l'Ue nel dopoguerra

«Oggi celebriamo il Trattato di adesione che allarga la nostra Unione europea a dieci nuovi Stati membri e a 75 milioni di nuovi cittadini e che, allo stesso tempo, apre la strada all'adesione di altri Paesi, in particolare a quella della Romania e della Bulgaria prevista per il 2007». Con queste parole, pronunciate il 16 aprile scorso ad Atene, il presidente della Commissione europea Romano Prodi ha commentato la firma dei trattati di adesione tra i capi di Stato e di governo degli attuali 15 Stati membri dell'Unione europea e quelli dei 10 Paesi europei che entreranno ufficialmente a far parte dell'Ue dal 1º maggio del 2004 (Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Slovenia e Ungheria). Nei prossimi mesi si dovranno svolgere i referendum di ratifica nei 7 Stati membri che ancora non l'anno fatto (Slovenia, Ungheria e Malta hanno già votato a favore dell'ingresso nell'Ue) e poi si avrà la nuova Unione europea a 25, con un nuovo Trattato, una costituzione e nuove istituzioni riformate.

Tutto a posto, dunque? Non proprio, per la verità. Restano infatti molti problemi aperti, al di là della cerimonia e dei discorsi ufficiali secondo cui, come dichiarato da Prodi «oggi possiamo andare giustamente fieri di quanto abbiamo realizzato in Europa dalla firma del primo Trattato sul carbone e sull'acciaio. Decenni di pace, di cooperazione e di amicizia fra i nostri popoli, una prosperità condivisa, un'Unione sempre più stretta fra i nostri Paesi e il primato dei nostri valori: democrazia, Stato di diritto, rispetto delle minoranze, tolleranza e solidarietà».

In primo luogo la guerra anglo-americana all'Iraq, che ha fatto emergere quanto "l'Unione sempre più stretta" tra i Paesi europei vacilli pericolosamente quando le questioni da affrontare non sono economiche, commerciali o monetarie ma piuttosto gravi problemi di relazioni internazionali. Una guerra che ha visto la partecipazione diretta di uno Stato membro dell'Ue, la Gran Bretagna, a fianco degli Stati Uniti e l'appoggio più o meno convinto di altri Paesi (Spagna e Italia su tutti), mentre un folto gruppo di Stati (europei e non) guidati da Francia e Germania vi si opponevano nettamente. Tale divisione, non solo ha evidenziato l'inesistenza di unità politica europea (almeno in questa occasione), ma ha portato alla spaccatura dell'Onu e, quel che è peggio, alla guerra. Certo, posizioni europee opposte come quelle di Tony Blair e Jacques Chirac erano difficilmente conciliabili: assertore convinto della necessità della guerra, il primo, al punto da giustificarla con la retorica religiosa e da presentare prove contro l'Iraq vecchie di 13 anni spacciandole per recenti (è il caso emerso nel febbraio 2003 di Ibrahim al Marashi, studente californiano di origine irachena la cui tesi di laurea relativa agli armamenti iracheni del 1990 è stata utilizzata nel dossier britannico del settembre 2002, poi citato da Colin Powel nella sua relazione all'Onu); il secondo, invece, talmente contrario all'intervento militare da minacciare il veto in Consiglio di sicurezza ONU per l'illegittimità di una guerra decisa unilateralmente e contro le norme del diritto internazionale (posizione nobile e condivisibile, ma sospetta perché espressa da un Paese che con l'occupazione anglo-americana dell'Iraq vede vanificati gli accordi stipulati negli ultimi anni con il regime iracheno per lo sfruttamento delle ingenti risorse petrolifere di quel Paese).

Un'Europa unita politicamente, forse non avrebbe evitato una guerra voluta strenuamente dagli Stati Uniti, propagandata da mesi e pianificata da anni (si veda la lettera inviata nel gennaio 1998 all'allora presidente Usa Bill Clinton dal Project for the New American Century, i cui membri fanno ora parte dell'amministrazione Bush:www.newamericancentury.org/
iraqclintonletter.htm), messa in atto per ragioni strategiche, geopolitiche ed economiche che poco hanno a che fare con l'instaurazione di una democrazia in Iraq. Ma una forte posizione unitaria dell'Ue avrebbe probabilmente costretto gli Stati Uniti a non considerare l'Onu e il diritto internazionale come semplici ostacoli da superare attraverso alleanze "ad hoc", com'è avvenuto. «Se il sistema internazionale continua a essere percepito come ingiusto, se la forza sembra prevalere sistematicamente sul diritto, se non si tiene conto dell'opinione dei popoli, ne usciranno rafforzati i fattori di disordine», ha scritto recentemente il ministro degli Esteri francese, Dominique De Villepin. Infatti, l'introduzione da parte dell'amministrazione statunitense del concetto di "guerra preventiva" e la sua applicazione, svincolata da ogni legittimazione degli organismi internazionali, potrebbe portare qualsiasi Stato che ne abbia la forza a intraprendere azioni militari se solo le ritenesse necessarie al fine di salvaguardare la propria sicurezza o i propri interessi. La guerra all'Iraq è stato dunque un grave precedente per il diritto internazionale in cui l'Ue non è stata in grado di intervenire come soggetto politico, sfaldandosi di fronte agli interessi nazionali di parte. Risultato: oltre 34.000 bombe lanciate; circa 1800 vittime civili; oltre 6200 militari morti da ambo le parti; zero armi di distruzione di massa trovate (fonte: Iraqometer); 75 miliardi di dollari concessi dal Congresso Usa al presidente Bush per supportare un mese di combattimenti; un regime distrutto ma una forte instabilità nel Paese (Kosovo e Afghanistan insegnano che non è la guerra a portare la democrazia); diffusa emergenza sanitaria e umanitaria; dai 25 ai 100 miliardi di dollari stimati per la ricostruzione, con appalti assegnati direttamente dall'amministrazione Bush a compagnie statunitensi; la prospettiva di un governo statunitense dell'Iraq, con crescente opposizione della popolazione irachena. A tutto ciò si aggiungano la profonda crisi dell'Onu, la divisione politica dell'Ue e una situazione dell'area mediorientale tutt'altro che stabile.

Così, a fronte delle divisioni registrate prima e durante la guerra, gli Stati membri dell'Ue hanno cercato ad Atene di trovare una sintesi tra le diverse posizioni almeno nella fase post-bellica. Hanno quindi dato forma a una dichiarazione congiunta (il cui testo pubblichiamo di seguito) che sottolinea il ruolo centrale dell'Onu nel dopoguerra iracheno, anche se gli Usa continuano a essere di tutt'altro parere. Si è trovato un accordo generale sulla necessità degli interventi umanitari, della ricostruzione e della transizione democratica del Paese (e sarebbe stato gravissimo se ciò non fosse avvenuto), ma il vero problema del ruolo che l'Ue ha avuto (o meglio, non ha avuto) nel contenzioso che ha portato alla guerra è stato abilmente aggirato. Forse il Vertice di Atene non era la sede più adatta, data la cerimonia ufficiale per l'allargamento dell'Ue, resta però il fatto che prima o poi gli Stati membri dovranno confrontarsi sull'incapacità dimostrata finora di esprimere un'unione politica necessaria affinché l'Unione europea conti veramente come soggetto politico sulla scena internazionale.

Le divisioni interne all'Ue non riguardano però solo la guerra in Iraq. Anche il lavoro della Convenzione per la scrittura della costituzione europea e per la proposta di riforma delle istituzioni è caratterizzato da posizioni discordanti. Tutti sembrano essere d'accordo sulla necessità di un "ministro degli Esteri" europeo, che condensi i ruoli degli attuali Alto rappresentante (Javier Solana) e commissario alle Relazioni esterne (Chris Patten). Restano però forti divergenze su altre quattro questioni centrali: mantenere o abolire la presidenza a rotazione del Consiglio europeo, finora semestrale; la composizione della Commissione nell'Ue a 25 Stati; il modo di designare il presidente della Commissione; l'opportunità di creare un Congresso per la revisione dei Trattati. E anche sulla futura costituzione, alcuni Paesi sembrano piuttosto restii a delegare parte dell'attuale potere nazionale a un livello sovranazionale. La trattativa è in corso.

 

LA DICHIARAZIONE DELL'UE SULL'IRAQ

Il 17 aprile 2003, nel corso del Consiglio europeo svoltosi ad Atene, la presidenza dell'Unione ha diramato una breve dichiarazione sulla situazione dell'Iraq che pubblichiamo di seguito:

Il Consiglio europeo saluta la presenza del segretario generale dell'Onu e l'opportunità di discutere con lui dei prossimi passi concernenti l'Iraq.

In questa fase la coalizione (angloamericana) ha la responsabilità di garantire un ambiente sicuro, che preveda l'assistenza umanitaria e la protezione del patrimonio culturale e dei musei.

Il popolo dell'Iraq ha ora la possibilità di delineare un nuovo futuro per il proprio Paese e riunirsi alla comunità internazionale.

La comunità internazionale ha un grande contributo da dare in questo processo, in particolare:

  • l'Onu deve avere un ruolo centrale, anche nel processo che porti all'autogoverno del popolo iracheno, usando la sua esperienza unica nella ricostruzione dei Paesi dopo i conflitti;

  • i vicini dell'Iraq dovrebbero sostenere la stabilità in Iraq e nella regione;

  • l'Ue riafferma il suo impegno a svolgere un ruolo significativo nella ricostruzione politica ed economica del Paese;

  • l'Ue saluta con favore la partecipazione delle istituzioni finanziarie internazionali, come delineate dalle recenti dichiarazioni del G7 e della Banca mondiale in occasione degli incontri di Washington.

L'Ue saluta la nomina da parte del segretario generale dell'Onu di un consigliere speciale sull'Iraq, e si aspetta un ulteriore rafforzamento del coinvolgimento dell'Onu nell'Iraq del dopoguerra, inizialmente nel coordinamento dell'assistenza umanitaria.

Come parte del processo di sicurezza e stabilità regionale, l'Ue riafferma il suo impegno a portare il processo di pace israelo-palestinese a una conclusione positiva attraverso l'attuazione dei passaggi previsti dalla "road-map" del Quartetto (Onu, Ue, Usa e Russia, ndr.), tenendosi all'interno delle scadenze temporali previste.

E' essenziale che vi sia un pronto sostegno al gabinetto nominato da Abu Mazen, impegnato a compiere le riforme, da parte del presidente Arafat e del Consiglio legislativo palestinese.


spunti sulla Convenzione

La Convenzione europea è giunta a una fase decisiva dei suoi lavori. La presentazione e la discussione dei vari articoli che comporranno il futuro trattato costituzionale riguardano ora le questioni più delicate perché potenziali fonti di divisioni tra i rappresentanti degli Stati membri: la politica estera e di difesa comune e la riforma delle istituzioni. L'obiettivo è di trovare una sintesi delle varie proposte e scrivere un testo costituzionale entro la fine di giugno, ma visti i rapporti non proprio sereni che intercorrono tra alcuni governi europei pare un'impresa piuttosto difficile, soprattutto su temi delicati e politicamente centrali come la politica estera comune, l'equilibrio di potere tra le istituzioni e tra queste e gli Stati membri. E' probabile che gli accordi più importanti verranno rimandati alla Conferenza intergovernativa che erediterà il lavoro della Convenzione per giungere a definire il nuovo Trattato dell'Ue e i nuovi assetti istituzionali. Si tratta comunque di una situazione ancora tutta aperta, e per provare a capirne meglio i contenuti pubblichiamo di seguito alcune parti dell'intervento che il presidente della Commissione europea Romano Prodi ha svolto il 16 aprile scorso ad Atene sullo stato dei lavori della Convenzione e sulle priorità relative alla riforma delle istituzioni europee.

(...) Mentre ascoltavo la relazione del presidente Giscard d'Estaing, passavano nella mia mente le immagini di queste settimane: la guerra in Iraq, con la sua scia di dolore ma anche con le attese create dalla fine di una dittatura sanguinaria; i dibattiti, nel Consiglio di sicurezza; i nostri dibattiti, tra europei, tanto all'interno delle istituzioni quanto al di fuori di esse, prova delle nostre difficoltà, ma anche della nostra vitalità.

Tutto ciò definisce il contesto del nostro lavoro e ci richiama alle nostre responsabilità storiche. Faccio appello a voi tutti affinché le presenti divisioni siano superate e si possa trovare rapidamente una sintesi nell'interesse generale, per costituire una nuova, più forte Unità europea. E questo è tanto più importante oggi, in questa giornata storica in cui celebriamo ufficialmente l'allargamento dell'Unione.

(...) In primo luogo constato che la Convenzione ha raggiunto un largo consenso su numerose questioni. Sarebbe importante registrare il nostro accordo sui punti seguenti:

In secondo luogo, la questione del calendario per completare i lavori della Convenzione. Non abbiamo tempo da perdere e dobbiamo fare in fretta, rispettando il calendario convenuto. Ma dobbiamo fare anche bene, perché la Costituzione a cui stiamo lavorando dovrà durare nel tempo e dovrà essere rispettata da tutti, perché semplice, chiara ed efficace.

Le aspettative sono quindi grandi. Il risultato finale deve essere all'altezza di tali aspettative. A tal fine, si potrebbe immaginare che, entro giugno, la Convenzione completi il suo lavoro per quanto concerne la parte I della Costituzione e le disposizioni della parte II che vanno riscritte. Per quanto riguarda le altre disposizioni della parte II che vanno semplificate e adattate al nuovo sistema istituzionale, si potrebbe invece chiedere alla Convenzione di finalizzare i suoi lavori attraverso una procedura speciale, per la fine di settembre.

In terzo luogo, ci sono le questioni istituzionali.

Come assicurare maggiore continuità alla Presidenza in Consiglio?

Per rispondere, credo occorra innanzitutto permettere una constatazione. Oggi il Consiglio è l'istituzione maggiormente in crisi. Crisi di identità e conseguente progressiva perdita di efficacia. Perché questa crisi? Perché attualmente nel Consiglio convivono alla rinfusa funzioni diverse, stratificazioni di procedure. Ogni soluzione deve essere trovata distinguendo le due funzioni essenziali: quella legislativa e quella di indirizzo politico e di governo. E ogni soluzione deve essere trovata nel gioco degli equilibri interistituzionali, perché solo così si rafforza il sistema nel suo complesso, tanto nel suo aspetto comunitario, quanto nelle sue componenti intergovernative. Credo siamo tutti d'accordo che per avere maggiore efficacia occorre maggior stabilità. In primo luogo una seria programmazione interistituzionale; in secondo luogo il sistema di rotazione esistente oggi potrebbe essere rivisto. Possiamo prevedere che ogni formazione del Consiglio elegga nel suo seno un presidente permanente per 1 o 2 anni. Oppure possiamo immaginare soluzioni diverse a seconda delle formazioni. In effetti, le formazioni legislative non sono molto diverse da un'assemblea legislativa, che normalmente elegge il suo presidente tra i suoi membri con modalità proprie.

Peraltro si potrebbe ulteriormente semplificare immaginando una sola formazione legislativa. In questo modo le formazioni del Consiglio potrebbero essere drasticamente ridotte (Consiglio legislativo, Ecofin, Relex, Affari Generali) e si potrebbero pensare soluzioni specifiche per le diverse presidenze.

Per quel che riguarda il Consiglio europeo, occorre essere pragmatici. A termine, penso che si debba porre il problema di un presidente dell'Unione. Ora, dobbiamo trovare soluzioni semplici che favoriscano l'unità tra gli Stati, assicurino un corretto equilibrio interistituzionale. La tesi secondo cui il mantenimento dello status quo non garantirebbe un funzionamento efficace del Consiglio europeo raccoglie un crescente consenso. D'altra parte, credo che occorra essere d'accordo sul fatto che non è efficace affidare a un presidente del Consiglio europeo funzioni esecutive né più in generale funzioni che si sovrappongano a quelle del presidente della Commissione. Tutto ciò finirebbe infatti col provocare un'ulteriore frammentazione delle nostre istituzioni. Da alcune parti si avanza perciò l'idea di creare una funzione più stabile di chairman, chiamata ad assicurare una migliore preparazione dei lavori del Consiglio europeo, in collegamento stretto con il presidente della Commissione. Possiamo discuterne, se questo può essere utile per rafforzare tutto il sistema. Tuttavia, tengo a sottolineare che questo deve essere parte di una riflessione sull'organizzazione delle funzioni del Consiglio e dei rapporti interistituzionali. L'utilità o meno di un tale chairman non può che essere valutata al termine di tale riflessione, senza darla per scontata.

Occorre modificare la composizione della Commissione quale prevista nel Trattato di Nizza?

Anche qui, dobbiamo evitare soluzioni troppo semplicistiche. I negoziati di adesione ci hanno confermato (attraverso la strenua volontà dei nuovi Paesi di avere un commissario fin dal primo giorno dell'adesione, anche in condizioni non ottimali) che la Commissione è considerata il luogo privilegiato dove l'Unione ha un volto per i cittadini. Bisognerà quindi trovare una soluzione che preservi l'efficacia del Collegio con una composizione che garantisca la rappresentatività degli atti della Commissione. Sono convinto che queste due esigenze sono perfettamente conciliabili. Nei contributi della Commissione abbiamo già indicato come questo sia possibile.

Occorre modificare il modo di designare il presidente della Commissione e rafforzare i suoi poteri?

Per la designazione, numerose soluzioni sono possibili. Tuttavia, se in futuro la Commissione, vero esecutivo europeo, sarà responsabile non solo verso il Parlamento ma anche verso il Consiglio e se si vorrà rafforzare il suo legame con i cittadini, allora un maggiore coinvolgimento del Pe nella scelta del presidente sarà necessario. Per quel che riguarda i poteri del presidente della Commissione, ricordo che il Trattato di Nizza li rafforza già considerevolmente. Un'ulteriore estensione, potrebbe essere considerata solo per ottenere una maggiore efficacia dell'azione del presidente nel processo decisionale, in particolare nell'azione esterna.

Quale procedura di nomina e quali funzioni per il ministro europeo degli Affari esteri?

È proprio in politica estera che le divisioni in Europa appaiono oggi maggiori. I meccanismi istituzionali non possono certo sostituirsi alla volontà politica. Possono però favorire i processi che portano a confrontare i diversi punti di vista all'interno delle istituzioni per poter in seguito trasformarli in azione comune. È chiaro che oggi occorre, realisticamente, ottimizzare e sviluppare la coesistenza di comunitario e di intergovernativo. Per questo motivo occorre, in primo luogo, mettere fine alla frammentazione ed avere un solo responsabile dell'azione esterna. In secondo luogo, la sua doppia natura deve essere visibile e controllabile: nominato ad personam dal Consiglio, in accordo con il presidente della Commissione, egli sarà membro (vicepresidente) della Commissione, ma sottratto alla collegialità ordinaria per quel che riguarda la Pesc, ed egli dovrà agire in base agli orientamenti decisi dal Consiglio europeo e in accordo con il presidente della Commissione.

Obiettivo fondamentale da perseguire è quello di garantire la massima coerenza dell'azione esterna dell'Ue, combinando l'azione della politica estera e di sicurezza con le politiche esterne gestite dalla Commissione (commercio, cooperazione allo sviluppo e aiuto umanitario, protezione dell'ambiente, ecc.). Non si tratta di comunitarizzare quanto oggi non è possibile, ma non possiamo nemmeno immaginare di far regredire nell'intergovernativo ciò che oggi è comunitario.

Quale ruolo per un Congresso composto da membri del Parlamento europeo e dei Parlamenti nazionali?

Se l'obiettivo è la semplificazione, la nostra linea generale è quella di evitare di creare nuove istituzioni. Tuttavia, il nostro obiettivo è anche quello di essere più efficaci. Per esempio, è chiaro a tutti che ogni decisione (modifica istituzionale o a portata finanziaria) sottoposta a ratifica di 25 o più Parlamenti rischia di essere talmente macchinosa, da essere virtualmente impraticabile. In casi come questi, ci si può effettivamente domandare se le procedure di ratifica non potrebbero essere sostituite da decisioni prese in un'assemblea composta da rappresentanti del Parlamento europeo o dei Parlamenti nazionali. n


il lavoro nell'Unione europea

L'Ufficio statistico dell'Ue, Eurostat, ha reso noti recentemente alcuni studi che analizzano e mettono in evidenza le caratteristiche del mercato del lavoro nei Paesi dell'Unione europea, in particolare per quanto concerne la disoccupazione, l'occupazione temporanea e il lavoro nel fine settimana. Ne riassumiamo di seguito i passaggi principali.

TASSO DI DISOCCUPAZIONE IN EUROPA 2001-2003

UOMINI E DONNE

 

EU15

zona
euro

B

DK

D

EL

E

F

IRL

I

L

NL

A

P

FIN

S

UK

USA

JAP

Feb 2001

7,4

8,0

6,5

4,4

7,6

10,3

10,7

8,6

3,8

9,7

2,0

2,6

3,4

4,0

9,2

5,0

5,0

4,2

4,7

Feb 2002

7,4

8,1

7,1

4,3

8,0

10,4

11,1

8,6

4,3

9,0

2,2

2,4

4,1

4,3

9,2

4,9

5,1

5,6

5,3

Feb 2003

7,9

8,7

7,7

5,0

8,7

9,6*

11,9

9,1

4,5

9,0**

2,8

3,4**

4,2

6,7

8,8

5,1

4,9*

5,8

5,2

UOMINI

 

EU15

zona
euro

B

DK

D

EL

E

F

IRL

I

L

NL

A

P

FIN

S

UK

USA

JAP

Feb 2001

6,4

6,6

5,8

3,9

7,5

6,7

7,5

6,9

3,8

7,4

1,7

2,0

2,9

3,0

8,5

5,1

5,5

4,2

4,8

Feb 2002

6,6

6,9

6,4

4,1

8,0

7,0

7,8

7,5

4,5

6,9

2,0

2,0

3,8

3,6

9,0

5,3

5,7

5,7

5,4

Feb 2003

7,2

7,6

7,1

5,0

9,0

6,2*

8,4

8,2

4,7

7,1**

2,6

3,1**

4,0

5,6

8,7

5,6

5,3*

6,0

5,5**

DONNE

 

EU15

zona
euro

B

DK

D

EL

E

F

IRL

I

L

NL

A

P

FIN

S

UK

USA

JAP

Feb 2001

8,7

9,9

7,6

5,0

7,8

15,6

15,6

10,5

3,8

13,2

2,4

3,4

4,1

5,2

10,0

4,8

4,4

4,1

4,5

Feb 2002

8,5

9,7

8,0

4,5

7,9

15,6

16,2

9,9

3,9

12,3

2,5

2,9

4,5

5,1

9,3

4,5

4,3

5,5

5,2

Feb 2003

8,9

10,1

8,6

4,9

8,4

14,5*

17,1

10,1

4,2

11,9**

3,2

3,6**

4,5

8,0

8,8

4,7

4,4*

5,6

5,5**

SOTTO I 25 ANNI

 

EU15

zona
euro

B

DK

D

EL

E

F

IRL

I

L

NL

A

P

FIN

S

UK

USA

JAP

Feb 2001

14,6

15,7

17,2

8,3

8,0

28,1

21,5

18,8

6,3

28,4

7,2

6,1

5,5

8,6

20,0

10,3

12,0

9,6

:

Feb 2002

14,8

15,8

17,6

7,6

8,8

27,3

21,7

19,6

7,8

27,4

8,7

4,6

6,4

10,3

21,1

12,7

12,2

11,7

:

Feb 2003

15,5

16,8

19,1

8,4

9,7

26,0*

23,1

20,9

8,2

27,7**

11,6

6,9**

6,9

13,9

20,9

11,2

11,8*

11,9

:

RAGAZZI

 

EU15

zona
euro

B

DK

D

EL

E

F

IRL

I

L

NL

A

P

FIN

S

UK

USA

JAP

Feb 2001

13,5

13,8

15,6

7,6

8,9

21,1

16,5

16,5

6,3

25,1

7,8

4,0

4,8

6,2

18,6

10,6

13,5

10,7

:

Feb 2002

14,2

14,6

17,6

8,8

10,0

20,1

17,6

17,9

8,5

24,2

10,4

3,9

6,0

8,8

20,8

13,5

13,9

12,6

:

Feb 2003

15,3

15,9

19,7

10,6

11,0

19,4*

19,5

19,3

8,9

24,9**

14,1

6,6**

6,5

11,2

20,8

11,9

12,2*

12,5

:

RAGAZZE

 

EU15

zona
euro

B

DK

D

EL

E

F

IRL

I

L

NL

A

P

FIN

S

UK

USA

JAP

Feb 2001

15,9

17,9

19,2

9,2

7,1

35,6

28,1

21,5

6,2

32,5

6,4

8,3

6,3

11,9

21,4

10,0

10,2

8,4

:

Feb 2002

15,4

17,3

17,5

6,3

7,4

35,6

27,2

21,8

6,9

31,5

6,7

5,3

7,0

12,1

21,5

11,8

10,3

10,8

:

Feb 2003

15,8

18,0

18,3

6,0

8,2

33,6*

27,7

22,8

7,4

31,4**

8,7

7,3**

7,2

17,3

21,0

10,5

10,2*

11,3

:

* dato dicembre 2002, ** dato gennaio 2003, : dato non disponibile
Fonte: Eurostat, aprile 2003

disoccupazione in crescita

Secondo le ultime rilevazioni fatte da Eurostat su dati relativi al febbraio 2003 e rese note in aprile, sono 12,1 milioni le persone senza lavoro nella cosiddetta "zona euro", con un livello medio di disoccupazione dell'8,7%; un tasso cresciuto rispetto a un anno fa, quando era dell'8,1% (febbraio 2002) e il cui aumento si è registrato negli ultimi dodici mesi in undici dei tredici Stati membri della zona euro. Prendendo in considerazione tutti i 15 Stati membri dell'Ue, invece, il numero complessivo dei senza lavoro è di 14,1 milioni, con una percentuale di disoccupati leggermente più bassa che si attesta al 7,9%, anche in questo caso però in crescita rispetto al 7,4% del febbraio 2002. Come termine di paragone può essere utile segnalare che nel febbraio 2003 i tassi di disoccupazione negli Stati Uniti e in Giappone erano rispettivamente del 5,8% e del 5,2%.

I Paesi europei che registrano i livelli più bassi di disoccupazione sono Lussemburgo (2,8%), Paesi Bassi (3,4%), Austria (4,2%), Irlanda (4,5%) e Danimarca (5%), mentre al primo posto per numero di senza lavoro è sempre la Spagna con l'11,9%. Gli incrementi di disoccupazione più elevati nell'ultimo anno si sono verificati in Portogallo (dal 4,3% al 6,7%), Paesi Bassi (dal 2,4% al 3,4%) e Lussemburgo (dal 2,2% al 2,8%), mentre il tasso della Finlandia è sceso dal 9,2% all'8,8% e quello dell'Italia è rimasto più o meno stabile al 9%.

Prendendo in considerazione la diversità di genere dei disoccupati, si constata che negli ultimi dodici mesi il tasso nella zona euro è cresciuto maggiormente tra i maschi (dal 6,9% al 7,6%) che tra le femmine (dal 9,7% al 10,1%), incrementi quasi uguali a quelli registrati tra i 15 Stati membri dell'Ue: dal 6,6% al 7,2% per i maschi e dall'8,5% all'8,9% per le femmine.

Particolarmente elevata in molti Paesi europei è la percentuale di disoccupati tra i giovani con meno di 25 anni, un livello medio che è cresciuto nell'ultimo anno passando dal 15,8% al 16,8% nella zona euro e dal 14,8% al 15,5% nell'Ue. Le differenze tra i vari Paesi sono però notevoli e si passa da un tasso inferiore al 7% registrato nei Paesi Bassi e in Austria al grave 27,7% dell'Italia.

lavoro temporaneo, soprattutto per i più giovani

Secondo un recente studio svolto da Eurostat sulla tipologia dei contratti di lavoro nell'Unione europea, nel 2000 il 14,5% delle donne e il 12,5% degli uomini salariati avevano un impiego temporaneo (stagionale, a tempo determinato, interinale, di formazione). La Spagna è il Paese europeo dove il lavoro temporaneo ha avuto la maggiore espansione, con il 34,6% delle donne e il 30,7% degli uomini aventi contratti di lavoro a tempo determinato, seguita da Portogallo (22,7% delle donne e 18,4% degli uomini) e Finlandia (20,9% e 14,5%). Sull'altro fronte, i Paesi che hanno utilizzato meno il lavoro a termine sono stati il Lussemburgo (4,4% tra le donne e 2,7% tra gli uomini) e l'Irlanda (5,9% e 3,6%). In tutti gli Stati membri dell'Ue sono soprattutto le donne ad avere impieghi temporanei, con scarti percentuali maggiori rispetto agli uomini in Finlandia (20,9% donne e 14,5% uomini), Paesi Bassi (17,1% e 11,3%) e Belgio (12,1% e 6,6%), mentre in Germania (13,1% e 12,5%) e Austria (8,4% e 7,6%) si registrano differenze di genere minime.

La proporzione di persone con impieghi temporanei è cresciuta nei Paesi dell'Ue tra il 1992 e il 2000, passando dal 12,2% al 14,5% tra le donne e dal 9,9% al 12,5% tra gli uomini, con soli tre Paesi in cui si è registrata una tendenza inversa: Spagna (che però presenta ancora la percentuale più alta di lavori a termine), Irlanda e Danimarca.

Naturalmente, i contratti a tempo determinato riguardano soprattutto i lavoratori più giovani (15-19 anni), perché spesso svolgono periodi di formazione o apprendistato: il 48% delle ragazze e il 56% dei ragazzi europei in questa fascia di età ha infatti un'occupazione a termine, con percentuali più alte in Spagna (83% delle ragazze e 87% dei ragazzi), Francia (78% e 86%) e Germania (78% e 84%), mentre risultano molto più basse in Gran Bretagna (16% per ambo i sessi), Danimarca (17% delle ragazze) e Irlanda (19% dei ragazzi).

L'impiego temporaneo diminuisce poi col passare degli anni praticamente in tutti gli Stati membri e per i due sessi. Tra le femmine, ad esempio, la percentuale media di occupazioni a termine passa dal 48% sotto i 20 anni, al 26% nella fascia d'età 20-29 anni, al 10% per i 30-49 anni fino al 6% per le donne con più di 50 anni. Per le stesse fasce d'età le percentuali di lavoro a termine tra i maschi sono rispettivamente: 56%, 24%, 8% e 6%. Quindi, nel 2000, circa il 54% delle femmine e il 58% dei maschi con un impiego a tempo determinato nei Paesi dell'Ue avevano meno di 30 anni.

Per quanto riguarda il motivo per cui si ha un lavoro temporaneo, oltre un terzo delle lavoratrici e circa un terzo dei lavoratori interpellati dichiara di avere un contratto a termine per l'impossibilità di trovare un'occupazione permanente, con punte del 70% in Belgio, Spagna e Grecia e del 50% in Finlandia e Svezia per i due sessi. La formazione è il motivo prevalente per maschi e femmine in Germania, Lussemburgo, Austria e in Danimarca per i maschi, mentre in Irlanda prevale chi sceglie questo tipo di contratti perché li preferisce a un'occupazione permanente.

UE: IMPIEGO TEMPORANEO NEL 2000 (%)

 

Insieme dei 
gruppi d'età
15-19 anni 20-29 anni 30-49 anni 50-64 anni

F

M

F

M

F

M

F

M

F

M

UE15

14,5

12,5

48,0

55,5

26,0

23,6

10,2

7,7

6,3

5,7

Belgio

12,1

6,6

46,7

50,6

22,6

15,2

8,3

3,3

6,3

3,0

Danimarca

11,7

8,7

17,3

35,0

24,4

18,0

8,0

3,7

5,6

3,5

Germania

13,1

12,5

77,7

84,1

24,6

25,5

7,5

6,1

4,7

4,3

Grecia

15,6

11,5

39,7

44,6

23,5

19,3

12,0

9,0

11,7

6,8

Spagna

34,6

30,7

83,0

86,6

54,4

53,2

25,4

23,3

14,9

13,4

Francia

15,8

14,3

78,0

86,2

33,5

30,0

10,8

8,2

5,1

4,9

Irlanda

5,9

3,6

29,8

18,6

5,8

4,8

3,4

1,3

4,9

1,5

Italia

12,2

8,8

35,7

34,9

20,9

16,5

9,7

6,5

5,6

5,4

Lussemburgo

4,4

2,7

55,6*

35,7*

5,3

6,0

3,5

1,3

1,2

0,6

Paesi Bassi

17,1

11,3

44,7

45,9

22,4

18,2

12,2

6,7

9,7

3,5

Austria

8,4

7,6

63,7

76,1

8,9

6,4

4,5

2,9

2,2

1,7

Portogallo

22,7

18,4

52,5

40,3

36,9

29,7

15,5

12,8

12,4

9,6

Finlandia

20,9

14,5

59,9

64,8

44,5

29,4

15,6

8,2

8,0

5,6

Svezia

16,5

12,1

61,8

64,4

33,6

23,9

13,1

8,5

7,3

6,0

Regno Unito

7,6

5,7

15,7

15,8

9,3

8,1

6,7

3,7

5,7

5,3

*dati soggetti a modifiche
Fonte: Eurostat,
"Enquête sur les forces de travail de l'Ue", 2002

il lavoro nel fine settimana

Sempre nel 2000, nell'Ue circa il 25% delle donne e oltre il 20% degli uomini salariati lavoravano regolarmente il sabato, circa il 10% di ambo i sessi lavorava la domenica. Percentuali praticamente uguali a quelle del 1992 per il lavoro del sabato, mentre sono cresciute per il lavoro della domenica passando dall'8,8% dei due sessi nel 1992 al 9,9% per gli uomini e al 10,7% per le donne nel 2000.

Nella maggior parte dei Paesi dell'Ue sono più le donne a lavorare regolarmente nel week-end, mentre per gli uomini il lavoro al sabato e la domenica è più frequentemente di tipo occasionale.

Il lavoro regolare al sabato riguarda oltre un quarto dei salariati dei due sessi in Spagna e Italia, delle donne in Danimarca, Paesi Bassi e Austria e degli uomini in Gran Bretagna e Grecia. In Danimarca e Svezia, oltre il 20% dei salariati lavora abitualmente la domenica, con una percentuale massima di uomini registrata in Danimarca (15%). Il Belgio è lo Stato membro dell'Ue dove si registrano meno differenze tra uomini e donne salariati nel lavoro del fine settimana e dove si lavora meno abitualmente nel week-end (5% il sabato e meno del 2% la domenica), percentuali che aumentano però sensibilmente se si considera chi lavora occasionalmente il sabato e la domenica (27% il sabato e 20% la domenica). Lussemburgo e Svezia sono invece i Paesi dove le situazioni lavorative nel week-end sono più differenziate tra uomini e donne, sia il sabato (12% tra gli uomini e 22% tra le donne) sia la domenica (13% uomini e 21% donne). Differenze notevoli, ma di segno opposto, si registrano anche in Gran Bretagna: lavora al sabato il 42% degli uomini e il 25% delle donne, la domenica il 33% degli uomini e il 19% delle donne.

Il settore alberghiero e della ristorazione sono quelli in cui si lavora di più nel fine settimana, con oltre la metà delle donne e più dei due terzi degli uomini impiegati in questi settori che lavorano abitualmente al sabato, il 60% delle donne e oltre il 70% degli uomini che lavorano almeno occasionalmente la domenica. Si lavora regolarmente al sabato in molti casi anche nei settori della distribuzione (la metà delle donne e un terzo degli uomini), della sanità, dell'agricoltura e dei trasporti (circa il 30% dei salariati dei due sessi), mentre per il lavoro alla domenica la sanità è al secondo posto (circa la metà di uomini e donne) e percentuali nettamente inferiori si registrano negli altri settori.

UE: LAVORO SALARIATO NEL FINE SETTIMANA NEL 2000 (%)

 

sabato domenica
uomini donne uomini donne

abituale

occasionale

abituale

occasionale

abituale

occasionale

abituale

occasionale

UE15

21,3

25,2

24,2

16,8

9,9

16,6

10,7

11,8

Belgio

4,2

27,2

5,4

27,1

1,8

19,9

1,9

20,1

Danimarca

19,5

23,5

26,6

14,9

14,8

19,3

20,3

12,1

Germania*

16,6

21,6

21,9

12,3

9,1

11,6

10,0

7,5

Grecia

25,0

26,1

21,5

19,2

8,2

18,8

5,4

13,1

Spagna**

27,6

5,5

30,3

4,8

11,9

3,7

11,4

3,1

Francia

17,6

31,5

23,6

22,5

6,6

20,7

6,8

16,8

Irlanda*

22,3

35,5

19,8

24,4

10,9

18,4

9,8

16,0

Italia

28,7

24,7

31,7

15,2

7,4

13,3

5,7

9,2

Lussemburgo**

11,6

27,4

21,7

16,7

5,3

15,8

6,7

10,0

Paesi Bassi

24,3

18,9

29,1

12,2

13,7

10,8

17,7

8,9

Austria

20,2

26,0

26,1

18,7

12,1

14,2

10,8

9,9

Portogallo

21,4***

:

19,2***

:

9,4***

:

9,7***

:

Finlandia

17,8

13,4

21,6

12,1

12,6

10,4

14,6

8,8

Svezia

13,4

21,1

23,2

16,3

13,2

18,6

21,0

14,7

Regno Unito

25,4

41,8

23,8

25,5

13,1

33,0

14,1

19,1

* dato 1997, ** dato 1998, ***abitualmente e occasionalmente, : dato non disponibileFonte: Eurostat, "Enquête communautaire sur les forces de travail", 2002


esclusione e povertà

Il Consiglio europeo svoltosi a Laeken nel dicembre 2001 approvò una serie di 18 indicatori statistici (indicatori di Laeken, appunto) definiti per monitorare i progressi ottenuti dagli Stati membri dell'Ue nella lotta alla povertà e all'esclusione sociale. Sulla base di questi indicatori, Eurostat ha pubblicato lo scorso 7 aprile un Rapporto che intende dare un quadro multidimensionale della situazione europea in materia di povertà ed esclusione sociale. La prima parte dello studio comprende gli indicatori di carattere monetario, cioè relativi alla povertà finanziaria, mentre la seconda parte riguarda gli indicatori non monetari che prendono in considerazione l'esclusione sociale rispetto a occupazione, istruzione e sanità. Tali indicatori fanno riferimento a due grandi indagini realizzate in passato nell'Ue: quelle sul panel comunitario delle famiglie e sulle forze di lavoro.

56 milioni di europei a rischio di povertà

Nel Rapporto la povertà è analizzata da un punto di vista relativo. La soglia di reddito utilizzata per definire il rischio di povertà in ciascuno Stato membro è stata fissata al 60% del reddito nazionale medio pro-capite, dividendo il reddito familiare per il numero di componenti la famiglia e introducendo dei coefficienti che tengono conto dell'età dei membri della famiglia (adulti, minorenni in età lavorativa, bambini). Il reddito totale disponibile per una famiglia comprende tutti i redditi monetari netti percepiti dai membri, i redditi da proprietà o capitali, i trasferimenti sociali percepiti al netto delle imposte e dei contributi. Una serie di elementi che variano dunque da un Paese all'altro. Sulla base di queste misurazioni, nel 1999 il 15% dei cittadini dell'Ue risultava essere esposto al rischio di povertà, il che significa che circa 56 milioni di persone vivevano in famiglie con un reddito disponibile inferiore a quello definito come soglia di povertà. Si passava dalle percentuali più basse registrate in Svezia (9%), Danimarca, Germania, Paesi Bassi e Finlandia (11% ciascuno) a quelle più alte riguardanti Grecia e Portogallo (21% ciascuno).

Oltre la metà delle persone a rischio di povertà nell'Ue, circa il 9% della popolazione equivalente a 33 milioni di persone, si trovavano in una situazione simile già nei due o tre anni precedenti la rilevazione, a dimostrazione dell'esposizione a un rischio persistente di povertà.

Un ruolo importante per la riduzione del rischio è quello svolto dai trasferimenti sociali escluse le pensioni, cioè i sussidi di disoccupazione, gli indennizzi di invalidità, gli assegni familiari ecc., che variano significativamente da uno Stato all'altro. A livello di Unione europea si è registrata una riduzione del tasso di rischio di povertà dal 24% al 15% in seguito a tali trasferimenti sociali, con risultati particolarmente positivi in Svezia (riduzione di 19 punti percentuali) e Danimarca (riduzione del 13%) e piuttosto negativi in Italia (solo il 3% in meno) e Grecia (meno 1%).

lavoro ed esclusione sociale

L'occupazione è un fattore importante di inclusione sociale, non solo per ragioni economiche ma anche perché favorisce la partecipazione sociale e contribuisce alla realizzazione personale. La disoccupazione di lunga durata è dunque considerata un indicatore primario di esclusione sociale. Nel 2001 circa il 3% della popolazione attiva dell'Ue si trovava senza lavoro da almeno un anno, con differenze rilevanti tra gli Stati membri: da percentuali inferiori all'1% registrate in Lussemburgo, Danimarca, Paesi Bassi e Austria, a tassi superiori al 5% in Grecia e Italia. Il rischio di esclusione sociale, poi, aumenta in relazione alla durata della disoccupazione: sempre nel 2001 nell'Ue era disoccupato da almeno due anni il 2% della popolazione attiva. Ma non sono solo le persone senza lavoro a correre il rischio di esclusione sociale, questa situazione si ripercuote anche sugli altri componenti della famiglia: il 12% dei cittadini europei che nel 2001 vivevano in famiglie definite "in età attiva" (cioè con almeno un membro in età lavorativa e non studente) si trovavano in situazioni familiari di disoccupazione (da 5% in Portogallo e 8% in Spagna, a 14% in Gran Bretagna e 16% in Belgio). n

ALCUNI INDICATORI DI POVERTÀ ED ESCLUSIONE SOCIALE NELL'UE (%)

  Indicatori monetari (1999) Indicatori non monetari (2001)
Tasso di rischio di povertà Tasso di rischio persistente di povertà Tasso di disoccupazione di lunga durata (1) Tasso di disoccupazione di durata molto lunga (2) % di persone che vivono in situazioni familiari  di disoccupazione
Dopo i trasferimenti sociali Prima dei trasferimenti sociali (incluse le pensioni)

UE15

15

24

9

3,1

2,0

12,2

Belgio

13

25

8

3,2

2,2

16,5

Danimarca

11

24

5

0,9

0,3

:

Germania

11

21

6

4,0*

2,6*

13,8

Grecia

21

22

13

5,4

3,1

10,5

Spagna

19

23

11

3,9

2,3

8,1

Francia

15

24

9

3,1

1,7

13,0

Irlanda

18

30

12

1,3

0,8

10,0

Italia

18

21

11

5,8

4,3

11,9

Lussemburgo

13

24

8

0,5*

0,2*

8,9

Paesi Bassi

11

21

5

0,9

:

9,7

Austria

12

23

7

0,8

0,4

9,9

Portogallo

21

27

14

1,5

0,8

5,0

Finlandia

11

21

5

2,4

1,3

:

Svezia

9

28

:

1,0

:

:

Regno Unito

19

30

11

1,3

0,7

14,2

(1) almeno 12 mesi, (2) almeno 24 mesi, : dato non disponibile, * Dato 2000
Fonte: Eurostat, aprile 2003

appunti da Porto Alegre
di Rita Pavan
*

Cosa è stato il III Forum sociale mondiale (Fsm) tenutosi a Porto Alegre (Brasile) dal 23 al 28 gennaio 2003?

Alcuni dati. Oltre 100.000 presenze, tra delegati (20.763) e partecipanti, in rappresentanza di 5717 organizzazioni di 156 Paesi. Più di 4000 giornalisti da 51 Paesi del mondo (l'Italia, subito dopo il Brasile che ospitava il Forum, è stato il Paese con la presenza maggiore di operatori dell'informazione). 1286 sono stati gli eventi organizzati, che assieme a quelli autogestiti hanno raggiunto la cifra di oltre 1700. 3500 milioni di dollari il costo diretto totale, ma oltre 20 milioni di dollari la cifra movimentata.

Le cifre ufficiali non rendono appieno la ricchezza del Forum, però ci aiutano a capire meglio la portata di un evento straordinario per la ricchezza e la diversità di idee, proposte, progetti, sui grandi temi che interrogano il pianeta così come su aspetti molto più concrei e parziali.

Molti gli aspetti contraddittori, ed è forse questa "contraddizione" a rendere meglio l'idea di un Forum che è stato un crocevia di incontri tra esperienze politiche, religiose e sociali molto diverse tra loro. Dove non sono mancate forme e slogan radicali di antica memoria, ma dove era soprattutto l'utopia la carica simbolica più forte. Inoltre, la passione e la speranza - e non solo per i partecipanti brasiliani e dell'America Latina - aperta dall'elezione a presidente del Brasile di Luiz Inácio "Lula" da Silva, leader del Partido dos trabalhadores che aveva promosso e contribuito a organizzare il Forum fin dalla sua prima edizione.

Quest'anno la Cisl, come del resto gli altri sindacati italiani ed europei, è stata presente con una delegazione molto più ampia rispetto alle passate edizioni del Forum, segno della volontà di essere presenti assieme al sindacalismo internazionale.

La piena partecipazione della Cisl Internazionale al processo decisionale in preparazione del Forum ha permesso di dare maggiore visibilità all'insieme delle tematiche sindacali, attraverso:

Sulla base di cinque grandi aree tematiche, la struttura del Fsm ha previsto: conferenze; panels di discussione; testimonianze e seminari; gruppi di lavoro; tavole rotonde di dialogo e confronto; spazi di discussione per i forum regionali-continentali, tematici e locali.

Gli eventi paralleli sono stati altri Forum mondiali (oltre a quello sindacale, altri su educazione, giustizia, ecc.).

Le 5 macro aree tematiche avevano l'obiettivo di socializzare i punti di vista e le analisi a un ampio pubblico, ma anche di contribuire al rafforzamento di un ampio movimento di opinione pubblica sulla base della necessità e possibilità di costruire "altri mondi", alla luce delle sfide e dei limiti della globalizzazione economica e finanziaria neoliberista.

Vediamole sinteticamente, così come si sono articolate:

  1. Sviluppo sostenibile democratico: dominio delle imprese e crisi del sistema finanziario internazionale; terra, territorio e sovranità alimentare.

  2. Principi e valori, diritti umani, diversità e uguaglianza: fondamentalismo e intolleranza; diritti, uguaglianza e diversità; pace e valori.

  3. Media, cultura ed egemonia alternativa: cinema e politica, contro l'omogeneizzazione dell'immaginazione; media e globalizzazione.

  4. Potere politico, società civile e democrazia: partecipazione e democrazia; impunità.

  5. Ordine mondiale democratico, lotta contro il militarismo e promozione della pace: come reagire all'impero; contro la militarizzazione e la guerra.

Anche molte tavole rotonde hanno affrontato questioni e posto altri interrogativi, in particolare su alcuni aspetti: Quali rapporti - e tensioni - tra movimenti sociali, partiti e istituzioni politiche? Quali alternative esistono nell'affrontare la crisi del capitalismo mondiale? Che tipo di globalizzazione vogliamo e come dovrebbe essere governato il mondo? In opposizione alle guerre del 21° secolo come costruiamo la pace tra i popoli?

Questioni enormi, così come enormi sono le proposte che il sindacalismo mondiale, assieme ad altri, si propone di portare avanti. Ne cito solo alcune: la riforma delle istituzioni economiche globali come Organizzazione mondiale del commercio, Banca mondiale e Fondo monetario internazionale; la cancellazione del debito per i Paesi in via di sviluppo; la tassazione delle transazioni finanziarie attraverso la Tobin tax.

Il Fsm, che nel 2004 si terrà in India, si è chiuso naturalmente con numerosi interrogativi e molte proposte. Tra queste, segnaliamo quella del Tavolo della pace italiano di inserire come 1° articolo della futura Costituzione europea un articolo, mutuato dalla costituzione italiana, che così reciterebbe: «L'Europa ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali e riconosce nella pace un diritto fondamentale delle persone e dei popoli. L'Europa contribuisce alla costruzione di un ordine internazionale pacifico e democratico; a tale scopo promuove e favorisce il rafforzamento e la democratizzazione dell'Orgnizzazione delle Nazioni Unite e lo sviluppo della cooperazione internazionale».

Infine, una nota personale: il Forum si è chiuso anche con tutto il suo carico di emozioni, per chi ha avuto come me la fortuna di partecipare, e una voglia rinnovata di comunicare, sensibilizzare, stimolare discussioni e azioni concrete su questi temi tra lavoratrici e lavoratori, delegati, sindacalisti.

Un altro mondo è possibile? Non so se sarà possibile, certamente è necessario! Vale la pena di spendersi per provarci. n

* Dipartimento Internazionale Cisl Lombardia


le proposte dei "Quattro Motori per l'Europa"

Nei giorni 10-11 marzo 2003 si è tenuta a Milano la Conferenza Tripartita sull'Occupazione delle Regioni appartenenti all'Associazione Quattro Motori per l'Europa, dedicata al tema "Nuova economia e nuovi lavori". Al termine dell'incontro, cui hanno preso parte i rappresentanti delle Regioni, delle organizzazioni regionali sindacali e imprenditoriali, sono state formulate le dichiarazioni che riportiamo di seguito.

dichiarazione finale congiunta

I rappresentanti delle Regioni appartenenti all'Associazione Quattro Motori per l'Europa, i rappresentanti delle Organizzazioni regionali dei datori di lavoro, i rappresentanti delle Organizzazioni regionali dei lavoratori:

constatano che la III Conferenza sull'occupazione ha evidenziato le trasformazioni profonde e crescenti intervenute negli ultimi anni, in seguito ai processi di globalizzazione, nell'economia e di conseguenza nel lavoro, la sua organizzazione e le sue tipologie.

Tutto ciò, particolarmente evidente in regioni come quelle dei "Quattro Motori per l'Europa", rende necessario rafforzare il dialogo sociale e gli strumenti di intervento al fine di coniugare efficacemente sviluppo, lavoro e condizioni sociali.

Tenuto conto delle dichiarazioni comuni finali a conclusione delle precedenti Conferenze per l'occupazione dei Quattro Motori per l'Europa svoltesi a Barcellona e Lione ed in particolare della volontà manifestata di:

Considerando che:

Convengono:

La presente dichiarazione è stata adottata l'11 marzo 2003 a Milano:

dichiarazione finale dei sindacati

I Sindacati di Catalogna, Baden Württemberg, Lombardia, Rhône-Alpes facenti parte dell'Associazione sindacale 4 Motori per l'Europa, a conclusione della Conferenza Tripartita sull'Occupazione del 10/11 Marzo 2003 dedicata al tema "Nuova economia e nuovi lavori" formulano le seguenti considerazioni.

Nel momento in cui l'Unione europea va definendo la futura costituzione europea, la credibilità del processo di costruzione europea da parte del mondo del lavoro sarà possibile se troveranno spazio nel futuro trattato costituzionale i postulati e i contenuti della Carta sociale europea dei diritti fondamentali e i seguenti riferimenti espliciti: diritti fondamentali delle persone; tolleranza e rispetto delle differenze; giustizia sociale; economia sociale di mercato; valorizzazione del dialogo sociale; ruolo di pace dell'Europa nello scenario mondiale.

I sindacati della Regioni 4 Motori, nel quadro della futura costituzione europea e a partire dal dibattito in corso nella Convenzione europea, rilevano la necessità di rafforzare e definire più puntualmente il ruolo delle Regioni e del dialogo sociale a livello regionale. Per far ciò è necessario applicare correttamente il principio di sussidiarietà, a partire dalla corretta applicazione delle differenti competenze, per trovare le soluzioni migliori ai diversi problemi a tutti i livelli, in forma concertata, prima che le decisioni vengano assunte.

Sugli scenari di guerra che vanno delineandosi, i sindacati delle Regioni 4 Motori ritengono che la guerra in Iraq debba essere evitata e l'Ue debba agire con maggiore determinazione esprimendosi con una sola voce per portare l'Iraq a rispettare le risoluzioni e le decisioni delle Nazioni Unite se le ispezioni in corso proveranno l'esistenza in questo Paese di armi di distruzioni di massa.

Non è possibile alcuna compiacenza nei confronti del regime iracheno, ma l'Europa non può lasciarsi coinvolgere in un conflitto alle proprie porte di cui sarebbe la prima a subire conseguenze destabilizzatrici sia sul piano politico che su quello economico.

I popoli del mondo rischiano di pagare per molto tempo il prezzo di questo gravissimo errore. Nel contempo si rafforza l'esigenza di una vera e propria Unione europea, maggiormente impegnata nella pace, capace di esprimere un Governo europeo responsabile anche della politica estera e della sicurezza, dotato di poteri sufficienti per progettare e realizzare un Piano per la pace, il disarmo, la democrazia e lo sviluppo dell'area mediorientale.

Per tutto ciò le Organizzazioni Sindacali dei 4 Motori si impegnano per la piena riuscita delle iniziative assunte ad Atene dal Comitato esecutivo della Confederazione europea dei sindacati, che, nel quadro di mobilitazione generale contro la guerra, ha lanciato un appello per interruzioni di lavoro in tutta Europa venerdì 14 marzo.

Per quanto riguarda il futuro assetto comunitario, i sindacati delle Regioni 4 motori ritengono necessario sia un aumento della materie di competenza comunitaria, sia un maggior coordinamento delle politiche occupazionali e sociali.

L'assenza di obiettivi chiari e valutabili nelle politiche occupazionali e di un coordinamento reale delle politiche di tutti gli Stati membri rischia di compromettere la coesione sociale europea.

Tutto ciò è ancora più evidente se si pensa che con il prossimo anno 10 nuovi Paesi entreranno a far parte dell'Unione: l'allargamento, o più propriamente il processo di riunificazione europea, pone all'Ue, agli attuali Paesi membri, a realtà regionali come quelle dei 4 motori la necessità di promuovere e sviluppare politiche di cooperazione e solidali con i Paesi in ingresso.

L'obiettivo di perseguire la piena occupazione e la sua qualità deve essere preso in conto nella definizione delle politiche comunitarie, e a maggior ragione nelle Regioni 4 Motori, e ciò comporta che l'insieme delle politiche devono essere rivolte alla lotta contro la disoccupazione, all'aumento dei tassi di attività, in particolar modo femminili.

E' necessario inoltre intervenire su molti altri aspetti, come le grandi linee di orientamento delle politiche economiche prevedendo un rilancio delle riconversioni in infrastrutture transeuropee, ricerca e innovazione, risorse umane e formazione.

L'Unione, che non può essere solo entità monetaria, ma anche economica, politica e sociale, deve possedere un maggiore e più efficace coordinamento delle politiche preventive di bilancio in grado di sostenere la crescita e la creazione di impiego in un momento di rallentamento dell'economia europea, dotarsi di politiche fiscali comuni che evitino fenomeni di dumping, fiscale e sociale.

Uno degli elementi chiave della costruzione europea è il livello regionale e territoriale, come spazio più vicino ai cittadini. In questa dimensione sono fondamentali lo sviluppo locale, le politiche di ricerca e sviluppo, le infrastrutture, le politiche sociali, i patti territoriali per l'impiego e le iniziative occupazionali nelle zone transfrontaliere. In questa direzione è necessario che nelle nostre regioni siano rafforzate azioni, pur tenendo conto delle differenti competenze istituzionali, per politiche concrete di lotta contro l'esclusione sociale e i fenomeni di nuove povertà, purtroppo presenti anche in regioni "ricche" come le nostre, nonché siano rafforzate politiche a favore dei soggetti svantaggiati e in difficoltà occupazionali.

Questo terzo Vertice sull'occupazione, con la partecipazione di governi, sindacati e organizzazioni datoriali, deve significare un passo decisivo verso la creazione di uno spazio comune di riflessione e concertazione, di ulteriore sviluppo del dialogo sociale. Tutto ciò diventa ancora più urgente, se si tiene conto delle trasformazioni profonde, esaminate nel corso di questa III Conferenza, prodotte dalle nuove forme di produzione e di organizzazione dell'economia e del loro impatto nelle condizioni di vita e di lavoro.

La firma dei protocolli non può essere un fatto formale e deve concretizzarsi partendo dalla partecipazione congiunta nello sviluppo di progetti concreti.

A questo proposito, pur coscienti dell'importanza di questa conferenza e della sua dichiarazione finale, le organizzazioni sindacali dichiarano la propria insoddisfazione sulla gestione complessiva sinora attuata dei protocolli di Barcellona e Lione.

Per questo ribadiscono che:

La presente dichiarazione è stata adottata l'11 marzo 2003 a Milano da: CGIL, CISL, UIL (Lombardia); DGB (Baden Württemberg); CC.OO, UGT (Catalunya); CFDT, CGT, FO, CFTC, CFE/CGC (Rhône-Alpes)

 

COMITATI AZIENDALI EUROPEI E RISTRUTTURAZIONI

Nei giorni 20-21 febbraio 2003 si è svolto a Barcellona un seminario del progetto europeo Mier (Misure innovatrici di fronte alle ristrutturazioni) dedicato al ruolo dei Comitati aziendali europei (Cae) nei processi di ristrutturazione delle compagnie transnazionali. Mier è un progetto che riguarda alcune regioni chiave in Europa: Lombardia, Catalogna, Rhônes-Alpes e Baden-Württemberg (i cosiddetti "Quattro Motori"). Tale progetto va però oltre, affrontando una questione fondamentale per lo sviluppo europeo dal punto di vista sindacale, cioè il ruolo e il funzionamento dei Cae. I Comitati aziendali europei presentano molti limiti e non sono il massimo per quanto riguarda le attività sindacali ma, d'altro canto, sono l'unica struttura sindacale di base sul livello europeo. Il loro funzionamento è dunque di grande importanza per lo sviluppo stesso del movimento sindacale europeo, come ha sottolineato la segretaria di Politica Internazionale CC.OO Catalunya, Joana Aguado, in apertura dell'incontro. Al seminario hanno partecipato dirigenti sindacali, esperti e, in particolare, membri di Cae delle quattro regioni, rappresentando settori ed esperienze sindacali diversi. Pascal Addari, esperto del gruppo Secafi Alpha, affrontando la questione di come agire prima che le decisioni definitive vengano prese dall'impresa, ha mostrato le possibilità di dialogo ed elaborazione di scelte economiche e sociali alternative riferendosi alle esperienze francesi, in primo luogo quella del Cae di Valeo.

Esempi di buona pratica, in particolare nell'ambito del settore automobilistico, sono stati riportati da Heinz Bierbaum dell'INFO-Institut (Università di Saarbrücken), il quale ha presentato un sistema d'informazione per i Cae. Il contributo di Luis Miguel Fernández, segretario internazionale di CC.OO, ha fatto riferimento all'accordo per il Cae di Arcelor, gruppo siderurgico europeo col dialogo sociale come elemento centrale, con i diritti d'informazione e di consultazione migliorati e con un ruolo elevato del Fem. Antoni Izquierdo, consulente economico per le imprese, ha descritto le strategie internazionali dei grandi gruppi la cui conoscenza è molto importante anche per le attività sindacali. Il problema maggiore consiste nel fatto che, normalmente, i Cae sono informati troppo tardi e molto volte solo quando le decisioni sono già state prese. Certo, le realtà presentate sono molto diverse. Ci sono dei Cae praticamente privi di informazione e altri dove l'informazione e la consultazione corrispondono almeno in parte alle richieste sindacali. I delegati presenti al seminario si sono trovati d'accordo sulla necessità della prevenzione di fronte alle possibili ristrutturazioni e delocalizzazioni, come dimostrato concretamente per la Catalogna da Simon Rosado delle CC.OO de Catalunya, regione che presenta un concentramento di gruppi internazionali le cui decisioni hanno un impatto molte forte sul tessuto industriale e sociale.

Sono stati presentati in modo più dettagliato i casi di Phillips, Siemens, Schneider, Alstom e Fina. Dal dibattito è emerso che, per un buon funzionamento dei Cae capace anche di affrontare efficientemente la ristrutturazione, è indispensabile un sistema d'informazione elaborata. Non è però sufficiente un buon accordo, ma occorre anche una conoscenza ampia delle diverse culture e in particolare la forza sindacale e la disponibilità di lottare per i propri interessi.

Come sottolineato dal responsabile del progetto CC.OO de Catalunya Jordi Vera nelle conclusioni, lo scambio di esperienze e il dibattito svoltisi durante il seminario costituiscono un contributo importante per il miglior funzionamento dei Cae e lo sviluppo della dimensione europea dei sindacati. Il seminario era inoltre una tappa del percorso di realizzazione degli obiettivi del progetto Mier, le cui conclusioni verranno presentate alla fine del 2003.

(Heinz Bierbaum)

dichiarazione delle organizzazioni imprenditoriali

Per motivi di spazio riportiamo solo la parte relativa alle "proposte" espresse dagli imprenditori durante la Conferenza. Il testo completo della dichiarazione è comunque disponibile presso la redazione di "euronote".

(...) In prospettiva, secondo le organizzazioni imprenditoriali, è necessario considerare il percorso ancora da compiere, le difficoltà e gli obiettivi ancora da raggiungere nel medio lungo periodo. E' fondamentale, innanzitutto, proseguire le riforme a carattere strutturale; in particolare, per garantire una politica comune di crescita dell'economia e dell'occupazione in Europa è ancora necessario:

In particolare, si ricordano le caratteristiche fondamentali che rendono peculiare il mercato del lavoro nelle regioni dei Quattro Motori:

I punti precedenti inducono a soffermarsi un momento sul tema della flessibilità. Un mercato del lavoro come quello delle regioni dei Quattro Motori, se si vogliono sfruttare completamente le potenzialità occupazionali, più che richiedere, impone la massima flessibilità dei rapporti di lavoro. Basti pensare al fatto che i lavori subordinati diversi dal tempo pieno e indeterminato rappresentano ormai più della metà dei nuovi impieghi, senza peraltro penalizzare l'occupazione che anche in una fase di bassa crescita economica si è mantenuta costante proprio grazie a queste forme di flessibilità occupazionale. La discussione sulla flessibilità purtroppo si incanala spesso su una contrapposizione ideologica fra liberisti e garantisti. Le regioni dei Quattro Motori possono rappresentare il terreno giusto per sperimentare forme sempre meno rigide e vincolate del rapporto di lavoro. Senza entrare nel merito della normativa legislativa e contrattuale si potrebbe partire dal concetto di flessibilità garantita dalla professionalità. Più alto è, infatti, il livello di formazione scolastica e professionale, minore è l'esigenza di tutele giuridico-formali.

In conclusione, i punti chiave per integrare la strategia europea per l'occupazione e attuare politiche sempre più efficaci devono comprendere:

Come parti sociali, come parti imprenditoriali in particolare, vogliamo assumerci le nostre responsabilità e certamente l'Europa può beneficiare dell'attivo coinvolgimento di tutte le parti sociali nell'implementazione e progettazione delle politiche di intervento.

 


niente antirazzismo nella futura costituzione?

L'European Network Against Racism (Enar), una rete di oltre 600 organizzazioni che combattono contro il razzismo e per la promozione dell'uguaglianza di trattamento, esprime preoccupazione per il progetto preliminare di Trattato costituzionale della Convenzione europea che, negli articoli relativi all'"area di libertà, giustizia e sicurezza", esclude allo stato attuale l'acquis comunitario sulla prevenzione di e la lotta contro il razzismo e la xenofobia.

L'attuale articolo 29 del Trattato dell'Ue recita: «Fatte salve le competenze della Comunità europea, l'obiettivo che l'Unione si prefigge è fornire ai cittadini un livello elevato di sicurezza in uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia, sviluppando tra gli Stati membri un'azione in comune nel settore della cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale e prevenendo e reprimendo il razzismo e la xenofobia». Al contrario, la proposta del Presidium della Convenzione per la futura Costituzione europea non solo lascia cadere questo specifico riferimento alla prevenzione di e lotta contro razzismo e xenofobia, ma sostiene esplicitamente che esso sia superfluo, data l'esistenza dell'art. 13 del Trattato che consente all'Ue di agire contro le discriminazioni. I comportamenti razzisti e xenofobi, secondo questa tesi, non saranno considerati crimini «particolarmente gravi e che rivestono una dimensione transfrontaliera», contraddicendo non solo la realtà ma anche le ripetute dichiarazioni del Consiglio, della Commissione e del Parlamento europei.

L'Enar deplora questo approccio, sottolineando che «prevenzione e lotta contro razzismo e xenofobia sono requisiti indispensabili e fondamentali per costruire un'area di libertà, giustizia e sicurezza per tutti». Inoltre, dichiarano i rappresentanti del network europeo antirazzista, «la lotta contro la discriminazione, anche se strettamente correlata, è fondamentalmente altra cosa dallo sradicamento di razzismo e xenofobia: richiede interventi e strumenti distinti, di politica sociale assai più che di diritto penale. Né si dovrebbe dimenticare che una delle ragion d'essere del progetto di unificazione dell'Europa, all'indomani della Seconda guerra mondiale, risiedeva proprio nella volontà di impedire il ripetersi dei crimini razzisti commessi dal nazismo. Anche per questo la prevenzione e la lotta contro il razzismo sono parte integrante dei valori fondanti dell'Ue».

INFORMAZIONI: tel. 011 5229817; sito web: www.enar-eu.org

molto da fare nell'Anno europeo sull'handicap

Il 26 gennaio scorso è stato inaugurato ad Atene l'Anno europeo dei disabili, iniziativa con cui l'Ue si propone di sensibilizzare l'opinione pubblica sulla tematiche dell'handicap e di favorire progressi importanti nella condizione di vita delle persone direttamente interessate.

Sono circa 37 milioni i cittadini dell'Ue con qualche forma di handicap, un numero che equivale a circa sette volte la popolazione della Danimarca e quasi quattro volte quella del Belgio. Nonostante la rilevanza anche quantitativa, si tratta ancora di una popolazione spesso oggetto di pregiudizi e i cui diritti non sono sempre garantiti. «Gli Stati membri non fanno abbastanza per garantire agli handicappati pari diritti con le persone non disabili», sostiene la commissaria Ue per gli Affari sociali Anna Diamantopoulou, secondo la quale «i diritti di cui parliamo possono essere sintetizzati come diritti all'accesso: accesso a un lavoro, accesso agli edifici, accesso alla posta elettronica e a Internet. Tali diritti possono già esistere sulla carta, ma non nella realtà. L'anno europeo dei disabili deve segnare l'avvio di un cambiamento duraturo per i nostri "cittadini invisibili"». Stime fornite dalla Commissione europea riportano che il 38% delle persone con handicap di età compresa tra i 16 e i 34 anni in tutta Europa dispone di un reddito guadagnato, rispetto al 64% delle persone non handicappate; un numero compreso tra i 2 e i 3,5 milioni di handicappati potrebbero essere reintegrati nella forza lavoro dell'Ue. Inoltre, le persone "normodotate" hanno una probabilità più che doppia di portare a termine un'istruzione superiore rispetto agli handicappati gravi. Il 97% degli europei ritiene che si debba fare di più per integrare le persone con handicap nella società. La Ue ha approvato una legislazione che renderà illegali tutte le forme di discriminazione nei confronti degli handicappati sui luoghi di lavoro, che si tratti di discriminazione diretta o indiretta. Gli Stati membri e la Commissione hanno deciso che le nuove norme dovranno essere attuate entro la fine del 2003. Punto chiave della direttiva è l'obbligo per tutte le imprese dell'Ue di trovare «soluzioni appropriate» alle esigenze dei dipendenti con handicap.

INFORMAZIONI: www.eypd2003.org

nessun nesso diretto tra immigrazione e criminalità

Non c'è alcun nesso di causa ed effetto tra l'immigrazione di persone da Paesi extra europei e l'aumento della criminalità o della disoccupazione: a sostenerlo è un rapporto finanziato dall'Ue che analizza i risultati di 17 differenti ricerche sull'immigrazione in Europa. E' piuttosto l'economia sommersa a stimolare l'immigrazione, afferma una sintesi dello studio che sottolinea come gli immigrati abbiano la tendenza ad accettare lavori che gli europei rifiutano: se il flusso di stranieri dovesse diminuire, quindi, l'Europa potrebbe avere una carenza di manodopera. «L'ignoranza è alla base del razzismo», sostiene il commissario europeo alla Ricerca, Philippe Busquin. «Questo nuovo rapporto - ha aggiunto - aiuterà ad assicurare che qualsiasi futura politica relativa ai temi dell'immigrazione terrà conto di alcune delle più recenti informazioni disponibili sui problemi che gli immigrati incontrano oggi in Europa». Le 17 ricerche considerate dal rapporto sono state condotte nell'ambito del programma "Tser". Quale prova che gli immigrati non siano causa diretta dell'economia sommersa, ma solo un suo effetto, viene portato il caso della Germania, dove la lotta per fermare gli immigrati illegali non ha portato a una diminuzione del lavoro nero. Lo sfruttamento degli immigrati in condizioni di illegalità, sostiene ancora il comunicato della Commissione europea, crea lo "stereotipo" dello straniero-criminale. Le ricerche dimostrano comunque che le discriminazioni sperimentate da alcuni immigrati nei primi tempi del loro insediamento in Europa portano alla diseguaglianza sociale e possono anche "incoraggiano al crimine".

(Fonte: Ansa)

al vaglio dell'Ue la proposta britannica sull'asilo

La Commissione europea esaminerà le proposte della Gran Bretagna in materia di nuove politiche per gestire le richieste di asilo, appena il governo britannico avrà precisato meglio la sua proposta. E' quanto affermato lo scorso 28 marzo dal commissario europeo alla Giustizia a Affari interni Antonio Vitorino, secondo cui la proposta britannica, che tra l'altro prevede la creazione di campi di accoglienza per i richiedenti asilo all'esterno dei confini dell'Ue «è in linea con le nostre preoccupazioni, che richiedono un nuovo approccio al problema della richiesta di asilo» e che «può essere considerata complementare» con il lavoro dell'Ue sul problema. Sulla proposta britannica, contestata dalle organizzazioni europee che si occupano dei diritti di immigrati, rifugiati e richiedenti asilo, si è pronunciato anche il ministro dell'Interno greco Michalis Chrysocoidis, il quale ha affermato che la proposta è «in questa fase, un suggerimento» e che la presidenza greca dell'Ue «ritiene che non sia ancora stata dettagliata». Chrysocoidis ha comunque reso noto che la proposta del governo di Tony Blair ha «sollevato una serie di punti interrogativi» tra alcuni Stati membri dell'Unione.

previsioni economiche dell'Ue

L'Europa rivede le sue prospettive di crescita e disegna due scenari non troppo ottimistici, legati alle attuali tensioni internazionali, con sbocchi diversi a seconda di come evolverà il dopoguerra iracheno. «Questo per l'Ue è un momento storico», ha scritto il commissario europeo Pedro Solbes nelle raccomandazioni sui grandi orientamenti di politica economica. «Dopo il successo dell'introduzione dell'euro - sostiene Solbes - ora l'Ue si trova davanti a uno storico allargamento che la porterà a 25 Stati, creando un'entità economica formata da una popolazione di oltre 450 milioni di persone. Nello stesso tempo, il mondo è davanti a eccezionali tensioni geopolitiche che gettano ombre sulle prospettive economiche certamente a breve, forse anche a medio termine».

Così, l'Ue abbassa l'indice di crescita nella "zona euro" all'1% nel 2003, contro la precedente previsione dell'1,8%. Anche in questo caso la correzione è esplicitamente attribuita agli «effetti penalizzanti» del conflitto. Nel 2004, poi, l'economia europea dovrebbe tornare a crescere e l'indice ipotizzato va oltre il raddoppio, passando al 2,2%. Si tratta di previsioni più pessimistiche di quelle espresse dalla Banca mondiale, che pronostica una crescita dell'1,4% nel 2003 e del 2,6% nel 2004. Sono basate su un prezzo del petrolio medio, nel 2003, pari a 27,5 dollari al barile e che scenderà a 23,5 il prossimo anno. La Commissione confida sul fatto che le tensioni internazionali scendano a partire dall'estate. Per prudenza, ha però tracciato una seconda previsione che considera una fase di instabilità più lunga nel dopoguerra e quindi una recessione o una stagnazione dell'economia, con il prezzo del greggio attestato nel 2003 su una media di 35 dollari al barile e nel 2004 a 27,6. Senza una riduzione della tensione internazionale, l'Europa rischia di dover costantemente rivedere i suoi obbiettivi e ridimensionare le prospettive in settori importanti quali occupazione, salute, educazione, in sintesi nel miglioramento della vita dei suoi cittadini. Anche per questo l'Ue chiede che l'Onu abbia un ruolo nella ricostruzione in modo da accelerare la normalizzazione e tranquillizzare i mercati.

(Fonte: Ansa)

 

CECENIA: UNA GUERRA DIMENTICATA

Nel 2002 è stato di 1314 il totale ufficiale delle vittime tra la popolazione civile della Cecenia, una media di 109 ceceni uccisi ogni mese al di fuori di qualunque scontro armato o bombardamento: dunque vittime di esecuzioni sommarie. E' quanto emerge da un Rapporto del governo ceceno filorusso (insediato dalle autorità di Mosca nella repubblica), inviato nel marzo scorso al Cremino e di cui il quotidiano francese "Le Monde" è venuto in possesso. Il Rapporto segnala anche l'individuazione di fosse comuni di civili in 49 località della Cecenia, con il ritrovamento di 2879 cadaveri in esse contenuti. L'indagine descrive inoltre sequestri, torture, violenze, uccisioni e scoperte di resti di corpi di civili (pare che i militari russi radunino gruppi di ceceni e li facciano esplodere). Le violenze ai danni di civili sono continuate anche nel 2003, con 70 omicidi, 126 sequestri, 19 scomparse e 25 ritrovamenti di resti di corpi umani, a dimostrazione che la guerra, in corso dal 2 ottobre 1999 quando le truppe russe entrarono nella repubblica indipendentista, è tutt'altro che finita nonostante i molti annunci fatti in questo senso dal presidente russo Vladimir Putin. La Russia non ha mai autorizzato alcuna inchiesta internazionale indipendente sulle atrocità compiute nella regione e quelle condotte dalle autorità russe sono definite «farse» dall'organizzazione internazionale Human Rights Watch. Un'altra organizzazione, Memorial, ha più volte denunciato l'esistenza in Cecenia di veri e propri squadroni della morte composti da militari, poliziotti e agenti dell'intelligence russi. L'Ong russa Madri dei soldati stima che siano tra i 60.000 e gli 80.000 i civili ceceni uccisi dall'inizio del conflitto e 36.000 le persone disperse. Mentre l'attenzione internazionale è concentrata sull'Iraq, dunque, continua il massacro in Cecenia e nel gennaio 2003 è addirittura terminata la missione dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce), con la quale un gruppo di osservatori internazionali aveva il compito di monitorare la situazione nella repubblica indipendentista per conto delle maggiori organizzazioni paneuropee (Osce appunto e Consiglio d'Europa). «Sono stati traditi i mandati europei e distrutti i valori che il nostro continente difendeva dalla fine della Seconda guerra mondiale - denuncia la giornalista russa Anna Politkovskaja, che da anni segue da vicino le vicende cecene - Siamo di fronte a una realtà internazionale in cui l'Osce e il Consiglio d'Europa tollerano lo spargimento di sangue in una parte della stessa Europa. Dopo essersi resi conto di quanto è successo sono strisciati via, rinunciando persino a quanto avevano fatto fino a quel momento: osservare il massacro in corso».

(Fonte: "Internazionale")

deficit: la Commissione richiama la Francia

La Commissione europea ha adottato lo scorso 2 aprile una relazione sullo stato delle finanze pubbliche francesi che rappresenta il primo passo della procedura per i disavanzi eccessivi prevista dall'articolo 104 del Trattato dell'Unione. La decisione, preannunciata nelle settimane precedenti, è stata presa perché il rapporto deficit/Pil della Francia per il 2002 ha raggiunto il 3,1%, superando quindi il tetto del 3% previsto dal Patto di stabilità. La decisione della Commissione non comporta al momento effetti concreti, ma la Francia viene richiamata a rispettare il rigore di bilancio così come Portogallo e Germania (3,6% nel 2002). Per ora è previsto che la relazione vada all'esame del Comitato Ecofin, l'organismo che prepara le riunioni del Consiglio dei ministri delle Finanze della Ue, il quale darà il proprio parere. Il dossier ritornerà quindi al collegio dei commissari Ue che invierà la propria raccomandazione all'Ecofin, cui spetterà la decisione finale. I ministri delle Finanze ne discuteranno nella riunione del 3 giugno prossimo. Dopo i vari passaggi, se il Paese richiamato non risana in qualche modo le sue finanze, la procedura dell'Unione prevede anche l'imposizione di sanzioni finanziarie.

relazione sulla responsabilità sociale delle imprese

La Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e lavoro (con sede a Dublino) ha pubblicato una nuova relazione intitolata "Verso una responsabilità sociale durevole" da cui si evince che se si vuole che la responsabilità sociale delle imprese (Csr) funzioni con successo è importante avere un dialogo che implichi tutti gli azionisti e che tenga conto delle rispettive aspettative. La relazione si basa su 4 temi: ristrutturazione, subappalto, comunità locali, ambiente. In particolare raccomanda di: promuovere una Csr che vada di pari passo con il dialogo sociale; ripensare le regole, i processi e le pratiche; permettere agli operatori di avere un ruolo; promuovere gli aspetti interni ed esterni della Csr, come ad esempio la sicurezza sul lavoro; aumentare il dialogo per inserirvi tutti gli azionisti; incoraggiare la Csr nelle piccole e medie imprese; promuovere la Csr come mezzo per anticipare il mutamento. La relazione è disponibile all'indirizzo web: www.eurofound/eu.int.

(Fonte: inEurop@ n. 41/2003)

intercettazioni al Consiglio europeo

Il Consiglio europeo ha deciso di presentare una denuncia contro ignoti al procuratore generale presso la corte d'appello di Bruxelles per la vicenda delle intercettazioni telefoniche scoperte nel palazzo dove si svolgono le riunioni del Consiglio. Il provvedimento prevede anche «che siano prese tutte le misure necessarie per una costituzione di parte civile, a nome del Consiglio, se lo si riterrà opportuno». Un sistema di diramazioni collegato alla centrale telefonica dell'edificio è stato scoperto nel febbraio scorso, ma la notizia è trapelata solo il 19 marzo, a pochi giorni dal Vertice di primavera dei capi di Stato e di governo dell'Ue. Tra le delegazioni spiate figurano sicuramente Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna e Austria, ma il numero esatto non è stato mai comunicato. Apparentemente il dispositivo era stato collocato già da diversi anni. Un portavoce del Consiglio ha reso noto che i controlli e l'inchiesta interna non hanno permesso di identificare i responsabili, per questo è stata presentata la denuncia. Dolo la scoperta del dispositivo, gli addetti alla sicurezza avevano avvertito i Paesi interessati e lo avevano lasciato per cercare di scoprire chi lo controllava, apparentemente senza risultati concreti. In merito sono state formulate ipotesi e diffuse indiscrezioni, secondo cui i maggiori sospetti sono concentrati su un'azienda che ha lavorato nell'edificio e che avrebbe avuto legami con Israele. I rappresentanti diplomatici israeliani hanno smentito ogni responsabilità.

(Fonte: Ansa)

 

FUORI L'EUROPA DALLA GUERRA
FUORI LA GUERRA DALLA STORIA

Campagna della Tavola della Pace per chiedere che nell'articolo 1 della Costituzione europea sia scritto: l'Europa ripudia la guerra.

Chiediamo che nell'articolo 1 della Costituzione europea sia scritto a chiare lettere che: «L'Europa ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali e riconosce nella pace un diritto fondamentale delle persone e dei popoli. L'Europa contribuisce alla costruzione di un ordine internazionale pacifico e democratico; a tale scopo promuove e favorisce il rafforzamento e la democratizzazione dell'Organizzazione delle Nazioni Unite e lo sviluppo della cooperazione internazionale».

In questi giorni la Convenzione europea sta discutendo
gli articoli della futura Costituzione europea. E' urgente
far sentire la nostra voce ai membri della Convenzione.
La nuova Europa deve ripudiare la guerra. Per sempre.
Per informazioni e adesioni alla Campagna:
www.tavoladellapace.it