euro e riforme

Queste sono le due grandi novità delle ultime settimane per l'Unione europea. Novità preannunciate, certo, perché era noto che il 15 dicembre 2001 al Consiglio europeo di Laeken sarebbe iniziato il processo di riforme delle istituzioni europee e che il 1° gennaio 2002 l'euro sarebbe entrato in circolazione, ma è sempre notevole l'impatto quando la teoria diventa realtà. Così, la realtà oggi è fatta di 305 milioni di cittadini europei che quotidianamente maneggiano nuove banconote, monete e monetine e 12 Stati che, per la prima volta nella storia in modo pacifico e consensuale, hanno rinunciato alla loro moneta (da sempre simbolo importante dell'identità nazionale) per adottarne una unica. E tutto ciò avviene appena 10 anni dopo l'inserimento nel Trattato dell'Ue dell'idea di unione economica e monetaria. Ma si tratta solo dell'inizio, perché i tre Stati membri dell'Ue che al momento restano fuori volontariamente dalla zona euro (Gran Bretagna, Svezia e Danimarca) manifestano i primi dubbi sulla loro decisione, mentre almeno 10 altri Stati si preparano ad entrare nei prossimi anni nell'Unione europea: in pochi anni, dunque, la cosiddetta Eurolandia si estenderà notevolmente e altrettanto il suo bacino d'influenza economico-finanziaria. Anche per questo l'Unione avrà bisogno di politiche economiche, finanziarie, fiscali nuove e comuni, così come di politiche sociali, ambientali, di una vera politica estera, e tutto ciò potrà avvenire solo con istituzioni e regole rinnovate rispetto alle attuali. Un'Unione europea a 25 o più Stati membri, infatti, avrà caratteristiche molto diverse dal Mercato comune del Trattato di Roma di mezzo secolo fa, mentre la nuova grave e pericolosa situazione internazionale necessita di un'Europa che sia soggetto politico forte e autonomo, in grado cioè di incidere veramente a favore della pace, del dialogo e del riassetto di un pianeta drammaticamente squilibrato (anche perché le responsabilità europee di tale squilibrio sono molte). «L'Unione si trova ad un crocevia, in un momento cruciale della sua esistenza» si legge nella Dichiarazione di Laeken (che pubblichiamo integralmente in questo numero di euronote), e questo avviene in un contesto storico caratterizzato da leadership politiche non propriamente entusiasmanti a livello internazionale (basti pensare a quella italiana per essere ragionevolmente preoccupati), ma questo è e da qui si parte.

E allora, in un processo di riforme fondamentale che va ad iniziare, il ruolo e la partecipazione dei cittadini, delle organizzazioni sociali e sindacali, della cosiddetta società civile dovranno essere forti, attivi e determinati, in modo da incidere, controllare e influenzare realmente le politiche. Solo così l'Europa, partendo dal crocevia in cui si trova, potrà incamminarsi sulla giusta strada.


la Dichiarazione di Laeken sul futuro dell'Ue

Pubblichiamo di seguito il documento denominato "Dichiarazione di Laeken", approvato il 15 dicembre 2001 dai capi di Stato e di governo dei Paesi dell'Unione europea a conclusione del Consiglio europeo tenutosi a Laeken (Belgio).

I. l'Europa ad un crocevia

Per secoli popoli e Stati hanno tentato, con la guerra e l'uso delle armi, di conquistare la supremazia sul continente europeo. In Europa, prostrata da due guerre sanguinose e dall'indebolimento della sua posizione nel mondo, si era fatta strada la consapevolezza che solo in pace e attraverso la concertazione fosse possibile realizzare il sogno di una Europa forte e unita. Per sconfiggere definitivamente i demoni del passato si è iniziato con una comunità del carbone e dell'acciaio. In seguito furono aggiunte altre attività economiche come l'agricoltura. Infine, è stato realizzato un autentico mercato unico di merci, persone, servizi e capitali cui si è aggiunta, nel 1999, una moneta unica. Il 1° gennaio 2002 l'euro diventerà una realtà quotidiana per 300 milioni di cittadini europei.

L'Unione europea è stata pertanto costruita gradualmente. Inizialmente si trattava soprattutto di una cooperazione economica e tecnica. Venti anni fa, con la prima elezione diretta del Parlamento europeo, vi è stato un considerevole rafforzamento della legittimità democratica di cui fino ad allora il Consiglio era il solo detentore. Negli ultimi dieci anni sono state poste le basi per una unione politica ed è stata realizzata una cooperazione nei settori della politica sociale, dell'occupazione, dell'asilo, dell'immigrazione, della polizia, della giustizia, della politica estera e si è adottata una politica comune in materia di sicurezza e difesa.

L'Unione europea rappresenta un successo. L'Europa vive in pace da più di mezzo secolo. Insieme all'America del Nord e al Giappone, l'Unione è una delle tre regioni più prosperose della terra. Grazie alla solidarietà reciproca e ad un'equa ripartizione dei frutti della crescita economica, le regioni più deboli dell'Unione hanno registrato un notevole aumento del tenore di vita e recuperato gran parte del loro ritardo.

A cinquant'anni dalla sua nascita, l'Unione si trova tuttavia ad un crocevia, in un momento cruciale della sua esistenza. L'unificazione dell'Europa è imminente. L'Unione sta per aprirsi a più di dieci nuovi Stati membri, soprattutto dell'Europa centrale e orientale, per chiudere in tal modo definitivamente uno dei capitoli più foschi della storia europea: la seconda guerra mondiale e la successiva spartizione artificiosa dei territori europei. L'Europa è in procinto di diventare, senza spargimento di sangue, una grande famiglia; si tratta di un vero cambiamento che chiaramente richiede un approccio diverso da quello di cinquanta anni fa, quando sei Paesi avviarono il processo.

la sfida democratica dell'Europa

L'Europa si trova ad affrontare contemporaneamente due sfide, l'una all'interno e l'altra al di fuori dei propri confini.

All'interno dell'Unione occorre avvicinare le istituzioni europee al cittadino. Indubbiamente i cittadini condividono i grandi obiettivi dell'Unione, ma non sempre vedono il nesso tra questi obiettivi e l'azione quotidiana dell'Unione. Essi chiedono alle istituzioni europee meno complessità e rigidità, e soprattutto più efficienza e trasparenza. Molti ritengono inoltre che l'Unione si debba occupare maggiormente dei loro problemi concreti e che non debba intervenire nei minimi dettagli in questioni che per la loro natura sarebbe meglio lasciare ai rappresentanti eletti nei Paesi membri e nelle regioni. Alcuni arrivano a considerare tale atteggiamento addirittura una minaccia per la loro identità. Un altro aspetto, forse ancora più importante è che i cittadini ritengono che troppe decisioni siano prese senza che essi abbiano voce in capitolo, e chiedono un migliore controllo democratico.

il nuovo ruolo dell'Europa in un mondo globalizzato

Al di fuori delle proprie frontiere, l'Unione europea è invece confrontata ad un mondo in rapida mutazione e globalizzato. Dopo la caduta del muro di Berlino si è pensato per un momento che saremmo vissuti per lungo tempo in un ordine mondiale stabile e libero da conflitti. I diritti dell'uomo ne avrebbero costituito il fondamento. Solo pochi anni dopo tale certezza è tuttavia venuta meno. L'11 settembre 2001 ci ha aperto brutalmente gli occhi. Le forze antagoniste non sono scomparse. Il fanatismo religioso, il nazionalismo etnico, il razzismo, il terrorismo guadagnano terreno. I conflitti regionali, la povertà e il sottosviluppo continuano a costituire il terreno fertile per il loro propagarsi.

Qual è il ruolo dell'Europa in questo mondo trasformato? Ora che è finalmente unita, non deve l'Europa svolgere un ruolo di primo piano in un nuovo ordine planetario, quello di una potenza che può assumere un ruolo stabilizzatore a livello mondiale e costituire nel contempo un faro per molti Paesi e popoli? L'Europa, continente dei valori umanistici, della Magna Carta, del Bill of Rights, della rivoluzione francese e della caduta del muro di Berlino. Il continente della libertà, della solidarietà e soprattutto della diversità, il che implica il rispetto per le lingue, la cultura e le tradizioni altrui. L'unica frontiera che l'Unione europea traccia è quella della democrazia e dei diritti dell'uomo. L'Unione è solo aperta ai Paesi che rispettano i valori fondamentali quali le libere elezioni, il rispetto delle minoranze e quello per lo stato di diritto.

Ora che la guerra fredda si è conclusa e viviamo in un pianeta globalizzato, ma al contempo totalmente frammentato, l'Europa deve assumere le proprie responsabilità nella gestione della globalizzazione. Il ruolo che essa deve svolgere è quello di una potenza che si scaglia risolutamente contro qualsiasi forma di violenza, di terrorismo, di fanatismo, senza chiudere gli occhi di fronte alle ingiustizie stridenti ovunque nel mondo. Una potenza, insomma, che intende modificare i rapporti nel mondo in modo tale che non solo i Paesi ricchi, bensì anche quelli poveri possano trarne beneficio. Una potenza che vuole iscrivere la mondializzazione entro un quadro etico, in altri termini calarla in un contesto di solidarietà e di sviluppo sostenibile.

le attese del cittadino europeo

L'immagine di un'Europa democratica e impegnata su scala mondiale corrisponde perfettamente ai desideri del cittadino. Più volte questi ha lasciato intendere che auspica un ruolo più importante dell'Unione in materia di giustizia e di sicurezza, di lotta contro la criminalità transfrontaliera, di controllo dei flussi migratori, di accoglienza dei richiedenti asilo e dei profughi provenienti da regioni di conflitto periferiche. Egli chiede risultati anche sul piano dell'occupazione e della lotta contro la povertà e l'esclusione sociale, nonché in materia di coesione economica e sociale. Esige un approccio comune in materia di inquinamento, di cambiamenti climatici, di sicurezza alimentare. Sono, in breve, tutte questioni transfrontaliere che, come il cittadino intuisce istintivamente, possono essere affrontate soltanto attraverso una cooperazione reciproca. Allo stesso modo, egli auspica un'Europa più presente nelle questioni di politica estera, di sicurezza e di difesa, in altri termini un'azione rinforzata e più coordinata nella lotta contro i focolai che covano in seno e attorno all'Europa stessa, nonché nel resto del mondo.

Il medesimo cittadino ritiene al contempo che in una serie di altri settori l'Europa agisca in maniera troppo burocratica. Il buon funzionamento del mercato interno e della moneta unica deve continuare a costituire il fondamento del coordinamento dei settori economico, finanziario e fiscale, senza che per questo sia compromessa la specificità dei singoli Stati membri. Le diversità sul piano nazionale o regionale sono spesso retaggio della storia e della tradizione. Esse possono costituire una ricchezza. In altre parole, immediatamente dopo la "buona amministrazione", ciò che importa è creare nuove opportunità, non nuove rigidità. Il cittadino vuole più risultati, risposte più efficaci ai problemi concreti e non un superstato europeo o istituzioni europee che interferiscono in tutto.

In poche parole, il cittadino chiede un approccio comunitario chiaro, trasparente, efficace e democratico. Un approccio che consenta all'Europa di assurgere a faro capace di orientare l'avvenire del mondo; un approccio che produca risultati concreti nel senso di più posti di lavoro, maggiore qualità della vita, meno criminalità, un'istruzione di qualità e migliori cure sanitarie. Non vi è alcun dubbio che l'Europa debba a tal fine ritornare alle origini e riformarsi.

II. le sfide e le riforme in un'Unione rinnovata

L'Unione deve diventare più democratica, più trasparente e più efficiente. Essa deve inoltre dare una risposta a tre sfide fondamentali: come avvicinare i cittadini - in primo luogo i giovani - al progetto europeo e alle istituzioni europee? Come strutturare la vita politica e lo spazio politico europeo in un'Unione allargata? Come trasformare l'Unione in un fattore di stabilità e in un punto di riferimento in un mondo nuovo, multipolare? Per raccogliere queste sfide occorre porre una serie di domande mirate.

una migliore ripartizione e definizione delle competenze nell'Ue

Spesso il cittadino nutre nei confronti dell'Unione europea attese alle quali questa non sempre corrisponde. E viceversa, il cittadino ha talvolta l'impressione che l'Unione sia troppo attiva in settori nei quali il suo intervento non sempre è indispensabile. È pertanto necessario chiarire la ripartizione delle competenze tra l'Unione e gli Stati membri, semplificarla e adeguarla alla luce delle nuove sfide che si presentano all'Unione. Ciò può implicare tanto la riattribuzione di taluni compiti agli Stati membri quanto l'attribuzione all'Unione di nuove missioni, o un'estensione delle sue attuali competenze. È necessario a tal fine tenere sempre conto dei principi di parità e di solidarietà tra Stati membri.

Una prima serie di quesiti che vanno posti verte sulle modalità con cui possiamo rendere più trasparente la ripartizione delle competenze. Possiamo, a tal fine, introdurre una distinzione più chiara tra tre tipi di competenze: quelle esclusive dell'Unione, quelle degli Stati membri, quelle condivise tra l'Unione e gli Stati membri? A quale livello le competenze si esercitano nel modo più efficace? Come applicare, a tale riguardo, il principio di sussidiarietà? E non occorre chiarire che tutte le competenze che non siano attribuite all'Unione in virtù dei trattati spettano esclusivamente agli Stati membri? E quali ne sono le conseguenze?

La successiva serie di quesiti mira a verificare, all'interno di questo quadro rinnovato, e nel rispetto dell'acquis comunitario, se non sia necessario procedere ad un riordino delle competenze. In che modo possiamo, a tal fine, prendere come filo conduttore le aspettative del cittadino? Quali compiti ne deriverebbero per l'Unione? E, viceversa, quali compiti sarebbe meglio lasciare agli Stati membri? Quali sono le necessarie modifiche da apportare nel trattato alle varie politiche? Come sviluppare, ad esempio, una politica estera comune e una politica di difesa più coerenti? Occorre riattualizzare i compiti di Petersberg? Intendiamo dare una forma maggiormente integrata alla cooperazione giudiziaria e tra forze di polizia? Come rafforzare il coordinamento delle politiche economiche? Dobbiamo intensificare la cooperazione in materia di inclusione sociale, di ambiente, di sanità, di sicurezza alimentare? Oppure, occorre invece demandare in modo più marcato l'ordinaria amministrazione e l'esecuzione della politica dell'Unione agli Stati membri e, ove la loro costituzione lo preveda, alle regioni? Non occorre dar loro garanzie che le loro competenze non saranno intaccate?

Si pone infine il quesito su come assicurare che un riassetto della ripartizione delle competenze non si traduca in un ampliamento strisciante delle competenze dell'Unione, oppure in un'interferenza in settori di competenza esclusiva degli Stati membri e, laddove previsto, delle regioni. Come vigilare, al contempo, affinché la dinamica europea non subisca una battuta d'arresto? L'Unione dovrà pur reagire anche in futuro a nuove sfide e a nuovi sviluppi ed essere in grado di esplorare nuovi settori di politica. A tal fine è necessario un riesame degli articoli 95 e 308 del Trattato alla luce dell'acquis giurisprudenziale?

la semplificazione degli strumenti dell'Unione

Non è importante soltanto chiedersi chi fa che cosa. Altrettanto importante è chiedersi in qual modo l'Unione agisca, quali strumenti utilizzi. Le successive modificazioni dei trattati hanno comunque condotto ad una proliferazione di strumenti e gli orientamenti sono andati via via sviluppandosi nel senso di una legislazione particolareggiata. La questione centrale è pertanto se gli strumenti dell'Unione non possano essere circoscritti meglio e se il loro numero non possa essere ridotto.

Occorre, in altre parole, introdurre una distinzione tra misure legislative e misure di attuazione? È opportuno ridurre il numero di strumenti legislativi: norme direttamente applicabili, legislazione quadro e strumenti non vincolanti (pareri, raccomandazioni, coordinamento aperto)? È auspicabile ricorrere più di frequente alla legislazione quadro, che lascia agli Stati membri un più ampio margine di manovra nel conseguimento degli obiettivi politici? Per quali competenze il coordinamento aperto e il mutuo riconoscimento costituiscono gli strumenti più appropriati? Il principio di proporzionalità resta quello basilare?

più democrazia, trasparenza ed efficienza nell'Ue

L'Unione europea trae la propria legittimità dai valori democratici che essa propugna, dagli obiettivi che persegue e dalle competenze e dagli strumenti di cui dispone. Il progetto europeo trae tuttavia la propria legittimità anche da istituzioni democratiche, trasparenti ed efficienti. Anche i parlamenti nazionali contribuiscono alla legittimazione del progetto europeo. La dichiarazione sul futuro dell'Unione, allegata al Trattato di Nizza, ha sottolineato la necessità di esaminare il loro ruolo nella costruzione europea. Più in generale, occorre chiedersi quali iniziative si possano adottare al fine di sviluppare uno spazio pubblico europeo.

Il quesito principale, valido per tutte e tre le istituzioni, è il seguente: in che modo possiamo accrescere la legittimità democratica e la trasparenza delle attuali istituzioni?

Come si può rafforzare l'autorità e l'efficienza della Commissione europea? Secondo quali modalità deve essere designato il presidente della Commissione? Dal Consiglio europeo, dal Parlamento europeo o dal cittadino, attraverso elezioni dirette? Deve essere rafforzato il ruolo del Parlamento europeo? Deve essere esteso il diritto di codecisione? È opportuno riesaminare le modalità di elezione dei membri del Parlamento europeo? È necessaria una circoscrizione elettorale europea o è meglio continuare ad attenersi a circoscrizioni stabilite a livello nazionale? È possibile combinare i due sistemi? Si deve rafforzare il ruolo del Consiglio? Deve il Consiglio agire allo stesso modo nella sua veste legislativa ed in quella esecutiva? In un'ottica di maggiore trasparenza, le sessioni del Consiglio, almeno nel suo compito legislativo, debbono diventare pubbliche? Il cittadino deve avere un maggiore accesso ai documenti del Consiglio? Come infine assicurare l'equilibrio ed il controllo reciproco fra le istituzioni?

La seconda domanda, anch'essa in tema di legittimità democratica, riguarda il ruolo dei parlamenti nazionali. Debbono essere rappresentati in una nuova istituzione, a fianco del Consiglio e del Parlamento europeo? Debbono svolgere un ruolo nei settori d'intervento europei per i quali il Parlamento europeo non è competente? Debbono concentrarsi sulla ripartizione delle competenze fra Unione e Stati membri, ad esempio mediante una verifica preliminare del rispetto del principio di sussidiarietà?

La terza domanda è come possiamo migliorare l'efficienza del processo decisionale ed il funzionamento delle istituzioni in un'Unione con circa trenta Stati membri. In che modo l'Unione potrebbe definire con maggiore precisione i suoi obiettivi e le sue priorità e assicurarne una migliore attuazione? È necessario un maggior numero di decisioni prese a maggioranza qualificata? Come semplificare e accelerare la procedura di codecisione fra il Consiglio e il Parlamento europeo? Che fare della rotazione semestrale della Presidenza dell'Unione? Qual è il ruolo futuro del Parlamento europeo? Che ne sarà del ruolo e della struttura dei diversi Consigli? Come dare maggiore coerenza anche alla politica estera comune? Come potenziare la sinergia fra l'Alto rappresentante ed il commissario competente? Come deve essere ulteriormente estesa la rappresentanza esterna dell'Unione nei consessi internazionali?

la via verso una costituzione per i cittadini europei

Attualmente l'Unione europea conta quattro trattati. Gli obiettivi, le competenze e gli strumenti politici dell'Unione sono sparsi in questi trattati. In un'ottica di maggiore trasparenza, una semplificazione è imprescindibile.

Si possono quindi formulare quattro serie di domande. La prima riguarda la semplificazione degli attuali trattati senza modificarne il contenuto. Deve essere riveduta la distinzione fra Unione e Comunità? E la suddivisione in tre pilastri?

Seguono poi le domande relative ad un possibile riordino dei trattati. È necessario operare una distinzione fra un trattato di base e le altre disposizioni del trattato? Occorre procedere a questa separazione? Ne può derivare una distinzione fra le procedure di modifica e quelle di ratifica del trattato di base e le altre disposizioni del trattato?

Occorre inoltre riflettere sull'opportunità di inserire la Carta dei diritti fondamentali nel trattato di base e porre il quesito dell'adesione della Comunità europea alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo.

Infine, si pone il quesito se questa semplificazione e questo riordino non debbano portare, a termine, all'adozione nell'Unione di un testo costituzionale. Quali dovrebbero essere gli elementi di base di tale legge fondamentale? I valori che l'Unione coltiva, i diritti e i doveri fondamentali del cittadino, i rapporti fra gli Stati membri all'interno dell'Unione?

SOCIETÀ CIVILE: UN RUOLO ATTIVO NELLA COSTRUZIONE EUROPEA

Dal 13 al 15 dicembre 2001, in concomitanza con il Vertice europeo di Laeken, si è tenuta a Bruxelles anche l'Assemblea dei Cittadini, alla quale hanno preso parte oltre 600 rappresentanti della cosiddetta società civile e cittadini riuniti per discutere il futuro dell'Europa.

L'Assemblea è stata organizzata dalla Piattaforma sociale e dal Forum permanente della società civile, in collaborazione con numerose organizzazioni europee e belghe, con il sostegno finanziario dell'Unione europea, del Parlamento europeo, del ministero belga degli Affari Sociali e della Confederazione europea dei sindacati.

L'Assemblea ha portato organizzazioni impegnate negli ambiti sociale, ambientale, culturale, dei diritti umani, dello sviluppo a discutere con politici, sindacalisti e altri attori sul futuro dell'Europa. L'incontro ha dimostrato l'importanza di includere la società civile nella costruzione della nuova Unione europea.

Le varie sessioni dell'Assemblea hanno riguardato i seguenti temi: Europa nel mondo e globalizzazione della giustizia sociale; un'Europa per tutti; le migrazioni; lo sradicamento della povertà; l'unificazione dell'Europa; il futuro dell'Europa.

Ai work-shops si è registrato un buon livello di dibattito e una elevata partecipazione, che hanno creato le basi per future collaborazioni su questioni quali la Carta dei diritti fondamentali, la Costituzione europea, le discriminazioni, asilo e immigrazione, cultura e politica europea, la formazione lungo tutto l'arco della vita, la partecipazione democratica dei cittadini.

Per quanto riguarda poi la Dichiarazione di Laeken (vedi testo in queste pagine) l'alleanza di Ong europee coinvolte nell'organizzazione dell'Assemblea ha insistito fortemente per il coinvolgimento della società civile nel lavoro che la Convenzione si avvia a fare sul futuro dell'Europa. Si è così stabilito di creare un Forum permanente della società civile che lavorerà regolarmente con la Convenzione, e dalla stessa Dichiarazione si può percepire il ruolo piuttosto rilevante assunto dalla società civile. Nella sessione finale dell'Assemblea, alcuni rappresentanti della società civile europea come Giampiero Alhadeff (presidente della Piattaforma sociale) e Pier Virgilio Dastoli (portavoce del Forum permanente) hanno discusso sulla Dichiarazione e sul ruolo della società civile con l'europarlamentare Daniel Cohn Bendit, il segretario generale della Confederazione europea dei sindacati Emilio Gabaglio e altri esponenti del mondo politico e intellettuale.

Una delegazione di otto rappresentanti della società civile è poi stata invitata a partecipare alla conferenza stampa tenutasi alla fine della Vertice di Laeken, in modo da presentare i risultati dell'Assemblea. Questo gruppo, che comprendeva esponenti di Amnesty International, della Piattaforma Sociale, dell'European Environmental Bureau, della Lobby europea delle donne, dei Giovani Federalisti europei, del Forum permanente e di Eurostep ha convenuto sulla necessità di lavorare insieme per sviluppare una strategia di società civile comune in relazione alla Convenzione e alla Conferenza intergovernativa del 2004. Un dialogo sul futuro dell'Europa e sulle strategie comuni da adottare si è aperto anche tra gli esponenti della società civile europea e i maggiori esponenti dei socialisti europei e dei Verdi europei.

Il terreno di lavoro per la futura collaborazione tra le varie componenti della società civile europea dovrà necessariamente essere intersettoriale e avvenire su scala pan-europea. Questo è emerso con particolare evidenza nel corso della discussione sulla collaborazione futura con la Convenzione, e dal desiderio espresso da tutti i settori per ripetere questo tipo di Assemblea in occasione dei prossimi Consigli europei fino alla Conferenza intergovernativa del 2004.

La collaborazione tra i vari gruppi della società civile nel corso dell'Assemblea è stata senza precedenti, e forse è proprio in questa collaborazione che i risultati più produttivi saranno sentiti a lungo termine. Così come importante è stata la partecipazione di rappresentanti di Ong dell'Europa centrale e orientale al fine di assicurare la rappresentatività di tutte le parti della società civile che costituiranno l'Europa del futuro.

 

III. convocazione di una Convenzione sull'avvenire dell'Europa

Per assicurare una preparazione quanto più ampia e trasparente possibile della prossima Conferenza intergovernativa, il Consiglio europeo ha deciso di convocare una Convenzione composta dai principali partecipanti al dibattito sul futuro dell'Unione. Alla luce di quanto precede, questa Convenzione avrà il compito di esaminare le questioni essenziali che il futuro sviluppo dell'Unione comporta e di ricercare le diverse soluzioni possibili.

Il Consiglio europeo ha designato Valéry Giscard d'Estaing quale presidente della Convenzione e Giuliano Amato e Jean-Luc Dehaene quali vicepresidenti.

composizione

Oltre che dal presidente e dai due vicepresidenti la Convenzione sarà composta da 15 rappresentanti dei capi di Stato o di governo degli Stati membri (1 per Stato membro), 30 membri dei parlamenti nazionali (2 per Stato membro), 16 membri del Parlamento europeo e due rappresentanti della Commissione. I Paesi candidati all'adesione parteciperanno appieno ai lavori della Convenzione. Saranno rappresentati alle stesse condizioni degli Stati membri attuali (un rappresentante del governo e due membri del parlamento nazionale) e parteciperanno alle deliberazioni senza tuttavia avere la facoltà di impedire un consenso che si dovesse delineare fra gli Stati membri.

In caso di assenza, i membri della Convenzione possono farsi sostituire soltanto da supplenti. I supplenti sono designati secondo le stesse modalità dei membri effettivi.

Il Presidium della Convenzione sarà composto dal presidente della Convenzione, dai due Vicepresidenti della Convenzione e da nove membri appartenenti alla Convenzione (i rappresentanti di tutti i governi che durante la Convenzione esercitano la Presidenza del Consiglio, due rappresentanti dei parlamenti nazionali, due rappresentanti dei parlamentari europei e due rappresentanti della Commissione).

Saranno invitati come osservatori tre rappresentanti del Comitato economico e sociale e tre rappresentanti delle parti sociali europee cui si aggiungeranno, a nome del Comitato delle regioni, sei rappresentanti (che dovranno essere designati dal Comitato delle regioni nell'ambito delle regioni, città e regioni aventi competenza legislativa), nonché il Mediatore europeo. Il presidente della Corte di giustizia ed il presidente della Corte dei conti potranno prendere la parola davanti alla Convenzione su invito del Presidium.

durata dei lavori

La Convenzione terrà la sua seduta inaugurale il 1° marzo del 2002. In questa occasione, essa procederà alla designazione del suo Presidium e deciderà il suo metodo di lavoro. I lavori si concluderanno dopo un anno, in tempo per consentire al presidente della Convenzione di presentarne i risultati al Consiglio europeo.

metodo di lavoro

Il presidente preparerà l'inizio dei lavori della Convenzione traendo insegnamento dal dibattito pubblico. Il Presidium svolgerà un ruolo propulsore e fornirà una prima base per i lavori della Convenzione.

Il Presidium potrà consultare i servizi della Commissione e gli esperti di propria scelta su qualsiasi questione tecnica che riterrà utile approfondire. A tal fine potrà creare gruppi di lavoro ad hoc.

Il Consiglio si terrà informato sulla situazione dei lavori della Convenzione. Il presidente della Convenzione riferirà oralmente ad ogni Consiglio europeo in merito allo stato di avanzamento dei lavori. Questo permetterà nel contempo di raccogliere il parere dei capi di Stato e di governo.

La Convenzione si riunirà a Bruxelles. I dibattiti della Convenzione e l'insieme dei documenti ufficiali sono pubblici. La Convenzione lavorerà nelle undici lingue di lavoro dell'Unione.

documento finale

La Convenzione studierà le varie questioni. Redigerà un documento finale che potrà comprendere opzioni diverse, precisando il sostegno sul quale ciascuna di esse può contare, o raccomandazioni in caso di consenso.

Unitamente al risultato dei dibattiti nazionali sul futuro dell'Unione, il documento finale costituirà il punto di partenza per i lavori della Conferenza intergovernativa che prenderà le decisioni finali.

forum

Perché il dibattito sia ampio e coinvolga l'insieme dei cittadini, verrà aperto un forum per le organizzazioni che rappresentano la società civile (parti sociali, settore privato, organizzazioni non governative, ambienti accademici, ecc.). Si tratterà di una rete strutturata di organizzazioni che saranno regolarmente informate sui lavori della Convenzione. I loro contributi saranno inseriti nel dibattito. Dette organizzazioni potranno essere ascoltate o consultate su argomenti specifici, secondo modalità che dovranno essere definite dal Presidium.

segretariato

Il Presidium sarà assistito da un Segretariato della Convenzione che sarà assicurato dal Segretariato generale del Consiglio. Ne potranno far parte esperti della Commissione e del Parlamento europeo.


Commissione europea: il programma per il 2002

Il 5 dicembre 2001 la Commissione europea ha presentato al Parlamento e al Consiglio europei, al Comitato economico e sociale e al Comitato delle regioni, una comunicazione riguardante il suo Programma di lavoro per il 2002. Tale programma, si legge nell'introduzione della comunicazione, «valuta i progressi registrati nell'anno in corso; identifica il contesto politico ed economico per l'anno a venire; definisce le priorità politiche per l'anno a venire sulla base della Strategia politica annuale, ma le adatta se del caso onde tener conto di importanti nuovi sviluppi; evidenzia le principali azioni politiche per il 2002, in particolare quelle atte ad attuare le priorità politiche per tale anno. Esso non tenta però di fornire un quadro completo dell'attività della Commissione, gran parte della quale è costituita da lavori in divenire legati agli obblighi che il Trattato impone alla Commissione». Il 2002, tra l'altro, è l'anno intermedio della durata in carica dell'attuale Commissione che, dopo due anni di lavoro, si sente ora in dovere di rispondere agli obiettivi strategici che si era posta all'inizio del suo mandato. L'allargamento, le riforme economiche, la nuova moneta unica, la revisione radicale del funzionamento politico, finanziario e amministrativo delle istituzioni al loro interno e tra loro, la governance e il rapporto con i cittadini, il cosiddetto sviluppo sostenibile, la responsabilità accresciuta dopo l'11 settembre di promuovere la pace e lo sviluppo anche al di fuori dei confini europei, sono tutte priorità su cui la Commissione intende lavorare in questo anno e vuole essere giudicata sui risultati che riuscirà ad ottenere.

Pubblichiamo di seguito alcune parti della comunicazione di Programma, quelle relative alle Prospettive e sfide e alle Priorità per il 2002.

prospettive e sfide per il 2002

Gli eventi dell'11 settembre hanno segnato chiaramente un momento decisivo per il 2001. Essi hanno dimostrato in modo estremamente visibile che non vi è alternativa alla cooperazione multilaterale, mettendo in luce l'importanza di un approccio comune a problemi che vanno al di là delle capacità dei singoli Paesi.

La risposta dell'Unione europea a tali eventi ha ridefinito il paesaggio politico in diversi ambiti.

Ciò ha fatto capire ai cittadini il valore di un'Unione consacrata a promuovere la pace, la prosperità e i valori democratici; un'Unione che garantisce ai suoi cittadini condizioni di vita sicure; un'Unione caratterizzata da un'identità europea emergente che promuove la diversità culturale e cerca di rafforzare il dialogo interculturale; un'Unione che dimostra solidarietà non solo all'interno dell'Unione stessa ma anche nell'ambito della comunità globale.

Nel 2002 la Commissione svolgerà appieno il suo ruolo onde sviluppare la risposta dell'Unione alle sfide che essa si trova ad affrontare in materia di sicurezza.

Anche prima degli eventi drammatici dell'11 settembre tutte le principali regioni del mondo stavano registrando un rallentamento dell'economia. Questi eventi e i successivi sviluppi politici hanno aggravato l'incertezza che i mercati, le imprese e le persone già avvertivano in qualità di datori di lavoro e di consumatori. L'economia dell'Ue non è sfuggita a questi effetti. Tuttavia, data la saldezza degli elementi fondamentali dell'economia, un contesto stabile in relazione all'Unione economica e monetaria e l'arrivo dell'euro fanno pensare che vi siano le condizioni per una ripresa nel 2002 a patto che la situazione politica ed economica internazionale non si deteriori ulteriormente.

Se guardiamo al di là dei confini dell'Unione, tra le sfide principali vi saranno il ripristino della pace, la promozione della riconciliazione e il sostegno alla ricostruzione in Afghanistan nonché il proseguimento degli sforzi, sotto gli auspici dell'Onu, per fornire una risposta internazionale alla minaccia del terrorismo. L'Ue svolgerà appieno il suo ruolo in qualità di uno dei quattro copresidenti, assieme agli Usa, al Giappone e all'Arabia Saudita, del Gruppo di orientamento per l'Afghanistan facendo in modo di far incontrare tutti gli attori e di mobilitare i necessari finanziamenti da parte dei donatori internazionali.

Tra gli importanti eventi esterni sull'agenda multilaterale vi sarà la Conferenza dell'Onu sul finanziamento dello sviluppo che si terrà a marzo (Monterey), l'avvio del Fondo globale per la lotta contro l'Hiv/Aids, la tubercolosi e la malaria e il Vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile che si terrà a settembre (Johannesburg). Lo sviluppo sostenibile sarà anche un obiettivo fondamentale dell'Ue nel contesto dei negoziati in materia di commercio avviati a Doha.

Per quanto concerne gli Stati vicini all'Ue il 2002 sarà un anno critico per l'allargamento. La Commissione aiuterà l'Unione a completare i negoziati con ben dieci Paesi candidati. Essa dovrà determinare se essi soddisfino i criteri economici e politici per entrare nell'Ue e siano in grado di attuare l'acquis comunitario. Inoltre, la Commissione continuerà il partenariato con i nostri partner del Mediterraneo (processo di Barcellona) e assicurerà il successo della Conferenza ministeriale EuroMed che si terrà ad aprile a Valencia. Inoltre, la politica euromediterranea dovrà rientrare in una strategia politica più ampia, coerente e attiva indirizzata a tutti i nostri vicini, dalla Russia e Ucraina al Mediterraneo. In tale contesto, vi sarà l'opportunità, nell'anno, di fare il bilancio dei progressi realizzati nello sviluppo della Dimensione nordica delle politiche dell'Ue.

Per quanto concerne i Balcani occidentali la Commissione continuerà ad adoperarsi per la pace e la ricostruzione.

Più avanti la Commissione opererà per stringere più strette relazioni con l'America latina, in particolare in occasione del Vertice Ue/America latina che si terrà nel maggio 2002 al fine di completare i negoziati relativi a un accordo di libero scambio con il Cile e continuerà negoziati analoghi con Mercosur. A settembre il IV Vertice Asia-Europa (Asem) di capi di Stato e di governo sarà l'occasione per potenziare il dialogo regionale con i nostri partner asiatici.

Tra i principali eventi interni si segnala che banconote e monete in euro verranno messe in circolazione a gennaio, il che costituisce la fase finale del trapasso delle valute e costituirà nel contempo una pietra miliare nell'integrazione europea cui dovrà affiancarsi uno stretto coordinamento delle politiche macroeconomiche e importanti passi onde completare il mercato comune nel settore finanziario. L'introduzione della moneta unica è un chiaro segnale del grado di sviluppo che il progetto europeo ha raggiunto a partire dal Trattato della Comunità europea del carbone e dell'acciaio di 50 anni fa - di cui si celebrerà la scadenza nel 2002.

La Commissione ritiene che l'Unione possa creare fiducia perseguendo in modo vigoroso il modello europeo di cooperazione e integrazione sia all'interno dell'Unione che con i partner associati e i Paesi vicini. Nel 2002 la Commissione si concentrerà sulla massimizzazione degli effetti benefici dell'entrata in circolazione dell'euro e sull'ottimizzazione delle condizioni di concorrenza nel mercato interno. Essa continuerà a perseguire gli obiettivi strategici per l'Unione della nuova agenda economica e sociale tramite azioni e decisioni concrete. Essa contribuirà attivamente al Consiglio europeo di primavera che diventa la tribuna centrale per emanare orientamenti finalizzati al coordinamento della politica economica e sociale dell'Unione alla luce dell'obiettivo di sviluppo sostenibile.

La Commissione svolgerà appieno il suo ruolo onde realizzare un progresso sostanziale ai fini della creazione dello spazio di libertà, sicurezza e giustizia. Ambiti chiave per il 2002 sono lo sviluppo della seconda fase delle politiche comuni in materia di immigrazione e di asilo e l'attuazione dei programmi di riconoscimento reciproco nel contesto della cooperazione giudiziaria, oltre all'agenda sulla sicurezza.

Nel 2002 la Commissione effettuerà l'esame intermedio della politica agricola comune, proporrà una riforma della politica comune e della pesca e inaugurerà l'indipendente Autorità europea per gli alimenti.

priorità della Commissione per il 2002

In tale contesto la Commissione conferma le sei priorità inizialmente identificate nella Strategia politica annuale e aggiunge quella della sicurezza alle sue priorità politiche per il 2002. Le priorità per il 2002 sono quindi:

È importante rammentare le ragioni che stanno alla base della scelta di tali priorità. L'Europa ha raggiunto una svolta in cui l'integrazione economica è ormai una realtà. I cittadini europei sono l'elemento centrale al fine di progredire qualitativamente verso l'integrazione politica. L'integrazione dell'Europa registrerà progressi se porrà maggiormente l'accento sulle politiche che meglio rispondono ai bisogni e alle aspettative dei cittadini e se questi saranno attivamente coinvolti nelle fasi future dell'integrazione. L'Ue deve anche assumersi le sue responsabilità globali, contribuire alla pace, alla solidarietà internazionale e allo sviluppo sostenibile. n

Fonte: Dipartimento Politiche comunitarie Cisl nazionale


un movimento mondiale, plurale e sociale
di Mimmo Porcaro
(Membro della delegazione italiana al Forum sociale mondiale di Porto Alegre 2001 e 2002)

Dopo il primo Forum sociale mondiale di Porto Alegre (al quale farà seguito un secondo appuntamento, sempre in quella città, nei giorni 31 gennaio - 5 febbraio 2002) si sono verificate due serie di eventi in parte prevedibili, ma sicuramente sorprendenti per la rapidità e l'incisività che li contraddistinguono.

Per prima cosa si è avuta una crescita "geometrica" del movimento su scala mondiale, e soprattutto in Europa: Genova ne è stata il segno più tangibile ed importante. In secondo luogo è avvenuta una rapida intensificazione dello scontro, sia nel senso dell'intensificarsi della repressione contro il movimento (ed anche in questo caso Genova insegna) sia nel senso del drammatico acutizzarsi della guerra vera e propria, una guerra sempre presente e mai sopita (in Iraq, in Palestina, nei Balcani ed altrove) ed ora, dopo i fatti di New York e Washington, apertamente rivendicata, dai potenti e dai loro speculari "avversari", come prospettiva "salvifica" per i prossimi anni.

Il precipitare di tutti questi eventi impone al movimento sia di esaltare al massimo la sua novità e la sua capacità di estensione ed articolazione, sia di affrontare con decisione i "vecchi" e mai scomparsi problemi dell'unità di azione e dell'intervento sui più generali rapporti di forza: i problemi della politica, insomma. Problemi che non possono essere elusi, pena il rischio di veder restringere gli spazi di qualunque attività pubblica in nome di un permanente stato di belligeranza.

novità proposte dal movimento

Le novità di questo movimento rispetto alla gran parte delle precedenti esperienze di emancipazione collettiva sono soprattutto tre: il suo carattere mondiale, il suo carattere plurale ed il suo carattere sociale. Cominciamo dall'ultimo: le diverse componenti, i diversi "popoli" confluiti a Seattle, a Porto Alegre ed a Genova sono costituiti in massima parte da organismi che non sono immediatamente politici, nel senso classico di questa parola, ma sono piuttosto impegnati in attività di intervento su questioni che hanno sì un carattere generale, ma che vengono affrontate con un lavoro concreto, diretto e "locale": dalla lotta alla miseria e all'esclusione alla critica dell'appropriazione della scienza da parte delle grandi imprese, dall'azione nei riguardi di vasti o limitati problemi ambientali all'attività di autorganizzazione dei lavoratori. Quest'insieme di esperienze non può e non deve essere sostituito da una generica ed astratta attività politica, ma deve costituire la base permanente e autonoma di qualunque attività politica, il punto di partenza e il luogo di ritorno, ossia il motivo e il criterio di verifica, di ogni altra azione più generale. Solo in questo modo è possibile immaginare una politica che non assorba e non riduca a sé ogni significativa attività sociale, e che dunque sia uno strumento per un più efficace svolgimento di queste attività, piuttosto che un sostituto simbolico di esse.

Strettamente connesso al carattere sociale è il carattere plurale del movimento: diverse ideologie, diverse aree di intervento, diversi progetti di futuro, per ora convergenti nella critica del presente. Solo chi ha vissuto e patito il carattere monolitico dei partiti e dei movimenti tradizionali può apprezzare appieno l'aspetto liberatorio di questo pluralismo che non esclude affatto, come componenti interne, partiti politici più compatti, così come non esclude che l'uno o l'altro soggetto possano, di volta in volta, prendere la testa, definire la prospettiva del movimento. Esclude però, almeno in linea di principio, l'illusoria eliminazione delle differenze tra le sue componenti ed il dominio permanente dell'una o dell'altra, e così consente una maggiore adesione ad una realtà sociale molto differenziata nonché la possibilità di pensare un modello di società non dominato da un solo principio, sia esso mercantile o burocratico.

Infine, il carattere mondiale del movimento rafforza e moltiplica le due caratteristiche a cui ho appena fatto cenno e consente, inoltre, di immaginare efficaci azioni di contrasto ad un potere che si esercita, appunto, su scala mondiale (anche se non credo che si tratti di un potere "globale", di un impero senza alcun confine nazionale, fatto di centri di dominio indistinti e privo di forti contraddizioni e di gerarchie interne).

il quarto "partito" internazionale

Ed è proprio dalla natura mondiale del movimento che si può e si deve ripartire per affrontare con la necessaria forza i gravi conflitti ai quali ci troviamo di fronte, per disegnare una possibile politica del movimento. In questi giorni, dominati dallo scontro tra un terrorismo apparentemente senza volto ed un terrore bellicista messo in atto dallo stato dominante (gli Usa) e dagli Stati ad esso subalterni, mi è accaduto spesso di pensare alla parola d'ordine che molti di noi ebbero a far propria durante gli anni dello sviluppo del terrorismo italiano e del connesso rafforzamento delle classi dominanti nostrane: «né con lo Stato, né con le BR». Parola d'ordine astrattamente ed eticamente giusta, ma alla fine inefficace perché priva di un forte referente sociale che la sostenesse. Ebbene, oggi le cose non stanno più così. Oggi, parlando molto schematicamente, esistono almeno tre "partiti" (intendendo con questo termine un insieme di Stati, di forze economiche ed anche di partiti in senso stretto) che dominano la scena internazionale: il partito del capitalismo liberale (Usa, Europa, Giappone), quello del capitalismo di Stato (Russia, Cina) e quello dell'anticapitalismo teocratico e comunitaristico (questa, almeno, è la bandiera di un terrorismo internazionale all'interno del quale, credo, agiscono molti gruppi strettamente capitalistici). Ma sta nascendo anche un quarto partito, quello della critica democratica al capitalismo, che è fatto sì di movimenti e partiti "singoli", sì di organizzazioni sociali, sì di numerosissimi individui, ma anche di stati regionali e nazionali o di parti di amministrazioni statali: ed è proprio a Porto Alegre che questo eterogeneo "partito" ha fatto il suo debutto, nell'incontro tra il movimento di Seattle da una parte e, dall'altra, lo Stato brasiliano di Rio Grande do Sul, Cuba, il Sudafrica, frammenti importanti dell'apparato di Stato francese.... Questa eterogeneità comporta certamente molti problemi, ma costituisce anche una grande risorsa: la possibilità concreta di creare uno schieramento anche internazionale (e dunque non solo globale o sovranazionale) capace di cercare un'uscita dall'alternativa terrorismo/guerra e di imporre altre priorità. Uno dei compiti del Forum mondiale 2002 sarà proprio, a mio avviso, quello della consapevole costruzione di tale schieramento.

parlare alle "masse esterne"

Ma nel percorso che ci conduce a "Porto Alegre II" dovrà essere anche affrontato il tema dell'unità politica del movimento. Sarebbe certo un grave e mortale errore affrontare questo problema con scorciatoie di qualsiasi genere, con un'accelerazione cieca dei processi di unificazione; ma sarebbe altrettanto grave illudersi di ripararsi dalla tempesta rifugiandosi nell'esaltazione dell'aspetto "impolitico" del movimento.

Non è possibile a nessuno elaborare soluzioni a tavolino. Quello che si può dire è che, qualunque sia la forma concreta di questa unità (una semplice unità d'azione, un patto federativo o altro) essa non potrà basarsi su un solo principio organizzativo, fisso e determinato una volta per tutte. Si dovranno piuttosto sperimentare diverse combinazioni tra un principio "reticolare" (che comporta il consenso come condizione fondamentale della partecipazione ad una determinata azione e la massima libertà nel percorrere strade alternative) ed un principio "assembleare" (che comporta la formazione di maggioranze e minoranze e quindi un insieme maggiore di vincoli associativi). In ogni caso dovrà essere preservata la possibilità di usare maggiormente l'uno o maggiormente l'altro di questi principi a seconda dei problemi affrontati e, forse, delle fasi. E, in ogni caso, dovrà essere mantenuto fermo il fatto che nessun principio organizzativo dovrà distogliere una massa eccessiva di forze dall'attività "sociale" per convogliarla verso l'attività "politica": ne risentirebbe la capacità di estensione e di radicamento del movimento nel suo insieme.

Ed è proprio sul problema del radicamento che si gioca la partita più importante: sia per tutte le iniziative pensate prima della guerra in corso, sia, e a maggior ragione, per la lotta alla guerra, è necessario che il movimento sappia parlare alle "masse esterne", a tutti coloro che non erano a Genova, e che sappia intervenire (con concrete vertenze mondiali, nazionali e locali) sulle condizioni materiali di vita di queste "masse esterne" dimostrando il nesso che lega i bassi salari, la precarietà del lavoro, l'esclusione sociale, la devastazione dell'ambiente con le politiche liberiste e con le politiche di guerra. Solo se saprà conquistare queste masse questo movimento avrà un futuro.

Se a Porto Alegre 2001 è nato un movimento mondiale, sociale e plurale, da Porto Alegre 2002 deve nascere uno schieramento mondiale, capace di coniugare l'attività sociale costruttiva con una politica non verticistica, capace di aggiungere ai numerosi soggetti che già lo formano quelli apportati dalla moltitudine che, per ora, si sente ancora priva di speranza e di prospettiva. n

(Fonte: agenzia d'informazione "testimoni di GeNova")


come imporre regole all'economia mondiale
di Cecilia Brighi

Per imporre alle imprese multinazionali in un mercato globalizzato delle regole che garantiscano standard sociali minimi e impongano il rispetto dei diritti umani fondamentali, si vanno elaborando strumenti, sia pure insufficienti, che chiamano direttamente in causa l'impegno del sindacato. Pubblichiamo di seguito una riflessione di Cecilia Brighi, del Dipartimento internazionale della Cisl nazionale, scritta nel novembre 2001 e tratta dal sito www.cisl.it/fim

Questo articolo va in stampa all'indomani della Conferenza ministeriale dell'Organizzazione mondiale del commercio (Omc) tenutasi a Doha, nel Qatar, a metà novembre. Questa conferenza, a detta di tutti i governi, doveva avere lo scopo, in questo clima di guerra, di rilanciare la fiducia nei mercati internazionali e nel processo di globalizzazione, offrendo un nuovo e forte spazio in particolare ai Paesi più poveri: non ci sembra vi sia riuscita, soprattutto per quanto riguarda il rapporto tra dimensione sociale e politiche commerciali. Su questo, il fallimento è totale. Nel contempo, proprio per lo stesso clima di guerra, si è preferito spostare di un anno il vertice Fao sull'alimentazione, che avrebbe dovuto decidere con urgenza forti impegni finanziari da parte dei Paesi industrializzati verso i Paesi più poveri.

Il fatto si commenterebbe da sé, se non fosse per la gravità di aver adottato due pesi e due misure su tematiche entrambe di straordinaria importanza, ma con un diverso impatto sui soggetti più deboli. Inoltre la bozza di piattaforma negoziale in discussione non prevede sostanzialmente nulla che permetta di promuovere in seno all'Omc una riflessione sul rapporto tra commercio internazionale e dimensione sociale.

Manca sul piano internazionale una strategia generalizzata a sostegno dello sviluppo sociale e del rispetto dei diritti umani fondamentali e dell'ambiente. Non pochi governi sostenevano sino a prima dell'11 settembre, che la crescita economica e la liberalizzazione del commercio e degli investimenti avrebbe portato con sé quasi automaticamente sviluppo sociale e promozione della democrazia. Questo assioma non è mai stato tanto sbagliato come in questi anni di forte accelerazione di una globalizzazione senza regole.

Tutti ormai sanno, come una cantilena, che il mercato come grande regolatore economico e sociale ha provocato al contrario un aumento delle divaricazioni sociali. Conosciamo i dati. Ma troppi governi e le stesse istituzioni internazionali, in modo ipocrita, demandano la soluzione di tali questioni alla sola capacità d'azione dell'Organizzazione internazionale del lavoro (Oil). In realtà, gli stessi governi al tavolo negoziale Omc di Ginevra, insieme agli imprenditori, giocano al minimo impegno e alle iniziative dilatorie.

Prima dell'11 settembre pochi soggetti, tra cui il sindacato internazionale, hanno denunciato i rischi profondi di un'assenza di coerenza nella presa di decisioni internazionali e gli effetti perversi di una globalizzazione senza regole democratiche globali.

Uno di questi effetti perversi, apparso su tutti i giornali in modo eclatante in queste settimane, è rappresentato dal crescere della economia criminale parallela, che come la gramigna si è diffusa grazie proprio all'assenza di regole. Il prodotto criminale lordo globale è pari a 1000 miliardi di dollari, una cifra che è comparabile con il Pil della Cina e che tra l'altro rappresenta il 20% del commercio mondiale. I profitti annuali del traffico di droga vanno dai 300 ai 500 miliardi di dollari, la pirateria informatica supera i 200 miliardi di dollari, la contraffazione 100. Ogni anno sono riciclati più di 350 miliardi di dollari, cioè un miliardo di dollari al giorno. Dal 1977 al 1989 sono spariti dalle contabilità nazionali circa 800 miliardi di dollari. I cartelli di Calì e Medellin sono attivi in borsa per oltre 10 miliardi di dollari. Il traffico di stupefacenti è pari all'8% del commercio mondiale. A ciò deve aggiungersi il problema delle speculazioni finanziarie a breve e dei paradisi fiscali.

Questi dati sono solo parzialmente indicativi dei guasti prodotti dal liberismo e solo dopo l'11 settembre si è voluto prendere qualche provvedimento.

Questa data ha cambiato molto degli scenari internazionali. Uno spartiacque, doloroso purtroppo, che segnerà la storia come l'hanno segnata la guerra fredda e la caduta poi del muro di Berlino. Oltretutto questa nuova crisi nasce in un quadro economico già preoccupante e soprattutto in forte evoluzione.

il "peso" delle multinazionali

Il Rapporto mondiale dell'Onu del 2000 sugli investimenti indica che le multinazionali oggi raggiungono la cifra di 63.000, con 690.000 consociate estere e una pletora di accordi interaziendali in tutti i Paesi e in tutti i settori economici. Le principali 100 transnazionali non finanziarie, con la General Electric al primo posto, sono uno dei principali motori della produzione internazionale. Da sole, le consociate di queste 100 multinazionali più grandi danno lavoro a oltre 6 milioni di persone e si concentrano principalmente nei settori dell'elettronica, delle strumentazioni elettriche, dell'auto, del petrolio, della chimica e farmaceutica. Le fusioni e le acquisizioni sono cresciute nel corso di questi ultimi dieci anni da 100 miliardi di dollari a 720 miliardi del 1999, passando, in termini di quota del prodotto interno lordo globale, dallo 0,3% del 1980 all'8% del 1999. Un esempio della crescita del ruolo degli investimenti diretti è dato dall'Asia con una crescita nel 1999 dell'11%, particolarmente accentuata in Cina.

Ma se le fusioni e le acquisizioni sono in rapido aumento, si registra contemporaneamente, proprio per questo fenomeno, una contrazione dell'occupazione per tre diversi fattori: razionalizzazione ed eliminazione dei doppioni; valorizzazione dell'efficienza; riduzione delle capacità in eccesso. Il rapporto Onu si sofferma anche sulla qualità dell'occupazione, affermando che, mentre in genere nelle imprese multinazionali si dovrebbero registrare salari e una sicurezza occupazionale più alti, nei Paesi in via di sviluppo (Pvs), anche in questo tipo di imprese, si sfrutta il vantaggio comparativo di un costo del lavoro più basso, soprattutto nelle catene di montaggio.

Manca però una valutazione del fenomeno e del peso del decentramento, dell'outsourcing, del franchising e del subappalto, che in realtà porta troppo spesso a un forte peggioramento delle condizioni di lavoro e salariali, sino ad arrivare - per alcuni segmenti di produzione - al lavoro informale. Senza parlare dell'assenza del rispetto delle norme fondamentali del lavoro definite dall'Oil. Il gioco infatti non è più solo in mano alle multinazionali. Ormai anche le piccole e medie imprese, soprattutto in Italia, si stanno internazionalizzando in vario modo, usufruendo delle iniziative istituzionali anche a livello decentrato, ad esempio delle regioni e delle camere di commercio.

L'Italia, pur non avendo un'altissima presenza di multinazionali, gioca un ruolo importante sul piano della internazionalizzazione produttiva e del commercio. Non dobbiamo dimenticare infatti che l'Italia è il quarto Paese esportatore in Europa e il sesto nel mondo, ma anche il sesto investitore in Europa e l'ottavo nel mondo.

In questo quadro di aumento delle esportazioni e degli investimenti diretti esteri, si è ovviamente registrato anche un aumento della domanda di garanzie dal rischio e di assicurazione degli investimenti rivolta alle agenzie di credito alla esportazione. Per quanto riguarda l'Italia, nel 1999 la Sace era l'ottava agenzia di credito all'esportazione nel mondo. Nel 2000 la Sace aveva avuto un fondo di copertura per le garanzie di complessivi 18.000 miliardi, aumentati nell'anno successivo di altri 2000 miliardi. Ma altrettanto pesante risulta l'esposizione complessiva, pari a circa 60 mila miliardi.

il ruolo del sindacato

In questo scenario appare sempre più importante per il sindacato definire, a livello internazionale ma soprattutto nazionale, una strategia articolata di iniziative politiche e negoziali che vedano coinvolti tutti i soggetti direttamente interessati.

Concertazione, dialogo sociale, e concorrenza leale tra le imprese debbono diventare parte della politica italiana al fine di contribuire a costruire un sistema globale fondato su valori sociali, economici e politici condivisi. Purtroppo il sindacato è in forte ritardo nella definizione di una propria iniziativa, che valorizzi gli obiettivi di solidarietà tra Nord e Sud del mondo, ma che riaffermi anche gli interessi comuni, utilizzando il proprio peso negoziale, il proprio ruolo e la propria presenza nei luoghi di lavoro e il peso politico nella società.

A volte vi è la tentazione di prendere la scorciatoia emulando iniziative o campagne, che trovano scarsa base sindacale nel nostro Paese, perché fondate su esperienze specifiche completamente diverse dalla nostra. Al contrario dovremmo innanzitutto conoscere meglio i nuovi strumenti, che si sono definiti in alcune istituzioni internazionali, anche grazie al contributo del sindacato italiano e che potrebbero essere utilizzati sul piano negoziale a vari livelli, per evitare il dumping sociale, promuovere la concorrenza leale tra le imprese e l'affermazione di principi e valori legati allo sviluppo sociale sostenibile e alla democrazia, alle relazioni industriali, alla tutela della salute e sicurezza e dell'ambiente.

La scarsa attenzione sindacale alle tematiche e ai problemi posti dalla internazionalizzazione produttiva, escludendo ovviamente le emergenze derivanti da chiusura e spostamento all'estero di impianti o di intere imprese, sta evidenziando nuovi soggetti, come le Organizzazioni non governative (Ong), che rischiano di essere concorrenziali al sindacato, se si tralascerà di affrontare con la dovuta attenzione e professionalità tali aspetti.

Codici di condotta, marchi sociali, Linee guida Ocse sulle multinazionali, Comitati aziendali europei, responsabilità sociale delle imprese, condizionalità sociali e ambientali per gli incentivi pubblici alle imprese attraverso le agenzie di credito alla esportazione, dovrebbero diventare temi di riflessione e di lavoro diffusi e oggetto di politiche formative attente. Si tratta di mettere in campo una nuova e rafforzata strategia negoziale in grado di far recuperare non solo la visibilità (cosa che non guasta), ma anche il ruolo del sindacato, le cui azioni sono in calo rispetto a quelle delle Ong.

codici di condotta

Anche in Italia si vanno diffondendo in modo meno strumentale i cosiddetti codici di condotta. Ciò perché l'esperienza italiana, seppure più limitata, ha teso a privilegiare da subito lo strumento degli accordi con il sindacato.

Questi strumenti, che non devono sostituire né la legislazione né la contrattazione, debbono avere come obiettivo centrale quello di promuovere la concorrenza leale tra le imprese soprattutto nei Pvs, nel pieno rispetto di tutti i diritti fondamentali del lavoro, a partire dalla libertà di associazione sindacale e di contrattazione collettiva. Ma si dovrebbe cercare di promuovere anche migliori condizioni di lavoro, salari dignitosi, la salute e la sicurezza. Le imprese dovrebbero sapere che là dove tali diritti sono rispettati, si registra un aumento della produttività.

In questo quadro, il lavoro iniziato in Italia ha prodotto importanti risultati anche se solo iniziali: il contratto nazionale dei tessili, quello con l'Aimpes (Associazione imprenditori pelli e cuoio) tra sindacati della sanità e Aran (che purtroppo è rimasto solo sulla carta), l'accordo Artsana e, pur nella sua genericità, la dichiarazione firmata da Fim, Fiom e Uilm con il settore orafo argentiero artigiano.

I codici di condotta pongono da subito tre ordini di problemi: i contenuti; le procedure di attuazione; le procedure di controllo. Se sui contenuti le questioni sono molto chiare - le norme fondamentali del lavoro non possono essere selezionate escludendo quelle sulla libertà sindacale e la contrattazione - forti ambiguità si hanno sugli altri due aspetti. Il monitoraggio e la verifica del rispetto degli impegni assunti deve essere oggetto di consultazione e verifica periodica con il sindacato e deve diventare parte delle funzioni gestionali delle imprese, così come avviene oggi per il controllo di qualità dei prodotti. Ma proprio per la valenza sociale che tali scelte comportano, si deve prevedere una verifica indipendente di secondo livello. Cosa molto difficile da ottenere ora.

In questo settore stanno proliferando una serie di società che hanno capito che le questioni connesse con la responsabilità sociale delle imprese rappresentano già oggi un nuovo mercato appetibile. Ma chi fa sindacato da tempo sa che un conto è certificare la qualità di un prodotto e un conto è certificare il comportamento delle imprese rispetto a salari, orari, condizioni di lavoro e soprattutto rispetto delle libertà sindacali.

Questa operazione è quasi impossibile in assoluto ma comunque, per essere almeno pragmatici, si dovrebbe definire una norma che indichi quali soggetti potranno essere abilitati, e attraverso quali strutture e quali procedure univoche potranno effettuare i controlli, ben sapendo che l'unica vera cartina di tornasole, per noi almeno, sarà quella della presenza o meno di un sindacato libero in grado di contrattare. Certificare tutto il resto non potrebbe che essere per noi una truffa.

A partire da queste preoccupazioni, grande attenzione e cautela dovrebbe essere dedicata alla questione della etichettatura sociale, già oggi presente in modo estremamente diversificato e poco chiaro.

linee guida Ocse sulle multinazionali

A questi strumenti, purtroppo utilizzati spesso dalle imprese per emarginare il sindacato ed evitare la contrattazione, si aggiungono le Linee guida Ocse sulle multinazionali.

Dopo un lungo negoziato, che ha coinvolto le organizzazioni sindacali e imprenditoriali dei Paesi Ocse e alcune Ong internazionali, il 27 giugno 2000 i ministri dei Paesi Ocse, più Argentina, Brasile, Cile e Repubblica Slovacca hanno approvato le nuove Linee guida sulle multinazionali.

Questo strumento sarà di grande importanza per promuovere una diffusa iniziativa sindacale nei confronti delle multinazionali presenti nel proprio territorio e nei confronti delle imprese multinazionali (nel nostro caso italiane) che svolgono in vario modo la loro attività sul piano internazionale. I governi sembrano finalmente aver maturato la convinzione della necessità di dotarsi di un qualche strumento che regoli il processo di globalizzazione, riconoscendo il fallimento del principio di libero mercato in quanto unico regolatore.

Questo è uno strumento importante unicamente se i governi saranno in grado di impegnarsi concretamente in stretto rapporto con le parti sociali per l'attuazione e la massima efficacia delle Linee guida.

Se è vero che le Linee guida non sono uno strumento legale, non sono neanche del tutto volontarie. I governi infatti hanno l'obbligo di assicurarsi che le imprese attuino quanto previsto. Pertanto le Linee guida andrebbero considerate come uno strumento dei governi, che sono poi le parti negoziali. Pur non essendo del tutto vincolanti, ed essendo raccomandazioni dei governi Ocse alle imprese, costituiscono l'unico codice di condotta comprensivo per le imprese multinazionali.

Sono in sostanza uno strumento più forte dei codici di condotta, definiti in vario modo dalle imprese multinazionali (codici indipendenti/codici negoziati), poiché spetta ai governi il compito del monitoraggio delle procedure di verifica e attuazione. Ciò non significa che si debbano sostituire ai codici.

È perciò importante che si arrivi a definire a livello europeo delle linee guida di base omogenee, che permettano di evitare la proliferazione di strumenti con diversi livelli di qualità, sia nei contenuti sia nelle procedure di controllo, che possono rischiare iniziative di concorrenza sleale anche su questo terreno, con il rischio di far fallire nuovi strumenti interessanti.

Ovviamente per il sindacato tali strumenti dovrebbero essere decisi e posti in atto con la piena consultazione e partecipazione sindacale dei Paesi interessati.

LINEE GUIDA OCSE: I PRINCIPI GENERALI

Le imprese dovrebbero tenere pienamente conto delle politiche vigenti nei Paesi in cui svolgono le loro attività e prendere in considerazione i punti di vista di altri attori.

In proposito, le imprese dovrebbero:

  • contribuire al progresso economico, sociale e ambientale per realizzare uno sviluppo sostenibile;

  • rispettare i diritti dell'uomo nei confronti delle persone coinvolte a causa delle loro attività, conformemente agli obblighi e agli impegni internazionali del governo del Paese ospite;

  • incoraggiare l'istituzione di capacità locali tramite una stretta cooperazione con la comunità locale, compresa l'imprenditoria locale, sviluppando nello stesso tempo le attività dell'impresa nei mercati interni e esteri, compatibilmente con l'esigenza di una sana pratica commerciale;

  • incoraggiare la formazione di capitale umano, in particolare creando opportunità di occupazione e facilitando la formazione dei dipendenti;

  • astenersi dal ricercare o dall'accettare esenzioni non contemplate nelle norme legali o regolamentari relative all'ambiente, alla salute, alla sicurezza, al lavoro, alla fiscalità, agli incentivi finanziari o ad altre questioni;

  • sostenere e fare osservare i principi di buon governo societario e sviluppare ed applicare buone pratiche di controllo societario;

  • elaborare ed applicare pratiche di autodisciplina e sistemi di amministrazione efficaci che promuovano un rapporto di riservatezza e di fiducia reciproca fra le imprese e la società in cui operano;

  • fare in modo che con una diffusione adeguata, che includa programmi di formazione, i loro dipendenti siano consapevoli delle politiche aziendali e vi si conformino;

  • rinunciare ad azioni discriminatorie o disciplinari contro dipendenti che abbiano trasmesso in buona fede rapporti autentici all'Amministrazione o, se del caso, a servizi pubblici competenti, su pratiche contrarie alla legge, alle Linee guida o alle politiche dell'impresa;

  • incoraggiare, per quanto possibile, i loro partners commerciali, compresi i loro fornitori e subappaltatori, ad applicare i principi di comportamento societario compatibili con le Linee guida;

  • rinunciare a qualsiasi indebita ingerenza nelle attività politiche locali.

Fonte: Linee guida Ocse, giugno 2001

 

attuazione e controllo

In ogni caso, sia che si parli di Linee guida, che di codici di condotta o di etichette, entrambi gli strumenti dovrebbero vedere la definizione sul piano internazionale (a partire da quello europeo), di una sorta di procedura univoca di controllo indipendente, ma soprattutto una procedura certa di certificazione dei certificatori. In questo caso sarebbe utile valutare l'esperienza dell'Ecolabel e della certificazione europea. Ciò darebbe forti garanzie non solo ai consumatori, che sembrano diventati i beneficiari di questi nuovi strumenti, ma soprattutto ai lavoratori e alle stesse imprese, che verrebbero tutte sottoposte alle stesse procedure.

Questi aspetti non sono per nulla scontati. Un particolare approfondimento va dedicato a questioni quali: come identificare le aree di responsabilità diverse da quelle del governo; come controllare che i partner produttivi attuino quanto deciso; come intervenire nei Paesi con ampie violazioni di diritti umani. Tali quesiti meritano una riflessione ampia e approfondita nel sindacato evitando di validare strumenti che in realtà vanno solo a beneficio delle imprese.

Un lavoro specifico dovrebbe essere dedicato ai fondi etici e alla eticità degli investimenti nonché all'utilizzo dei fondi pensione e, in questo quadro, al ruolo del sindacato. Ma una riflessione specifica dovrebbe essere dedicata alle misure di promozione e incentivazione per questo tipo di investimenti in modo da renderli più appetibili sul mercato.

Libro verde sulla responsabilità sociale delle imprese

La Commissione europea ha presentato nel luglio 2001 un Libro verde sulla responsabilità sociale delle imprese. L'impostazione data dalla Commissione appare molto ambigua e preoccupante.

Con questo Libro verde la Commissione, sembra voler "trasferire il suo ruolo sociale sulle spalle delle imprese". Una sorta di privatizzazione delle responsabilità dei governi.

La Ces (Confederazione europea dei sindacati) ha reso molto bene le preoccupazioni sindacali affermando che l'impostazione della Commissione si basa su tre illusioni:

Per questo è estremamente preoccupante che uno strumento comunitario non sia nato attraverso il dialogo privilegiato con le parti sociali, con l'obiettivo di arrivare a definire, sulla base anche delle Linee guida Ocse sulle multinazionali, uno strumento vincolante per le imprese che intendono aderirvi. Nella proposta della Commissione non sono chiari gli eventuali obblighi delle imprese, a partire da quello della negoziazione collettiva, della consultazione e informazione dei lavoratori, dal divieto di azioni disciplinari e dalla definizione di un sistema di attuazione, controllo, monitoraggio partecipato dello strumento prescelto.

Ad oggi vi è stata una proliferazione di diverse esperienze di responsabilità sociale delle imprese. I codici di condotta di impresa e di settore sono i più diffusi accanto alle etichette, ma negli ultimi anni anche gli investimenti etici, i fondi etici e un certo attivismo da parte degli azionisti comincia anche in Europa a giocare un ruolo interessante. Il sindacato è chiamato a esprimersi su questi argomenti, tra l'altro affrontati anche dal Libro bianco del governo.

agenzie di credito alla esportazione e finanziamenti diretti esteri

La Cisl, in coordinamento con il sindacalismo internazionale, sta lavorando da tempo su questi due punti, in particolare perché il governo italiano promuova attivamente il rispetto delle linee guida Ocse sulle multinazionali.

L'iniziativa sindacale punta a far sì che si ampli il mandato negoziale sulle nuove linee guida ambientali per le agenzie di credito alla esportazione in discussione all'Ocse, al fine di definire linee guida che siano vincolanti e di alto livello e contengano anche una sezione sui diritti dei lavoratori e lo sviluppo sociale locale. Ma soprattutto occorre definire l'esecuzione di una valutazione di impatto sociale dei progetti e l'inserimento, nei contratti di assicurazione e di finanziamento, dell'impegno al rispetto delle Linee guida dell'Ocse sulle multinazionali, delle norme internazionali in materia di salute e sicurezza, e la tutela delle popolazioni locali e dei diritti umani fondamentali.

C'è molta carne al fuoco.

I NUMERI DELLA DISUGUAGLIANZA

  • i 48 Paesi più poveri rappresentano lo 0,4% delle esportazioni;

  • le 200 persone più ricche nel 1999 detenevano oltre un trilione di dollari;

  • 582 milioni di persone nei Paesi più poveri guadagnano circa 146 milioni di dollari;

  • 300 milioni di bambini non hanno accesso all'educazione (i due terzi sono bambine);

  • 30.000 bambini muoiono ogni giorno per cause prevenibili;

  • 250 milioni di bambini lavorano;

  • nella società dell'informazione ci sono 880 milioni di analfabeti adulti;

  • 1199 miliardi di persone guadagnano 1 dollaro al giorno;

  • le donne sono la metà della popolazione globale e rappresentano i due terzi del lavoro ma solo il 10% del reddito;

  • Il 50% delle grandi economie è rappresentato da multinazionali;

  • l'1% delle multinazionali rappresenta il 50% degli investimenti diretti;

  • il 70% del commercio è controllato da 500 multinazionali. 840 sono le zone franche e l'80% sono in Asia

Fonte: Dipartimento internazionale Cisl


in Catalogna un patto per il lavoro dei giovani

Nel mese di ottobre 2001 è stato siglato in Catalogna il "Patto per il lavoro dei giovani". L'accordo è stato raggiunto tra il governo regionale, le organizzazioni sindacali e imprenditoriali.

Riportiamo di seguito una nota sintetica per i lettori di "euronote". Il testo integrale del patto (in francese) è eventualmente a disposizione presso la redazione.

condizioni e motivazioni di partenza

Le condizioni per la sigla del patto sono nate dalla consapevolezza che le condizioni di accesso al lavoro rappresentano per i giovani uno dei momenti principali della vita, consentendo loro di acquistare autonomia e costruire identità. Questa necessità, che incontra numerosi ostacoli, è stata ultimamente oggetto di dibattito tra le istituzioni pubbliche e gli agenti sociali della regione.

Dietro l'impulso del governo di Catalunya, dell'assessorato al Lavoro, della Segreteria generale per la gioventù, e in coordinamento con gli attori sociali, si è deciso di mobilitare tutte le risorse disponibili a favore di una strategia integrata e coordinata. Tale strategia deve permettere di rispondere ai bisogni professionali dei giovani e del mercato del lavoro, dando priorità allo sviluppo di azioni legate alla realtà sociale dei giovani, per soddisfare i loro bisogni in formazione, sviluppare la loro qualificazione professionale, agevolare l'incontro tra formazione e lavoro, e il loro inserimento professionale.

A seguito di tutto ciò, è stato elaborato, deciso e siglato il Patto per il lavoro dei giovani in Catalunya, che ha validità sino al 2003.

organizzazioni firmatarie

organismi e modalità per l'attuazione

Le organizzazioni firmatarie hanno definito che è costituita una Commissione per il monitoraggio del patto, che coincide con il "Tavolo per il lavoro dei Giovani" (emanazione del segretariato generale della gioventù) con i seguenti compiti:

* partecipare allo sviluppo, all'interpretazione, all'attuazione degli accordi e alla definizione, all'occorrenza, delle risorse necessarie per mettere in opera il Patto;

* ricevere notizie periodiche dal governo catalano sullo stato di attuazione.

All'interno del "Tavolo giovani" i firmatari si impegnano a costituire una Commissione che discute delle politiche per l'impiego dei giovani dello Stato spagnolo e dell'Ue.

contenuti principali

Misure che facilitano la creazione di lavoro; piano di sviluppo dell'impiego; sviluppo dello spirito imprenditoriale e dell'impresa individuale; nuovi settori e filoni di lavoro; integrazione dei giovani nelle attività agricole; economia sociale; telelavoro; sviluppo del lavoro all'estero; misure attive in favore di un lavoro stabile e di qualità; associazionismo dei giovani e lavoro; formazione; offerta di formazione, programmi di garanzia sociale, formazione all'estero e formazione per adulti; portale per l'impiego; prevenzione dei rischi sul lavoro; sostegno ai diritti e doveri di un lavoratore; cicli di giornate formative, comprese quelle in materia associativa.

altri contenuti

Sono previsti inoltre: inserimento professionale; orientamento e informazione professionale; altri programmi ed azioni per i giovani (es. studio di fattibilità per trasporti gratuiti per giovani disoccupati); inserimento delle donne nel mercato del lavoro; conciliazione della vita familiare, formativa e professionale; misure a sostegno di giovani a rischio di esclusione socio-professionale; stage in alternanza; misure che facilitano l'accesso al lavoro dei giovani immigrati; reti di uffici esterni di supporto per giovani lavoratori nei Paesi dell'Europa dell'Est, America centrale e meridionale, Africa settentrionale; facilitazione dei legami con le attività dell'Osservatorio catalano del mercato del lavoro, della gioventù, con il Consiglio catalano per la formazione professionale, con il sistema dei servizi all'impiego; sviluppo di patti territoriali per il lavoro dei giovani.

VI Forum mondiale dei mestieri a Lione

Si è svolto a Lione (Francia), dal 31 gennaio al 3 febbraio, il VI Forum dei mestieri. L'iniziativa viene svolta annualmente e consente a migliaia di giovani, famiglie, studenti di conoscere le iniziative di formazione professionale rivolte ai giovani e le principali innovazioni tecnologiche nelle imprese. Tra le varie iniziative nell'ambito del Forum, segnaliamo le due che hanno riguardato le regioni dei 4 Motori:

* la prima sui temi dell'orientamento attivo, che ha visto la partecipazione delle 4 Regioni e delle rispettive parti sociali, oltre ad esperti francesi e comunitari;

* la seconda sui temi dell'immigrazione e della lotta alle discriminazioni razziali, promossa dalle organizzazioni sindacali Cfdt e Cgt.

» BANDI DI GARA «Invito a presentare proposte per il sostegno di organizzazioni internazionali non governative per la gioventù

La linea A-3029 del bilancio generale delle Comunità europee prevede il sostegno ad organizzazioni internazionali non governative per la gioventù che operano in un contesto europeo. Tale sostegno era stato incoraggiato dal Parlamento europeo in una risoluzione del 14 giugno 1991.

L'obiettivo principale delle sovvenzioni è di incoraggiare lo sviluppo europeo delle organizzazioni internazionali non governative per la gioventù e l'organizzazione di attività d'interesse europeo che coinvolgano i giovani e/o di cui essi siano destinatari.

Le sovvenzioni sono destinate a contribuire alla copertura di una parte delle spese di funzionamento per poter permettere all'organizzazione di svolgere attività giovanili in un contesto europeo.

Il bilancio disponibile per l'anno 2002 è di 1,5 milioni di euro. Sulla base di questo importo, la Commissione potrà sostenere un numero di organizzazioni compreso orientativamente fra 60 e 100.

Ammissibilità: organizzazioni internazionali; che possiedano uno statuto giuridico proprio al momento della presentazione della domanda; in possesso di capacità finanziaria e integrità giuridica e morale; non governative; senza fini di lucro; i cui principali beneficiari siano i giovani.

Criteri: La Commissione attribuirà le sovvenzioni e deciderà i loro importi sulla base dell'insieme dei seguenti criteri: Criteri qualitativi - Le organizzazioni dovranno prevedere nel loro programma annuale una serie di attività volte all'educazione, alla promozione e allo sviluppo degli ideali europei tra i giovani e che aiutino i giovani a divenire parte attiva della società civile europea. Criteri quantitativi - Verranno presi in considerazione il numero dei giovani partecipanti ai progetti nonché l'entità delle attività previste, la dimensione europea e l'effetto moltiplicatore, vale a dire il probabile impatto del programma sui gruppi destinatari.

Verrà inoltre tenuto conto della ragionevolezza delle spese previste nel bilancio 2002 (spese di personale, spese di viaggio ecc.) e del costo unitario per partecipante in relazione alle esigenze finanziarie effettive dell'organizzazione.

Scadenza: Le domande devono essere inviate entro e non oltre il 28 febbraio 2002.

Fonte: GUCE C 352 del 12 dicembre 2001

http://www.europa.eu.int/eur-lex/it/dat/2001/c_352/c_35220011212it00060008.pdf

Invito a presentare proposte per azioni di sensibilizzazione dell'opinione pubblica ai problemi dello sviluppo, da realizzare in cofinanziamento con le Ong europee operanti nel settore dello sviluppo

L'invito riguarda progetti, programmi di lavoro e programmi di rafforzamento delle capacità destinati a sensibilizzare l'opinione pubblica ai problemi dello sviluppo.

Area geografica: l'Unione europea, o l'Unione europea unitamente ai Paesi in via di sviluppo interessati dai problemi da affrontare. Le attività principali si svolgono sul territorio dell'Unione europea. L'importo indicativo totale disponibile per il presente invito a presentare proposte è di 18.800.000 euro.

Il numero di sovvenzioni che possono essere accordate è illimitato, purché non venga superata la dotazione di bilancio prevista.

Ammissibilità: Le Ong europee operanti nel settore dello sviluppo costituite in organizzazioni autonome senza scopo di lucro in uno Stato membro dell'Unione europea secondo la legislazione in vigore in tale Stato.

Scadenza: Il termine stabilito per la presentazione delle candidature è il 18 marzo 2002.

Informazioni dettagliate sul presente invito a presentare proposte sono contenute nelle Linee guida ad uso dei richiedenti; queste ultime, come pure il presente avviso, sono disponibili sul sito Internet di EuropeAid

http://europa.eu.int/comm/europeaid/tender/index_en.htm

Fonte: GUCE C342 del 5 dicembre 2001

http://www.europa.eu.int/eur-lex/it/dat/2001/c_342/c_34220011205it00190019.pdf

Invito a presentare proposte per il programma Tacis di partenariato per lo sviluppo istituzionale - Sostegno alla società civile e alle iniziative locali

Il programma di sostegno alla società civile e alle iniziative locali è una componente del programma Tacis di partenariato per lo sviluppo istituzionale - Linea di bilancio B7-520 a titolo del programma Tacis.

Tipo di attività, area geografica e durata dei progetti: Il programma di sostegno alla società civile e alle iniziative locali è destinato a fornire sostegno al processo di sviluppo istituzionale al fine di contribuire a un esito positivo della transizione verso l'economia di mercato, al rafforzamento della democrazia e della società civile e alla realizzazione dello Stato di diritto stabilendo relazioni di cooperazione e di partenariato tra organizzazioni non governative, autorità regionali e locali o organizzazioni professionali senza fini di lucro dell'Unione europea e i loro omologhi nei Paesi Tacis.

Scadenza: Le domande devono essere inviate entro e non oltre l'8 aprile 2002.

Informazioni dettagliate sul presente Invito a presentare proposte sono contenute nelle "Linee guida per i candidati"; queste ultime, come pure il presente avviso, sono disponibili sul seguente sito Internet:

http://europa.eu.int/comm/europeaid/tender/index_en.htm

Tutti i quesiti in merito al presente Invito a presentare proposte vanno inviati per posta elettronica (compresi i riferimenti di pubblicazione del presente Invito a presentare proposte di cui al paragrafo 1) al seguente indirizzo: fabrizio.moroni@cec.eu.int

Fonte: GUCE del 18 dicembre 2001

http://www.europa.eu.int/eur-lex/it/dat/2001/c_362/c_36220011218it00160017.pdf