a Genova un G8 difficile

Tra il 20 e il 22 luglio prossimi si terrà a Genova il Vertice dei G8, cioè dei rappresentanti delle otto maggiori potenze mondiali (Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia, Canada e Russia, alle quali si è aggiunta da qualche anno una rappresentanza dell'Unione europea).

Nel documento ufficiale redatto dalla presidenza del Consiglio italiana, responsabile dell'organizzazione dell'incontro di Genova, vengono indicate le priorità che gli otto Grandi devono affrontare. Su tutte, il miglioramento delle condizioni dei Paesi più poveri, partendo da una sostanziale riduzione del loro debito estero. La strategia proposta dalla presidenza del Consiglio italiana si basa su tre pilastri: aprire i mercati dei Paesi più industrializzati alle esportazioni dei Paesi più poveri, liberalizzando l'accesso ai loro prodotti e aiutandoli a rafforzare le tecniche commerciali; aiutare i Paesi poveri a creare le infrastrutture e le condizioni favorevoli per attrarre gli investimenti esteri; migliorare il trasferimento e l'efficienza di risorse al fine di favorire lo sviluppo del settore sociale dei Paesi più poveri, soprattutto nei campi sanitario e dell'istruzione, attraverso fondi creati da partnership pubblico-privato dei Paesi industrializzati finalizzate all'espansione dell'accesso ai servizi di base sanitari ed educativi nei Paesi poveri.

Obiettivi, questi, meritori e condivisibili, ma che suscitano non poche perplessità: da anni vengono indicati come centrali negli interventi messi in atto da soggetti internazionali quali G7-G8, appunto, Banca mondiale (BM), Fondo monetario internazionale (FMI), ma le distanze economiche e sociali tra Paesi industrializzati e Paesi poveri sono aumentate ed è cresciuto il numero delle persone che in tutto il mondo sono costrette a vivere con meno di 2 dollari al giorno (oggi sono un miliardo e 600 milioni, secondo il Programma ONU per lo sviluppo umano - UNDP). Il rapporto tra il reddito globale dei Paesi sviluppati e quello dei Paesi poveri era di 3 a 1 nel 1820, di 35 a 1 nel 1950, di 44 a 1 nel 1973 e di 72 a 1 nel 1992. Nel 1980 i Paesi cosiddetti in via di sviluppo (PVS) costituivano l'82% della popolazione mondiale e possedevano il 29% della ricchezza mondiale; nel 1998 costituivano l'85% della popolazione mondiale e possedevano il 21,5% della ricchezza. Secondo l'ultimo Rapporto della Banca Mondiale, inoltre, «nei 20 Paesi più ricchi il reddito medio è 37 volte più alto della media di quello dei Paesi più poveri: un abisso che è raddoppiato negli ultimi 40 anni».

globalizzazione positiva solo con valori condivisi

Uno squilibrio planetario, dunque, cresciuto drammaticamente negli ultimi decenni, periodo definito come "l'era della globalizzazione", cioè della crescente interdipendenza della popolazione mondiale in campo economico, tecnologico, culturale e politico. Secondo molti studiosi del fenomeno, infatti, fino ai primi anni Settanta si è avuto un periodo basato sulla regolamentazione degli scambi e sui controlli dei movimenti di capitali (il cosiddetto sistema di Bretton Woods, dalla conferenza del 1944), dopodiché è iniziata una seconda fase, oggi definita con il termine di globalizzazione appunto, legata alle cosiddette "politiche neoliberiste" basate su aggiustamenti strutturali, riforme nei Paesi del cosiddetto Terzo mondo, prima, e nelle economie "in via di transizione" poi. Versioni diverse delle stesse politiche sono in seguito state applicate anche nelle società industriali più avanzate. Le aspettative create dalla globalizzazione erano molte, anche in un'ottica di riequilibrio del pianeta: la Banca mondiale, ad esempio, considera questo fenomeno molto importante per ridurre la povertà e per la diffusione dei sistemi democratici; mentre secondo l'UNDP, il commercio accresciuto, le nuove tecnologie, gli investimenti esteri e i media in espansione alimentano crescita economica e progresso umano. «Mercati globali, tecnologia globale, opinioni globali e solidarietà globale possono arricchire ovunque la vita delle persone», si legge nell'ultimo Rapporto dell'agenzia ONU per lo sviluppo umano, ma, viene sottolineato, la crescente interdipendenza «richiede valori condivisi e un impegno condiviso per lo sviluppo umano».

E' lo stesso documento scritto da Cgil-Cisl-Uil in preparazione per il G8 di Genova (che pubblichiamo nelle pagine successive) a riaffermare questo concetto: «Rispetto e promozione dei diritti umani, del lavoro e ambientali, dello sviluppo sociale e dell'occupazione, introduzione della cosiddetta Tobin Tax e una decisa azione contro la criminalità economica e per la trasparenza dei processi decisionali delle istituzioni internazionali devono essere posti al centro di un progetto di governo democratico della globalizzazione, che determini ricadute nei contenuti degli accordi economici e commerciali internazionali, regionali o bilaterali e nei programmi delle istituzioni finanziarie internazionali e dell'Organizzazione mondiale del commercio (OMC)».

Solo con valori condivisi e condivisibili a favore dello sviluppo umano, infatti, è possibile affrontare e limitare i gravi rischi che la globalizzazione comporta e che lo stesso UNDP individua in: alti costi umani delle crisi finanziarie; insicurezza dei posti di lavoro; insicurezza sanitaria; insicurezza culturale; insicurezza personale; insicurezza ambientale; insicurezza politica.

Tra l'altro, il dubbio che la globalizzazione non sia necessariamente "felice" inizia ad insinuarsi anche tra i suoi maggiori sostenitori. Dimettendosi dalla direzione generale del FMI, Michel Camdessus ha riconosciuto il mancato funzionamento dell'istituzione nel riequilibrio dell'economia mondiale. La BM ha riconosciuto il fallimento dei programmi di aggiustamento strutturale nella lotta contro la povertà. L'OMC è stata recentemente definita da uno dei suoi più ferventi difensori (Michael Kinsey sul settimanale Time) un'istituzione «sballottata da un estremo all'altro dello schieramento politico». L'ex vice direttore generale del FMI, Stanley Fischer, in occasione del seminario annuale della Federal Reserve (Kansas City, agosto 2000) ha ammesso che «numerosi attacchi degli avversari della globalizzazione contro i governi, le grandi società e le istituzioni internazionali sono giustificati». Recentemente, poi, lo stesso presidente della Federal Reserve statunitense Alan Greenspan ha dichiarato: «Una società il cui funzionamento è percepito come ingiusto da settori significativi della popolazione non ha prospettive di riuscita».

politiche finora fallimentari

Un G8 difficile, dunque, quello di Genova se la passerella lascerà il posto alla discussione reale e alla concreta ricerca di soluzioni. Soprattutto perché gli otto Grandi dovrebbero partire da una forte autocritica, derivante da una situazione mondiale peggiorata negli ultimi anni e dai troppi impegni disattesi. Si pensi al debito estero dei Paesi poveri, ad esempio, questione centrale del documento ufficiale sottoposto alla discussione dei G8 dalla Presidenza del consiglio italiana. Nonostante gli impegni presi da BM, FMI e G7-G8 negli anni passati, nel 2000 il debito complessivo di tutti i PVS è salito a 2600 miliardi di dollari e, tra il 1996 e il 1999, quello dei 41 Paesi poveri altamente indebitati (HIPC) è aumentato da 216 a 219 miliardi di dollari (secondo i dati della Campagna Sdebitarsi). La cancellazione dei debiti finora concordata, inoltre, rappresenta solo il 12% circa dell'indebitamento complessivo dei 41 HIPC e una proposta di moratoria al pagamento del debito avanzata dal Canada a Praga (settembre 2000, incontro annuale FMI e BM) è stata nettamente respinta. Per i Paesi che hanno ottenuto la riduzione, poi, la spesa del debito continua a essere superiore a quella per la sanità. L'Africa, ad esempio, nel 1999 ha pagato circa 15 miliardi di dollari per il debito, cioè almeno cinque volte le risorse ritenute adeguate per un efficace intervento nel controllo dell'epidemia di AIDS. Alle insufficienti riduzioni del debito si aggiungono poi la inarrestabile accumulazione degli interessi e i nuovi prestiti concessi da BM e FMI per ripagare il vecchio debito e sostenere gli aggiustamenti strutturali. Il Global Development Finance, redatto nel 2000 dalla BM, stima che nel 1999 i PVS hanno ricevuto 246 miliardi di dollari di nuovi crediti, hanno restituito 225 miliardi di dollari di debiti e hanno pagato 135 miliardi di dollari di interesse. Il saldo netto è perciò di 114 miliardi di dollari che dai Paesi poveri sono andati a quelli ricchi.

Una situazione paradossale, il cui fallimento è stato riconosciuto sia dalla BM che dal FMI.

Inoltre, l'ambizioso obiettivo prefissato dai Paesi più avanzati di dimezzare la povertà nel mondo entro il 2015 è destinato a fallire, dal momento che ogni anno riescono a uscire dalla povertà estrema meno di un terzo delle persone previste (fonte: OCSE, 2000). Nell'Africa subsahariana, ad esempio, le risorse sono circa sei volte inferiori al necessario.

Ma, d'altro canto, non si può dire che l'impegno profuso dai Paesi ricchi per rimediare a un tale squilibrio sia encomiabile. Per quanto riguarda gli aiuti pubblici allo sviluppo dei Paesi poveri, tranne Danimarca, Norvegia, Paesi Bassi e Svezia, tutti gli altri Paesi ricchi destinano alla cooperazione meno dello 0,7% del PIL, quota minima raccomandata dall'OCSE nel lontano 1969. Si pensi che gli USA, ad esempio, destinano alla cooperazione solo lo 0,1% del PIL, privilegiato gli aiuti a Paesi come Israele, Russia, Egitto e Ucraina, certo non tra i più poveri del pianeta.

molte proposte, nessuna risposta

Come si legge nel documento di Cgil-Cisl-Uil, «i comportamenti dei governi del G8, per il loro peso nella politica e nell'economia mondiali, hanno conseguenze determinanti, che si estendono al di là dei loro confini e condizionano la qualità della vita e del lavoro di tutti: da ciò trae origine la richiesta sempre più pressante da parte dei cittadini di trasparenza nelle decisioni e di regole democraticamente definite per il funzionamento dei mercati e delle istituzioni globali». Preso atto del fallimento delle strategie adottate finora per la lotta alla povertà, considerata la necessità di individuare valori condivisi per governare la globalizzazione e, non ultimo, la richiesta di maggiori trasparenza e democrazia in sede decisionale, i G8 dovrebbero aprirsi realmente al confronto con la società civile invece di arroccarsi sulle loro posizioni, tra l'altro spesso discordanti (si veda, ad esempio, la questione ambientale). Le proposte alternative non mancano.

L'economista statunitense James K. Galbraith propone, ad esempio, di «frazionare in più parti gestibili il problema del controllo» creando dei Fondi monetari regionali (asiatico, latinoamericano ecc.), introdurre «una tassa Tobin sulle transazioni valutarie internazionali» (iniziativa centrale del movimento internazionale Attac) e ammettere che il trasferimento della gestione monetaria internazionale in mano ai privati è stato un errore. Secondo i sostenitori della Campagna per la riforma della BM, invece, «è necessario rivedere la distribuzione del carico di lavoro tra istituzioni di Bretton Woods (BM e FMI) e sistema ONU». Recentemente, il presidente della BM ha lanciato l'ipotesi di incaricare l'Alto Commissariato ONU per i diritti umani di monitorare la situazione dei diritti umani connessa a progetti della BM, introducendo inoltre il concetto di "Global Public Goods", cioè quei settori di importanza globale e di natura transnazionale, quali la lotta all'HIV/AIDS, alla criminalità internazionale, la tutela della biodiversità e del clima globale.

In generale, come alternativa alla situazione attuale si sostiene che ad un'economia basata sul profitto del capitale finanziario debbano essere opposti criteri di investimento e di scambio che siano al servizio dell'uomo; siano introdotte correzioni alle disuguaglianze naturali delle condizioni di produzione, attraverso interventi economici verso i più disagiati; sia lasciato ai popoli il diritto di organizzarsi liberamente in comunità di nazioni solidali e alle nazioni quello di preservare o costituire la propria autosufficienza alimentare; sia proclamata la preminenza dei diritti fondamentali della persona, dell'utilità sociale e dell'interesse generale rispetto al profitto e all'interesse mercantile; venga istituita un'Organizzazione mondiale dello sviluppo sociale (OMSS).

Condivisibili o meno, sono interpretazioni e proposte legittime che meriterebbero di essere almeno discusse anziché ignorate, come avvenuto finora, anche solo per il fatto che si richiamano all'interesse comune e rappresentano le posizioni di milioni di persone. Sono proposte e richieste che giungono dai mondi economico, accademico, politico, sindacale e della cosiddetta società civile organizzata di tutto il mondo, molte delle quali sono rappresentate all'interno del Genoa Social Forum (di cui pubblichiamo di seguito un documento), che sta organizzando la protesta pacifica al G8 di Genova. Ridurre queste istanze all'effetto mediatico di una vetrina rotta o di un passamontagna calato sul viso è un grave errore da parte di tutti: gruppi di manifestanti, mass-media (e di conseguenza opinione pubblica) e soprattutto responsabili politici. Un gioco delle parti, le cui conseguenze ricadono su tutti noi e soprattutto su quella parte di popolazione mondiale che vive in povertà estrema e che dai Grandi della terra attende altre risposte. n

Fonte: parte del materiale è tratto dall'Annuario Sociale 2001 del Gruppo Abele, Feltrinelli Editore

AIUTI PUBBLICI AI PVS E PERCENTUALE SUL PNL (1999)

Paese

% sul PNL

Miliardi di dollari

Danimarca

1,01

1,73

Norvegia

0,91

1,37

Olanda

0,79

3,13

Svezia

0,70

1,63

Lussemburgo

0,66

0,12

Francia

0,39

5,64

Giappone

0,35

15,32

Svizzera

0,35

0,97

Finlandia

0,33

0,42

Irlanda

0,31

0,25

Belgio

0,30

0,76

Canada

0,28

1,70

Nuova_ Zelanda

0,27

0,13

Germania

0,26

5,52

Australia

0,26

0,98

Austria

0,26

0,53

Portogallo

0,26

0,28

Regno_ Unito

0,23

3,40

Spagna

0,23

1,36

Italia

0,15

1,81

Grecia

0,15

0,19

USA

0,10

9,15

TOTALE

0,24

56,39

Nota: la maggior parte dei Paesi destina alla cooperazione percentuali del PNL inferiori allo 0,7%
raccomandato dall'OCSE nel 1969

Fonte: Annuario Sociale 2001 su dati Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), 2001

I NUMERI DELLE PRIME 10 MULTINAZIONALI NON FINANZIARIE NEL MONDO (1998)

Azienda Paese Settore Beni 
all'estero
Fatturato
estero
Dipendenti
all'estero

General Electric

USA

Elettronica

128,6

28,7

130.000

General Motors

USA

Autoveicoli

73,1

49,9

nd

Shell, Royal Dutch

Paesi_ Bassi
Regno Unito

Petrolio

67,0

50,0

61.00

Ford Motor Company

USA

Autoveicoli

nd

43,8

171.276

Exxon Corporation

USA

Petrolio

50,1

92,7

nd

Toyota Giappone Autoveicoli 44,9 55,2 113.216

IBM

USA

Computer

43,6

46,4

149.934

BP Amoco

Regno_ Unito

Petrolio

40,5

48,6

78.950

Daimler-Benz

Germania

Autoveicoli

36,7

125,4

208.502

Nestlé SA

Svizzera

Alimentari

35,6

51,2

225.665

* In miliardi di dollari USA
nd = dato non disponibile
Fonte: Annuario Sociale 2001 su dati United Nations Conference of Trade and Development (UNCTAD), World Investment Report 2000


le proposte di Cgil-Cisl-Uil per il G8 di Genova

Pubblichiamo di seguito una nota che le confederazioni sindacali italiane hanno redatto sulle questioni prioritarie da affrontare nel quadro della preparazione del G8 del prossimo luglio.

Alcuni orientamenti emersi nell'ambito degli ultimi vertici di Colonia e Okinawa avevano fatto sperare in un impegno consistente dei Paesi del G8 nell'affrontare aspetti prioritari e strategici della globalizzazione: riduzione del debito; istruzione di base universale entro il 2015; riduzione della povertà del 50% entro tale data; riforma e rafforzamento dell'architettura finanziaria internazionale; interrelazione tra commercio internazionale e norme del lavoro; global information society; ambiente.

Purtroppo, alla indicazione degli obiettivi non si è accompagnata la definizione di strumenti; a questi impegni non è seguita un'adeguata azione coordinata dei singoli governi e delle istituzioni internazionali e i risultati sono stati francamente deludenti.

Cgil-Cisl-Uil ritengono che a Genova i governi si debbano impegnare per fissare orientamenti comuni su tali priorità internazionali, definendo impegni verificabili per favorire una crescita economica stabile e sostenibile, che promuova l'equità e la ridistribuzione della ricchezza e delle opportunità e inverta la tendenza alla crescita del divario tra ricchi e poveri. I comportamenti dei governi del G8, per il loro peso nella politica e nell'economia mondiali, hanno infatti conseguenze determinanti, che si estendono al di là dei loro confini e condizionano la qualità della vita e del lavoro di tutti: da ciò trae origine la richiesta sempre più pressante da parte dei cittadini di trasparenza nelle decisioni e di regole democraticamente definite per il funzionamento dei mercati e delle istituzioni globali. Rispetto e promozione dei diritti umani, del lavoro e ambientali, dello sviluppo sociale e dell'occupazione, introduzione della cosiddetta Tobin Tax e una decisa azione contro la criminalità economica e per la trasparenza dei processi decisionali delle istituzioni internazionali devono essere posti al centro di un progetto di governo democratico della globalizzazione, che determini ricadute nei contenuti degli accordi economici e commerciali internazionali, regionali o bilaterali e nei programmi delle istituzioni finanziarie internazionali e dell'Organizzazione mondiale del commercio (Omc).

Tali priorità politiche fanno parte di una "piattaforma" più generale di Cgil-Cisl-Uil per il G8 su: diritti del lavoro e sociali, lotta alla povertà, riforma delle istituzioni internazionali, promozione di una crescita equa, durevole e ambientalmente sostenibile e definizione di regole per il governo democratico della economia globale, i cui titoli sono di seguito brevemente delineati.

diritti del lavoro e sociali, qualità ed equità dello sviluppo

I governi dei G8 dovranno anche tenere conto delle decisioni assunte nel quadro del G8 sull'ambiente per promuovere le necessarie coerenti politiche macroeconomiche, occupazionali, commerciali e di sviluppo e gli idonei programmi transitori di sostegno sociale alla riconversione ambientale. In particolare, a Genova si dovranno decidere misure efficaci per attuare con urgenza le strategie previste dal protocollo di Kyoto e dall'Agenda 21, prevedendo meccanismi transitori di sostegno all'occupazione e la promozione di lavori ambientalmente compatibili, utilizzando i vantaggi offerti dall'information technology.

lotta alla povertà

La cancellazione del debito, è una condizione preliminare ma non esaustiva per arginare il massiccio divario di sviluppo. Perché la lotta alla povertà produca risultati certi in tempi brevi, i governi del G8 e le istituzioni internazionali, con la partecipazione degli attori sociali, dovranno adottare con urgenza misure strategiche non contraddittorie con le politiche generali. Si tratta di:

democrazia e riforma delle istituzioni internazionali


Genoa Social Forum: le richieste di chi contesta il G8

In vista del G8 di Genova, da alcuni mesi si è costituito il Genoa Social Forum, cioè un coordinamento di circa 500 associazioni, organizzazioni e gruppi italiani, europei ed extraeuropei e movimenti internazionali che si occupano, in vario modo, di diritti umani, rapporti Nord-Sud, commercio equo e solidale, ambiente, giustizia sociale, solidarietà internazionale, diritti sociali ed economici. Questo coordinamento si oppone al grave squilibrio economico e sociale del pianeta e ai meccanismi che lo determinano, individuando nel G8 uno dei soggetti (pubblici e privati) responsabili di tale situazione.

La principali rivendicazioni del Genoa Social Forum sono: il rispetto delle norme fondamentali definite dall'Oil contro ogni forma di sfruttamento dei lavoratori e del lavoro minorile; la predisposizione e l'applicazione di politiche che riconoscano il diritto alla libera circolazione delle persone e il diritto d'asilo per i rifugiati; il rilancio della funzione delle Nazioni Unite, come espressione più alta del confronto democratico e cooperante tra i popoli, e la revisione delle sue procedure decisionali per coinvolgere equamente tutte le sue componenti; il riconoscimento che i trattati multilaterali sull'ambiente, lo sviluppo, la salute, il lavoro e i diritti umani rettificano le legislazioni commerciali e hanno prevalenza sulle decisioni dell'Omc e sugli accordi in essa definiti; la non brevettabilità della vita in tutte le sue forme e delle conoscenze fondamentali per il bene dell'umanità; il pieno riconoscimento del principio di precauzione e dei Protocolli sulla biosicurezza in materia di manipolazione genetica e di produzione di Ogm; l'impegno fattivo per la cancellazione immediata dei debiti bilaterali e per la cancellazione del debito multilaterale per le nazioni più povere; la lotta alla speculazione finanziaria anche con la definizione di un'imposta del tipo Tobin Tax che consenta di applicare un prelievo limitato a tutte le transazioni finanziarie da investire in politiche nazionali e internazionali di sostegno economico e occupazionale; la sostituzione della forza militare per la risoluzione dei conflitti con l'istituzione e il rafforzamento di strutture e organismi di diplomazia popolare, di prevenzione, di mediazione e di interposizione non armata.

Le critiche del Genoa Social Forum al G8 dovrebbero concretizzarsi in una serie di manifestazioni in concomitanza del Vertice, iniziative il cui svolgimento non è ancora stato garantito dalle autorità nazionali e locali, e per il quale il Genoa Social Forum ha presentato una petizione alle istituzioni. «Siamo convinti che le istituzioni italiane - è scritto nella petizione - proprio per la loro storia e per i principi su cui si fonda la Repubblica italiana, non possano e non debbano decidere di autorità, come è avvenuto in altre nazioni, di negare gli spazi del confronto democratico, sospendere i diritti fondamentali dei cittadini e ridurre a un problema di ordine pubblico le problematiche sollevate da chi contesta. (...) E' per dare voce alle istanze dei cittadini che chiediamo, in occasione del Vertice dei G8, che: sia avviato un tavolo di trattativa con il Governo sui temi salienti compresi nell'agenda del Vertice; siano garantiti, anche in occasione del Vertice, spazi e strutture adeguate alle Campagne, Reti e Ong che rappresentano gli interessi collettivi della cittadinanza».

Tocca al nuovo governo rispondere alle domande del Genoa Social Forum, la cui contestazione al G8 era stata spiegata in estrema sintesi in un documento redatto alcuni mesi fa e che pubblichiamo di seguito.

cosa vogliamo

Lo scenario mondiale in cui ci prepariamo al Vertice dei G8 a Genova è uno scenario pieno di profonde ingiustizie. Il 20% della popolazione mondiale - quella dei Paesi a capitalismo avanzato - consuma l'83% delle risorse planetarie; 11 milioni di bambini muoiono ogni anno per denutrizione e 1 miliardo e 300 milioni di persone hanno meno di un dollaro al giorno per vivere. E lo scenario invece che migliorare, peggiora continuamente. La portata internazionale di questo Vertice rappresenta una grande sfida per tutte quelle Organizzazioni che da tempo lavorano per affermare - con metodi e priorità differenti - principi di giustizia sociale, di solidarietà e di uno sviluppo equo e sostenibile. La sfida deve essere raccolta!

Dobbiamo contribuire insieme a far conoscere a tutti le differenti progettualità che si esprimono nelle azioni di cooperazione internazionale, di tutela ambientale, di valorizzazione dei diritti di cittadinanza e dei lavoratori, di promozione di modelli economici etici e solidali, di sviluppo di forme di convivenza multietniche e di scambio interculturale, di affermazione dei principi della pace e di lotta alle ingiustizie delle organizzazioni della società civile. Tutto il portato di queste esperienze deve essere un fattore di crescita per la società: essa deve essere pienamente coinvolta in un percorso che da oggi al luglio 2001 veda svilupparsi iniziative di sensibilizzazione e denuncia su questa inaccettabile situazione.

E' necessario costruire un nuovo modo di pensare che sappia rispondere a quei modelli culturali dominanti che - passando per una crescente disgregazione sociale - impongono comportamenti che impediscono anche il solo immaginarsi una società migliore. Un mondo diverso è invece possibile!

Questo deve essere il senso della sfida da trasmettere ai cittadini. Gli Organismi sovranazionali, su cui si stanno concentrando le attenzioni di un movimento internazionale crescente, non potranno più decidere senza tener conto di una popolazione sempre più attenta e decisa che chiede processi democratici certi e nuovi orizzonti di giustizia sociale ed economica.

patto di lavoro

Per tutto questo, le organizzazioni firmatarie si impegnano in un patto di lavoro comune che prevede di:

Attraverso questo documento, le Organizzazioni firmatarie lanciano un appello a tutte le Organizzazioni e a tutte le Reti interessate e a quelle che già stanno lavorando attorno al Vertice dei G8, per ritrovarsi in tempi brevi in un appuntamento unitario sia per coordinare al meglio le energie e le proposte, sia per avviare un percorso di confronto con il mondo della ricerca, della politica e di quei soggetti in grado di far perseguire al meglio gli obiettivi sopra indicati. n

Ulteriori informazioni e l'elenco delle adesioni si possono trovare sul sito web del Genoa Social Forum, all'indirizzo: http://www.genoa-G8.org

 

IL PROGRAMMA DELLE MANIFESTAZIONI

Mentre chiudevamo questo numero di euronote, il Genoa Social Forum (GSF) ha reso noto un documento sulle forme di mobilitazione e per sollecitare il maggior numero possibile di persone a manifestare, compresi i cittadini genovesi. «Ribadiamo con forza il carattere pacifico e non violento delle manifestazioni e delle azioni che promuoveremo durante il vertice del G8 - si legge nel documento del GSF - Assumiamo come dato positivo la pluralità delle voci al nostro interno emerse anche in questi giorni. Siamo per le contaminazioni dei saperi, delle culture e delle pratiche tra di noi. La nostra pluralità è ricchezza. (...) I riflettori devono essere puntati innanzitutto sulla violenza che il sistema economico neoliberista produce su gran parte del pianeta. Di questa violenza i principali responsabili sono proprio gli otto che saranno a Genova a luglio. Gli otto siedono sul banco degli imputati. (...) Abbiamo discusso ampiamente delle scelte politiche e strategiche che dovranno guidare tutte le azioni di piazza da noi promosse in quei giorni e solennemente dichiariamo: noi scegliamo di agire nel pieno rispetto della città; noi scegliamo di non compiere attacchi contro alcuna persona, anche se in divisa.

Le nostre scelte riguarderanno tutte le azioni che promuoveremo in quei giorni e che nuovamente rilanciamo:

  • La realizzazione di un Public Forum dal 15 al 22 luglio.

  • Il corteo internazionale dei migranti del 19 luglio.

  • L'isolamento della zona rossa del 20 luglio. Sarà un'iniziativa comune che si svolgerà, attraverso azioni molteplici e diverse, con la contestazione e la disobbedienza. Salutiamo inoltre con favore le mobilitazioni delle lavoratrici e dei lavoratori con scioperi, cortei e le altre iniziative con cui si organizzeranno.

  • Il grande corteo di massa del 21 luglio


produttività del lavoro bassa nei Paesi candidati

I livelli di produttività del lavoro sono molto differenti tra i 13 Paesi candidati ad entrare nell'Unione europea (CC13) e i 15 attuali Stati membri (UE15). Nel 1998 l'economia dell'UE era complessivamente 2 volte e mezzo più produttiva di quella dei CC13. La maggiore differenza si riscontrava nel settore agricolo, dove i CC13 erano oltre 3 volte meno produttivi degli UE15. Negli ultimi anni, tuttavia, la distanza si è ridotta e la produttività dei CC13 è cresciuta del 10% tra il 1995 e il 1998 rispetto ad un aumento del 4% registrato nei Paesi dell'Unione europea. E' quanto emerge da un Rapporto pubblicato da Eurostat il 22 maggio scorso, che presenta un'analisi della struttura produttiva nei Paesi candidati prendendo in considerazione il valore aggiunto lordo, l'impiego e gli indicatori remunerativi e produttivi.

forti differenze tra settori

La distribuzione del valore aggiunto (GVA) per settore è molto diversa negli UE15 e nei CC13, con un peso dell'agricoltura circa 4 volte più elevato nei Paesi dell'Unione che nei Paesi candidati, dove il livello dei servizi finanziari e di affari è circa la metà di quello registrato negli UE15. I valori del settore agricolo variano dal 2,7% di Malta al 21,1% della Bulgaria, rispetto al 2,6% dei Paesi dell'UE15 (dati 1998). Queste differenze sono ancora più evidenti nelle strutture occupazionali, dove l'incidenza dell'agricoltura varia da un livello del 5,5% nella Repubblica Ceca al 43% in Turchia, rispetto al 4,8% nell'Unione europea.

Per quanto concerne invece il settore dei servizi nel campo "affari e finanza", si registrano livelli più bassi nei CC13 rispetto alla media dell'UE15 (25,9%), con valori che variano dal 9,1% in Turchia al 20,3% in Bulgaria. Nella maggior parte dei Paesi candidati, il settore principale è quello del commercio e trasporti, che ha fatto registrare valori che variano da un minimo del 17,9% del GVA totale in Bulgaria al 34,7% in Lettonia, rispetto al 21% dell'UE15.

alta produttività in alcuni Paesi

La produttività lavorativa nei Paesi candidati equivaleva in media, nel 1998, al 41% di quella dei Paesi dell'UE, con differenze però sostanziali tra i vari Paesi candidati: Slovenia (71% della media europea), Repubblica Ceca e Ungheria (entrambe al 58%) sono i Paesi più produttivi, tanto da superare o almeno raggiungere i livelli più bassi dell'UE rappresentati da Portogallo (55%) e Grecia (72%). D'altro canto, invece, Bulgaria (25%), Lettonia (27%), Lituania (30%) e Romania (32%) hanno livelli di produttività lavorativa che equivalgono a meno di un terzo della media dell'Unione. Nel settore agricolo, la produttività lavorativa nei CC13 era solo il 28% di quella degli UE15. Questo è anche il settore dove le differenze tra i Paesi candidati sono maggiori e variano da livelli equivalenti a solo il 12% della media europea in Lettonia o il 13% in Polonia, all'88% nella Repubblica Ceca, fino al 94% in Slovenia. Per quanto riguarda invece il settore dei trasporti e commercio, la produttività varia tra il 27% della media europea in Bulgaria e il 95% in Turchia. Il livello retributivo nei Paesi candidati rispecchia la bassa produttività occupazionale di questi Paesi e i salari equivalgono solo al 42% della media europea, con un valore massimo in Slovenia dove raggiungono il 70%.


progetto Euridice: dipendenza da sostanze sui luoghi di lavoro

Si è tenuta a Bruxelles, nella sede della Confederazione europea dei sindacati (CES) nei giorni 28 e 29 maggio 2001, una conferenza avente come oggetto il consumo di sostanze tossiche (alcool, droghe, psicofarmaci) nei luoghi di lavoro.

L'occasione di questo confronto è stata data dal Progetto Euridice, nell'ambito di una verifica dei propri "cantieri" aperti nei diversi Paesi europei.

Alle presenze sindacali (FGTB, Belgio; FO, Francia; IG Metall, Germania; CGTP, Portogallo; TUC, Gran Bretagna; CGIL, Italia), si sono aggiunte quelle dell'OMS, dell'ILO e della Commissione europea più altre di servizi ed associazioni preposte alla tutela della salute nei luoghi di lavoro o, nello specifico, di problemi legati alle tossicodipendenze.

cos'è il progetto Euridice

Euronote si è già occupata più volte di Euridice negli ultimi anni. Il progetto nasce negli anni Ottanta, da un accordo stipulato da FIM-FIOM-UILM con una azienda (Elettrocondutture) e una cooperativa di studi e ricerca (cooperativa Marcella), una collaborazione che si poneva l'obiettivo di portare all'interno dei luoghi di lavoro competenze e saperi in grado di affrontare e gestire la nascente problematica del consumo di sostanze stupefacenti tra i lavoratori.

L'asse strategico del progetto è rendere gli stessi lavoratori soggetti attivi di partecipazione a momenti informativi e formativi, in modo che possano svolgere successivamente un ruolo di "esperti grezzi" e che, in collaborazione con la rete esistente dei servizi, possano riprodurre azioni di prevenzione, di ascolto e di accompagnamento per i lavoratori in genere e per quelli in particolari situazioni di difficoltà.

la conferenza di Bruxelles

Dall'incontro di Bruxelles è emersa innanzitutto l'importanza di un intervento strutturato e permanente sui temi del consumo di sostanze tossiche nei luoghi di lavoro, sia per un ovvio riferimento alle tematiche relative alla tutela della salute nei luoghi di lavoro e per la componente relativa agli infortuni, sia per le discriminazioni che possono verificarsi nei confronti di lavoratori particolarmente deboli, anche a fronte del loro stato di dipendenza.

Questo non solo perché, oggi più di ieri, il luogo di lavoro è molto permeabile all'ingresso ed al consumo di sostanze legali e non, ma anche perché il luogo di lavoro può essere una risorsa importante e significativa per promuovere modelli di informazione e formazione, oltre ad azioni di prevenzione, fino a favorire azioni di presa in carico di lavoratori da parte dei servizi.

E' importante che questo confronto si svolga a livello europeo, perché i fenomeni del consumo assumono sempre più una dimensione europea e internazionale; è possibile che da un confronto tra diversi Paesi nascano intuizioni e modelli implementabili in altre realtà. Va sottolineato, inoltre, il fatto che nella costruzione di un sindacato europeo queste problematiche hanno la stessa titolarità e ad esse dovrebbe essere dato lo stesso rilievo che normalmente si dà ad aspetti di carattere economico e normativo.

che fare

Un primo compito riguarda la Commissione europea, che dovrà stabilire se il tema dell'uso e abuso di sostanze nei luoghi di lavoro merita un'attenzione particolare e quindi la messa in campo di risorse adeguate e di interventi appropriati. Segnali interessanti in questa direzione sono venuti nel corso del convegno del maggio scorso.

Inoltre, la CES deve fare la sua parte attivandosi concretamente a livello europeo.

Il necessario nuovo protagonismo deve avere come primo momento la messa in comune dei modelli culturali ed operativi delle diverse organizzazioni sindacali dei diversi Paesi. In Italia, per esempio, il lavoratore tossicodipendente o alcolista non può essere licenziato, mentre in Finlandia avviene il contrario. Non è però sufficiente registrare queste differenze, ma è piuttosto importante sapere se il sindacato finlandese è in sintonia culturale con questo dispositivo oppure se lo ha subito per ragioni di rapporti di forza sfavorevoli.

Si avverte quindi il bisogno di ricostruire una vera e propria mappa europea, dove sia possibile venire a conoscenza e confrontare le diverse leggi, i diversi accordi sindacali e le diverse azioni messe in campo dalle organizzazioni sindacali nei vari Paesi europei.

Senza questo primo passo risulta difficile un'azione coordinata nei confronti della Commissione europea, così come pare piuttosto ambizioso immaginare un ruolo diverso da quello attuale della Confederazione europea dei sindacati su questa e altre tematiche.


nuova rubrica sui "4 Motori per l'Europa"

Con questo numero di Euronote apriamo una rubrica sulle attività dei 4 Motori.

In altri numeri della rivista abbiamo già parlato di alcune iniziative; ci ripromettiamo di informare periodicamente i nostri lettori sulle iniziative a carattere sindacale, ma anche quelle di carattere istituzionale (vedi riquadro sulla storia istituzionale delle regioni 4 Motori).

* 4 Motori sindacali per l'Europa

E' un coordinamento nato a fine anni '80 tra i sindacati regionali della Lombardia, Catalogna (Spagna), Baden-Württemberg (Germania), Rhône-Alpes (Francia), con l'intento prioritario di scambiare informazioni, notizie, problemi sui temi del lavoro e dell'occupazione e soprattutto per agire con modalità comuni nei confronti dei rispettivi governi regionali.

Nel corso di questi anni sono state organizzate periodicamente conferenze sindacali su argomenti monotematicie, soprattutto negli ultimi due anni, si è lavorato per rinsaldare i rapporti (anche di tipo bilaterale tra singole organizzazioni) e superare un certo genericismo.

Le organizzazioni sindacali che partecipano ai 4 Motori sono:

Nel settembre 2000 si è tenuto un incontro dei segretari generali di tutte le organizzazioni ad Iseo, conclusosi con un verbale di lavoro comune, rafforzato poi a Lione nell'ottobre successivo durante i lavori della seconda conferenza tripartita.

Gli impegni concreti presi da tutti i sindacati riguardano in prima battuta la realizzazione dei protocolli di Barcellona e Lione, vale a dire un impegno concreto nei confronti delle rispettive regioni per evitare che gli impegni presi rimangano "dichiarazioni solenni" solo sulla carta.

Ma ci sono alti aspetti concreti del lavoro, in particolare:

* conferenze tripartite sull'occupazione

Un salto di qualità nel lavoro dei 4 Motori si è avuto con la realizzazione delle Conferenze tripartite sull'occupazione.

Nel corso degli ultimi anni ne sono state realizzate 2: la prima si è svolta a Barcellona nel luglio 1999, dalla quale è scaturito un protocollo di intenti tra governi regionali, sindacati, associazioni imprenditoriali. La seconda si è tenuta a Lione nell'ottobre 2000 ed era centrata su due temi: l'approccio locale e di partnership nella gestione delle competenze e degli impieghi e l'azione regionale in favore dello sviluppo degli impieghi nel settore dei servizi di prossimità. Al termine della Conferenza è stata sottoscritta una dichiarazione comune che ha ribadito l'impegno dei 4 Motori nel promuovere progetti e azioni che sostengano scambi di esperienze, mobilità di giovani studenti e lavoratori, in particolare nell'ambito di iniziative formative, e che ha confermato l'attività di concertazione tra regioni e parti sociali.

La prossima sarà realizzata in Lombardia, presumibilmente nell'autunno prossimo, dato che la presidenza istituzionale vede per il 2001 il turno della regione Lombardia. Durante le conferenze, oltre alla firma del protocollo, l'insieme delle organizzazioni sindacali ha effettuato una dichiarazione comune (cosa che non è riuscita ai partner imprenditoriali, che non hanno forme di coordinamento tra loro).

* breve storia dei 4 Motori istituzionali

Il 9 settembre 1988 a Stoccarda si incontrano i presidenti delle regioni Baden-Württemberg, Catalunya, Rhône- Alpes e Lombardia e firmano un accordo di cooperazione economica articolato in differenti punti (arte, cultura, ricerca, tecnologia, telecomunicazioni, ecc.).

Nell'ottobre del 1991, viene riconfermato, a Milano, l'impegno di collaborazione delle quattro regioni, che si pongono come obiettivo quello di accrescere le potenzialità economiche, culturali e sociali e di apportare un valido contributo al processo di unificazione del continente europeo.

Nel 1994 i presidenti dei 4 Motori per l'Europa firmano a Barcellona una Risoluzione Finale attraverso la quale manifestano la loro soddisfazione per il ruolo sempre più significativo svolto dalle regioni nel processo di integrazione europea e conferiscono una struttura all'associazione.

A Lione, nel 1995, i presidenti sottoscrivono una Risoluzione per una strategia europea dei 4 Motori, impegnandosi a divenire concretamente regioni "motore" nel contesto europeo, promuovendo e valorizzando l'attività dell'associazione attraverso i media e di fronte alle istituzioni comunitarie.

In occasione della Conferenza dei presidenti tenutasi a Milano nel 1996, viene sottoscritta una Risoluzione relativa ai progetti pilota per attuare la strategia europea dei 4 Motori. Nel 1997 a Stoccarda, i presidenti, nel loro ultimo incontro ufficiale predispongono una Risoluzione per le regioni come partner dell'Unione europea.

Il 24 giugno 1998 i presidenti delle regioni motore si incontrano a Milano con i presidenti delle Regioni Piemonte e Veneto e firmano una Dichiarazione Comune su "Il ruolo delle regioni nell' Europa del 2000".
Il 20 ottobre 1998 è stato celebrato a Barcellona il Decennale dell'Associazione. I presidenti, rinnovando il loro impegno politico-istituzionale e ricordando la necessità di promuovere il rafforzamento delle competenze delle regioni e in generale il ruolo del regionalismo nel contesto di un'Europa unificata, hanno sottoscritto una Dichiarazione Comune.

La VII Conferenza Sociale delle regioni dei 4 Motori per l'Europa svoltasi a Milano il 24-25 febbraio, ha dibattuto in 2 workshops le problematiche che ostacolano l'operato delle organizzazioni del Terzo Settore.

In occasione della Conferenza dei presidenti tenutasi a Lione, il 17 maggio 2000, è stato sottoscritto un Memorandum e una Dichiarazione per la Conferenza Intergovernativa.

La presidenza per l'anno 2001 vede di turno la regione Lombardia.

notizie sindacali

* Congresso della CFDT di Rhône Alpes

Si è svolto nello scorso aprile a St. Etienne il congresso della CFDT. I temi principali dibattuti al congresso sono stati: la riduzione dell'orario di lavoro, la formazione professionale, le condizioni di lavoro, soprattutto giovanile, i lavori atipici, la disoccupazione e la lotta all'esclusione sociale. Il congresso è stata anche occasione per la delegazione sindacale italiana presente (Lombardia e Piemonte) di confrontare i diversi modelli organizzativi e di rappresentanza. Jean Vanoye, segretario generale uscente, ha "passato il testimone" a Michel Pignon. Nel corso dei lavori sono stati presentati dati circa l'applicazione nella Regione Rhône Alpes della contrattazione sulla riduzione dell'orario di lavoro.

Nello scorso numero di euronote abbiamo riportato i contenuti principali della legge francese sulle 35 ore, la cui applicazione è demandata alla contrattazione sindacale in ogni impresa.

Ad oggi la situazione in Rhône Alpes è la seguente: nel periodo giugno 1996-dicembre 2000 sono stati siglati 4880 accordi, che hanno interessato 12.517 unità produttive, 16.817 lavoratori e hanno portato alla creazione di 31.016 posti di lavoro.

* Camposcuola internazionale giovani, agosto 2001, organizzato dal DGB

Dal 18 al 31 Agosto si svolgerà a Bodensee, in Germania, un campo vacanze internazionale per giovani delegati, sindacalisti, attivisti delle organizzazioni sindacali. Il camposcuola, organizzato con momenti di discussione, incontri e attività di socializzazione, è una opportunità per far dialogare giovani di diverse culture e provenienze in una logica europea comune. I sindacati dei 4 Motori parteciperanno a questa iniziativa, con l'obiettivo di consentire ai giovani di fare un'esperienza non usuale, rafforzando così le sensibilità "europeiste" del quadro sindacale. n

FRANCIA: NOVITÀ PER I DISOCCUPATI
di Graziano Del Treppo*

In Francia è in corso un dibattito sul sistema di trattare o di indennizzare la disoccupazione. Esistono infatti divergenze tra le posizioni del padronato francese (MEDEF) e quelle di alcuni sindacati.

I fondi dell'assicurazione contro la disoccupazione che servono a indennizzare i disoccupati sono gestiti dalle ASSEDIC, un'emanazione dell'Union Nationale pour l'Emploi dans l'Industrie et le Commerce (UNEDIC) che è un organismo paritetico, composto cioè dai rappresentanti dei datori di lavoro e dei lavoratori.

La ripresa economica e una gestione piuttosto rigorosa dei fondi per la disoccupazione hanno consentito un miglioramento della situazione finanziaria, così l'UNEDIC (ASSEDIC) ha potuto gestire più soldi e ha voluto ridistribuire queste eccedenze tra i disoccupati e coloro che pagano i contributi (padroni e lavoratori), senza dimenticare in particolare i disoccupati "di lunga durata" o in situazione precaria.

politiche passive o politiche attive?

Vi sono due sistemi di lotta alla disoccupazione: la politica attiva, cioè aiutare i disoccupati a trovare lavoro; oppure la politica passiva, che consiste nell'elargire semplicemente l'indennità di disoccupazione. La Francia ha praticato finora piuttosto questo secondo metodo.

Ora però l'UNEDIC cerca di sviluppare sempre più una politica attiva, pur continuando a indennizzare coloro che non ci riescono: è evidente che bisogna attuare una politica attiva senza trascurare quella passiva. Un accordo è così stato firmato tra i datori di lavoro (MEDEF) e alcuni sindacati, in particolare la CFDT. Qualcosa è cambiato con il 1° gennaio 2001 e altre cose cambieranno il 1° luglio.

cambiamenti da gennaio 2001

  • Sarà più facile aver diritto all'indennizzo di disoccupazione. Finora, per aver diritto alle indennità di "chômage" bisognava aver lavorato almeno 4 mesi negli 8 mesi precedenti, mentre d'ora in poi occorrerà aver lavorato 4 mesi negli ultimi 18 mesi.

  • Coloro che vorranno intraprendere attività di lavoro autonomo ("Créateurs d'entreprise"), se questa esperienza fallisce e cessano l'attività nei primi 3 anni, avranno ancora diritto alle indennità di disoccupazione.

  • Le trattenute per la disoccupazione in busta-paga sono ridotte: questo favorirà la crescita economica e quindi indirettamente la creazione di posti di lavoro.

cambiamenti previsti da luglio 2001

  • Un aiuto per ritrovare lavoro. Un Progetto di Azione Personalizzato, fatto in collaborazione con l'ANPE e firmato dal lavoratore disoccupato, darà diritto a: un bilancio di competenze, aiuto a redigere un curriculum vitae, offerte di lavoro adattate, aiuti alla mobilità ecc.

  • Indennità di disoccupazione migliori: non appena sarà firmato il Plan d'Aide au Retour à l'Emploi (PARE), non ci sarà più la degressività delle "allocations chômage" (cioè il 17% in meno ogni sei mesi), ma l'importo sarà costante.

  • Partecipazione dell'UNEDIC in favore dei disoccupati esclusi dall'assicurazione di disoccupazione, titolari per esempio dell'"Allocation Spécifique de Solidarité", finora a carico della solidarietà nazionale e dello Stato.

Queste misure non risolveranno certo il problema della disoccupazione in Francia, ed alcuni sindacati le hanno anche criticate, ma rappresentano un passo avanti che dovrebbe aiutare molti disoccupati a ritrovare un lavoro.

* coordinatore INAS ACSI FRANCIA, euroconsigliere


brevi diritti dell'uomo e democratizzazione: nuova strategia della Commissione

La Commissione europea ha adottato una comunicazione relativa al ruolo dell'Unione europea nella promozione dei diritti dell'uomo e della democratizzazione nei Paesi terzi. Come ha indicato il commissario incaricato delle relazioni esterne, Chris Patten «L'UE, per promuovere i diritti dell'uomo, ha da sempre privilegiato un approccio basato sul partenariato e sulla cooperazione piuttosto che sull'uso di sanzioni e di altre misure di ritorsione. Dobbiamo agire con le autorità pubbliche e con la società civile se vogliamo arrivare ad un cambiamento permanente».

Questa comunicazione costituisce il primo documento della Commissione che sintetizza la strategia dell'UE in materia di diritti dell'uomo. Essa è essenzialmente consacrata all'elaborazione di una strategia coerente di attuazione dell'aiuto esterno.

La comunicazione tiene conto della recente evoluzione del quadro giuridico e politico, in particolare dei trattati di Amsterdam e di Nizza e della Carta dei diritti fondamentali, che prevedono un rafforzamento della coerenza tra gli approcci interni ed esterni dell'UE.

L'UE ha sempre privilegiato un approccio basato sul partenariato e sulla cooperazione piuttosto che sull'utilizzo di sanzioni e di altre misure di ritorsione. L'obiettivo è di agire con le autorità pubbliche e la società civile alfine di pervenire a un cambiamento permanente. Su tale base, la comunicazione indica tre settori nei quali la Commissione ritiene di poter agire in modo efficace. Essa può:

La commissione risponde anche alla domanda formulata nelle conclusioni del Consiglio europeo di Colonia, relativa alla creazione di un'Agenzia europea dei diritti dell'uomo e della democrazia, sostenendo che una tale agenzia non è necessaria.

INFORMAZIONI: http://europa.eu.int/comm/external_relations/human_rights/intro/index.htm
da Ufficio Europa Cgil

Finlandia e Austria varano due piani d'azione contro le discriminazioni

Nelle scorse settimane i governi finlandese e austriaco hanno presentato due piani nazionali di lotta alla varie forme di discriminazione, in sintonia con quanto sancito dall'articolo 13 del Trattato dell'Unione e previsto dal Programma d'azione comunitario 2001-2006 contro le discriminazioni adottato dal Consiglio europeo nel novembre 2000.

Il ministero del Lavoro finlandese ha reso noto un Piano d'azione contro le discriminazioni etniche e il razzismo e ha ribadito la decisione di istituire un Ombudsman nazionale contro ogni forma di discriminazione etnica nonché di attuare un piano di studio per individuare eventuali politiche, regole, regolamenti e pratiche potenzialmente discriminatorie (come, ad esempio, quelle relative ai servizi di interpretariato per i nuovi immigrati stranieri). Il governo finlandese ha inoltre deciso che, nell'ambito di tale azione, i centri per lo sviluppo economico e l'occupazione regionali verranno trasformati in veri e propri centri di consulenza e consultazione in materia di eguaglianza etnica, mentre le discriminazioni in campo lavorativo verranno monitorate dagli Ispettorati del lavoro e della sicurezza sociale. I rappresentanti dei ministeri dell'Educazione, dell'Assistenza sociale e della Sanità, in seguito alle sollecitazioni delle Ong, hanno inoltre assicurato il loro impegno nella lotta contro altre forme di discriminazione, quali quelle che si verificano nei confronti di persone con handicap, di omosessuali e dei rom. Tale impegno verrà concretizzato attraverso una maggiore possibilità di accesso ai servizi pubblici e iniziative antidiscriminatorie all'interno dei programmi scolastici. Le priorità del Piano d'azione finlandese riguardano la necessità di una legislazione efficace e la sensibilizzazione alla difesa dei diritti delle persone e alla prevenzione delle discriminazioni.

Particolarmente significativo anche il piano d'azione contro le discriminazioni in ambito lavorativo presentato dall'Austria, Paese che è stato al centro dell'attenzione internazionale nei mesi scorsi per la nascita di una coalizione di governo comprendente il partito Fpö, accusato anche dall'Osservatorio europeo sul razzismo di atteggiamenti xenofobi e razzisti. E proprio la lotta al razzismo sui luoghi di lavoro è una delle priorità contenute nel piano che il governo austriaco si è impegnato ad attuare per il periodo 2001-2006. Le azioni antirazziste sui luoghi di lavoro previste rientrano in un piano generale di lotta alle discriminazioni in ambito lavorativo che riguarda quattro aree principali: 1) l'impiegabilità, con promozione di pari opportunità, creazione di strumenti specifici per la reintegrazione dei lavoratori più sfavoriti e, appunto, interventi contro il razzismo; 2) l'imprenditorialità, che prevede misure per una migliorare qualità del lavoro, soprattutto nel settore dell'economia sociale (il cosiddetto terzo settore); 3) l'adattabilità, al fine di assicurare la formazione nell'arco di tutta la vita e il reinserimento dei lavoratori con scarsa formazione; 4) le pari opportunità, per assicurare concretamente uguali opportunità professionali a uomini e donne e ridurre le discriminazioni sul mercato del lavoro. Il piano del governo austriaco prevede uno stanziamento di circa 100 milioni di euro e rientra nel programma europeo Equal, finanziato attraverso il Fondo sociale europeo.


Europarlamento: una Costituzione entro il 2003

Con un documento approvato a larga maggioranza lo scorso 31 maggio, il Parlamento europeo ha chiesto che entro il dicembre 2003 venga adottato un nuovo Trattato dell'Unione europea contenente una Carta costituzionale. Pronunciandosi sulla futura riforma dell'Ue, l'assemblea parlamentare ha proposto che questa venga affidata, nel corso del 2002 e del 2003, a una Convenzione simile a quella che l'anno scorso ha redatto la Carta europea dei diritti fondamentali, per giungere nel secondo semestre del 2003 ad una Conferenza intergovernativa che definisca il nuovo Trattato. Tale Convenzione dovrebbe essere formata da membri dei parlamenti nazionali, del Parlamento europeo, della Commissione e dei governi dei 15 Stati membri e dovrebbe portare alla definizione della prima Costituzione europea.

timide iniziative dell'Ue sulla Cecenia

A Grozny e nella valle di Argun la guerra continua causando vittime quotidiane, le condizioni dei quasi 200 mila profughi accampati in Inguscezia sono preoccupanti, le violazioni dei diritti umani sono la regola: questa è la drammatica situazione della Cecenia oggi, regione russa distrutta da anni di guerra e che conta ormai migliaia di morti. La caccia ai guerriglieri islamici separatisti da parte dell'esercito russo è tuttora in corso, nonostante da mesi le autorità russe dichiarino di controllare completamente la regione, così come continuano gli attentati e le sanguinose azioni di guerriglia. Grozny è totalmente distrutta, al punto che quasi certamente non sarà più la capitale cecena in futuro, mentre la popolazione civile è vittima delle violenze messe in atto sia dai militari russi che dai guerriglieri. Numerose sono state negli ultimi mesi le denunce delle organizzazioni internazionali per le continue violazioni dei diritti umani messe in atto da militari russi ai danni di civili e profughi, argomenti questi affrontati dalla delegazione europea che alcune settimane fa si è recata per l'ennesima volta in missione in Cecenia. I diplomatici europei hanno incontrato a Grozny il capo del governo ceceno filo-russo, Stanislav Iliasov, e discusso della situazione dei profughi interni e soprattutto raccolti nei campi della vicina Inguscezia, sollecitando le autorità russe a favorirne il ritorno. La missione della delegazione europea in Cecenia è stata seguita pochi giorni dopo dalla visita del presidente della Commissione europea, Romano Prodi, a Mosca, ma le pressioni internazionali sono troppo timide e la guerra continua inesorabilmente.

cresciute nel 2000 frodi e irregolarità

Nel corso del 2000 sono aumentate le frodi e le irregolarità ai danni dell'Unione europea: quasi 7000, con un impatto sul bilancio dell'Ue stimato in 2029 milioni di euro (circa 4000 miliardi di lire). Due rapporti della Commissione rilevano un incremento di circa il 120% dei raggiri criminali e delle "sviste" amministrative segnalate dagli Stati membri sulla principale voce di finanziamento: le cosiddette ''risorse proprie'', come il gettito Iva e i dazi doganali. Nel settore agricolo, ad esempio, vi è stato un aumento del 10% dei casi (quasi 3000) e un raddoppio (+104%) del loro impatto (474 milioni di euro) sul bilancio. Anche se per numero di casi vi è stata una flessione del 4,5% a quota 2400 circa, è raddoppiato a 534 milioni di euro l'impatto degli illeciti perpetrati nel campo delle ''risorse proprie'': circa 40 milioni di euro vengono evasi in Italia (il 7,6% del totale), una quota inferiore a quelle segnalate da Germania (10%) e soprattutto dalla Gran Bretagna (65%). In aumento del 74% anche i casi di frodi e irregolarità nel campo dei fondi strutturali, i finanziamenti per le aree depresse dell'Unione, anche se gli illeciti segnalati (1217, di cui 117 in Italia) hanno interessato minori somme. Da 73 a 170 milioni di euro sono poi aumentate truffe e irregolarità sui fondi gestiti direttamente dalla Commissione, ad esempio per lo sviluppo dei Paesi dell'Est. Il quadro non è però completo: il rapporto, ad esempio, accusa la Grecia di non aver segnalato l'anno scorso alcuna frode sulle risorse proprie. Le cifre, inoltre, fanno apparire più colpiti dall'illecito proprio i Paesi dove sono maggiori i controlli: a questo proposito, la Commissione riconosce alle autorità di Italia e Germania di essere ''meglio preparate'' a distinguere fra vere frodi e semplici irregolarità rispetto ad altri Stati.

Per arginare questa situazione, la Commissione europea ha presentato lo scorso 8 maggio un ''piano d'azione'' che definisce le priorità da attuare nel triennio 2001/2003. Verrà rafforzata soprattutto la dimensione giudiziaria penale della lotta alle frodi e alle irregolarità amministrative. A tutti gli Stati membri è poi stato rivolto un appello a cercare di recuperare il denaro che alimenta le istituzioni europee, pena la minaccia di richiederlo agli Statistessi.

Fonte: Ansa

programma europeo contro gli incidenti sul lavoro

Il livello degli incidenti sui luoghi di lavoro è ancora drammaticamente elevato all'interno dell'Unione europea. Ogni anno circa 5500 persone muoiono a causa di incidenti sul lavoro e si verificano oltre 4,5 milioni di incidenti che provocano un'assenza dal lavoro di almeno tre giorni, per un totale di circa 146 milioni di giorni lavorativi perduti. Il problema riguarda tutti i settori dell'economia, ma è particolarmente grave nelle piccole e medie imprese (con meno di 50 lavoratori), dove il livello degli incidenti mortali è circa il doppio rispetto a quello delle grandi aziende. La maggior parte degli infortuni potrebbe però essere evitata e per queste ragioni l'Unione europea, attraverso l'Agenzia per la salute e la sicurezza sul lavoro (con sede a Bilbao), ha messo a punto lo scorso mese di aprile un programma contro gli incidenti che prevede un budget di 5 milioni di euro. La prevenzione degli incidenti sarà anche il tema della Settimana europea per la salute e la sicurezza sul lavoro, che quest'anno si terrà in tutti gli Stati membri nel mese di ottobre.

INFORMAZIONI: http://osha.eu.int/sme

proposta della Commissione
per ridurre l'impatto sociale
dei tagli all'occupazione

Per la prima volta la Commissione europea presenta un pacchetto completo sulla ristrutturazione aziendale. La proposta prevede concrete garanzie giuridiche per i lavoratori in materia d'informazione e consultazione preliminare, l'incitamento alle imprese affinché programmino la ristrutturazione aziendale in modo tempestivo ed efficace e una prima discussione su come orientare altre politiche comunitarie, per esempio in materia di concorrenza, aiuti di Stato e fondi strutturali, sui nuovi bisogni delle imprese e dei lavoratori. Il pacchetto di iniziative, ideato per aiutare imprese e lavoratori ad adattarsi con successo ai cambiamenti aziendali, è stato annunciato alcune settimane fa dalla commissaria all'Occupazione e agli affari sociali Anna Diamantopoulou. Il pacchetto, che si concentra in particolare sulla preparazione e sulla gestione preliminari delle operazioni di ristrutturazione delle aziende, prevede legislazione comunitaria, azioni delle parti sociali, promozione delle prassi corrette delle imprese, e può inoltre comportare un riorientamento degli stanziamenti del Fondo sociale europeo verso le regioni o i settori più colpiti dalla perdita di posti di lavoro.

Fonte: Ufficio Europa Cgil

riforma delle pensioni in Germania

Il parlamento tedesco ha varato l'11 maggio scorso una riforma delle pensioni che, per la prima volta, introduce nella sfera previdenziale un sistema integrativo privato. La riforma introdotta dal governo tedesco segue di circa un anno quella fiscale ed entrerà in vigore all'inizio del 2002. Essa prevede un graduale rallentamento della crescita delle pensioni e una compensazione dei tagli previsti con fondi aggiuntivi di previdenza privata, ai quali lo stato contribuirà con circa 21 miliardi di marchi (circa 21 mila miliardi di lire). Fino al 2030 il livello delle pensioni scenderà a tappe dall'attuale 70,7% del salario a non meno del 67,9%. Il rallentamento della crescita delle pensioni prenderà il via nel 2003, mentre il nuovo sistema di previdenza privata verrà attuato in quattro tappe fra il 2002 e il 2008: in tale periodo i contributi individuali cresceranno dall'1% al 4% del reddito. Il livello dei contributi pensionistici, inoltre, crescerà rispetto all'attuale 19,1%, mantenendosi al di sotto del 20% fino al 2020 e andando non oltre il 22% entro il 2030.

Fonte: Ansa

il Parlamento europeo dà il via alla nascita dei partiti europei

La commissione Affari costituzionali del Parlamento europeo (Pe) ha adottato un rapporto col quale dà il via alla proposta di regolamento sullo statuto e il finanziamento dei partiti politici europei, ed introduce alcuni emendamenti che mirano a rinforzare il controllo e la trasparenza dei finanziamenti dei partiti politici europei.

Il rapporto accetta i principi essenziali della proposta della Commissione: ogni partito politico o unione di parti che si occupa di affari europei può essere riconosciuto come partito europeo, indipendentemente dalla sua posizione sull'integrazione europea. Occorre che la struttura interna sia democratica; che costituisca - o miri a costituire - un gruppo politico in seno al Pe; che rispetti i principi della democrazia, dello Stato di diritto e dei diritti fondamentali; che depositi uno statuto presso il Pe. I partiti così riconosciuti che otterranno mandati al Pe o ai Parlamenti nazionali o regionali di almeno 5 Stati membri e quelli che otterranno almeno il 5% dei voti in 5 differenti Stati membri potranno ricevere un finanziamento comunitario. Il finanziamento (75% del budget del partito) potrà coprire le spese amministrative, il costo delle riunioni e delle campagne d'informazione europea. Non dovrà in ogni caso servire a finanziare attività nazionali.

Gli emendamenti mirano a rinforzare i meccanismi di controllo e trasparenza del finanziamento. I partiti europei dovranno rendere pubbliche tutte le donazioni ricevute (essendo vietate quelle anonime). Il finanziamento di un partito che non rispetta la democrazia e i diritti fondamentali sarà sospeso mediante decisione della Corte di giustizia. Altri emendamenti mirano ad assicurare che i partiti europei rispettino la Carta europea dei diritti fondamentali e il riconoscimento della personalità giuridica.

da Ufficio Europa Cgil

continua l'impegno dell'Ue contro la pena di morte

Ancora una volta, lo scorso mese di aprile, la Commissione dell'Onu per diritti umani ha approvato una risoluzione sull'abolizione della pena di morte presentata dall'Unione europea, alla quale si sono associati quasi 70 Paesi. Dal 1997, infatti, ogni anno il massimo organo dell'Onu per la promozione dei diritti fondamentali approva una risoluzione contro pena di morte: iniziative avanzate dall'Italia nei primi anni e poi, dal 1999, dall'Unione europea. Il testo dell'Ue esorta le nazioni che tuttora fanno ricorso alla pena capitale ad istituire una moratoria sulle esecuzioni in vista della totale e definitiva eliminazione della pena di morte. La risoluzione esorta inoltre i Paesi a ridurre i casi in cui la pena capitale può essere comminata, a non condannare a morte persone di età inferiore ai 18 anni, donne incinte e persone che soffrono di disturbi mentali. I governi vengono poi invitati a riservarsi il diritto di rifiutare l'estradizione per le persone che rischiano la pena capitale, in assenza di concrete garanzie da parte dello Stato richiedente che la condanna a morte non sarà applicata. Dei 53 Paesi membri della Commissione Onu, 27 hanno votato a favore della risoluzione (tra i quali la Russia e tutti i Paesi dell'Ue membri della Commissione), 18 hanno votato contro e 7 si sono astenuti. Tra i contrari, Stati Uniti, Libia, Cina, Giappone, Siria, Indonesia e Arabia Saudita, mentre Cuba e India si sono astenuti. Secondo le organizzazioni impegnate contro la pena capitale, attualmente sono 73 i Paesi mantenitori (su tutti la Cina, con almeno 1263 esecuzioni nel 1999), 28 quelli abolizionisti "de facto", 14 quelli che hanno abolito la pena di morte per i crimini comuni e 75 quelli che l'hanno abolita totalmente.

Fonte: Ansa

memorandum della Ces alla futura presidenza dell'Ue

«Attendiamo dalla presidenza belga che chiuda infine la direttiva europea sull'informazione e la consultazione»: è quanto dichiarato dal segretario generale della Confederazione europea dei sindacati (Ces), Emilio Gabaglio, in occasione della presentazione del Memorandum sindacale per la futura presidenza belga dell'Uione europea (luglio-dicembre 2001). Gabaglio ha sottolineato che i sindacati europei non accetteranno che la legge venga delineata dalle imprese; che l'informazione e la consultazione insieme e l'accesso alla formazione continua nel corso della vita, cosi come la revisione della direttiva sui Comitati d'impresa europei, sono d'importanza cruciale se si vogliono raggiungere gli obiettivi della strategia di Lisbona (piena occupazione, miglioramento qualitativo dell'occupazione, crescita sostenibile e coesione sociale). Secondo la Ces, che continua a sostenere questi obiettivi e guarda in positivo il fatto che il Summit di Stoccolma abbia contribuito a rinforzare questi assi, Lisbona e Stoccolma hanno confermato la necessità di una crescita del 3% e, in questo contesto, c'è necessità di un cambio d'atteggiamento da parte della Banca centrale europea. La BCE, sostengono i sindacati europei, non deve limitarsi alla lotta contro l'inflazione ma ha ugualmente il compito di contribuire alla realizzazione di una crescita più forte. La Ces ritiene importante che la dichiarazione del futuro Summit di Laeken (dicembre 2001) metta in evidenza un'agenda allargata sull'avvenire dell'Europa, dibattito che non può limitarsi ad una discussione tra governi, ma dovrà coinvolgere anche i cittadini. In tale dibattito - che dovrà essere centrato non solo sulle future strutture, ma anche sul contenuto dell'integrazione europea - i sindacati dovranno organizzarsi sia a livello nazionale che europeo. L'obiettivo é quello di un modello sociale europeo che associ crescita economica, progresso sociale, protezione dell'ambiente e sviluppo dei Servizi d'Interesse Generale. La CES ritiene infine necessario un allargamento della regola di decisione alla maggioranza qualificata e di codecisione col Parlamento europeo.

Il testo completo del Memorandum può essere consultato su: http://www.etuc.org/Pressf/Actualite/memopr-f.cfm
Fonte: Ufficio Europa Cgil

approvato il regolamento sulla "mucca pazza"

Il prossimo mese di luglio entrerà in vigore il regolamento europeo relativo alla Bse, nota comunemente con il nome di morbo della "mucca pazza". Tra le novità principali è prevista la classificazione dei Paesi in cinque categorie, in funzione dei rischi connessi alla Bse, e nuove norme sulle esportazioni dei capi e dei prodotti derivati. La regolamentazione proposta conferirà una base giuridica solida alle misure adottate dalla Commissione negli ultimi 10 anni per proteggere la salute umana e animale contro il rischio del morbo. Il regolamento sulla Bse è la prima proposta in campo veterinario ad essere adottata in conformità con la procedura di codecisione tra la Commissione, il Parlamento europeo e il Consiglio dei ministri, con lo scopo di raccogliere in un quadro unico e completo tutte le misure adottate finora in materia.

INFORMAZIONI: http://europa.eu.int/comm/food/fs/bse/bse15_en.pdf
Fonte: Ufficio Europa Cgil

nuove norme sull'accesso ai documenti europei

Tutti i documenti in possesso di Parlamento, Commissione e Consiglio europei dovranno essere disponibili al pubblico e consultabili. E' quanto prevede il regolamento approvato lo scorso 3 maggio dal Parlamento europeo che disciplina così in un'unica normativa i diritti d'accesso ai documenti, diritti finora non sufficientemente garantiti secondo le numerose critiche sollevate in proposito da molti esponenti e rappresentanti della cosiddetta società civile.

In linea di massima, ora tutti i documenti dovranno essere disponibili al pubblico e il rifiuto di divulgarne qualcuno dovrà essere giustificato dall'istituzione interessata.

Le nuove regole, basate su una proposta presentata dalla Commissione il 26 gennaio 2000, completeranno le norme nazionali in vigore che disciplinano l'accesso ai documenti. Esse si applicano ai documenti redatti dalle istituzioni europee o in possesso delle stesse. Il regolamento conferma in larga misura le pratiche già esistenti, ma contiene anche un numero notevole di elementi nuovi. I documenti in entrata (inviati da terzi) saranno compresi nel sistema di accesso, mentre le norme precedenti riguardavano soltanto i documenti prodotti dalle istituzioni.

Le istituzioni dovranno inoltre rispondere entro 15 giorni lavorativi (invece dell'attuale termine di un mese) e, per agevolare l'accesso ai documenti (e l'identificazione di documenti di potenziale interesse per i cittadini) le istituzioni dovranno redigere un registro di tutti i documenti: l'inclusione nel registro non costituirà un requisito necessario per la richiesta di accesso a un documento, ma ne faciliterà il ritrovamento e l'individuazione da parte dei cittadini interessati.

Le nuove norme entreranno in vigore sei mesi dopo la loro adozione definitiva, che a sua volta dovrebbe avvenire dopo la revisione linguistica del testo nelle undici lingue.

Fonte: Ufficio Europa Cgil

Il futuro dell'Unione

Nel giro di un mese, tra la fine di aprile e di maggio scorsi, si è riaperto il dibattito sul futuro assetto dell'Unione europea, arenatosi al Consiglio europeo di Nizza (dicembre 2000) e, date le difficoltà nel trovare intese, rinviato ad una nuova Conferenza intergovernativa. Molti esponenti politici europei ed esperti hanno finora reso note le loro proposte, così come hanno fatto nelle settimane scorse anche il cancelliere tedesco Gerhard Schröder e il primo ministro francese Lionel Jospen. Due visioni diverse dell'Unione che verrà: decisamente federale la prima, con maggiori poteri a Commissione e Parlamento e la trasformazione del Consiglio in una Camera europea degli Stati, ispirata al modello tedesco; scelta federalista molto più moderata, la seconda, con l'idea di una federazione di Stati-nazione e un ruolo più forte del Consiglio europeo. Due opinioni autorevoli che si aggiungono alle molte espresse finora. Vediamo di seguito un sintetico riepilogo delle proposte rese note negli ultimi mesi.