fallimento europeo

Nessun miracolo. Le "buone carte" che il presidente del Consiglio italiano prometteva di avere a disposizione per mettere tutti d’accordo al Consiglio europeo di Bruxelles, svoltosi nei giorni 12-14 dicembre scorsi sotto presidenza italiana, non sono state sufficienti. Dunque, alla vigilia di uno storico allargamento, con Parlamento e Commissione in scadenza di mandato, una difficile crisi economica e uno scenario internazionale di guerra, l’Unione europea si trova senza una Costituzione e senza un accordo sulle riforme da adottare. Si prospetta, per i prossimi mesi, un’Unione europea mai così grande e mai tanto divisa. Individuare le responsabilità del fallimento può essere utile a capire, non molto a risolvere una crisi profonda e annunciata. L’indisponibilità di Spagna e Polonia a trattare sul sistema di voto interno al Consiglio; la forza crescente del cosiddetto "asse franco-tedesco", Paesi poco propensi ad accettare le regole quando queste li colpiscono direttamente (l’esempio del Patto si stabilità è emblematico); l’ambiguità della Gran Bretagna, Stato membro dell’Ue ma primo alleato degli Usa; le tensioni derivanti dall’esclusione di Francia e Germania dalla ricostruzione dell’Iraq, guardacaso annunciata dagli Usa poche ore prima del Vertice di Bruxelles; la discussa e controversa presidenza italiana di turno, più propensa a coltivare le tanto vantate amicizie del presidente del Consiglio che a promuovere il percorso europeo: tutto ciò ha contribuito sicuramente al fallimento, ma si tratta più che altro di aspetti vari di un unico problema di fondo. Quello che il presidente della Commissione, Romano Prodi, ha definito: "la mancanza di uno spirito europeo". Resta difficile immaginare come questo "spirito" verrà recuperato: con un’Europa "a due velocità" condotta dai 6 Paesi fondatori (Francia, Germania, Italia, Olanda, Belgio e Lussemburgo)? Con la riapertura di una Convenzione? Con il lavoro diplomatico dell’attuale presidenza di turno irlandese o della prossima olandese (secondo semestre 2004), che in passato portò agli accordi di Maastricht e di Amsterdam? Si vedrà, ma è evidente quanto l’Europa funzioni solo quando le decisioni spettano ad organi sovranazionali (Commissione, Parlamento, Banca Centrale), mentre si blocchi inevitabilmente o produca accordi di basso profilo quando è il livello intergovernativo a decidere, a dimostrazione di uno scarso "spirito europeo" di fatto.

E che dire del semestre appena concluso di presidenza italiana dell’Ue? Ripensando agli scontri istituzionali del Consiglio a guida italiana con Parlamento e Commissione (casi Schulz, Cecenia, Patto di stabilità ecc.), mai visti prima nella storia dell’Ue, la definizione data da Berlusconi "non di successo ma di trionfo" del semestre italiano pare dettata, più che dall’ottimismo di chi vede "la bottiglia mezza piena", dagli effetti euforici su chi l’altra metà della bottiglia si è trangugiato.


povera Europa!
di Franco Chittolina

Preso atto del fatto che il Consiglio europeo a presidenza italiana, tenutosi a Bruxelles nei giorni 12-14 dicembre 2003 scorsi, non è stato in grado di dare abbozzo in tempo utile alla Costituzione europea, documento preparato con un faticoso lavoro durato un anno e mezzo dalla Convenzione, è inevitabile chiedersi cosa succederà ora all’Unione europea.

La crisi è indubbiamente grave, non tanto perché il Consiglio europeo non ha sciolto i nodi al centro della discussione tra gli Stati membri, quanto piuttosto perché il Trattato costituzionale è rimandato. Ci si trova, dunque, nella difficile situazione di un’Europa senza un progetto per il futuro.

Di chi sono le responsabilità di questo esito fallimentare? Molteplici, ma soprattutto è mancato, come sottolineato dal presidente della Commissione europea Romano Prodi, "lo spirito europeo". Hanno prevalso interessi e tatticismi nazionali: la fermezza e l’indisponibilità alla trattativa da parte di Spagna e Polonia; la forza del cosiddetto "asse franco-tedesco"; l’atteggiamento ambiguo della Gran Bretagna di Tony Blair, divisa tra l’essere Stato membro dell’Ue e fedele partner internazionale degli Usa; la chiacchierata presidenza italiana di turno. Tutto ciò ha contribuito a lasciare l’Europa "in mezzo al guado" alla vigilia di uno storico allargamento: paradossalmente, l’Unione europea mai così grande non è mai stata così divisa.

Ora, terminata la presidenza semestrale dell’Italia (certo non gloriosa, checché ne dica il presidente del Consiglio italiano), tocca all’Irlanda assumere la responsabilità di portare avanti l’ingarbugliato dibattito sulle riforme. Ma non pare certo, quello irlandese, il semestre di presidenza più propizio per raggiungere qualche risultato: a marzo ci saranno elezioni in Spagna e Polonia e, qualche mese dopo, le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo. Forse sarà il secondo semestre del 2004, sotto presidenza olandese, a portare qualche novità positiva, quantomeno per il fatto che l’Olanda "porta bene" alla storia dell’Ue avendo condotto in porto importanti accordi come quelli di Maastricht e di Amsterdam.

Al momento, però, l’Ue rimane regolata dal Trattato di Nizza, il più brutto della sua storia, proprio nel momento decisivo dell’allargamento, con un Parlamento e una Commissione a fine mandato, una crisi economica minacciosa e uno scenario internazionale di guerra. E, a proposito dei rapporti internazionali, forse non è un caso che ad opporsi più aspramente a un accordo in seno all’Unione siano stati proprio quei Paesi che appoggiavano gli Stati Uniti nella campagna militare in Iraq. Tra questi, l’Italia, che se non si è direttamente opposta certo non ha fatto molto nel suo semestre di presidenza europea per rafforzare l’Unione (come diremo di seguito) e che, in modo piuttosto patetico, si vanta di aver portato a casa l’Agenzia europea per l’alimentazione (che avrà sede a Parma) e descrive la sua presidenza "non un successo ma un trionfo". Povera Italia!

Dunque, come andrà avanti il progetto europeo? Con un’Europa "a due velocità" condotta dai 6 Paesi fondatori (Francia, Germania, Italia, Olanda, Belgio e Lussemburgo, firmatari del Trattato di Roma nel 1957) che potrebbero cercare di dotarsi da soli delle regole necessarie per far avanzare l’integrazione politica europea? E’ quanto, ad esempio, si augura il presidente della Repubblica italiana, Carlo Azeglio Ciampi, ma non è detto che gli altri 5 Stati si fidino di questa Italia che, con il suo presidente del Consiglio, ha già fatto sapere che "non ci sarà". Altra possibilità sarebbe quella di riaprire la Convenzione sulla Parte terza del Trattato, come propongono i Verdi europei, dal momento che il sistema della Convenzione ha dimostrato di funzionare molto meglio di quello adottato dalla Conferenza intergovernativa (Cig).

Nei prossimi mesi si vedrà se prevarrà la linea "europeista" espressa da Prodi, secondo cui "il costo della "non Europa" è tragico. Non immagino neppure che una civiltà, una cultura, una scienza si possa cancellare dalla storia senza reagire. L’unica reazione è l’Unione europea, altre reazioni non ne abbiamo".

CAUSE DEL FALLIMENTO AL VERTICE DI BRUXELLES

Le speranze di varare la Costituzione europea durante il semestre italiano di presidenza dell’Ue si sono infrante contro il sistema di voto a doppia maggioranza, sul quale, come ha ammesso lo stesso Silvio Berlusconi, si è registrato un dissenso totale. In sostanza, si trattava di decidere quale dovesse essere il peso che ogni singolo Stato avrebbe giocato all’interno del Consiglio europeo al momento di prendere delle decisioni.

Doppia maggioranza: La proposta - contenuta nella bozza di Costituzione europea redatta dalla Convenzione - prevedeva che per essere valida una decisione della futura Europa dovesse ottenere non solo il 50% dei voti degli Stati, ma che questi - sommati tra di loro - rappresentassero almeno il 60% dell’intera popolazione europea. Una proposta che scardinava l’intesa raggiunta nel 1999 a Nizza, quando fu messo a punto il sistema del "voto ponderato", grazie a cui un Paese come la Spagna (con i suoi 41 milioni di abitanti) ha diritto a 27 voti in Consiglio. Altri Paesi, come Germania (oltre 80 milioni di abitanti), Francia, Gran Bretagna e Italia (60 milioni circa) hanno diritto a 29 voti ciascuno. Cambiare il sistema del "voto ponderato" introducendo quello della "doppia maggioranza" - che esalta l’aspetto demografico dei singoli Paesi - avrebbe di molto ridotto i vantaggi della Spagna e della entrante Polonia (quasi 39 milioni di abitanti, il più grande dei nuovi Stati membri). Secondo i calcoli presentati dal governo spagnolo, Germania e Francia avrebbero potuto - mettendo insieme i propri voti - bloccare qualunque decisione del Consiglio.

Favorevoli: La presidenza italiana, la Commissione europea, il Parlamento europeo e gran parte dei Paesi - Germania, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Grecia, Lussemburgo, Olanda, Svezia, Lettonia - hanno appoggiato la formula della "doppia maggioranza" dal 2009 (fino a quella data vale il Trattato di Nizza).

Contrari: Spagna e Polonia hanno chiesto invece la conservazione del "voto ponderato" definito a Nizza, che dà ai due Paesi un peso superiore alle loro dimensioni reali.

Alternative italiane: Secondo il tedesco Klaus Haensch, uno dei due parlamentari europei che hanno fatto parte della Convenzione, la prima non era altro che quella contemplata dalla bozza della Convenzione, imperniata sulla "doppia maggioranza": 50% dei Paesi e 60% della popolazione; la seconda rinviava al 2008 la decisione sull’entrata in vigore della Carta europea; la terza suggeriva di rimandare sempre al 2008 la decisione sulla data di entrata in vigore della Costituzione; l’ultima proponeva di cambiare i termini del sistema di voto "a doppia maggioranza", portando dal 50% al 70% il quorum della popolazione europea richiesto per l’approvazione delle decisioni. Francia e Germania si sono dichiarate contrarie a ogni ipotesi di rinvio che mantenesse valido il Trattato di Nizza. Spagna e Polonia hanno detto no a qualsiasi forma di "doppia maggioranza".
(Fonte: www.repubblica.it)

 

la rottura sulla Cecenia

Il non-risultato finale ottenuto dalla presidenza italiana di turno alla guida della Cig, perché di questo si tratta, non è certo stato l’unico aspetto negativo di questa controversa e chiacchierata presidenza. E’ ancora nell’aria l’eco delle parole a dir poco leggere e spregiudicate del presidente del Consiglio italiano all’amico Putin a proposito del rispetto dei diritti in Cecenia. Si fosse trattato solo di un giudizio del presidente del Consiglio italiano, noi italiani non ci saremmo nemmeno troppo stupiti e anzi vi avremmo anche potuto vedere una traccia, seppure incauta, di un raro momento di sincerità del suo autore. Il guaio è che chi si rivolgeva con quelle parole assolutorie al responsabile della repressione in Cecenia era anche, seppure a tempo, il presidente del Consiglio europeo. E in quanto tale non solo non era autorizzato a pronunciare quelle parole, ma aveva un mandato che lo obbligava al rispetto dei diritti umani violati in Cecenia, come gli avrebbero ricordato qualche giorno dopo i ministri degli Esteri europei, abbassando per una volta i toni vellutati della diplomazia, e i rappresentanti di quasi tutti i gruppi politici europei - compreso l’imbarazzato ma coerente Partito popolare europeo - nella sessione plenaria del Parlamento europeo. Benché trascurato parzialmente dai grandi media (soprattutto italiani), si è trattato di uno dei più gravi incidenti istituzionali accaduti all’Ue dalla sua creazione ad oggi, una rottura clamorosa di quel patto di fiducia su cui si regge la nostra convivenza comune.

la rottura del Patto di stabilità

Pochi giorni prima del fallimento del Consiglio europeo di Bruxelles si era poi registrata "l’allegra" interpretazione del Patto di stabilità data, sempre sotto presidenza italiana, per rispondere alle infrazioni annunciate da Germania e Francia sul contenimento del deficit annuale di bilancio non mantenuto sotto la soglia convenuta - e anzi proprio dalla Germania a suo tempo imposta - del 3% del Prodotto interno lordo (Pil). Certo, qui il tema è più aggrovigliato e più controversa la valutazione del comportamento della presidenza italiana, intrappolata in una vicenda molto più grande delle sue possibilità - comprensibilmente esigue - di manovra nella ricerca di un compromesso dignitoso.

Diciamo sommariamente che quel patto non fu una scelta di grande saggezza al punto che lo stesso Prodi, a causa della sua rigidità, lo chiamò, in un momento di pericolosa franchezza, un "patto di stupidità". Sarebbe stato opportuno approfittare di tempi meno burrascosi per l’economia europea per ripensarlo e renderlo più equo (ad esempio escludendo dalla spesa classica le uscite per investimento) e più flessibile per tenere conto delle dinamiche dell’economia in fasi di recessione. Resta il fatto che in una convivenza comune è indispensabile che le regole convenute insieme vengano rispettate e, se concordemente ritenute inadeguate, vengano successivamente cambiate. Si affaccia il dubbio che "un nuovo spettro si aggiri per l’Europa", quello di regole applicate a seconda del potere detenuto da qualcuno, persona o Paese. E che questa volta sia stato il turno di Germania e Francia - i due Paesi da sempre motore dell’Unione - di adattare le regole ai propri bisogni non è certo confortante.

Se a tutto ciò si aggiunge l’ulteriore tensione creata dall’annuncio dell’amministrazione statunitense di escludere Francia e Germania dalla ricostruzione dell’Iraq, decisione annunciata non a caso a poche ore dal decisivo Vertice di Bruxelles e probabilmente mirata a dividere ulteriormente i Paesi europei, si può constatare come le premesse per il fallimento della Cig fossero giù piuttosto evidenti.

IRAQ: FRANCIA E GERMANIA ESCLUSE DALLA RICOSTRUZIONE

I Paesi che si sono opposti alla guerra angloamericana in Iraq - con in testa Francia, Germania e Russia - saranno esclusi dalla suddivisione di 26 contratti principali per la ricostruzione del Paese occupato, per un valore complessivo di 18,6 miliardi di dollari. Questa la decisione contenuta in una direttiva firmata dal vicesegretario alla Difesa statunitense, Paul Wolfowitz, lo scorso 5 dicembre. Secondo quanto stabilito dal Pentagono, alla ricostruzione potranno invece partecipare 63 Paesi che a vario titolo hanno fatto parte della coalizione che si è impegnata anche militarmente in Iraq, con in testa Gran Bretagna, Italia e Spagna. "Per la protezione degli interessi essenziali di sicurezza degli Stati Uniti - ha spiegato Wolfowitz - è necessario limitare la competizione per i contratti primari" a società americane, dell’Iraq e dei partner della coalizione, mentre i Paesi che si sono opposti alla guerra potranno competere solo per i subappalti.

La scelta dei tempi dell’annuncio da parte statunitense non è sembrata casuale, è infatti avvenuto alla vigilia del difficile e importante Vertice europeo di Bruxelles cui i vari Paesi europei si sono presentati piuttosto divisi e a cui la decisione americana non ha certo facilitato le intese. Appena appresa la notizia, infatti, Francia e Germania hanno immediatamente espresso il loro disappunto. Per il governo tedesco una decisione del genere "sarebbe inaccettabile" e "non sarebbe in linea con lo spirito di guardare insieme nel futuro e non nel passato". Il governo francese, dal canto suo, ha annunciato che sta esaminando se la decisione americana è ineccepibile sotto il profilo legale: valuterà in particolare se la rappresaglia decisa dagli Usa nei confronti dei tre Paesi capofila del fronte anti-guerra sia "compatibile" con le norme dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc-Wto) e si ipotizza di chiedere anche alla Commissione europea un pronunciamento in merito.

(Fonte: Ansa)


Patto di stabilità: polemiche e proposte

di Walter Cerfeda
Segretario confederale della Confederazione europea dei sindacati (Ces)

Si è fortemente sviluppata in questi ultimi tempi, giustamente, una grande discussione intorno alla modifica delle regole che disciplinano il Patto di stabilità. La ragione è evidente: da ormai quasi tre anni l’Europa non riesce a trovare la via per uscire dalla crisi economica nella quale è piombata. Parlo di crisi perché quando i Paesi più grandi, quelli che rappresentano da soli oltre il 70% del Pil europeo, la Germania, la Francia e l’Italia hanno da tempo la loro crescita vicino allo zero, è evidente che di crisi bisogna parlare. Ma il problema dell’Europa è che, durante questo periodo, stanno configurandosi elementi tali che fanno rassomigliare questa crisi a una crisi strutturale e non congiunturale. Lo dimostra anche il fatto che per la prima volta nella storia economica recente, alla ripresa in atto negli Stati Uniti ormai da qualche mese non ha corrisposto una ripresa dell’economia europea.

i ritardi accumulati

D’altronde ciò è spiegabile dai ritardi che si stanno accumulando proprio in questi anni. Ne cito tre di fondo. Negli ultimi due anni gli Stati Uniti hanno investito una media di quasi il 4% del Pil in ricerca e innovazione tecnologica, l’Europa solo una media dell’1,2%. Conseguentemente si è allargata la forbice nei tassi di produttività: gli Usa hanno realizzato un aumento della produttività per unità di prodotto di quasi il 5%, con punte nell’ultimo trimestre dell’8%, mentre l’Europa è ferma intorno a una media dell’1,3%. Quando da una parte si fa innovazione e la si trasferisce nei prodotti e nei servizi e dall’altra parte ciò non avviene è evidente che l’esito non potrebbe essere diverso. In più, se si osservano le più grandi imprese europee, le 163 imprese che l’Ocse certifica come le imprese che stanno sul mercato mondiale in posizioni di leader o di avanguardia, e si constata che negli ultimi cinque anni esse lavorano e producono con licenze e brevetti americani, ciò sottolinea una crescente dipendenza e difficoltà competitiva. Le cause di tutto questo non sono poi molto difficili da comprendere. Negli Usa, alla crisi si è risposto con grandi investimenti direttamente fatti dallo Stato, qui, in Europa, i vincoli del Patto hanno scoraggiato e di fatto disencitivato gli investimenti stessi. Laggiù, la Federal Riserve (la Banca centrale americana) ha sostenuto con la politica dei tassi di credito la crescita; qui, la Banca centrale europea, invece, ha come mandato addirittura statutario solo quello di garantire la stabilità e la lotta all’inflazione e non la crescita. Là alla crisi si è risposto con una sola politica economica, qui con 15 politiche e temo domani con 25.

costi a carico di lavoratori e pensionati

E tuttavia per noi il problema è anche un altro. In questi anni, le imprese non ricercando la competitività sul terreno della tecnologia e dell’innovazione, l’hanno cercata su quella più semplice della riduzione dei costi, a partire da quelli del lavoro. È il motivo per cui prima vi è stato un forte attacco per ridurre i costi del mercato del lavoro (Spagna, Italia e Portogallo), poi per ridurre i costi del Welfare e delle pensioni (Austria, Italia, Francia, Germania), ora la spinta è quella di ridurre anche i costi delle protezioni contrattuali, tentando di introdurre il principio di deroga ai contratti collettivi di lavoro sostituendoli con quelli aziendali (Francia, Germania e ancora Italia). Quindi, in realtà i costi di una mancata crescita alla fine vengono pagati dai lavoratori e dai pensionati. Peraltro, in questa fase politica, la maggioranza dei governi europei ha cambiato segno ed è diretta da schieramenti di centro-destra che hanno fatto da sponda politica e legislativa alla pressione delle imprese. Anche per questo la famosa Strategia di Lisbona ha finito per rimanere sulla carta invece di rappresentare, come era l’obiettivo, il modo con cui l’Europa aveva deciso di competere nel mondo globalizzato. Competere non sui costi ma sulla qualità. Qualità dei prodotti, qualità del lavoro, qualità della coesione sociale, ovvero con quel modello sociale europeo che ha da sempre contraddistinto il modello di civiltà europeo rispetto al resto del mondo globalizzato. In Europa, anche nella futura Costituzione non a caso non si parla di libero mercato, ma di mercato sociale. E non a caso a Nizza si è approvata la Carta dei diritti fondamentali, che anche essa oggi rappresenta i valori ed i principi che aprono la Costituzione europea.

come conciliare stabilità e crescita?

Quindi dobbiamo batterci per cambiare la deriva che è in atto. Per noi la crescita è vitale, senza di essa ne paghiamo solo le conseguenze. Da qui ritorna la nostra iniziativa a rendere più flessibili le regole del Patto. Patto che nella sua definizione completa è intitolato "Patto di stabilità e di crescita". Come farlo? Su questo punto bisogna essere molto chiari. La recentissima iniziativa franco-tedesca esplicitamente sostenuta dal ministro italiano dell’Economia Giulio Tremonti è di una pericolosità unica: con quella iniziativa in realtà si è deciso di violare il Patto e di accantonarlo. Noi non siamo affatto d’accordo. Le regole devono essere uguali per tutti e non deve essere consentito ai Paesi più forti di violarlo mentre quelli più deboli devono rispettarlo per evitare le sanzioni. Il "gioco" di Tremonti in questo caso è stato particolarmente infido: l’interesse del governo italiano è stato solo quello di far mettere in crisi il Patto per poi poter avere maggior libertà nelle politiche interne e poter aumentare ancora di più il debito e la spesa pubblica al fine di fare quelle politiche clientelari ed elettoralistiche che proprio i vincoli del Patto impediscono.

La nostra idea è esattamente il contrario. Noi pensiamo più semplicemente che il Patto non possa e non debba conteggiare come debito le spese di investimento che servono per applicare la Strategia di Lisbona. Per questo non pensiamo che ciascuno possa fare quello che vuole, ma all’opposto pensiamo che l’Europa, la Commissione debba decidere e certificare quali sono le spese davvero necessarie per rilancare la competitività europea. Noi troviamo incoerente infatti che da una parte venga decisa la Strategia di Lisbona giudicandola decisiva per essere competitivi nella globalizzazione e poi quella stessa Strategia venga impedita dalle regole stesse del Patto. Coerentemente con questa linea noi pensiamo che più poteri in materia di politica economica e fiscale vadano trasferiti a livello europeo, mentre il nostro governo pensa e si batte esattamente per l’opposto. Dunque una posizione chiara sulla quale siamo impegnati a batterci come deciso nell’ultimo Congresso di Praga. Come si vede, l’Italia e l’Europa sono intrecciate con un filo fortissimo e indissolubile. Per questo, sempre di più le stesse strategie sindacali devono essere maggiormente coordinate e univoche. In realtà abbiamo lo stesso fronte e le stesse sfide che dobbiamo cercare di vincere insieme.

 

COS’È IL PATTO DI STABILITÀ

Il Patto di stabilità e crescita è un accordo con il quale tutti gli Stati membri dell’Unione europea si sono impegnati a osservare una particolare disciplina in materia fiscale e di bilancio nel perseguimento degli obiettivi economici a medio termine. Il Patto svolge un ruolo importante come garante di una gestione sostenibile e stabile dell’economia.

Siglato dagli Stati membri al Vertice di Amsterdam del 16 e 17 giugno 1997, il Patto di stabilità e crescita consiste in una Risoluzione e in due Regolamenti, il 1466/97 "per il rafforzamento della sorveglianza delle posizioni di bilancio nonché delle sorveglianza e del coordinamento delle politiche economiche" e il 1467/97 "per l’accelerazione e il chiarimento delle modalità di attuazione delle procedura per i disavanzi eccessivi".

Il Patto di stabilità e crescita si iscrive nel quadro del Titolo VII del Trattato (Politica economica e monetaria) che definisce i "parametri di Maastricht" (1991). I parametri (inflazione, debito, deficit, stabilità dei cambi, convergenza dei tassi di interesse), sono specificati nei protocolli "sulla procedura per i disavanzi eccessivi" e "sui criteri di convergenza di cui all’art. 121 (ex 109 J) del Trattato che istituisce la Comunità europea".

Ai sensi del Trattato e dei protocolli citati, i valori di riferimento dei parametri sono così definiti:

  • Inflazione: il tasso medio calcolato sull’anno (precedente) non deve discostarsi di più di 1,5% dalla media dei 3 Stati membri che hanno conseguito il miglior risultato;
  • Debito: non più del 60% del Pil a prezzi di mercato;
  • Deficit: non più del 3% del Pil a prezzi di mercato;
  • Stabilità dei cambi: parametro superato dalla decisione di instaurare un sistema di cambio fisso all’interno della zona euro;
  • Convergenza dei tassi di interesse: il tasso nominale a lungo termine non deve eccedere di oltre 2 punti percentuali la media dei tassi dei 3 Paesi che hanno ottenuto i migliori risultati in termini di stabilità dei prezzi.

Il patto di stabilità e di crescita si inserisce nel contesto della terza fase dell’Unione economica e monetaria (Uem) iniziata il 1° gennaio 1999. Interviene dunque al momento in cui gli Stati membri si apprestano a definire chi entra nella zona euro e hanno bisogno di garantire condizioni macroeconomiche certe per la stabilità monetaria nonché di evitare che i comportamenti dei singoli Stati dentro il sistema euro utilizzino l’autonomia di imposizione e di spesa contando poi di ripartire gli effetti sugli altri Paesi (esportazione delle proprie difficoltà di bilancio e distorsione delle condizioni di concorrenza).

Da qui un "patto" che va al di là del quadro definito nel Trattato e che risulta estremamente stringente sia sul piano degli obiettivi, sia sul piano delle procedure di sorveglianza e delle sanzioni.

Il Patto di stabilità e di crescita conferisce al Consiglio europeo la facoltà di sanzionare lo Stato membro partecipante che si astenga dal prendere i provvedimenti necessari per risanare una situazione di deficit eccessivo. In un primo tempo la sanzione avrà la forma di deposito senza interessi presso la Comunità, ma, in un secondo tempo, essa potrà essere convertita in ammenda ove il deficit eccessivo non venga corretto entro i due anni successivi.

Salvo alcune circostanze particolari in cui è consentito il superamento di quel limite (es. calamità, grave recessione economica), se lo Stato membro in questione non avvia nessuna azione per ridurre il deficit sotto la soglia ammessa (3%) entro 6 mesi, allora si applica una sanzione così calcolata: 0,2% del Pil (del Paese sanzionato) + 10% della differenza tra il disavanzo effettivo (es. 3,5% del Pil) e quello consentito (3%).

Circa i criteri per definire la sussistenza di "circostanze particolari" non esistono indicazioni, il che rinvia alla necessità di una valutazione politica in seno alle istituzioni competenti (Consiglio e Commissione). E’ evidente che esistono margini di flessibilità che, finora, non erano stati utilizzati perché del Patto si era data un’interpretazione rigida (più che letterale).

Ora, con le decisioni assunte dall’Ecofin il 25 novembre scorso e la sospensione delle procedure per deficit eccessivo a carico di Francia e Germania, si è creato un precedente importante e aperto in modo esplicito il dibattito tra le istituzioni europee e tra gli Stati membri, proprio durante il delicato passaggio dell’allargamento e delle riforme istituzionali.


la disoccupazione nell’Ue e nei nuovi Stati membri

Il tasso di disoccupazione registrato nella zona euro lo scorso mese di ottobre era dell’8,8%, percentuale uguale a quella del mese di settembre ma più elevata rispetto a un anno fa (ottobre 2002) quando era dell’8,5%. Nell’Ue a 15 Stati, invece, il tasso era più basso ed equivaleva all’8% nell’ottobre 2003, immutato rispetto al precedente mese di settembre ma leggermente cresciuto rispetto all’ottobre 2003 quando era del 7,8%. E’ quanto emerge da uno studio pubblicato il 2 dicembre scorso da Eurostat, l’Ufficio statistico dell’Ue, secondo cui questi tassi equivalgono a 12,4 milioni di uomini e donne disoccupati nella zona euro, e 14,3 milioni nell’Unione europea a 15 Stati. Per un raffronto con gli altri maggiori mercati internazionali, Eurostat ricorda che nello stesso mese esaminato per ottenere i dati relativi all’Ue e ai Paesi della zona euro, il tasso di disoccupazione era del 6% negli Stati Uniti e del 5,2% in Giappone.

Nell’ottobre 2003, i tassi più bassi sono stati registrati in Lussemburgo (3,9%), nei Paesi Bassi (4,0% in settembre), in Austria (4,5%), e in Irlanda (4,6%). Il tasso di disoccupazione della Spagna (11,2%) è invece restato il più elevato dell’Ue.

Tra i dodici Stati membri per i quali sono disponibili dati relativi agli ultimi due mesi, dieci hanno registrato un rialzo del loro tasso di disoccupazione negli ultimi dodici mesi. I rialzi più importanti sono stati osservati nei Paesi Bassi (il 2,8% nel settembre 2002 contro il 4% nel settembre 2003), in Lussemburgo (il 3% contro il 3,9%), e in Danimarca (il 4,8% contro il 6%). Il tasso di disoccupazione della Spagna si è abbassato leggermente dall’11,4% all’11,2% e quello della Finlandia dal 9% al 8,9%.

Rispetto a un anno prima, nell’ottobre 2003 il tasso di disoccupazione degli uomini nella zona euro è aumentato dal 7,4% al 7,8% e quello delle donne dal 9,9% al 10,2%. Nell’Unione a 15 Stati, invece, il tasso di disoccupazione degli uomini è passato dal 7% nell’ottobre 2002 al 7,3% nell’ottobre 2003, mentre quello delle donne, nello stesso periodo, è aumentato dall’8,8% al 9%.

Anche nell’ottobre 2003 ha continuato ad essere molto alto il tasso di disoccupazione tra i giovani con meno di 25 anni, cresciuto rispettivamente al 16,8% nella zona euro e al 15,7% nell’UE15 rispetto al 16,3% e al 15,2% registrati nell’ottobre 2002. Tale tasso variava dal 6,7% nei Paesi Bassi (settembre 2003) al 22,5% in Finlandia.

BOX 1

LA DISOCCUPAZIONE SECONDO EUROSTAT

Eurostat calcola i tassi di disoccupazione "armonizzati" per gli Stati membri, così come per i Paesi in ingresso e i Paesi candidati. Questi tassi di disoccupazione sono basati sulle definizioni raccomandate dall’Ufficio Internazionale del Lavoro (Ilo-Bit). "Armonizzati" significa che i micro dati nazionali relativi agli individui e alle famiglie sono trattati da Eurostat nello stesso modo in tutta l’Ue per permettere un confronto tra gli Stati membri.

Secondo la definizione di Eurostat, i disoccupati sono persone tra i 15 e i 74 anni che, secondo la definizione dell’Ilo:

Il tasso di disoccupazione è il numero di persone disoccupate in percentuale della forza lavoro. La forza lavoro rappresenta il numero totale di persone occupate e disoccupate.

Il numero di disoccupati e il tasso di disoccupazione mensile sono stimati sulla base dei dati dell’inchiesta comunitaria sulla forza lavoro, che è un’inchiesta alle famiglie realizzate in tutti i Paesi sulla base di definizioni concordate. I risultati sono estrapolati in dati mensili, utilizzando i dati di inchieste nazionali e le serie mensili nazionali sulla disoccupazione registrata. Le serie mensili sulla disoccupazione e l’impiego sono calcolati, in un primo tempo, al livello di quattro categorie per ciascun Stato membro (uomini e donne dai 15 ai 24 anni, uomini e donne dai 25 ai 74 anni). Queste serie sono corrette poi dalle variazioni stagionali e tutti gli aggregati a livello nazionale ed europeo sono calcolati. Prima dell’aggregazione, i dati nazionali mancanti sono stimati utilizzando le tendenze più recenti delle serie.

I dati registrati relativi alla disoccupazione sono dati nazionali amministrativi calcolati su basi e obiettivi puramente nazionali. A livello europeo non esiste alcuna regola sulla definizione e la copertura. I tassi di disoccupazione così calcolati non possono dunque essere comparati tra i vari Paesi, infatti, le legislazioni nazionali sulla definizione della disoccupazione, e dunque il suo calcolo, possono divergere secondo i Paesi. Le condizioni richieste per ricevere in stato di disoccupazione sussidi e assistenza variano da un Paese all’altro. E’ dunque necessaria un’armonizzazione

Attualmente si registrano ancora tra i diversi Paesi dell’Ue alcune discordanze riguardanti la definizione della disoccupazione nell’Inchiesta comunitaria sulla forza lavoro:

Tutte queste differenze spariranno quando gli Stati membri adatteranno le loro inchieste alle nuove definizioni. Al momento la situazione è la seguente: Austria e Francia hanno adattato le loro inchieste nel 2003; l’Italia lo farà nel 2004, i Paesi Bassi e la Svezia nel 2005; Belgio, Danimarca, Germania, Grecia, Irlanda, Lussemburgo, Portogallo e Finlandia si conformano già alla definizione.

tasso di disoccupazione nell’Ue (%)

 

Ottobre 2003

Settembre 2003

 

Ottobre 2003

Settembre 2003

UE15

8,0

8,0

Danimarca

6,0

5,9

Zona Euro

8,8

8,8

Portogallo

6,9

6,6

Lussemburgo

3,9

3,8

Belgio

8,1

8,0

Paesi Bassi

:

4,0

Finlandia

8,9

8,9

Austria

4,5

4,5

Germania

9,3

9,4

Irlanda

4,6

4,6

Francia

9,6

9,5

Svezia

5,8

5,6

Spagna

11,2

11,2

: Dati non disponibili
Fonte: Eurostat, dicembre 2003

 

tasso di disoccupazione: raffronto tra ottobre 2003 e ottobre 2001

TOTALE

 

UE15

UE12

BE

DK

DE

EL

ES

FR

IE

IT

LU

NL

AT

PT

FI

SE

UK

USA

JAP

Ott. 2001

7,4

8,1

6,9

4,3

8,1

10,6

10,6

8,5

4,0

9,3

2,2

2,4

3,9

4,1

9,2

5,0

5,1

5,0

5,4

Ott. 2003

8,0

8,8

8,1

6,0

9,3

:

11,2

9,6

4,6

:

3,9

:

4,5

6,9

8,9

5,8

:

6,0

5,2

uomini

Ott. 2001

6,6

6,9

6,3

3,9

8,1

7,2

7,5

7,2

4,1

7,2

1,8

2,1

3,4

3,4

8,8

5,2

5,6

5,5

5,7

Ott. 2003

7,3

7,8

7,4

5,6

9,6

:

8,1

8,5

4,9

:

2,8

:

4,3

6,0

8,8

6,1

:

6,2

5,4

donne

Ott. 2001

8,5

9,7

7,8

4,7

8,1

15,8

15,4

10,0

3,8

12,5

2,9

3,0

4,3

5,0

9,6

4,8

4,4

5,3

4,9

Ott. 2003

9,0

10,2

9,0

6,4

8,9

:

15,7

10,8

4,2

:

5,4

:

4,7

8,0

9,0

5,6

:

5,7

4,9

totale al di sotto dei 25 anni

Ott. 2001

14,7

15,8

17,9

8,1

8,8

28,0

21,4

19,3

7,0

27,6

7,2

5,7

6,2

9,7

20,0

11,9

12,2

11,6

:

Ott. 2003

15,7

16,8

19,7

11,0

9,9

:

22,4

20,8

8,4

:

10,9

:

7,4

15,7

22,5

13,3

:

12,3

:

uomini sotto i 25 anni

Ott. 2001

14.1

14.6

17.4

8.1

10.1

22.1

16.7

17.4

7.5

24.7

6.9

5.3

5.6

8.0

19.4

12.4

13.5

12.5

:

Ott. 2003

15.4

16.0

20.5

11.7

11.5

:

19.4

19.1

9.1

:

8.4

:

7.1

13.1

22.2

12.7

:

13.2

:

donne sotto i 25 anni

Ott. 2001

15.5

17.3

18.5

8.0

7.4

34.8

27.5

21.7

6.5

31.2

7.6

6.2

6.8

11.8

20.8

11.4

10.6

10.6

:

Ott. 2003

16.1

17.8

18.7

10.2

8.2

:

26.5

22.7

7.5

:

14.0

:

7.8

18.8

22.7

13.9

:

11.3

:

 : Dati non disponibili
Fonte: Eurostat, dicembre 2003

 

tasso di disoccupazione nei nuovi Stati membri

totale

 

ACC

CZ

EE

CY

LV

LT

HU

MT

PL

SI

SK

Ott. 2001

14.8

7.9

11.2

4.3

12.8

15.5

5.5

6.8

19.2

5.8

19.4

 

14.2

7.6

9.9

4.5

10.4

12.2

5.8

8.1

19.1

6.6

16.5

uomini

Ott. 2001 14.0 6.6 11.5 2.9 14.2 17.3 6.0 6.1 18.0 5.4 19.7
Ott. 2003 13.5 5.7 9.8 4.1 10.2 11.4 6.0 6.7 18.5 6.1 16.3

donne

Ott. 2001

15.6

9.5

10.9

6.0

11.4

13.7

4.9

8.4

20.6

6.1

19.0

Ott. 2003

15.0

10.0

9.9

5.1

10.6

13.0

5.5

11.4

19.8

7.2

16.9

I nuovi Stati membri (Paesi aderenti-ACC) sono: Repubblica Ceca (CZ), Estonia (EE), Cipro (CY), Lettonia (LV), Lituania (LT), Ungheria (HU), Malta (MT), Polonia (PL), Slovenia (SI), Slovacchia (SK). 
: Dati non disponibili
Fonte: Eurostat, dicembre 2003


Settimana europea 2003 dedicata alle sostanze pericolose

Nello scorso mese di ottobre si è tenuta, come di consueto negli ultimi anni, la Settimana europea per la sicurezza e la salute sul lavoro che quest’anno ha riguardato la riduzione dei rischi per la salute derivanti dall’uso di sostanze pericolose. Si è trattato di una Campagna d’informazione "intesa a fare dell’Europa un posto dove si lavora in modo sano e sicuro mediante la promozione di attività che contribuiscano a ridurre i rischi derivanti dal lavorare a contatto con sostanze pericolose". Tale Campagna, con il sostegno di tutti gli Stati membri, dei Paesi candidati, della Commissione europea e del Parlamento come pure dei sindacati e delle associazioni datoriali, è divenuta l’evento più esteso in Europa per quanto riguarda i temi della sicurezza e della salute sul luogo di lavoro, costituendo un’opportunità per ricondurre l’attenzione sull’importanza della sicurezza e della salute sul lavoro.

Coordinata dall’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, con sede a Bilbao (organismo dell’Ue responsabile dell’informazione sulla sicurezza e la salute sul lavoro), la Campagna si è svolta nei 15 Stati membri dell’Ue, nei Paesi candidati e oltre; ogni Paese ha scelto quale settimana in particolare dedicare alla Campagna, ma le attività promozionali proseguono fino alla fine del 2003. 

perché le sostanze pericolose?

Quando si lavora è possibile entrare in contatto con sostanze che possono costituire un pericolo per la salute. Dalle fattorie, passando per i saloni dei parrucchieri, fino agli ospedali, nella stragrande maggioranza dei luoghi di lavoro sono presenti sostanze pericolose. La produzione mondiale di prodotti chimici si aggira attualmente intorno a 400 milioni di tonnellate ogni anno. All’interno dell’Unione europea sono registrate 100.000 sostanze diverse a scopo di vendita. Secondo una recente ricerca a livello europeo, il 22% dei lavoratori all’interno dell’Ue riferisce di essere esposto a vapori tossici per un quarto e oltre dell’orario di lavoro.

Inoltre, il 16% dei lavoratori maneggia ogni giorno sostanze pericolose come parte dei propri compiti. Un’esposizione simile può nuocere alla salute dei lavoratori in vari modi e l’assenza di controllo dei rischi correlati può provocare diversi danni alla salute delle persone, come l’asma, le irritazioni della pelle o le dermatiti, il cancro, problemi all’apparato riproduttivo e difetti congeniti; danni possono altresì derivare al sistema nervoso e immunitario, coinvolgendo organi vitali quali polmoni, cuore, reni e fegato. 

D’altro canto, le organizzazioni possono subire perdite in termini di produttività ed essere maggiormente esposte a procedimenti giudiziari e richieste di risarcimento da parte dei dipendenti. 

La normativa europea enumera gli obblighi dei datori di lavoro al fine di prevenire l’esposizione dei lavoratori ai danni derivanti da sostanze pericolose sul luogo di lavoro. Essi comprendono la valutazione del rischio come pure la prevenzione dei rischi associati a sostanze pericolose, piani di gestione degli infortuni e delle emergenze nonché informazione e addestramento dei lavoratori stessi. I datori di lavoro sono al pari chiamati a coinvolgere i lavoratori nello sviluppo delle politiche inerenti a sicurezza e salute. 

Se si intende proteggere la salute dei lavoratori, dunque, un vasto patrimonio normativo è a disposizione dei datori di lavoro e dei lavoratori ma esige di essere messo in pratica.

Tra gli obiettivi chiave della Settimana europea, oltre a quello di una generale sensibilizzazione sui rischi, rientra quello di stimolare iniziative volte a rendere i luoghi di lavoro, in Europa, più sicuri, sani e maggiormente produttivi.

cosa si può fare?

La situazione ideale è interrompere del tutto l’utilizzo di sostanze pericolose oppure, ove ciò non sia possibile, sostituire dette sostanze con altre meno pericolose.

La chiave per ridurre i rischi derivanti da sostanze pericolose consiste nella valutazione del rischio medesimo e nel rispetto dei requisiti previsti dalle diverse direttive Ue sull’impiego di sostanze pericolose sul luogo di lavoro.

La riduzione dei rischi derivanti dal lavoro a contatto con sostanze pericolose non è soltanto un imperativo etico e giuridico ma anche un importante affare.

Controlli più efficaci possono contribuire a un morale del personale più elevato e a un aumento della produttività, riducendo al contempo la quantità di materie prime impiegate. Le aziende che riportano i migliori risultati, di solito, sono le stesse che contano su di un livello maggiore di sicurezza e igiene. Insomma, una buona salute significa anche buoni affari. 

Gli Stati membri hanno introdotto linee guida pratiche e strumenti di prevenzione, mentre il sito web della Settimana europea (http://osha.eu.int/ew2003/) offre una guida per mettere in pratica tutto ciò.

Grazie a questo nuovo strumento web dell’Agenzia, dedicato alle sostanze pericolose, è possibile accedere a notizie aggiornate di tipo pratico.

La nuova guida comprende i rischi principali derivanti dall’impiego di sostanze pericolose sui luoghi di lavoro nonché i link dei siti di informazione on line di oltre 100 istituzioni in materia di sicurezza e salute in Europa.

Gli utenti dispongono, nella ricerca, di una rosa di più di 40 argomenti chiave, quali ad esempio, "prevenzione degli infortuni da sostanze chimiche" o "attrezzature di protezione personale", potendo ugualmente procedere per settori, come "agricoltura" o "edilizia". 

Il tipo di informazione offerta varia da spazi di approfondimento tematico, quali l’amianto, a rassegne di casistica che testimoniano come l’impiego di sostanze pericolose sia stato efficacemente sostituito in taluni luoghi di lavoro. Vi si trovano inoltre riportati i limiti di esposizione professionale a sostanze pericolose come pure informazioni di facile accesso rivolte alle piccole e medie imprese (Pmi).

(Fonte: Agenzia europea per la salute e la sicurezza sul lavoro, http://osha.eu.int)
INFORMAZIONI: guida on line sulle buone prassi (prossimamente disponibile in 11 lingue):
http://europe.osha.eu.int/good_practice/risks/dangerous_substances/index.php
Maggiori informazioni sulla Settimana europea http://osha.eu.int/ew2003/

ESIGENZE E PRIORITÀ DI RICERCA

Già nel luglio 2002 una ricerca evidenziò le priorità e le esigenze per la salute e la sicurezza sul lavoro degli Stati membri dell’Ue.

La ricerca, sulla base della discussione scaturita dalle relazioni nazionali e dal contributo di specialisti, ha individuato dieci priorità generali, ciascuna citata almeno da due terzi degli Stati membri come futura priorità di ricerca. Le aree coperte indicano un forte interesse nei confronti di aspetti inerenti salute e sicurezza per la prevenzione dei rischi professionali. Ecco, in sintesi, le principali conclusioni.

  • Le questioni psicosociali, l’ergonomia e i fattori di rischio chimico sono emersi in tutti gli Stati membri quali principali aree prioritarie per le future attività di ricerca. La quasi totalità degli Stati membri ha indicato queste tre aree come prioritarie e le stesse figurano come questioni prioritarie nell’ambito di varie categorie. In materia di questioni psicosociali, lo stress sul lavoro costituisce l’aspetto trattato con maggiore enfasi. Per quanto attiene l’ergonomia, sono state prese in considerazione, in special modo, la movimentazione manuale e le posture assunte durante il lavoro. Nell’ambito dei rischi chimici si è prestata una particolare attenzione ad agenti chimici pericolosi o tossici e, in special modo, agli agenti cancerogeni. Inoltre, l’esigenza di una maggiore attività di ricerca nel campo della sostituzione degli agenti chimici per ridurre i rischi è apparsa separatamente come voce nella classifica delle prime dieci priorità, e le sostanze chimiche sono state indicate come prioritarie anche nella categoria della valutazione dei rischi.
  • La categoria successiva che è stata menzionata con maggiore frequenza riguarda i rischi per la sicurezza (in particolare i fattori umani), seguita dalla gestione dei rischi nelle Piccole e medie imprese (Pmi). Le Pmi si trovano anche nelle prime posizioni nella categoria delle priorità in determinati gruppi e nelle questioni connesse all’organizzazione del lavoro. Sono stati menzionati da due terzi degli Stati membri: malattie professionali e altre malattie legate al lavoro; rischi in attività specifiche (anche per questo aspetto è stata indicata la gestione dei rischi nelle Pmi); valutazione dei rischi; sostituzione delle sostanze chimiche e fattori di rischio di natura fisica.
  • Nel settore delle malattie professionali e altre malattie legate al lavoro, ancora una volta gli Stati membri hanno individuato la necessità di una maggiore attività di ricerca in relazione ai problemi derivanti da fattori ergonomici e psicosociali, così come a quelli determinati dall’esposizione a un insieme di fattori, comprese le combinazioni complesse, le combinazioni derivanti dall’introduzione di nuove tecnologie. Tra i fattori di rischio fisico, il rumore e i campi elettromagnetici hanno suscitato un buon livello di interesse.
  • Le priorità in campo di ricerca per la gestione e la valutazione dei rischi sono state messe in evidenza in modo rilevante. La valutazione dei rischi legati a sostanze chimiche pericolose e ad agenti cancerogeni risulta suscitare un interesse elevato, così come avviene per la gestione dei rischi chimici realizzata mediante la sostituzione con sostanze meno pericolose. E’ stata anche citata la gestione dei rischi nelle Pmi. Tra le altre aree di gestione dei rischi messe in evidenza, i sistemi di gestione Ssl integrati, certificazione e questioni inerenti la competenza.
  • Nella categoria specifica relativa a società e organizzazione del lavoro, nonché per le Pmi di cui sopra, gli Stati membri hanno espresso il proprio interesse nei confronti di alcuni gruppi come i lavoratori anziani e le persone con capacità di lavoro ridotte. Per quanto attiene il cambiamento dei modelli di lavoro, il telelavoro e il lavoro in subappalto sono emerse come aree di interesse per le future attività di ricerca. Inoltre, gli specialisti hanno segnalato anche i lavoratori autonomi.
  • In materia di sviluppo tecnologico, gli Stati membri hanno evidenziato le necessità di ricerca nel campo dello sviluppo e dell’impiego di nuovi prodotti, metodi, processi e attrezzature di produzione volti a eliminare o a ridurre i rischi. Si è fatto altresì riferimento alla sostituzione delle sostanze chimiche.
  • Gli Stati membri sono giunti alla conclusione che la necessità principale per la cooperazione a livello europeo è rappresentata dall’organizzazione di programmi e progetti di ricerca congiunti.

Fonte: http://osha.eu.int


handicap e occupazione

Tra la popolazione in età lavorativa dell’Ue nel 2002, il 16,4% (un lavoratore su 6) ha segnalato di aver avuto un problema di salute di lunga durata o di disabilità. Una percentuale che era del 14,3% tra i Paesi che entreranno a far parte dell’Ue nel 2004 (valore che non comprende Polonia e Lettonia di cui al momento non sono disponibili i dati).

E’ quanto emerge da uno studio, effettuato da Eurostat e reso noto il 5 dicembre scorso in occasione della cerimonia di chiusura dell’Anno europeo dell’handicap, che ha elaborato dati relativi al 2002 riguardanti l’occupazione delle persone disabili. In totale, sui 25 Paesi presi in esame dalla ricerca, circa 45 milioni di persone in età lavorativa segnalavano un problema di salute di lunga durata o di disabilità.  Lo studio di Eurostat considera disabili le persone che rientravano nella forza lavoro e che hanno avuto problemi di salute di lunga durata o di disabilità per almeno 6 mesi.

Le percentuali di disabili al lavoro registrate dalla ricerca variano enormemente tra gli Stati membri, con i tassi più alti registrati in Finlandia (32,2%), Regno Unito (27,2%), Paesi Bassi (25,4%) e Francia (24,6%) e i più bassi rilevati in Italia (6,6%) e Spagna (8,7%). Tra i nuovi Stati membri dell’Ue si registra la percentuale più alta in Estonia (23,7%) e la più bassa in Slovacchia (8,2%), mentre tra i Paesi candidati a entrare nell’Ue nei prossimi anni spicca il 5,8% della Romania.

Le notevoli diversità di percentuali registrate nei vari Paesi vanno però interpretate con cautela, sottolinea Eurostat, perché possono in parte riflettere le differenze nel modo in cui vengono percepite tali problematiche e le risposte potrebbero essere mediate dalle caratteristiche culturali dei vari Paesi in cui sono stati effettuati i rilevamenti.

In generale, comunque, si osserva come ovunque ci sia poca differenza tra uomini e donne, mentre le percentuali più elevate di persone con problemi di salute di lunga durata o disabilità si registrano tra coloro che hanno un basso grado di istruzione, vedovi, divorziati e inattivi; livelli che naturalmente crescono con l’aumentare dell’età in tutti gli Stati membri.

La partecipazione alla forza lavoro è molto bassa per le persone con livelli di disabilità elevata: il 78% delle persone con disabilità molto grave e il 49% di quelle con disabilità grave, di età compresa tra i 16 e i 64 anni, erano inattivi nel 2002, contro il 27% registrato tra i non disabili.

Il tasso di disoccupazione era più elevato tra i lavoratori con disabilità molto grave (12,8%) e grave (10,9%) che tra i lavoratori non disabili (7,2%). La partecipazione alla forza lavoro e i tassi di disoccupazione per i lavoratori con disabilità lieve erano invece simili a quelli registrati per i non disabili.

Secondo lo studio di Eurostat, poi, tra le persone disabili che lavoravano nel 2002 solo il 15,7% nell’Ue e l’11,4% nei nuovi Stati membri riceveva assistenza al lavoro. Nell’Ue, questo tipo di assistenza riguarda prevalentemente il tipo di mansioni svolte sul lavoro (37%), il supporto e la comprensione di superiori e colleghi (15%) o la quantità di lavoro richiesta (13%), mentre tra i nuovi Stati membri la maggior parte dell’assistenza riguarda il tipo di lavoro (52%) e la quantità di lavoro richiesta (33%).

 

Percentuale di persone in età lavorativa con problemi di salute di lunga durata o di disabilità

 

Totale

Donne

Uomini

 

Totale

Donne

Uomini

UE15

16,4

16,3

16,5

ACC*

14,3

14,5

14,0

Belgio

18,4

17,9

18,9

Repubblica Ceca

20,2

21,1

19,2

Danimarca

19,9

21,1

18,8

Estonia

23,7

24,2

23,1

Germania

11,2

10,3

12,2

Cipro

12,2

11,1

13,4

Grecia

10,3

10,6

9,9

Lituania

8,4

8,5

8,3

Spagna

8,7

8,0

9,4

Ungheria

11,3

11,3

11,3

Francia

24,6

24,8

24,3

Malta

8,5

7,3

9,7

Irlanda

11,0

10,5

11,6

Slovenia

19,5

19,1

19,9

Italia

6,6

6,3

7,0

Slovacchia

8,2

8,2

8,1

Lussemburgo

11,7

9,6

13,7

 

 

 

 

Paesi Bassi

25,4

26,4

24,5

Norvegia

16,4

17,4

15,5

Austria

12,8

11,6

14,0

 

 

 

 

Portogallo

20,1

21,6

18,5

Romania

5,8

6,5

5,0

Finlandia

32,2

33,6

30,7

 

 

 

 

Svezia

19,9

21,7

18,2

 

 

 

 

Regno Unito

27,2

27,8

26,7

 

 

 

 

* Nuovi Stati membri dell’Ue e Paesi candidati. Non sono disponibili i dati di Lettonia e Polonia, tra i nuovi Stati membri, e della Bulgaria tra i candidati.
Fonte: Eurostat, dicembre 2003 su dati relativi al 2002

persone in età lavorativa con problemi di salute di lunga durata o di disabilità che ricevono assistenza sul lavoro (%)

 

UE15

ACC

% di riceventi assistenza al lavoro

15,7

11,4

 

 

 

Tipo di assistenza fornita

 

 

Tipo di lavoro

37,1

51,5

Quantità di lavoro

13,1

33,3

Mobilità per andare al lavoro e tornare

6,4

1,6

Mobilità sul lavoro

2,7

3,3

Supporto e comprensione di superiori e colleghi

14,8

6,1

Altro

26,0

4,2

Totale

100,0

100,0

Fonte: Eurostat, dicembre 2003 su dati relativi al 2002

clima: i sindacati chiedono una politica europea

Nei giorni 9 e 10 dicembre 2003, parallelamente alla Conferenza internazionale COP9 di Milano sul clima, i sindacati europei si sono riuniti nel capoluogo lombardo per chiedere l’attuazione di un’autentica politica europea per il cambiamento climatico. "Una politica - si legge nel comunicato finale dell’incontro sindacale - che riconosca la dimensione sociale e democratica del processo, la necessità di tener conto degli aspetti connessi con l’occupazione e del ruolo degli investimenti pubblici, il principio di solidarietà con i Paesi poveri; una politica che sia incentrata sull’efficienza energetica e lo sviluppo di fonti energetiche alternative e accompagnata da misure di adattamento alle conseguenze socioeconomiche del cambiamento climatico".

Secondo l’analisi fatta dai sindacati europei durante l’incontro, l’evoluzione delle emissioni di gas a effetto serra nell’Unione, valutata dall’Agenzia europea dell’ambiente, mostra per gli anni 2000 e 2001 un aumento che allontana l’Ue dagli impegni assunti a seguito del protocollo di Kyoto, vale a dire una significativa riduzione delle emissioni entro il 2008. La terza relazione sulla valutazione dell’ambiente naturale in Europa, pubblicata nel maggio 2003 dall’Agenzia europea dell’ambiente, dimostra inoltre che la maggior parte dei miglioramenti compiuti in materia di ambiente dipende tuttora da misure attuate alla fine del ciclo di produzione per limitare l’inquinamento, oppure dalle conseguenze della fase di recessione economica e ristrutturazione in numerose regioni d’Europa.

Per il movimento sindacale europeo, la lotta contro il cambiamento climatico "va oltre il grave fardello imposto alla società e rappresenta invece un’occasione unica per passare a un modello di sviluppo più qualitativo, fondato su posti di lavoro più numerosi e di qualità, sul benessere materiale, sui principi di coesione e di solidarietà". Comporta mutamenti tecnologici, ma anche trasformazioni nella ripartizione degli introiti e nelle strutture di qualificazione, che devono rientrare nel dialogo sociale ed essere stimolate tramite politiche nazionali ed europee appropriate.

L’Ue ha ribadito l’impegno a conseguire gli obiettivi di Kyoto nella Strategia europea per lo sviluppo sostenibile adottata durante il Vertice europeo di Göteborg nel 2001, a sua volta integrata nella strategia di Lisbona, attraverso cui l’Unione si è prefissa l’obiettivo di diventare entro il 2010 "l’economia della conoscenza più competitiva e più dinamica del mondo, in grado di garantire una crescita economica sostenibile accompagnata da un miglioramento quantitativo e qualitativo dell’occupazione e da una maggiore coesione sociale". I sindacati europei constatano però "che non sono state tratte le conseguenze dell’integrazione della lotta contro il cambiamento climatico nella strategia di Lisbona. Se l’attuale tendenza in materia di emissioni di CO2 e di aumento della disoccupazione dovesse continuare, allora si supereranno i limiti di emissioni sui quali si è impegnata l’Ue, e per di più senza alcun beneficio per l’occupazione e la crescita".

attuazione del processo di Kyoto

Il movimento sindacale europeo ha sostenuto la ratifica, da parte dell’Ue, del protocollo di Kyoto nella convinzione che si tratti di un tentativo unico di transizione sociale coordinata a livello mondiale e volta a migliorare l’ambiente, l’occupazione e il benessere materiale. Il principio centrale approvato dal movimento sindacale è l’equa spartizione, fra tutti i settori economici e con i lavoratori, delle responsabilità e delle opportunità economiche generate dalla lotta contro il cambiamento climatico e dall’adattamento alle relative conseguenze.

L’applicazione degli obiettivi di Kyoto comporta la partecipazione di tutte le parti in causa, in particolare i lavoratori e i sindacati. Questo processo, sottolineano i sindacati europei, interesserà la ripartizione degli introiti ma anche le condizioni di lavoro e le esigenze di formazione dei singoli; "i lavoratori, pertanto, devono intervenire pienamente al processo, attraverso il dialogo sociale con i datori di lavoro (sul piano europeo, locale, settoriale…), in seno ai comitati aziendali - se presenti - delle grandi multinazionali europee, nelle aziende e sul luogo di lavoro".

vantaggi anche per l’occupazione

I sindacati europei considerano che una grave mancanza della politica europea per l’attuazione del protocollo di Kyoto deriva dall’assenza di considerazioni legate all’occupazione: "È fondamentale che le misure e le politiche del Programma europeo sul cambiamento climatico (Pecc) affrontino direttamente la necessità di creare posti di lavoro sostenibili e di qualità, in piena sintonia con la strategia sullo sviluppo sostenibile di Lisbona e Göteborg". Secondo il movimento sindacale, il Pecc deve integrare un Programma di transizione per i lavoratori e le lavoratrici dei settori e delle regioni interessate dalle misure volte a limitare le emissioni di gas a effetto serra (Ges). Occorre pertanto destinare risorse e strumenti pubblici adeguati a una politica pubblica europea di ricerca e sviluppo, rimodellata a favore di fonti di energia in grado di ridurre i Ges e garantire l’efficienza energetica.

La Confederazione europea dei sindacati (Ces) chiede che la produzione e la distribuzione di energia siano considerate un servizio pubblico conforme a obiettivi programmati e regolamentati sul piano europeo; un servizio che, segnatamente, garantisca un accesso equo all’energia e un certo contributo di energie rinnovabili alla produzione energetica.

Il meccanismo di sviluppo pulito (Msp), sostengono inoltre i sindacati europei, deve effettivamente contribuire a incanalare le risorse economiche verso lo sviluppo di energie rinnovabili e le buone pratiche energetiche nei Paesi terzi, ma non dovrà in alcun modo favorire delocalizzazioni basate su una concorrenza a livello mondiale dei sistemi di protezione sociale e di tutela dell’ambiente. La Ces chiede dunque all’Ue di aiutare i Paesi terzi più esposti agli effetti del riscaldamento climatico, nonché vulnerabili a causa della situazione di indigenza, a sostenere l’onere dell’adattamento attraverso la definizione di accordi internazionali che, come il protocollo di Kyoto nel campo della limitazione delle emissioni, dovranno consentire un coordinamento mondiale di tutte le iniziative.

Infine, la Ces propone che l’Osservatorio sui cambiamenti industriali e l’Agenzia europea dell’ambiente siano incaricati di valutare l’impatto delle politiche per il cambiamento climatico sulle regioni e sui settori strategici, mentre chiede alla Commissione di proporre alla Convenzione quadro dell’Onu sul cambiamento climatico (Unfccc) di inserire l’Organizzazione internazionale del lavoro nel processo di Kyoto.

INFORMAZIONI: www.etuc.org


Fse: a Parigi per un’altra Europa

Parigi ha ospitato dal 12 al 16 novembre scorsi dibattiti importanti sul tema dell’Europa nel mondo in occasione del Forum sociale europeo. Tre forum vi si sono svolti: quello sindacale che ha raccolto qualche centinaio di responsabili sindacali europei ad iniziativa della Confederazione europea dei sindacati (Ces), quella di alcune decine di migliaia di militanti "altermondialisti" nel quadro del forum mondiale lanciato a Porto Alegre e che continuerà ad inizio 2004 a Bombay e l’Assemblea dei poteri locali che ha riunito responsabili regionali europei attorno a temi analoghi affrontati dai due primi forum.

Si è trattato di mobilitazioni importanti, diverse tra loro ma percorse da interrogativi molto simili: quale Europa per rispondere alle sfide della mondializzazione? La risposta dei sindacati e delle autorità locali convergeva, seppure con accenti diversi, sul sostegno a questa Europa, senza tuttavia risparmiarle critiche severe ed invocarne una riforma ben più profonda di quella contenuta nell’attuale progetto di Costituzione.

Toni molto diversi nel dibattito acceso che ha caratterizzato il "Forum Sociale Europeo" dei militanti altermondialisti, l’evento sicuramente centrale che per tre giorni ha avuto luogo a Parigi e nella sua cintura operaia e che si è concluso sabato con un’importante manifestazione pacifica nelle vie della capitale francese, con una partecipazione significativa di molte organizzazioni sindacali europee. Qui, alla domanda "Quale Europa nel mondo?" la risposta era netta: un’altra Europa per un altro mondo. Questa risposta, declinata con i toni prevalenti della denuncia e del rifiuto, ma non priva di spunti propositivi, in particolare negli spazi della microeconomia, concludeva spesso con l’invito a contrastare l’attuale iniziativa costituzionale dell’Unione e, per una parte consistente dell’Assemblea, ad esprimere un rifiuto alla Costituzione.

Le ragioni invocate in favore di questa posizione più radicale erano chiare: l’elaborazione del testo senza un reale dibattito democratico ("una Costituzione di pochi per pochi"), diritti pesantemente limitati tanto nei contenuti quanto per la mancanza di universalità nel loro esercizio, un’architettura istituzionale priva di legittimità popolare e preda di tecnocrati, politiche neo-liberiste fondate sul dogma della libera concorrenza, subordinazione della politica estera all’arroganza unilaterale degli Stati Uniti, una politica commerciale che contribuisce a strozzare il poco che resta dell’economia dei Paesi poveri, una politica ambientale rinunciataria e in ritardo sul già discutibile compromesso del protocollo di Kyoto.

Come già si può costatare, una lista lunga e severa di critiche accompagnate da solidi argomenti ed illustrate dalla denuncia di situazioni di sfruttamento che sono davanti agli occhi di tutti.

Di tutti, anche dei sindacalisti e delle autorità locali riuniti negli altri due forum svoltisi contemporaneamente a Parigi? Sì, anche in quelle sedi, sebbene con toni diversi ed analisi meno radicali, sono state espresse diagnosi preoccupate sulla capacità di questa Unione europea ad affrontare le sfide che il mondo globale le impone. Dove invece la divergenza si è manifestata nettamente è stato nelle terapie proposte.

Per molti altermondialisti il futuro dell’Unione - ma non è parso chiaro se tutti volessero un futuro per l’Unione - deve passare attraverso una crisi profonda del suo assetto attuale, a cominciare dal rifiuto della Costituzione che oggi è in corso di negoziato e da una ricostruzione dal basso della convivenza tra i popoli, avendo all’orizzonte un nuovo Governo democratico mondiale rispettoso dell’uguaglianza dei diritti di tutti e garanzia di una pace equa e stabile.

Per gli altri - autorità locali e sindacalisti - le critiche pur severe concludevano a proposte riformatrici che, senza rinunciare ai progressi parziali realizzati, consentissero di rispondere progressivamente alle molte e legittime rivendicazioni rimaste senza risposta. Chiara la preoccupazione, in una stagione di grande instabilità geopolitica, di non "buttare il bambino con l’acqua sporca" e di riprendere slancio dai risultati ottenuti e dai diritti salvaguardati per muovere verso quello stesso orizzonte indicato dagli altermondialisti.

I responsabili sindacali, in particolare, hanno espresso - anche nel dibattito con gli altermondialisti cui hanno largamente partecipato - un sostegno critico alla Costituzione, oggi da emendare e domani da riformare trattandosi non di un testo sacro, ma di un Trattato precostituzionale di transizione, e una valutazione positiva dell’inserimento nel testo della Carta dei diritti fondamentali giudicata presidio importante in una congiuntura politica ed economica orientata a comprimere i diritti piuttosto che a rispettarli e ad ampliarli. E nello stesso spirito hanno riconfermato la loro adesione al processo, pur giudicato troppo lento, di riforma delle istituzioni soprattutto in considerazione degli accresciuti poteri del Parlamento e, di conseguenza, del rafforzamento della legittimità democratica complessiva delle istituzioni. Resta la grande delusione per l’inadeguatezza delle politiche e il non ampliamento delle competenze affidate all’Unione. Qui la cultura riformista conta su nuovi rapporti di forza che obblighino attori politici ed economici a riconoscere l’urgenza - pena la crisi dello stesso modello liberale - della dimensione sociale e a trascriverla in nuove regole per un mercato che proprio la precarietà sta rendendo fragile.

A Parigi, insomma, si è registrata una chiara centralità dell’Europa in un dibattito civilmente plurale segnato da molte divergenze ma anche da alcune convergenze sostanziali. Cresce la domanda popolare per la costruzione di un altro mondo e molti si accordano sulla necessità di raggiungere questo obiettivo investendo nel cantiere di un’altra Europa che porti in questa gigantesca impresa l’esperienza di una grande civiltà, orgogliosa del suo modello sociale e della sua cultura dei diritti universali.

Forse non è stato un caso che a convergere su questi obiettivi, famiglie politiche differenti, ma tutte derivate da un ceppo comune, si siano date appuntamento nella città che fu culla della Rivoluzione francese, in sedi diverse, ma tutte ad un passo dalla Bastiglia. (F. C)

 

FSE: IL DOCUMENTO DEI MOVIMENTI

Pubblichiamo di seguito il documento finale redatto il 16 novembre 2003 dall’assemblea dei movimenti sociali tenutasi a Saint Denis a conclusione del Forum sociale europeo di Parigi.

"Veniamo dai movimenti sociali e di cittadinanza di tutte le regioni d’Europa, dall’Est e dall’Ovest, dal Nord e dal Sud. Dopo Firenze e Porto Alegre, ci siamo incontrati al 2° Forum sociale europeo in seguito a un anno di mobilitazioni contro il modello neoliberista in numerosi Paesi d’Europa (contro la riforma delle pensioni, per la difesa dei servizi pubblici, contro le politiche agricole, per i diritti delle donne, contro l’estrema destra, il razzismo e la xenofobia così come contro le politiche securitarie) e contro la guerra in Iraq, in particolare lo scorso 15 febbraio 2003. Siamo diversi e plurali, ed è questa la nostra forza.

In questo momento si sta elaborando un progetto di Costituzione europea al di fuori della società civile. Questo progetto costituzionalizza il liberismo come dottrina ufficiale dell’Unione europea; consacra la concorrenza come fondamento del diritto comunitario e di tutte le attività umane; e non tiene in nessun conto gli obiettivi dell’ecosviluppo; conferisce alla Nato un ruolo sulle politiche estere e di difesa europee a spinge per la militarizzazione dell’Unione; infine, considera l’elemento sociale come un tassello da inserire in una costruzione europea fondata sul primato del mercato e che provoca, di fatto, lo smantellamento già programmato dei servizi pubblici. Questo progetto di Costituzione non risponde alle nostre aspirazioni.

Noi lottiamo per un’altra Europa. Le nostre mobilitazioni portano con sé la speranza di un’Europa senza disoccupazione né precarietà, dotata di un’agricoltura contadina, durevole e solidale che preservi i posti di lavoro, l’ambiente e la qualità dell’alimentazione; di un’Europa aperta al mondo che permetta a ciascuno di circolarvi liberamente, che riconosca la cittadinanza di residenza a tutti gli stranieri che l’abitano e che rispetti il diritto d’asilo; di un’Europa che metta in atto un’uguaglianza reale tra donne e uomini, che promuova la diversità culturale e il diritto dei popoli all’autodeterminazione, cioè a decidere del proprio futuro in modo democratico.

Noi lottiamo per un’Europa che rifiuta la guerra, favorisce la solidarietà internazionale e una società ecologicamente sostenibile. Ci battiamo perché i diritti degli esseri umani, i diritti sociali, economici, politici, culturali ed ecologici, abbiano la meglio sul diritto alla concorrenza, sulla logica del profitto e sull’asservimento al debito estero.

È per tutte queste ragioni che noi lanciamo un appello ai popoli d’Europa perché si mobilitino contro il modello neoliberista e la guerra. Noi ci battiamo per il ritiro delle truppe d’occupazione dall’Iraq così come per la restituzione immediata della sovranità al popolo iracheno. Ci battiamo per il ritiro di Israele dai territori occupati, perché cessi la costruzione del Muro e per la sua distruzione. Sosteniamo i movimenti israeliani e palestinesi che si battono per una pace giusta e durevole. Così come chiediamo il ritiro delle truppe russe dalla Cecenia. È per tutto questo che ci uniamo all’appello internazionale lanciato negli Stati Uniti dal movimento antiguerra e facciamo appello a una giornata di mobilitazione il prossimo 20 marzo.

Per conseguire un’Europa basata sul riconoscimento dei diritti sociali, politici, economici, culturali ed ecologici, sia individuali che collettivi, delle donne e degli uomini, noi ci impegniamo a realizzare iniziative ovunque. Abbiamo bisogno di costruire passo dopo passo un processo di mobilitazione che permetta il coinvolgimento di tutti i popoli d’Europa. Noi ci impegniamo a essere parte attiva di tutte le azioni organizzate dai movimenti sociali, in particolare a costruire una giornata di azione comune sostenuta dai movimenti sociali, segnatamente dal movimento sindacale europeo. Facciamo appello a tutti i movimenti sociali a far culminare questa dinamica di mobilitazione in una giornata d’azione per un’altra Europa, dei diritti di cittadini e delle cittadine e dei popoli, il 9 maggio, data prevista per la ratificazione della Costituzione europea".


appello europeo contro i "charter dell’umiliazione"

"Contro i charter dell’umiliazione" è il titolo dell’appello promosso da alcune organizzazioni in vari Paesi europei contro i voli charter utilizzati per le espulsioni collettive di stranieri immigrati nell’Ue.

"Il consiglio dell’Unione europea ha appena adottato una decisione sull’organizzazione dei voli charter per il rimpatrio degli stranieri prima ancora che il Parlamento europeo approvasse il testo. Ci opponiamo categoricamente a questa decisione. La nostra forte opposizione a questi mezzi di espulsione collettiva è motivata dalla convinzione che simboleggino e incoraggino una logica pericolosa e incontrollabile, sia per quanto riguarda l’integrità e la dignità degli individui, che per la democrazia europea e il futuro dei rapporti tra i popoli delle nostre nazioni", afferma l’appello.

"Per definizione le espulsioni collettive tramite voli charter impediscono un attento esame di ogni situazione con il rischio di una sottovalutazione delle possibili conseguenze di un ritorno forzato delle persone espulse, con il risultato di un indebolimento dei diritti fondamentali - si legge nell’appello - Inoltre, il restringimento della libertà personale necessario per eseguire queste espulsioni collettive è impossibile senza l’utilizzo di misure che, in qualsiasi momento, possono trasformarsi in brutalità, violenza e minaccia all’integrità fisica, morte inclusa, di coloro che vengono espulsi".

L’appello delle organizzazioni e associazioni europee denuncia poi l’approccio repressivo delle politiche migratorie europee: "Per di più, le espulsioni tramite voli charter sono il simbolo e la personificazione di una politica europea centrata sulla repressione. È giunto il momento di spiegare all’opinione pubblica che una politica basata su "sempre più controlli" può solo sfociare in un vicolo cieco e trasformarsi in una minaccia per la democrazia. Un vicolo cieco perché, finché perdura il divario economico e democratico tra i nostri Paesi, è illusorio pensare che misure di sicurezza possano scoraggiare e ostacolare i candidati all’immigrazione, alla ricerca di rifugio e di una vita migliore".

"Questo tipo di arroganza da parte dei Paesi ricchi nel trattare le persone provenienti da Paesi colpiti direttamente da conflitti e povertà - si legge nell’appello - richiama e risveglia memorie di una percezione collettiva di secoli di dominio, sfruttamento e umiliazione. Questo dramma devastante, che fomenta rancore, rabbia e odio, prima o poi, provocherà movimenti di rivolta e nuovi conflitti". Questa politica delle espulsioni collettive, secondo i promotori dell’appello, deve essere abolita perché "rappresenta una minaccia alle libertà individuali, alla democrazia e ai rapporti tra i popoli".

L’appello termina con una richiesta alle istituzioni europee: "Chiediamo urgentemente che il Parlamento europeo denunci l’adozione della decisione sui voli per l’espulsione collettiva e che il Consiglio rinneghi il testo".

INFORMAZIONI: Per firmare l’appello, e-mail der@cimade.org con la parola "firma charters" nell’oggetto; oppure on line sul sito www.cimade.org

lavoro minorile: l’impegno di Mani Tese e Cgil-Cisl-Uil

Cgil-Cisl-Uil hanno sottoscritto un accordo di partenariato con l’associazione Mani Tese per l’organizzazione di una serie di iniziative contro lo sfruttamento del lavoro minorile. Nei giorni 10-12 maggio 2004 si terrà a Firenze il Children’s World Congress on Child Labour, promosso dalla Global March against Child Labour il cui segretariato ha sede a New Delhi. Il giorno 13 si terrà, sempre a Firenze, la Global March, mentre nei giorni 14-16 maggio sono previste diverse attività collegate in tutta Italia.

Il Congresso prevede la partecipazione di circa 300 ragazze/i, di cui circa la metà provenienti da altri Paesi, soprattutto da quelli in via di sviluppo, e vuole costituire un momento di denuncia, dibattito, proposta per affrontare la piaga dello sfruttamento dell’infanzia e del lavoro minorile, coinvolgendo istituzioni e parti sociali, a livello mondiale, per un serio impegno verso questa problematica.

Il lancio pubblico dell’iniziativa in Italia è avvenuto il 7 ottobre, con una conferenza stampa convocata a Firenze e, in vista di questo appuntamento, si è svolta, lo scorso 26 settembre, una prima riunione unitaria da cui è emersa la volontà di caratterizzare la presenza sindacale al Children’s World Congress on Child Labour attraverso un percorso di iniziative da svilupparsi nei prossimi mesi per valorizzare quanto già in atto sul tema del lavoro minorile e del rapporto scuola-lavoro, muovendosi sui diversi piani:

La fase preparatoria del Congresso mondiale a livello nazionale prevederà il coinvolgimento del mondo dell’associazionismo italiano e degli altri attori della società civile impegnati sulla tematica della lotta al lavoro minorile. Cgil-Cisl-Uil e Mani Tese svilupperanno una linea comune nel coinvolgimento di tali soggetti. Mani Tese svolgerà la funzione di segreteria organizzativa per gli incontri periodici che potranno essere ospitati a rotazione dai sindacati e dall’associazione.

Le risorse finanziarie relative all’organizzazione del Congresso saranno coperte, in parte, dal progetto cofinanziato a Mani Tese dalla Commissione europea, da contributi delle Istituzioni coinvolte, da fondi reperiti dal Segretariato internazionale della Global March. Cgil-Cisl-Uil metteranno a disposizione strutture e risorse umane per l’organizzazione del Congresso e delle iniziative collegate sul territorio italiano.

INFORMAZIONI: Mani Tese, www.globalmarch.it


nell’Ue minacciati gli standard sull’asilo

Una parte fondamentale della legislazione europea in materia d’asilo rischia di erodere in maniera sostanziale gli standard di protezione - al punto da risultare contraria al diritto internazionale. L’Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, Ruud Lubbers, ha rivolto un duro monito all’Unione europea, criticando il progetto di direttiva sulle procedure d’asilo che fornisce solo un livello minimo di armonizzazione in materia, nonostante questo sia il suo obiettivo principale. In una lettera indirizzata alla presidenza di turno dell’Ue, Lubbers ha affermato che se il testo della direttiva non sarà migliorato in maniera significativa sarebbe meglio stralciarlo completamente dall’agenda e attendere un "momento più propizio". Lubbers ha inoltre ribadito il pieno sostegno dell’Unhcr al processo di armonizzazione in ambito Ue, considerato come un passo fondamentale verso la costruzione di un sistema d’asilo comune che "assicurerebbe coerenza nella gestione delle domande d’asilo". "La Direttiva sulle procedure d’asilo dovrebbe mirare a standard elevati di protezione dei rifugiati e costituire un impegno per il raggiungimento di un livello di armonizzazione che sia veramente significativo - prosegue Lubbers nella lettera - Noto tuttavia con rammarico che le proposte di direttive hanno registrato un ulteriore deterioramento per quanto riguarda entrambi gli aspetti. Se questo processo continuerà temo che questa direttiva sarà ridotta a un catalogo di clausole facoltative, che comprenderanno scostamenti significativi dal diritto internazionale del rifugiato, dai diritti umani riconosciuti e dai principi stabiliti nel corso di più di cinquant’anni". L’Alto Commissariato individua otto diversi punti della direttiva che destano preoccupazione, concentrandosi in particolare sulla nozione di "Paese sicuro", sulle procedure di frontiera e sul diritto di rimanere nel Paese durante il ricorso. Anche Amnesty International ha appoggiato le critiche dell’Unhcr.

(Fonte: Redattore sociale)

le richieste della Piattaforma sociale

Lo scorso 7 novembre si è tenuta a Roma, presso l’Università Roma Tre una Conferenza dal titolo "Verso un’Europa di tutti" centrata sulla partecipazione delle organizzazioni della società civile nel processo di costruzione della nuova Europa. Al termine dei lavori, le Ong e le diverse espressione della società civile rappresentate dai partecipanti alla Conferenza hanno concordato nel presentare una mozione alla presidenza italiana del Consiglio europeo, con la quale hanno chiesto: di assicurare la trasparenza all’interno della Conferenza intergovernativa (Cig) cosi che i cittadini e la società civile possano seguire pienamente il processo di costruzione della Carta costituzionale europea; che le negoziazioni all’interno della Cig non producano una riduzione degli effetti e dell’importanza di quei valori e quegli obiettivi previsti nel testo attuale; che la Carta dei diritti fondamentali sia inserita nella sua completezza nella Costituzione senza essere limitata in nessuna parte; che la Cig preveda strumenti appropriati per il conseguimento di un’Europa sociale, e in particolare che preveda il voto a maggioranza qualificata per la lotta contro la discriminazione; che il concetto di "democrazia partecipata e paritaria" sia pienamente integrato nella Costituzione europea. La Conferenza è stata organizzata dalla Piattaforma europea delle Ong sociali, fondata nel 1995, che raggruppa le maggiori organizzazioni, federazioni e reti europee attive nel settore sociale in rappresentanza di migliaia di organizzazioni, associazioni e gruppi di volontariato locali, regionali, nazionali ed europei impegnati nella promozione dei diritti e nella sensibilizzazione della società civile per una dimensione più sociale dell’Ue.

INFORMAZIONI: www.socialplatform.org

ristrutturazioni industriali

Un progetto europeo che intende studiare le modalità per far fronte alle ristrutturazioni: questo è il "Mier, Misure innovatrici di fronte alle ristrutturazioni", sostenuto dalle organizzazioni sindacali spagnole CC.OO. che riunisce le francesi CGT e CFDT di Rhône- Alpes, le italiane CGIL e CISL della Lombardia e l’Info-Institut di Saarbrücken. Al centro del progetto e dei momenti seminariali vi sono il concetto di transnazionalità e la necessità di adottare un approccio pro-attivo. Si studia il modo in cui influenzare e regolare le conseguenze sociali di una decisione padronale, e come conoscere i differenti schemi di sviluppo delle multinazionali. Uno spazio è dedicato anche alla creazione di squadre interdisciplinari, teoriche e tecniche, e alla preparazione e definizione dei diversi scenari di un’azione eventuale. Il progetto Mier trae profitto dalle sinergie offerte dalla pluralità sindacale europea e, studiando l’impatto delle opere di ristrutturazione nelle regioni e nei territori, obbliga i sindacati a definire nuovi metodi di intervento.

INFORMAZIONI: www.conc.es/international

pari opportunità: critiche Ces

La Ces ha espresso forte delusione in merito alla proposta di direttiva della Commissione fondata sull’art. 13 del Trattato e, in particolare, dedicata alla questione delle pari opportunità tra sessi. Secondo la Ces, la proposta della Commissione restringe gli obiettivi di partenza, limitando l’eliminazione della discriminazione ai soli settori manifatturiero e dei servizi. La Ces sottolinea come le varie forme di discriminazione cui sono soggette le donne si ripercuotono anche sulla loro partecipazione al mercato del lavoro. La nuova direttiva non tiene invece conto di questi fattori e, per questo, i sindacati europei si dichiarano "profondamente insoddisfatti".

 "Come potremmo accettare che la nuova direttiva promuova unicamente la parità di accesso nei settori manifatturiero e dei servizi, mentre la direttiva sull’uguaglianza tra le razze adottata recentemente dall’Ue include anche l’istruzione e le prestazioni sociali" ha dichiarato il segretario generale della Ces John Monks, secondo cui sarebbe logico e opportuno che il contenuto delle due direttive fosse concordante. Con questa decisione, la Commissione europea ha ceduto alle pressioni delle imprese ignorando i milioni di donne che rivendicano questa direttiva da anni per poter lottare contro le ineguaglianze tra i sessi.

INFORMAZIONI: www.etuc.org

 

BARCELLONA 2004:

DIALOGO SULLE CULTURE DEL LAVORO

Su iniziativa del Municipio di Barcellona e con la partecipazione di Generalitat di Catalunya e del Governo spagnolo, si terrà a Barcellona, nel corso del 2004, il Forum Universale delle Culture.

Il Forum, a carattere mondiale, ha l’obiettivo di riunire in sessioni tematiche, denominate "Dialoghi", organizzazioni sociali, accademiche, società civile, parlamenti, governi e altri gruppi e organizzazioni, attorno a tre assi fondamentali per il futuro delle nostre società: la diversità culturale, la pace e lo sviluppo sostenibile. In questo contesto, su proposta dell’Unione Generale dei Lavoratori di Catalogna (UGT), delle Commissioni Operaie di Catalogna (CC.OO.), con l’appoggio delle confederazioni nazionali CC.OO. ed UGT, il comitato organizzatore del Forum ha accettato di promuovere un Dialogo sulle Culture del Lavoro che, come previsto, avrà luogo immediatamente dopo la Conferenza Internazionale del Lavoro del 2004.

Il Dialogo sulle Culture del Lavoro si terrà a Barcellona dal 28 giugno al 1º Luglio 2004.

L’iniziativa sindacale, attraverso conferenze e gruppi di lavoro, tratterà temi riguardanti: etica del lavoro, nuove forme di lavoro, tempi lavorativi, femminilizzazione del mercato del lavoro, immigrazione e occupazione, poteri pubblici e occupazione, lavoro ed ecosistema, crescita e occupazione, lavoro dignitoso, commercio internazionale e diritti sociali, sindacato e imprese multinazionali.

Per organizzare questo evento, si è costituito un Comitato internazionale del quale fanno parte la CISL internazionale (CIOSL), la Confederazione europea dei sindacati (CES), le Confederazioni sindacali UGT e CCOO, le organizzazioni CCOO e UGT di Catalogna, oltre all’Ufficio per le attività con i lavoratori dell’Ufficio internazionale del lavoro (ACTRAV-OIL). Emilio Gabaglio, ex segretario generale della CES, è stato designato direttore del Comitato internazionale. L’unità organizzativa del Forum ha sede a Barcellona ed è formata da un gruppo di persone di CCOO ed UGT di Catalogna, i cui riferimenti sono i seguenti:

- direttore esecutivo del Dialogo, Oriol Homs, Oriol.homs@ cirem.org, Travessera de les Corts, 39-43, 2ª planta 08028 - Barcellona

- Comitato organizzativo locale: Jaume Collboni (UGT) - Joana Agudo (CCOO)

MEDIO ORIENTE: GLI ACCORDI DI GINEVRA

Alla presenza di circa quattrocento delegati, tra israeliani e palestinesi, e con la partecipazione di esponenti politici di molti Paesi è stato siglato il 1º dicembre scorso a Ginevra l’Accordo di pace non ufficiale per il Medio Oriente. L’ex ministro della Giustizia israeliano Yossi Beilin, capo della delegazione israeliana, ha spiegato che l’accordo non è un "contropiano" bensì "contribuirà a dare attuazione alla Roadmap" elaborata dal quartetto di Madrid (Stati Uniti, Unione europea, Nazioni Unite e Russia). L’iniziativa ha suscitato tante voci di speranza quante di protesta tra gli israeliani e i palestinesi, anche se il governo israeliano l’ha rifiutata e l’autorità palestinese non l’ha formalmente sottoscritta. Fino ad oggi gli accordi di Ginevra rappresentano il documento più avanzato sul quale si è trovato un accordo tra politici palestinesi e israeliani di alto livello ed è, in sostanza, la riproposizione del piano di pace presentato dal presidente statunitense Bill Clinton alla fine del 2000. In base agli accordi, Israele è autorizzata a legalizzare e mantenere insediamenti nella Cisgiordania occupata, inclusi tutti gli insediamenti ebraici costruiti dopo il 1967 nella parte orientale araba di Gerusalemme. In cambio, i palestinesi ricevono quale compensazione territori equivalenti da Israele. I palestinesi avranno la garanzia della sovranità sui territori scambiati e sulle restanti parti di Cisgiordania e Gaza, inclusi i sobborghi arabi di Gerusalemme est. Questa entità sovrana palestinese rimarrà smilitarizzata. La sicurezza del Monte del Tempio/Spianata delle Moschee, luoghi sacri di Gerusalemme, sarà assicurata da una forza internazionale permanente, mentre gli aspetti non riguardanti la sicurezza saranno sotto controllo palestinese; sarà garantito agli ebrei il pieno accesso al sito. I palestinesi resi profughi nel 1948 riceveranno risarcimenti, mentre sarà ad unica discrezione israeliana decidere a quanti rifugiati, sul totale di oltre 4,1 milioni registrati dall’Onu, sarà permesso ritornare nelle loro case in Israele. Questa clausola rappresenta un forte compromesso da parte palestinese rispetto al diritto al ritorno dei rifugiati. Per giustificare questa concessione, i palestinesi che hanno partecipato ai negoziati di Ginevra sottolineano una doppia urgenza che attualmente prevale su altre questioni nell’arena politica israelo-palestinese.

La prima urgenza è che sta scadendo il tempo per arrivare a una soluzione negoziata: nel prossimo futuro potrebbe non esistere più nulla di sostanziale da negoziare, dati i continui insediamenti israeliani nei Territori Occupati e la costruzione del muro all’interno della Cisgiordania, che sta di fatto rafforzando un sistema di apartheid. La seconda deriva dalla crescente convinzione tra le opinioni pubbliche palestinesi e israeliane che non esistono partner dall’altra parte e quindi i negoziatori palestinesi sostengono che presto potrebbe diventare impossibile convincere palestinesi e israeliani che un qualsiasi tipo di soluzione negoziata del conflitto possa essere raggiunta.