ai consumatori e ai contribuenti. La nuova politica promuove un settore agrario competitivo, rispettoso dell’ambiente e orientato a una produzione di qualità. Il messaggio delle riforme è chiaro anche per i nostri partner commerciali, in particolar modo i Paesi in via di sviluppo. Mentre altri hanno invertito la rotta delle loro politiche, l’Europa non intende affatto tornare sui suoi passi, ma è decisa a proseguire nel solco tracciato dalle nostre riforme per rendere la politica agricola sempre meno distorsiva degli scambi».

(Fonte: InEurop@)

Cecenia: proposto Tribunale internazionale

Un gruppo di organizzazioni e deputati che si battono per una soluzione del grave conflitto ceceno ha presentato il 22 aprile scorso al Parlamento europeo una proposta per l’istituzione di un Tribunale internazionale che giudichi i crimini commessi in Cecenia dall’epoca dell’Unione Sovietica ad oggi. All’incontro doveva intervenire anche Ahmed Zakayev, vicepremier del governo indipendentista di Aslan Maskhadov, ma la Francia gli ha negato il visto di entrata perché colpito da un mandato di arresto emesso in Russia. Alcuni deputati europei francesi del gruppo dei verdi hanno protestato con il governo di Parigi, rilevando che Zakayev si trova a Londra e ha avuto il visto oltre che dalla Gran Bretagna anche dalla Danimarca.Nell’ambito delle iniziative promosse a Strasburgo sono state diffuse testimonianze e presentati documentari per dimostrare «il genocidio di cui è vittima il popolo della Cecenia».

(Fonte: Ansa)

 

BARCELLONA 2004:
DIALOGO SULLE CULTURE DEL LAVORO

Su iniziativa del Municipio di Barcellona e con la partecipazione di Generalitat di Catalunya e del governo spagnolo, si terrà a Barcellona, dal 9 maggio al 26 settembre prossimi, il Forum Universale delle Culture. Il Forum, a carattere mondiale, ha l’obiettivo di riunire in sessioni tematiche, denominate “Dialoghi”, organizzazioni sociali, accademiche, società civile, parlamenti, governi e altri gruppi e organizzazioni, attorno a tre assi fondamentali per il futuro delle nostre società: la diversità culturale, la pace e lo sviluppo sostenibile.

In questo contesto, su proposta dell’Unione Generale dei Lavoratori di Catalogna (UGT), delle Commissioni Operaie di Catalogna (CC.OO.), con l’appoggio delle confederazioni nazionali CC.OO. ed UGT, il comitato organizzatore del Forum ha accettato di promuovere un Dialogo sulle Culture del Lavoro che si terrà a Barcellona dal 28 giugno al 1º Luglio 2004.

L’iniziativa sindacale, attraverso conferenze e gruppi di lavoro, tratterà temi riguardanti: etica del lavoro, nuove forme di lavoro, tempi lavorativi, femminilizzazione del mercato del lavoro, immigrazione e occupazione, poteri pubblici e occupazione, lavoro ed ecosistema, crescita e occupazione, lavoro dignitoso, commercio internazionale e diritti sociali, sindacato e imprese multinazionali.

Per organizzare questo evento si è costituito un Comitato internazionale, diretto dall’ex segretario della CES Emilio Gabaglio, del quale fanno parte la CISL internazionale (CIOSL), la Confederazione europea dei sindacati (CES), le Confederazioni sindacali UGT e CCOO, le organizzazioni CCOO e UGT di Catalogna, oltre all’Ufficio per le attività con i lavoratori dell’Ufficio internazionale del lavoro (ACTRAV-OIL).

INFORMAZIONI: http://www.barcelona2004.org/