Inserto n. 55:
Xenofobia e razzismo


cresce l'intolleranza xenofoba nell’Europa multiculturale

Il 2008 è stato per l’Unione europea l’Anno del dialogo interculturale, iniziativa simbolica molto importante per un’Europa sempre più multietnica e multiculturale. Le varie attività svolte hanno cercato di coinvolgere e mobilitare tutti i livelli della società e di smuovere l’opinione pubblica. Sulla base del motto “dal basso verso l’alto”, manifestazioni ed eventi hanno visto la partecipazione della società civile a livello nazionale, regionale e locale. Si sono così svolti oltre 500 eventi nazionali organizzati nell’ambito del dialogo internazionale e almeno 400 progetti avviati durante l’Anno, mentre 91 “ambasciatori del dialogo interculturale” sono stati eletti nei diversi Stati membri come simbolo e bandiera dell’importanza e dei benefici del dialogo interculturale.

il miraggio dell’interculturalità
Le cronache dell’ultimo anno hanno però mostrato anche e soprattutto una realtà diversa, evidenziando tutte le difficoltà del dialogo interculturale specie in alcuni Stati membri dell’Ue quali l’Italia, con pregiudizi e xenofobia diffusi fino a sfociare in alcuni casi in episodi di violenza e con responsabilità mediatiche e politiche a vari livelli nella creazione di un’opinione pubblica poco incline all’interculturalità. Mentre infatti la multiculturalità riguarda semplicemente la convivenza di individui e gruppi appartenenti a culture, religioni, lingue ed etnie diverse, l’approccio interculturale implica che questi individui e gruppi costruiscano dei legami fra di loro e si arricchiscano reciprocamente nella consapevolezza della propria interdipendenza. A giudicare da quanto verificatosi in Italia negli ultimi 16 mesi (dall’omicidio di Giovanna Reggiani, avvenuto a Roma il 30 ottobre 2007), soprattutto rispetto alle comunità rom e rumena, ma non solo, la disponibilità al dialogo interculturale risulta essere piuttosto limitata e si registra sempre più una vera e propria deriva xenofoba (vedi oltre ). Il clima è indubbiamente cambiato e gli episodi di razzismo e xenofobia sembrano moltiplicarsi; e non solo, come sostengono alcuni, perché più di ieri sono riconosciuti come tali e denunciati. Di fronte alle ripetute aggressioni ai danni di stranieri e rom c’è la tendenza a sostenere che “il razzismo non c’entra”, «invece, il razzismo c’è. La tentazione di costruire barriere fra noi e gli altri, in base a fondamenti in-fondati e in-dimostrabili. Come l’idea stessa di “razza”, d’altronde. Il razzismo c’è. Allontanarlo da noi con un gesto di fastidio, non aiuta ad affrontarlo» sostiene il sociologo Ilvo Diamanti, che ha recentemente diretto uno studio in materia (vedi oltre ).

preoccupa l’accettazione del razzismo
Particolarmente grave è la tendenza ad estendere a intere comunità etniche responsabilità individuali, pratica rilevata in vari Paesi europei nei confronti di alcune minoranze e diffusa praticamente a tutta l’Europa quando la minoranza in questione è quella rom e nomade.
L’organizzazione European Network Against Racism (Enar), nel suo ultimo Rapporto pubblicato il 1° dicembre 2008, segnala un razzismo «pervasivo e persistente» nell’Ue in molti importanti settori della vita sociale quali lavoro, casa, istruzione, salute, ordine pubblico, accesso a beni e servizi, media, con inquietanti pratiche di “racial profiling” cioè l’utilizzo di criteri “etnici” nella selezione dei soggetti da sottoporre a controllo. Allarmante, poi, il fatto che sia sempre più evidente una tendenza a considerare “accettabili” i crimini, i maltrattamenti e le discriminazioni contro persone appartenenti a minoranze (vedi oltre ).
Il Rapporto indica però anche alcune aree di miglioramento, in particolare per quanto riguarda i risultati ottenuti nel campo educativo e l’impatto positivo della legislazione comunitaria nell’assicurare che la discriminazione basata sull’appartenenza etnica sia considerata illegale in tutta l’Ue. Mentre l’efficacia delle leggi deve essere rafforzata attraverso un monitoraggio accurato, una raccolta di dati sistematica e sanzioni effettive, come sottolinea anche l’Agenzia europea dei diritti fondamentali (vedi oltre ), l’impatto di iniziative antidiscriminatorie e per la promozione del dialogo interculturale svolte in ambito educativo assume sempre più un carattere decisivo.

tradurre la teoria in pratiche effettive
«Vogliamo superare le società multiculturali, nelle quali le culture e le comunità si limitano a coesistere: la semplice tolleranza dell’altro non basta più» ha dichiarato in occasione del lancio dell’Anno europeo 2008 il commissario dell’Ue per Istruzione, Formazione e Gioventù, Ján Figel’, aggiungendo: «Dobbiamo iniziare una vera metamorfosi delle nostre società per creare un’Europa interculturale nell’ambito della quale gli scambi e le interazioni tra le culture si svolgano in modo costruttivo e la dignità umana sia universalmente rispettata». Una metamorfosi che può passare solo attraverso le nuove generazioni. Il motto adottato per l’Anno 2008, «arricchiamoci delle nostre differenze», è indicativo dell’approccio che l’Ue ha assunto in materia di dialogo interculturale, sottolineando il contributo di varie culture ed espressioni di diversità al patrimonio e ai modi di vita degli Stati membri. Affinché ciò si traduca in realtà quotidiana, però, deve essere contrastata con forza ogni deriva xenofoba. Responsabili politici e media dovrebbero evitare di strumentalizzare la paura con modalità che alimentano xenofobia e razzismo, mentre sarebbe importante puntare  sul sistema educativo per prevenire e contrastare i pregiudizi che sono poi causa di discriminazioni e intolleranza.

 

Agenzia europea dei diritti:
carenze politiche nella lotta al razzismo

Mentre aumentano i crimini a sfondo razziale nell’Ue e continuano le  discriminazioni nell’accesso a casa, scuola e sanità ai danni di rom e migranti, gli Stati membri non fanno abbastanza per fronteggiare razzismo, xenofobia e discriminazioni. È quanto rileva il primo Rapporto dell’Agenzia per i diritti fondamentali dell’Ue (Fundamental Right Agency - Fra, che dal 2007 ha preso il posto dell’European Monitoring Centre on Racism and Xenophobia - Eumc), pubblicato nel giugno 2008.

Ad esempio, monitorando l’applicazione della direttiva europea sull’uguaglianza razziale (2000/43/CE), che vieta le discriminazioni fondata sulla razza o sull’origine etnica, si constata che solo la metà circa dei 27 Paesi dell’Ue ha attuato una sua piena implementazione nella normativa nazionale. Inoltre, nel periodo preso in considerazione dal Rapporto, 12 Stati membri non avevano applicato sanzioni in merito a razzismo e discriminazioni mentre in 15 il numero di sanzioni variava sensibilmente (da una a 95), con il Regno Unito nettamente al primo posto per l’applicazione della legislazione europea e un numero di sanzioni superiore a quello di tutti gli altri Paesi dell’Ue messi insieme. Gli altri Paesi che secondo il Rapporto hanno ratificato correttamente la direttiva europea sono Bulgaria, Finlandia, Francia, Irlanda, Italia, Romania, Svezia e Ungheria. Nel novembre 2008 poi, dopo sette anni di rinvii, è stato finalmente trovato un accordo tra i ministri dell’Ue sulla legge quadro contro razzismo e xenofobia, che sanzione con il carcere da uno a tre anni chi incita pubblicamente all’odio razziale e alla xenofobia anche attraverso la diffusione di testi scritti, foto o altro materiale (vedi box).

crimini e violenze razzisti
In generale, il dato più rilevante di questo Rapporto, purtroppo in piena continuità con i precedenti Rapporti dell’Eumc, è la carenza di rilevazioni affidabili di dati nella maggior parte dei Paesi dell’Ue, tanto che resta sempre il dubbio che gli Stati membri che fanno registrare un maggior numero di episodi a sfondo razzista e xenofobo siano in realtà solo quelli che svolgono un monitoraggio più attento e capillare. Comunque sia, negli 11 Paesi dove la raccolta di dati è sufficiente per definire dei trend affidabili, il Rapporto ha rilevato un aumento di crimini e violenze sia rispetto al 2000 (Austria, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Regno Unito e Slovacchia), sia rispetto all’anno precedente alla rilevazione. In tre dei quattro Paesi dove esistono dati affidabili sono aumentati anche gli atti di antisemitismo (in Francia, Germania e Regno Unito ma non in Svezia), mentre in due (Francia, Germania) sono cresciute le violenze ascrivibili all’estremismo di destra.

Secondo l’Agenzia, la mancanza di statistiche affidabili negli altri Paesi dell’Ue è sintomo di un’azione politica di contrasto ancora insufficiente, ulteriormente confermata dal fatto che solo in pochi Paesi è possibile presentare denunce presso organismi indipendenti per gli abusi subiti dalle forze dell’ordine.

lavoro e casa
Il Rapporto ha rilevato diffuse pratiche discriminatorie dirette o indirette sia nella fase di ingresso nel mercato del lavoro e di assunzione sia sul luogo di lavoro. Si va dagli insulti e abusi (Austria, Belgio, Irlanda, Slovenia, Svezia i Paesi da cui sono giunte segnalazioni in proposito) a discriminazioni salariali e di condizioni di lavoro (Finlandia, Romania) o in fase di licenziamento (Paesi Bassi, Ungheria), fino a terzi che incitano gli imprenditori a cooperare in pratiche discriminatorie (Danimarca, Francia). Molte di queste pratiche, sottolinea il Rapporto, generalmente emergono solo attraverso studi e ricerche, ma in alcuni Paesi avvengono in modo evidente  come ad esempio in annunci di lavoro che escludono gli stranieri (Austria, Danimarca).

Per quanto riguarda l’alloggio, invece, la posizione maggiormente svantaggiata di immigrati e membri di minoranze etniche riguarda soprattutto l’accesso ad abitazioni di qualità, condizione che ne accentua l’esclusione sociale. Anche in questo settore sono i rom i principali bersagli delle discriminazioni, che si concretizzano in razzismo esplicito, case in pessime condizioni o sfratti forzati. Spesso sono le stesse autorità pubbliche e le norme di assegnazione dell’edilizia popolare a creare discriminazioni, mentre è generalmente scarsa l’informazione sulla legislazione antidiscriminatoria tra affittuari, proprietari e agenti immobiliari. Un dato positivo riguarda invece i numerosi progetti di inclusione abitativa diffusi in molti Paesi dell’Ue.

servizi scolastici e sanitari
Nella maggior parte degli Stati membri non esistono validi sistemi di monitoraggio e valutazione del tipo di insegnamento e delle eventuali discriminazioni, ma in generale sono le minoranze e le fasce più deboli ad avere maggiori difficoltà nell’accesso all’istruzione, in particolare i rom e i migranti. In particolare per i rom le forme di discriminazione riscontrate possono raggiungere la segregazione razziale: ad esempio l’invio di piccoli rom in scuole “speciali” oppure orari differenti per ricreazione e pasti. La discriminazione comporta anche una selezione forzata e l’abbandono scolastico, così se nella scuola dell’obbligo le minoranze etniche sono rappresentate in modo proporzionato lo steso non avviene nell’istruzione superiore. In alcuni casi si registrano anche forme di discriminazione religiosa: in Polonia, dove il voto in religione fa media con le altre materie per il giudizio finale, sono fortemente discriminati gli alunni non cattolici dal momento che quella cattolica è l’unica religione insegnata a scuola, senza quasi materie sostitutive. In ambito sanitario sono molto più frequenti le discriminazioni indirette, che comprendono cioè ostacoli burocratico-amministrativi, perché nel rapporto diretto medico-paziente le discriminazioni sono rare. Anche in questo ambito comunque i gruppi più sfavoriti sono i rom e gli immigrati stranieri, soprattutto se in condizioni di irregolarità con le norme del soggiorno e quindi col timore di essere espulsi. Ostacoli nell’accesso ai trattamenti sanitari riguardano però anche cittadini stranieri residenti regolarmente, ad esempio donne musulmane che non possono essere visitate da medici uomini, oppure cibo in corsia che non risponde alle esigenze di musulmani, ebrei, indù, ecc. Sono poi emersi negli ultimi anni casi di donne rom sottoposte a sterilizzazione forzata senza la loro autorizzazione (ad esempio in Repubblica Ceca).

proposte di intervento
In conclusione il Rapporto sottolinea l’importanza di un’adeguata normativa per contrastare razzismo e discriminazioni, invitando gli Stati membri a sanzionare effettivamente gli atti di razzismo e assistere le vittime. È inoltre di fondamentale importanza che i Paesi privi o con limitati sistemi di raccolta dati istituiscano meccanismi pubblici e accurati di monitoraggio, così come devono assicurare che i casi di abusi e violenze razziste messe in atto da membri delle forze dell’ordine siano sottoposti ad autorità indipendenti ed esterne ai sistemi di governo. Dovrebbero essere svolte sistematicamente delle valutazioni di discriminazione nei settori del lavoro, dell’alloggio e della sanità e portati a conoscenza della pubblica opinione i casi individuati, mentre governi ed imprenditori dovrebbero contribuire alla formazione sulla diversità e l’antidiscriminazione nei settori pubblico e privato. Nel settore scolastico, i principali studi dimostrano che strutture o programmi differenziati per i bambini hanno un impatto particolarmente negativo sulle prestazioni di coloro che presentano svantaggi linguistici o socio-economici, quindi per ridurre le disuguaglianze educative gli Stati membri sono invitati a adottare sistemi scolastici basati sull’integrazione e abolire le forme di segregazione educativa, limitando a periodi brevi i corsi differenziali che devono avere come unico scopo quello di supportare l’integrazione nel normale ciclo educativo.                                                                                                       

INFORMAZIONI: http://fra.europa.eu/fra/index.php

 

NUOVE NORME EUROPEE CONTRO RAZZISMO E XENOFOBIA

Pene fino a tre anni per coloro che incitano pubblicamente alla violenza e all’odio su basi razziali e xenofobe, questa la norma più rilevante contenuta nella legge quadro che dopo sette anni ha ottenuto il via libera dal Consiglio dei ministri europei della Giustizia, il 28 novembre 2008.
Presentata dalla Commissione europea nel 2001, la normativa europea prevede il carcere da uno a tre anni per chi incita pubblicamente all’odio razziale e alla xenofobia anche attraverso la diffusione di testi scritti, foto o altro materiale diretto contro un gruppo o una persona individuata per la sua razza, colore, religione, origine nazionale o etnica. Analoghe sanzioni saranno applicate a coloro che pubblicamente tollerano, negano e minimizzano crimini di genocidio, contro l’umanità e di guerra in base alla definizione della Corte penale internazionale e del tribunale di Norimberga.
«Razzismo e xenofobia non hanno luogo in Europa, né dovrebbero averlo in nessun altra parte del mondo. Il dialogo e la comprensione dovrebbero prevalere sull’odio e la provocazione» ha dichiarato il commissario europeo responsabile per Libertà, Sicurezza e Giustizia, Jacques Barrot, sottolineando come il razzismo e la xenofobia «violano direttamente i principi della libertà, della democrazia, del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali e dello stato di diritto, sulla base dei quali l’Ue è stata fondata». Gli Stati membri dell’Ue avranno ora due anni di tempo per recepire questa normativa nelle loro legislazioni, anche se potranno godere di una certa flessibilità applicativa: potranno decidere infatti di sanzionare solo gli atti che mirano effettivamente a disturbare l’ordine pubblico o comportamenti di natura minacciosa, abusiva e insultante. Molti governi dell’Ue avevano espresso perplessità e timori su un’applicazione troppo rigida della normativa, per questo ne hanno frenato l’iter prolungando per anni la sua introduzione.

UNITED: UN GRANDE NETWORK EUROPEO CONTRO IL RAZZISMO

In Europa le manifestazioni del razzismo prendono forma in vari modi ed aree, non sempre come atti espliciti e diretti ma spesso in forme occulte, subdole o istituzionalizzate. Vari studi e ricerche negli ultimi anni hanno mostrato come i gruppi minoritari siano sistematicamente discriminati quando sono alla ricerca di alloggio, chiedono la propria inclusione nei sistemi sanitari e educativi o cercano un lavoro. «L’accettazione pubblica dei crimini razzisti e xenofobi, così come dei maltrattamenti nei confronti di minoranze etniche e religiose, è in aumento e si tratta di un fenomeno influenzato dal tipo di copertura mediatica, dal cattivo uso fatto dai politici di questioni “calde” quali l’immigrazione e l’integrazione nonché dal cosiddetto “racial profiling” (discriminazione su base etnico-razziale) attuato da autorità pubbliche e polizie» osservano i responsabili di United for intercultural action, grande network antirazzista pan-europeo nato nel 1992 che mette in rete su base volontaria 560 organizzazioni di 46 Paesi.
United sottolinea come il razzismo occulto sia «spesso invisibile ma potenzialmente letale», perché i sottili insulti e offese quotidiani subiti da persone appartenenti a minoranze possono anche non sembrare manifestazioni razziste, mentre invece nel lungo periodo causano seri problemi di interazione negativa che possono avere gravi conseguenze. Come ogni anno in vista del 21 marzo, Giornata internazionale istituita dalle Nazioni Unite per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale, United coordina la Settimana d’azione europea contro il razzismo (14-22 marzo) in cui attivisti, gruppi di giovani, Ong, università, scuole, comuni e altri soggetti danno vita a centinaia di iniziative per celebrare la diversità, la tolleranza e la parità di diritti/opportunità in Europa. Secondo United, tutti possono contribuire attivamente, «perché non sono tanto le risorse finanziarie quanto la creatività e l’originalità a contare», mentre sono individuati tre principali livelli target cui rivolgere le iniziative: i media, fondamentali per la divulgazione dei messaggi della campagna verso l’opinione pubblica; le varie organizzazioni giovanili e le unioni di insegnanti, che spesso organizzano incontri e lezioni speciali nell’ambito della Settimana antirazzista svolgendo un importante ruolo di sensibilizzazione e formazione per i giovani; momenti di discussione pubblica (dibattiti, conferenze, tavole rotonde) che, organizzati nel corso della Settimana antirazzista, possono avere più risalto e pubblicità e possono essere l’occasione per appelli, petizioni, denunce, proposte. Per l’organizzazione della Settimana europea antirazzista United mette a disposizione di chiunque fosse interessato idee e materiali di divulgazione/sensibilizzazione.

INFORMAZIONI: http://www.unitedagainstracism.org

 

«pervasivo e persistente»
il razzismo nell’Ue secondo l’Enar


In tutta Europa continuano le manifestazioni di razzismo, nonostante qualche progresso registrato in ambiti quali l’educazione e i media, mentre estremismo e violenza razzisti sono in aumento in vari Paesi dell’Ue, questo secondo il Rapporto pubblicato il 2 dicembre 2008 dall’European Network Against Racism (Enar), la rete europea contro il razzismo che rappresenta più di 600 Ong impegnate sulle questioni dell’antirazzismo e dei diritti fondamentali.
Basato sulle relazioni-Paese preparate dai membri dell’Enar in tutta l’Ue, il Rapporto identifica le comunità esposte al razzismo, sottolinea l’emergere di manifestazioni razziste e xenofobe contro cittadini europei (soprattutto provenienti da Romania e Bulgaria) e presenta una valutazione del contesto politico-legale europeo e delle risposte dei governi. «Il Rapporto dimostra che il razzismo è un fenomeno pervasivo e persistente in tutta l’Ue, che ha un impatto negativo su tutti gli aspetti delle vite delle minoranze etniche e religiose. Ciò rende ancora più evidente la necessità di mantenere alta l’attenzione sul razzismo e di promuovere l’uguaglianza di trattamento tra cittadini europei e immigrati da Paesi non comunitari» ha dichiarato il presidente dell’Enar, Mohammed Aziz, aggiungendo che la rete antirazzista europea sollecita i governi e le istituzioni dell’Ue a una stretta collaborazione per affrontare la grave questione del razzismo.

discriminazioni e “racial profiling”
I dati raccolti dalle organizzazioni antirazziste europee evidenziano manifestazioni di razzismo in una vasta gamma di settori quali occupazione, casa, istruzione, salute, ordine pubblico, accesso a beni e servizi e media. Le discriminazioni contro le minoranze etniche e religiose continuano a essere frequenti in ambito lavorativo dove, spiega il Rapporto, «la discriminazione contro le minoranze etniche e religiose continua ad essere prevalente nonostante l’esistenza, in quasi tutti i Paesi, di leggi che la proibiscono». Per quanto riguarda l’accesso alla casa, invece, preoccupa il fatto che gli appartenenti alle stesse minoranze, in particolare rom, sinti e richiedenti asilo, siano molto più esposti della media dei residenti al rischio di essere senza casa o vivere in abitazioni inadeguate.
Tendenze e comportamenti razzisti tra le forze dell’ordine, incluso il cosiddetto “racial profiling” (cioè l’utilizzo di criteri “etnici” nella selezione dei soggetti da sottoporre a controllo), sono segnalati in tutti i Rapporti nazionali. Particolarmente allarmante il fatto che, come rilevato dall’Enar, sia sempre più evidente la tendenza a considerare “accettabili” i crimini razzisti e i maltrattamenti contro appartenenti alle minoranze etniche e religiose, anche all’interno delle forze di polizia e di altre autorità quando non da parte dei legislatori. Inoltre, si registrano tendenze preoccupanti come la crescente percezione e rappresentazione negativa dell’immigrazione e dei migranti, l’impatto dannoso di molte politiche dell’immigrazione sull’integrazione delle minoranze etniche e degli immigrati e i problemi cui sono sottoposte le minoranze etniche nell’ambito delle misure contro il terrorismo e di “ordine pubblico”.
Il Rapporto indica anche alcune aree di miglioramento, in particolare per quanto riguarda i risultati ottenuti nel campo educativo e l’impatto positivo della legislazione comunitaria contro le discriminazioni etniche nell’assicurare che la discriminazione basata sull’appartenenza etnica sia considerata illegale in tutta l’Ue. Tuttavia, osserva l’Enar, l’efficacia di tali leggi deve essere rafforzata attraverso un monitoraggio accurato e sanzioni effettive.

alcuni Paesi “a rischio”
Dai report nazionali raccolti dall’Enar emergono i casi di alcuni Paesi dell’Ue dove le segnalazioni relative a discriminazioni, razzismo e xenofobia sono più frequenti.
In Germania, ad esempio, i migranti e i loro discendenti hanno meno opportunità d’inserimento nel mercato del lavoro, malgrado abbiano in media analoghi livelli d’istruzione e stesse qualifiche della popolazione autoctona. Spesso sono considerati “inquilini di seconda categoria” da parte dei proprietari di immobili e si trovano quindi frequentemente ad abitare alloggi di qualità scadente pagando però affitti più elevati degli inquilini tedeschi. Si riscontrano poi notevoli difficoltà nell’accesso alle cure mediche sia per ragioni legali, quando gli immigrati stranieri non in possesso del permesso di soggiorno, sia per ostacoli di natura sociale dovuti ad esempio a difficoltà di comunicazione. Inoltre, osserva l’Enar, la minaccia terroristica e le statistiche sulla criminalità fanno crescere la “paura dello straniero” e costituiscono un terreno favorevole alla nascita di movimenti razzisti e neonazisti, soprattutto nell’est del Paese.
In Francia è soprattutto il settore del lavoro a registrare episodi di razzismo e discriminazione: i giovani immigrati o figli di famiglie immigrate incontrano infatti molte più difficoltà nell’accesso al lavoro e alle indennità di disoccupazione. Problemi si riscontrano anche per la casa, settore in cui la penuria di alloggi sociali comporta situazioni di grande precarietà per gli stranieri. Il sistema educativo, poi, invece di rimediare a queste discriminazioni contribuisce a riprodurre stereotipi e disuguaglianze, tanto che i figli di stranieri ottengono risultati peggiori e sono più soggetti all’abbandono scolastico. Si tratta di fenomeni che colpiscono in misura maggiore gli immigrati stranieri in situazione di irregolarità con le norme sul soggiorno, ma che riguardano ormai tutti gli immigrati, con un’opinione pubblica generalmente disinteressata quando non intollerante nei confronti degli stranieri. Alcune misure adottate in materia economica e sociale hanno ulteriormente acuito le disuguaglianze, mentre la situazione di crisi causa un aumento delle preoccupazioni e contemporaneamente delle manifestazioni di xenofobia e razzismo. Anche in Belgio si continuano a registrare episodi di razzismo e discriminazione, nonostante l’entrata in vigore nel giugno 2007 di una nuova legge in materia e una riforma del diritto d’asilo che potrebbe risultare positiva. I diritti dei cittadini stranieri sono spesso a rischio, mentre resta grave e irrisolta la condizione dei cosiddetti “sans papier” e degli stranieri rinchiusi nei centri di permanenza, con frequenti movimenti di protesta.

il caso italiano: discriminazioni continue
L’analisi della situazione italiana contenuta nel Rapporto evidenzia come, in tutti gli ambiti esaminati, le discriminazioni verso migranti e minoranze etniche sono rimaste immutate e frequenti. Ma va considerato che il Rapporto è stato pubblicato prima della deriva xenofoba verificatasi in Italia negli ultimi mesi (vedi pag. VI). In realtà, il Rapporto rileva un cambiamento rispetto agli anni precedenti: mentre prima i principali bersagli delle discriminazioni e di episodi razzisti o xenofobi erano cittadini extracomunitari e persone di religione musulmana, dal 2007 i gruppi maggiormente colpiti da episodi di razzismo sono stati cittadini comunitari (rumeni e rom) e in molti casi italiani (rom e sinti). Tra gli ambiti prioritari di discriminazione, nel mercato del lavoro si va dal mancato riconoscimento dei titoli di studio acquisiti nel Paese d’origine all’inserimento dei lavoratori stranieri tra la manodopera generica o scarsamente qualificata, fino all’applicazione di condizioni di lavoro più sfavorevoli e prive delle adeguate norme di sicurezza. Rispetto all’abitazione, continua l’aumento dei prezzi degli affitti soprattutto per i cittadini stranieri, mentre permane la drammatica situazione abitativa dei campi rom, al centro di vari gravi episodi negli ultimi due anni che hanno riacceso il dibattito a livello nazionale ed europeo. Per quanto riguarda la scuola, si registra un’alta concentrazione di alunni stranieri in alcune scuole e destano preoccupazione alcuni provvedimenti presi a livello nazionale e locale. In ambito sanitario, il Rapporto denuncia le difficoltà di accesso ai servizi da parte di cittadini rom e immigrati in condizione di irregolarità (situazione anche in questo caso decisamente peggiorata negli ultimi mesi, vedi pag. VI). Il Rapporto osserva poi che alcuni provvedimenti politici e la rappresentazione negativa dell’immigrazione data da gran parte dei media hanno contribuito ad alimentare in Italia il clima di paura e insicurezza, che ha determinato un aumento del livello di xenofobia.                                  
INFORMAZIONI: http://www.enar-eu.org

CONCESSIONE DELLA CITTADINANZA NEI PAESI DELL’UE

L’acquisizione della cittadinanza è un fenomeno in lenta ma costante crescita nell’ultimo decennio nell’Ue, come dimostrano le cifre rese note nel dicembre 2008 da Eurostat: 483.000 persone hanno acquisito la cittadinanza di uno Stato membro nel 1998, numero salito progressivamente a 647.000 nel 2003, a 722.000 nel 2005 e a 735.000 nel 2006. Richiedere e ottenere la cittadinanza nel Paese in cui si risiede attiene in qualche modo al grado di integrazione e quindi può essere indice del livello di apertura o meno di un Paese alla multiculturalità, perché acquisendo la cittadinanza i cittadini stranieri ottengono di fatto il riconoscimento di tutti i diritti di cui godono i cittadini nazionali. Tra l’altro, l’acquisizione della cittadinanza nel Paese di residenza non riguarda solo gli immigrati ma anche i loro figli nati nel Paese d’accoglienza: in numerosi Stati membri dell’Ue, infatti, la nazionalità di un bambino è determinata dalla nazionalità dei suoi genitori piuttosto che dal suo luogo di nascita. Ecco allora che può essere interessante, anche in chiave antidiscriminatoria e antixenofoba, osservare le differenze tra i vari Paesi europei nella concessione della cittadinanza.
Complessivamente, solo 26 stranieri su 1000 hanno ottenuto la nazionalità del Paese Ue di residenza nel 2006, fenomeno che però assume connotati profondamente differenti tra un Paese e l’altro. Rispetto alla popolazione di ogni Stato membro, il numero più elevato di nazionalità accordate è stato registrato in Lettonia (8,3 concessioni di nazionalità per 1000 abitanti), Svezia (5,7), Cipro (3,8), Estonia (3,6), Austria (3,1) e Belgio (3). L’Italia si situa al 20° posto della graduatoria, con appena 0,6 concessioni di nazionalità per 1000 abitanti, ben al di sotto della media dell’Ue che è di 1,5 ogni 1000 abitanti. Mettendo invece in relazione il numero di concessioni di nazionalità in un determinato Paese con il numero di stranieri residenti, le più alte concentrazioni di nuove concessioni si registrano in Svezia (107 per 1000 residenti stranieri), nel Regno Unito (45), in Francia e Paesi Bassi (42), in Belgio (35). Ma dati più elevati della media europea si registrano anche in alcuni nuovi Stati membri, come Slovenia (65), Slovacchia (44), Lettonia (42) e Ungheria (33). Anche in questo contesto, con appena 13 concessioni di nazionalità ogni 1000 stranieri residenti, l’Italia si posiziona al 20° posto. In generale, i nuovi cittadini nell’Ue provengono in primo luogo da altri Paesi europei non comunitari (27%), ma anche dall’Africa (27%), dall’Asia (22%), dal Continente americano (12%) o da un altro Stato membro dell’Ue (8%).

INFORMAZIONI: http://epp.eurostat.ec.europa.eu

 

il “caso italiano”:
deriva xenofoba e microrazzismo


Il razzismo in Italia è «diffuso, vago e, spesso, non tematizzato. (...) La cifra degli abusi è l’assoluta ordinarietà con cui vengono perpetrati. Gli autori sembra che si sentano pienamente legittimati nel riservare trattamenti differenziati a seconda della nazionalità, dell’etnia o del colore della pelle». L’analisi della “discriminazione razziale in Italia” è contenuta in una relazione presentata nei mesi scorsi dall’Ufficio nazionale antidiscriminazione razziale (Unar), ufficio nato quattro anni fa presso il Dipartimento per le Pari opportunità della presidenza del Consiglio su richiesta esplicita dell’Unione europea (come in tutti gli Stati membri), che riceve in media circa 10.000 mila segnalazioni l’anno (al numero verde 800901010) e che nei primi nove mesi del 2008 ha registrato circa 250 casi di discriminazione razziale, pareggiando così il picco raggiunto nel 2005. Il fatto che il sito web dell’Ufficio non sia aggiornato non rende però sufficientemente l’idea della situazione attuale, che sulla base dei semplici noti fatti di cronaca si percepisce essere ulteriormente peggiorata. O forse riflette semplicemente la situazione di un Paese in cui si registra una pericolosa deriva xenofoba, si sottovaluta la gravità di un sentimento diffuso quantomeno di indifferenza al razzismo e si susseguono iniziative politiche accusate da più parti di essere discriminatorie e xenofobe.

un Paese inconsapevole
Razzismo e xenofobia in Italia paiono essere privi di strutture ideologiche, si diffondono tra le comunità ormai non più solo urbane come conseguenza di sensazioni di paura e insicurezza, a volte reali ma troppo spesso indotte dai cosiddetti imprenditori politici e mediatici del razzismo. Ampie fasce di cittadinanza si sentono cioè improvvisamente deprivate di ricchezza, sicurezza, futuro, attraverso “marcatori etnici” che si alimentano di luoghi comuni. Come spiegano i responsabili dell’Unar, «i rumeni sono subentrati agli albanesi ereditandone nella percezione collettiva gli stessi e identici tratti di “genere”. Che sono poi quelli con cui viene regolarmente marchiata ogni nuova comunità percepita come ostile: “Ci rubano il lavoro”, “Ci rubano in casa”, “Stuprano le nostre donne”». Generalizzazioni, pregiudizi e ignoranza fanno il resto: secondo le rilevazioni dell’Unar, ad esempio, i nomadi (rom e sinti), che in Italia non raggiungono le 400.000 unità e che per la metà sono cittadini italiani, sono spesso confusi con i rumeni e quindi vissuti come una comunità di milioni di individui.
Il lavoro, l’accesso ai servizi e alla casa sono i luoghi dove si registra questo diffuso sentimento xenofobo nel Paese, perché i molti e sempre più frequenti casi di violenza e crimini ai danni di stranieri sono solo la punta di un iceberg di discriminazioni quotidiane che minacciano profondamente la convivenza multietnica. Le discriminazioni si riferiscono, secondo le stime dell’Unar, nel 23,8% dei casi al settore del lavoro, nel 16,2% alla casa, nel 12,8% alla “vita pubblica”, nel 10-11% all’erogazione di servizi pubblici e privati, nel 5,7% alle forze dell’ordine.
Ancora più grave il fatto che, nonostante i vari richiami lanciati a più livelli, non ci sia una consapevolezza reale nel Paese né della dilagante xenofobia né tantomeno delle gravi generalizzazioni che riconducono a intere comunità etniche responsabilità e crimini di singoli. Molto preoccupante poi che nel Paese “più vecchio” del mondo insieme al Giappone (cioè basso incremento demografico e allungamento della speranza di vita), con previsioni per i prossimi due decenni di un triplicamento della popolazione immigrata straniera, non solo non si investa in politiche di reale integrazione ma si alimentino le distanze con iniziative politiche miopi e discriminatorie. Come osserva il coordinatore del Dossier Immigrazione Caritas/Migrantes, Franco Pittau, «rischiamo di diventare un Paese incosciente che, anziché preparare la storia, cerca di frenarla».

razzismi quotidiani
«Il razzismo va ben al di là della discriminazione “razzista” per comprendere gli stereotipi, pregiudizi e le rappresentazioni stigmatizzanti (…). In Italia oggi colpisce i rumeni come i peruviani, i cinesi come i somali, i pakistani come gli egiziani e i rom». È quanto si legge nell’introduzione del Rapporto “Razzismi quotidiani” presentato nel gennaio scorso dalle organizzazioni Cospe e Naga, da cui emerge per l’Italia «una situazione odiosa, una sorta di “normalizzazione” degli atti di discriminazione e di razzismo» e, in un contesto di criminalizzazione continua, i cittadini stranieri «sembrano aver alzato il livello di sopportazione degli abusi». Dalle 580 interviste realizzate in un mese a cittadini stranieri residenti in Italia e dal monitoraggio svolto sui media, emergono alcuni dati significativi: una media di 1,3 episodi di razzismo al giorno; un immigrato su cinque ha subito maltrattamenti dalle forze dell’ordine; tre su dieci sono stati offesi su mezzi pubblici e altrettanti non sono stati pagati per un lavoro svolto; oltre la metà ha perso improvvisamente il lavoro; per il 65% la vita in Italia è cambiata negli ultimi anni e, per la grande maggioranza di questi, si è trattato di un cambiamento negativo.
Una risposta negativa o positiva alla domanda se gli italiani sono razzisti porta all’inazione, osserva il Rapporto, «perché nel primo caso, non esiste alcun problema di razzismo in Italia per il quale mobilitarsi e nel secondo caso a generare l’inazione è il senso d’impotenza di fronte all’enormità del fenomeno». Occorre invece focalizzarsi sui comportamenti dei singoli e collettivi (organizzazioni, istituzioni ecc.): «Valutare un comportamento risulta più agevole e consente di circoscrivere il problema e questo a sua volta permette di individuare delle misure di contrasto del fenomeno».
le denunce di «razzismo istituzionale»
Negli ultimi mesi poi, in seguito ad alcune iniziative politiche prese dalla maggioranza di governo in materia di immigrazione, si sono susseguite in Italia le accuse di razzismo e discriminazione. Nel suo ultimo Rapporto, presentato nel gennaio scorso, l’organizzazione internazionale Human Rights Watch accusa anche l’Italia di «violare i diritti umani fondamentali con politiche discriminatorie», ricordando i richiami del Consiglio d’Europa e del Parlamento europeo al governo italiano per alcune misure riguardanti i cittadini rom e sinti, mentre Amnesty International ha denunciato in febbraio la percezione di una «deriva politica e di parte dei mezzi di informazione orientata verso discriminazione, xenofobia e razzismo» in Italia. Rilevando la sintonia della sua analisi con organismi internazionali ed europei, Amnesty osserva che «più la politica usa un linguaggio e una legislazione discriminatoria più aumentano i rischi per le categorie di persone deboli» e, riferendosi alle nuove norme proposte dal governo italiano in materia di immigrazione, ritiene che l’obiettivo sia semplicemente quello di «rendere la vita sempre più difficile per gli immigrati, i richiedenti asilo e i rifugiati in Italia, al fine di non averne se non in minima parte». L’organizzazione Medici senza frontiere ha espresso «profonda preoccupazione e allarme» per le norme approvate recentemente dal Parlamento italiano sull’eliminazione del divieto di denuncia degli immigrati illegali da parte dei medici, provvedimento che «potrebbe provocare una pericolosa “marginalizzazione sanitaria” di una fetta della popolazione straniera presente sul territorio», mentre secondo la Società italiana di medicina delle migrazioni «si rischia una clandestinità sanitaria con ripercussioni pesanti sulla salute collettiva».
Sul fronte cattolico, il settimanale “Famiglia cristiana” giudica «leggi razziali» gli ultimi provvedimenti governativi sull’immigrazione e ritiene che «il vero scontro di civiltà» si stia svolgendo «tra accoglienza e rifiuto, tra dialogo e negazione dei diritti civili, umani e religiosi dei popoli e delle nazioni»; di scivolamento «verso posizioni ispirate al principio della indesiderabilità» nei confronti degli immigrati parla invece la Fondazione Migrantes della Conferenza episcopale italiana. Le principali associazione cattoliche denunciano il «clima generale che si sta creando in Italia verso le persone straniere, considerati sempre più come cittadini di seconda categoria» e giudicano le nuove norme «offensive della dignità umana».
L’Arci ritiene che «la democrazia e la cultura dei diritti, alla quale molte generazioni di italiane e italiani sono state educate, rischia di deperire, inesorabilmente». Denunciando «le retoriche xenofobiche e le politiche razziste messe in atto dal governo», l’associazione elenca i recenti provvedimenti e proposte governative oggetto della denuncia: le schedature di adulti e bambini rom, le classi differenziali per gli alunni stranieri, l’abrogazione del divieto di segnalare gli stranieri “irregolari” che ricorrono alle cure sanitarie, il reato d’immigrazione clandestina, il permesso di soggiorno a punti, le norme restrittive sui ricongiungimenti familiari, la legalizzazione delle ronde padane, il carcere fino a quattro anni per gli irregolari che non rispettino l’ordine di espulsione, il divieto d’iscrizione anagrafica e la schedatura non solo dei senza-domicilio-fisso, ma anche di tutti coloro che abitano in dimore diverse da appartamenti. «L’insieme di queste misure lede profondamente i diritti fondamentali delle persone e i principi dell’uguaglianza e della democrazia. Queste misure configurano una forma di razzismo istituzionale» secondo l’Arci.                  

INFORMAZIONI: http://www.pariopportunita.gov.it/defaultdesktop.aspx?page=91; http://www.cospe.org; http://www.hrw.org;

http://www.amnesty.it; http://www.medicisenzafrontiere.it;
http://www.sanpaolo.org/fc/default.htm; http://www.arci.it

IN ITALIA STRANIERI DISCRIMINATI SUL LAVORO

I datori di lavoro italiani spesso riservano agli stranieri le mansioni meno qualificate e senza attenersi alle adeguate norme di sicurezza, situazione che ha causato l’aumento degli infortuni sul lavoro di cittadini extracomunitari, osserva l’Enar nel suo Rapporto (vedi pag. IV). Almeno un quarto dei lavoratori in nero in Italia sono stranieri: la stima dell’incidenza dei lavoratori stranieri sulla popolazione di lavoratori impiegati in modalità informali (in nero) è salita infatti dal 15% del 2003 al 25% del 2005 (20% cittadini non comunitari e 5% comunitari). È sempre più evidente una situazione di precarietà e debolezza lavorativa dei lavoratori immigrati, anche per quanto riguarda la tutela dei diritti assistenziali e previdenziali. Il Rapporto segnala una crescita del 3,7% degli incidenti sul lavoro ai cittadini non comunitari, dato in controtendenza rispetto all’andamento generale degli infortuni per i quali si è registrato invece un calo dell’1,3%. Gli infortuni dei lavoratori stranieri si concentrano nelle attività più rischiose (costruzioni, industria dei metalli, trasporti e ristorazione), oltre naturalmente a quelle dov’è maggiore la concentrazione di manodopera straniera (come i servizi domestici, dove gli infortuni riguardano per oltre la metà dei casi cittadini non comunitari). La discriminazione è anche salariale, dal momento che i dati mostrano una retribuzione inferiore per gli stranieri rispetto ai colleghi italiani: in media 11.000 euro lordi l’anno contro 17.600 euro lordi dell’insieme dei lavoratori, una differenza del 37%.

INFORMAZIONI: http://www.enar-eu.org

UNA CAMPAGNA ANTIRAZZISTA DELLA CGIL

Una campagna nazionale di quattro mesi contro il razzismo e per uguali diritti di cittadinanza intitolata “Stesso sangue, stessi diritti”, questa l’iniziativa avviata nel novembre 2008 dalla Cgil basata su manifesti e materiali di sensibilizzazione, convegni, incontri, un film documentario (“Di che colore sei? Storie di ordinaria immigrazione”) e che si concluderà il 21 marzo prossimo, in occasione della Giornata internazionale contro il razzismo. La campagna ha scelto quattro temi per chiedere uguali diritti di cittadinanza: il sangue, simbolo dell’uguaglianza dei diritti civili e del voto; il sudore, simbolo di uguaglianza e dunque dei diritti sul lavoro; la richiesta di diritti sociali uguali per tutti; infine, il sorriso dell’intercultura.
Uno degli obiettivi della campagna, segnala la Cgil, è di ottenere un «impegno individuale contro ogni forma di discriminazione». Oltre a utilizzare vari strumenti di comunicazione, infatti, nell’ambito della campagna è distribuita una brochure in cui si chiede un’adesione personale per contrastare l’intolleranza e per valorizzare le molte esperienze positive presenti in Italia. «L’iniziativa arriva in un momento delicato, in cui gli ingressi regolari sono quasi impossibili e il mantenimento dei permessi di soggiorno costringe gli immigrati a clandestinità e illegalità funzionali al loro sfruttamento» osservano i responsabili dell’iniziativa di sensibilizzazione. In Italia invece, sottolinea la Cgil, il lavoro immigrato risponde all’esigenza di compensare il calo demografico della popolazione in età attiva e all’urgenza di fare fronte alle rilevanti carenze del sistema di welfare e di assistenza».

INFORMAZIONI: http://www.cgil.it/nuovoportale/Banner/TessiDiritti/StessiDiritti.htm

 

Italia: la penisola della paura

Esiste una specificità dell’Italia in Europa e il Paese è tornato a essere la “penisola della paura”, cioè di fronte al fenomeno dell’immigrazione si registra un’inquietudine sociale tornata almeno ai livelli massimi registrati nel 1999. È quanto ha rilevato il VI Rapporto su immigrazione e cittadinanza in Europa, curato da Demos-LaPolis-Pragma per Intesa Sanpaolo, che ha preso in esame mettendole a confronto le situazioni di otto Stati membri dell’Ue, quattro dell’ovest (Francia, Germania, Italia e Regno Unito) e quattro dell’est (Polonia, Repubblica Ceca, Romania e Ungheria).
Il Rapporto osserva come la “paura dello straniero” si sviluppi attorno alle dimensioni della sicurezza e del lavoro, mentre i fattori culturali e religiosi giungono solo in secondo piano. Tra i quattro grandi “vecchi” Stati membri dell’Ue, l’Italia è il Paese dove la paura generata dalla presenza straniera tocca i massimi livelli.
Nel 1999, il 46% degli italiani interpellati associava immigrazione e criminalità, la percentuale più elevata a livello continentale, poi l’atteggiamento si è “normalizzato” per qualche anno, ma nell’autunno 2007 addirittura il 50% degli italiani intervistati affermava di vedere negli immigrati un pericolo per la sicurezza, percentuale scesa solo leggermente nel 2008 (45%). È però molto probabile che se il sondaggio fosse fatto ora, nel febbraio 2009, si registrerebbero di nuovo i livelli di fine 2007 dato il clima venutosi a creare (vedi pag. VI). In generale il Rapporto osserva che la “geografia sociale” della xenofobia trova i suoi punti di maggiore intensità fra i lavoratori autonomi e le casalinghe, nelle regioni centro-meridionali, fra gli elettori di centro-destra.

la comparazione europea
Tra i quattro Paesi dell’Europa occidentale presi in esame, dopo l’Italia è il Regno Unito a far registrare la percentuale più alta di preoccupazione per gli immigrati (37%), mentre è più contenuta in Francia (22%) e Germania (29%). A differenza di quanto avviene in Italia, però, negli altri “vecchi” Stati membri l’allarme suscitato dall’immigrazione riguarda prevalentemente il settore dell’occupazione. Un problema particolarmente sentito nel Regno Unito, dove il 48% dei cittadini intervistati considera l’immigrato un concorrente per il posto di lavoro, ma anche in Germania (36%) e Francia (26%). L’Italia si situa invece al primo posto anche per quanto concerne la percezione negativa dell’immigrazione in merito all’economia e alla cultura: solo il 45% degli italiani considera infatti positivo il contributo dell’immigrazione per l’economia e l’apertura culturale, percentuale che negli altri tre Paese occidentali presi in esame oscilla fra il 50% e il 70%.
Diversa e specifica invece la situazione rilevata nei quattro Paesi dell’Europa centro-orientale, dove il clima appare ben più teso. L’unica eccezione, in questo senso, è rappresentata dalla Romania, mentre i dati più critici riguardano Repubblica Ceca e Ungheria. Tra i cittadini cechi, la paura per l’ordine pubblico è sensibilmente cresciuta (66%), mentre tra quelli magiari l’immigrazione è vissuta soprattutto come una minaccia all’occupazione (75%), così come in Polonia anche se in misura minore (50%).

strumentalizzazione della paura
Il razzismo esiste, non solo in Italia ma anche negli altri Paesi europei, tuttavia l’Italia è il Paese dove è più forte l’allarme suscitato dagli stranieri in termini di sicurezza e contemporaneamente i “pregiudizi positivi” rispetto all’immigrazione si attestano sui livelli più bassi. «L’Italia, in particolare, è il Paese in cui tutti gli indici di allarme sono cresciuti maggiormente, negli ultimi anni. Come se qualcosa avesse abbassato le nostre difese, le nostre inibizioni. Alimentando la nostra paura, madre del razzismo» scrive commentando il Rapporto il sociologo Ilvo Diamanti, che ha diretto la ricerca. Se, come sostengono alcuni, il razzismo in Italia non è un’emergenza «lo è sicuramente la xenofobia» osserva Diamanti, rilevando però come la paura sia alimentata dall’uso politico dell’immigrazione, «dal fatto che la paura degli immigrati e dei rom “paga”, in termini elettorali e di consenso». Un sentimento peraltro riflesso dalla stessa legislazione in materia, che cerca di «rassicurare assecondando la diffidenza»: le quote d’ingresso irrealistiche e i minimi canali per l’ingresso regolare non limitano certo i flussi, perlopiù irregolari, con la conseguenza che si susseguono le tragedie dell’immigrazione e si ingrossano le fila della popolazione straniera irregolare; contemporaneamente si restringono gli istituti che rafforzano l’integrazione (ad es. i ricongiungimenti familiari). «Così gli stranieri diventano viandanti di passaggio. “Altri” da cui difendersi» osserva Diamanti, secondo il quale anziché promuovere un modello che ha comunque permesso all’Italia di reggere una forte immigrazione concentrata in pochi anni, si nega l’evidenza e «si indossa la maschera più dura, perché la faccia tollerante non è di moda. Fa perdere consensi. Per contrastare il razzismo, si dovrebbe combattere la paura. Invece, viene lasciata crescere in modo incontrollato. E molti, troppi, la coltivano».                                                              

INFORMAZIONI: http://www.demos.it/a00217.php

Tabella 1 

LINK UTILI

Consiglio d’Europa
Sito principale: http://www.coe.int/
European Commission against Racism and Intolerance (Ecri): http://www.coe.int/t/dghl/monitoring/ecri/default_en.asp
Campagna: http://www.dosta.org
Campagna: http://alldifferent-allequal.info/

Unione europea
Fundamental Rights Agency: http://fra.europa.eu
Commissione europea - Occupazione, Affari sociali e Pari opportunità: http://ec.europa.eu/social/home.jsp?langId=it
Commissione europea - Libertà, Sicurezza e Giustizia: http://ec.europa.eu/justice_home/index_en.htm
Parlamento europeo: http://www.europarl.europa.eu
Anno europeo del dialogo interculturale: http://www.interculturaldialogue2008.eu
Antidiscriminazione: http://www.stop-discrimination.info/2184.0.html

Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione e in Europa (Osce)
Tolerance and Non-Discrimination Information System (Tandis): http://tandis.odihr.pl

Nazioni Unite
Committee on the Elimination of Racial Discrimination (Cerd): http://www2.ohchr.org/english/bodies/cerd/index.htm

Ong
European Network against Racism (Enar): http://www.enar-eu.org
UNITED for Intercultural Action: http://www.united.non-profit.nl/index.html
Internet Centre Anti-Racism Europe (Icare): http://www.icare.to
European Centre for Minority Issues: http://www.ecmi.de
European Roma Information Office (ERIO): http://erionet.org/site
Amnesty International: http://www.amnesty.org
Human Rights Watch: http://www.hrw.org