Inserto n. 54:
Orario di lavoro


direttiva controversa e tutela dell’Europa sociale

Quella dell’orario di lavoro è una questione complessa e delicata, che assume un importante significato anche simbolico in un momento di crisi economico-finanziaria che si ripercuote sull’economia reale e sui mercati del lavoro europei.
Fin dal 1990 la Commissione europea è intervenuta sulla materia per formulare una normativa comunitaria, poi scaturita nelle direttive 104 del 1993 e 88 del 2003.
La direttiva del 2003 stabilisce requisiti minimi in materia di organizzazione dell’orario di lavoro, tra l’altro, in relazione ai periodi di riposo quotidiano e settimanale, di pausa, di durata massima settimanale del lavoro e di ferie annuali, nonché relativamente a taluni aspetti del lavoro notturno, del lavoro a turni e del ritmo di lavoro.
La stessa direttiva prevedeva una clausola di revisione della normativa, così dal dicembre del 2003 è iniziato un lungo processo non ancora conclusosi. Un processo durante il quale, oltre alle profonde divergenze di interessi tra le organizzazioni sindacali e dei datori di lavoro, sono emersi forti contrasti tra le istituzioni europee. Da un lato Commissione e Consiglio favorevoli alla clausola che prevede la possibilità di estendere l’orario di lavoro settimanale da 48 ore fino a 60-65 ore e a non considerare i tempi di guardia come tempi di lavoro, dall’altro il Parlamento fermamente contrario a questa impostazione e schierato in difesa dei diritti dei lavoratori, in particolare rispetto alla salute e sicurezza e alla necessità di conciliare la vita lavorativa con quella privata-familiare. Contrasti che hanno portato a due proposte della Commissione, vari emendamenti dell’Europarlamento e una posizione comune del Consiglio definita solo nel settembre 2008, con non poche difficoltà: hanno infatti votato contro Spagna e Grecia, mentre Belgio, Cipro, Malta, Portogallo e Ungheria si sono astenuti.
L’ultima proposta della Commissione, adottata dal Consiglio, è quindi giunta al Parlamento europeo per il voto in seconda lettura. La commissione europarlamentare Occupazione e Affari sociali, prima (5 novembre 2008), e l’intera Aula poi (17 dicembre 2008) hanno però approvato a larga maggioranza la relazione elaborata sulla materia dal deputato Alejandro Cercas (Pse), manifestando un forte disaccordo con la posizione del Consiglio e bocciandone di fatto tutti i punti più rilevanti. L’Europarlamento ha infatti riaffermato il limite delle 48 ore lavorative settimanali, concedendo solo un periodo transitorio di tre anni agli Stati membri dell’Ue durante i quali è ancora possibile utilizzare la cosiddetta clausola dell’opt-out che consente di derogare al limite.
Ottenuto e adottato inizialmente dal Regno Unito per consentire la settimana “lunga” ai lavoratori, l’opt-out si è poi via via esteso a ben 15 Stati membri, diventando questione europea a tutti gli effetti: oltre al Regno Unito anche Bulgaria, Cipro, Estonia e Malta vi ricorrono in tutti i settori lavorativi, mentre Repubblica Ceca, Francia, Germania, Ungheria, Lussemburgo, Paesi Bassi, Polonia, Slovacchia, Slovenia e Spagna lo consentono solo nei settori in cui vi è un esteso ricorso ai periodi di guardia.
Ora però, in un momento di recessione economica, con milioni di disoccupati e cassintegrati, la richiesta dei governi di consentire alle aziende di prolungare il tempo di lavoro dei loro dipendenti fino a 60 e più ore settimanali pareva quanto meno fuori luogo. O meglio, un tentativo di dare il via libera a straordinari detassati e a un ulteriore impoverimento del mercato del lavoro, con ripercussioni dannose per quanto concerne i già precari livelli di sicurezza sui luoghi di lavoro.
Così, lavoratori e organizzazioni sindacali europee si sono mobilitati negli ultimi mesi a difesa dei diritti fondamentali, che vanno da salari dignitosi al diritto di informazione e consultazione, dalla tutela della contrattazione collettiva alla parità di trattamento per i lavoratori interinali fino al rispetto dei limiti di orario di lavoro che garantiscano salute, sicurezza e giusto equilibrio tra tempo di lavoro, vita sociale e familiare.
L’euromanifestazione organizzata a Strasburgo il 16 dicembre 2008 dalla Confederazione europea dei sindacati (Ces) ha sicuramente influenzato il voto dei deputati europei del giorno successivo, contribuendo alla difesa della cosiddetta Europa sociale. Si è così evitata «una regressione sociale e un pessimo segnale in tempo di recessione economica e in prossimità di elezioni europee» ha commentato il segretario generale della Ces, John Monks, spiegando: «Abbiamo chiesto ai membri del Parlamento europeo di votare per una direttiva sull’orario di lavoro che costituisca un passo nella direzione del progresso sociale. Una decisione in senso contrario avrebbe costituito la prima regressione sociale legislativa nella storia della politica sociale dell’Ue».
Per ora, quindi, il pericolo è evitato ma non rimosso del tutto. Il voto del Parlamento europeo obbliga infatti le altre istituzioni europee a sedersi al tavolo della conciliazione per rivedere i contenuti della direttiva. Riparte così la trafila della conciliazione col Consiglio, probabilmente dal febbraio prossimo. A quel punto i negoziatori avranno otto settimane per appianare le differenze fra eurodeputati e rappresentanti dei 27 Stati membri dell’Ue, che a fatica avevano trovato nel giugno scorso un’intesa ora sonoramente bocciata dall’aula europarlamentare e dalla mobilitazione sociale.

 

Europarlamento: non più di 48 ore di lavoro settimanali

Il 17 dicembre scorso il Parlamento europeo si è pronunciato sulla revisione dei requisiti minimi in materia di organizzazione dell’orario di lavoro. Seguendo la linea suggerita dal relatore, Alejandro Cercas (Pse), il Parlamento ha approvato a larga maggioranza una serie di emendamenti (già sostenuti nel corso della prima lettura) che respingono l’impostazione del Consiglio, in particolare per quanto riguarda la possibilità di derogare al tetto massimo di 48 ore lavorative settimanali e il rifiuto di considerare come lavoro il tempo speso in periodi di guardia.
L’esito della votazione è stato salutato da un largo applauso dell’Aula e molti deputati si sono complimentati personalmente con il relatore, il quale ha esortato il Consiglio a considerare questa votazione come «un’opportunità per rendere la nostra agenda simile a quella dei cittadini europei».
bocciata la clausola di “opt-out”
A suo tempo il Regno Unito aveva ottenuto l’introduzione di una clausola di opt-out che, a certe condizioni, permette di non rispettare la limitazione di 48 ore lavorative settimanali. Attualmente sono 15 gli Stati membri che ricorrono a questa possibilità: Bulgaria, Cipro, Estonia, Malta e Regno Unito consentono l’opt-out in tutti i settori, mentre Repubblica Ceca, Francia, Germania, Ungheria, Lussemburgo, Paesi Bassi, Polonia, Slovacchia, Slovenia e Spagna lo consentono solo nei settori in cui vi è un esteso ricorso ai periodi di guardia. Con l’accordo raggiunto lo scorso settembre, il Consiglio ha confermato questa possibilità precisando che, in ogni caso, il consenso a lavorare più del massimo consentito non può superare 60 ore come media trimestrale o 65 ore, sempre come media su tre mesi, in assenza di un contratto collettivo e se «il periodo inattivo del servizio di guardia è considerato orario di lavoro».
Con 544 voti favorevoli, 160 contrari e 12 astensioni, il Parlamento europeo ha respinto la possibilità di ricorrere a questa deroga, considerando che, in media, l’orario massimo di lavoro non deve comunque superare le 48 ore settimanali. Con 421 voti favorevoli, 273 contrari e 11 astensioni, il Parlamento ha concesso tuttavia agli Stati membri un periodo transitorio di 36 mesi durante il quale sarebbe possibile superare questo limite. Questa facoltà, in ogni caso, resta sottoposta a rigorose condizioni volte a garantire una protezione efficace della salute e della sicurezza del lavoratore. Prima fra tutte, occorre il consenso del lavoratore stesso che, precisano i deputati, è valido non più di sei mesi, rinnovabili, contro un anno sostenuto dal Consiglio. Nessun lavoratore, inoltre, deve subire un danno per il fatto di non essere disposto ad accettare di lavorare più del massimo consentito o per aver revocato la sua disponibilità a farlo. Il consenso dato all’atto della firma del contratto individuale, durante il periodo di prova o entro le prime quattro settimane di lavoro va poi considerato «nullo e non avvenuto».
Le 48 ore di lavoro settimanali sono in principio calcolate su un periodo di riferimento di 4 mesi. Gli eurodeputati hanno accettato la proposta di poter derogare a tale disposizione, imponendo un periodo di riferimento non superiore a 12 mesi mediante un contratto collettivo o un accordo sottoscritto dalla parti sociali o per via legislativa, previa consultazione delle parti sociali. Tuttavia, l’Europarlamento precisa che la deroga per via legislativa è possibile solo qualora i lavoratori non siano coperti da contratti collettivi o da altri accordi e purché lo Stato membro adotti le misure necessarie affinché il datore di lavoro informi i suoi dipendenti e provveda a porre rimedio a ogni rischio per la salute e la sicurezza  connesso all’organizzazione dell’orario di lavoro proposta.

i periodi di guardia sono orario di lavoro
Nella direttiva mancava una definizione del periodo di servizio di guardia. D’altra parte, diverse sentenze della Corte di giustizia hanno stabilito che il periodo di guardia doveva essere incluso nell’orario di lavoro. L’Europarlamento non contesta le definizioni di “servizio di guardia” e di “periodo inattivo di servizio di guardia” introdotte dal Consiglio nella posizione comune. Il primo è «il periodo durante il quale il lavoratore è obbligato a tenersi a disposizione sul proprio luogo di lavoro al fine di intervenire, su richiesta del datore di lavoro, per esercitare la propria attività o le proprie funzioni». Il secondo è invece definito come il periodo durante cui il lavoratore è di guardia «ma non è chiamato dal suo datore di lavoro ad esercitare di fatto la propria attività o le proprie funzioni».
Contrariamente al Consiglio, però, il Parlamento europeo ritiene che l’intera durata del servizio di guardia, «incluso il periodo inattivo», deve essere considerata orario di lavoro, ribadendo così quanto sostenuto in prima lettura. Concede tuttavia la possibilità che i periodi inattivi siano «calcolati in modo specifico, sulla base di contratti collettivi o di altri accordi tra le parti», oppure mediante disposizioni legislative e regolamentari, per quanto riguarda l’osservanza della durata massima settimanale della media dell’orario di lavoro.

periodi di riposo e conciliazione  tra vita professionale e familiare
L’attuale direttiva prevede un periodo minimo di riposo giornaliero di 11 ore consecutive, un periodo di riposo settimanale ininterrotto di 24 ore e almeno 4 settimane di ferie annuali retribuite, nonché norme sulla durata del lavoro  notturno. Tuttavia, contempla anche la possibilità di derogare a tali disposizioni sulla base di contratti collettivi o accordi con le parti sociali e purché ai lavoratori siano accordati periodi equivalenti di “riposo compensativo”. Se il Consiglio propone di precisare che queste compensazioni devono essere concesse entro «un termine ragionevole», il Parlamento chiede che il periodo di riposo segua quello trascorso in servizio, conformemente alla legislazione applicabile oppure a un contratto collettivo o altro accordo. Delle disposizioni specifiche in materia sono stabilite per i lavoratori mobili e attività offshore e per i lavoratori a bordo di pescherecci.
Gli eurodeputati condividono la posizione del Consiglio riguardo all’invito rivolto agli Stati membri di incoraggiare le parti sociali a concludere accordi volti a conciliare meglio la vita professionale con quella familiare. Con 539 voti favorevoli, 158 contrario e 10 astensioni, hanno precisato tuttavia che i datori di lavoro debbono informare i dipendenti «con congruo anticipo» di ogni modifica del ritmo di lavoro. Inoltre, conferiscono ai lavoratori il diritto di chiedere modifiche del loro orario e ritmo di lavoro, lasciando però libero il datore di lavoro di respingere la richiesta se ciò comporta inconvenienti organizzativi «sproporzionalmente maggiori» del beneficio per i lavoratori.

lavorare per vivere, non il contrario
Il dibattito in Aula che ha preceduto il voto del 17 dicembre si era incentrato sui due elementi particolarmente controversi della direttiva: la possibilità di derogare all’orario massimo di 48 ore settimanali di lavoro (opt-out) e la presa in considerazione dei periodi di guardia inattivi nel calcolo delle ore lavorate. La posizione comune del Consiglio generalizzava la facoltà dei lavoratori di ricorrere all’opt-out e non considerava come tempo di lavoro quello speso durante un periodo di guardia inattiva. Un approccio fermamente respinto dalla relazione dell’eurodeputato Alejandro Cercas,  il quale ha definito la posizione comune del Consiglio «un errore politico e giuridico» sostenendo che il Parlamento deve tenere conto delle preoccupazioni dei cittadini.
L’idea di limitare l’orario di lavoro a 48 ore, ha detto, è emersa nel 1919 per garantire il principio “lavorare per vivere” e non “vivere per lavorare” e, pertanto, «non si può tornare indietro su questi progressi». Notando quindi come la posizione del Consiglio sia «agli antipodi» rispetto a quella del Parlamento, Cercas ha sottolineato che non si può abrogare un diritto e «tornare a una soluzione del XIX secolo che implica lo sfruttamento dei più deboli e il dumping sociale». A suo parere, l’opt-out previsto dal Consiglio avrà «conseguenze nefaste sulla salute e la sicurezza dei lavoratori e rende più difficile la conciliazione della vita familiare e professionale». Il relatore ha anche contestato l’idea del Consiglio di non considerare lavoro i periodi di guardia, in particolare nel settore della sanità, e augurandosi che il Consiglio cambi posizione, ha auspicato il sostegno del Parlamento al testo da lui proposto.

presidenza dell’Ue e Commissione
La presidenza di turno francese dell’Ue ha ricordato, prima del dibattito dell’Europarlamento, che la posizione comune del Consiglio è frutto di un compromesso negoziato dalla precedente presidenza slovena nell’ambito di un pacchetto che include anche la direttiva sul pari trattamento dei lavoratori temporanei, approvata a ottobre dal Parlamento europeo. Ha poi osservato che la Francia era favorevole alla soppressione dell’opt-out ma la sua posizione non ha raccolto sufficienti consensi, restando così minoritaria. Ha quindi sottolineato la necessità di approvare un testo che sia accettabile per tutti e trovare una soluzione equilibrata che possa essere rapidamente applicata.
A nome della Commissione europea, invece, il commissario responsabile per Occupazione, Affari sociali e Pari opportunità, Vladimír Špidla, ha rilevato l’importanza della direttiva per chiarire la situazione giuridica, in particolare per quanto riguarda i periodi di guardia. Ha quindi esortato l’Aula a «tenere conto della realtà»: se nel 2003 l’opt-out era applicato in 4 Stati membri ora lo è da 15, che vogliono mantenerlo. Ha anche sottolineato la necessità di garantire condizioni chiare per i lavoratori che accettano la deroga, fissando anche dei limiti massimi.

Fonte: http://www.europarl.europa.eu

 

LA CLAUSOLA DELL’OPT-OUT

Nel settembre scorso il Consiglio dell’Ue aveva approvato una proposta di modifica della direttiva sull’orario, consentendo agli Stati membri di prolungare la durata delle prestazioni lavorative, sia per quanto attiene ai lavori “discontinui” (come le guardie in regime di presenza fisica), sia per la possibilità di pattuire individualmente accordi (di “opt-out”) che prolunghino i limiti massimi di 48 ore settimanali in media.
Il sistema dell’opt-out era stato qualificato dalla Commissione europea come una soluzione «solo provvisoria», concessa per propiziare il voto favorevole del Regno Unito. Il sindacato europeo aveva espresso forti critiche verso questa proposta perché, invece che essere eliminato, l’opt-out veniva confermato e si apprestava a divenire uno strumento utilizzato da molti altri Paesi nei settori nei quali gli orari lunghi sono praticati con maggiore assiduità.
L’opt-out è una vera e propria eccezione al principio del rispetto del limite massimo settimanale di 48 ore e, per questo motivo, la direttiva prevede una serie di condizioni per consentire ai singoli Stati di non conformarsi alle sue previsioni.
Secondo l’art. 22 della direttiva n. 88/2003 gli Stati membri hanno facoltà di non applicare le disposizioni in tema di durata massima settimanale media (48 ore) a condizione che:
• sussista un consenso individuale del lavoratore all’esecuzione di tale lavoro;
• nessun lavoratore possa subire un danno per il fatto che non è disposto ad accettare di effettuare tale lavoro;
• il datore di lavoro tenga registri aggiornati di tutti i lavoratori che effettuano tale lavoro;
• i registri siano messi a disposizione delle autorità competenti, che possono vietare o limitare, per ragioni di sicurezza e/o di salute dei lavoratori, la possibilità di superare la durata massima settimanale del lavoro; le autorità di vigilanza possono altresì richiedere informazioni sul numero dei lavoratori che hanno esercitato l’opt-out.
La direttiva non prevede alcuna soglia massima, di modo che chi avesse scelto l’opt-out non avrebbe incontrato alcun limite. Questa facoltà, originariamente proposta al fine di aggirare l’opposizione britannica all’adozione della direttiva, è stata progressivamente adottata da un numero sempre crescente di Paesi membri (fino a 15), soprattutto al fine di fronteggiare le esigenze dei servizi di pronta reperibilità nel settore ospedaliero, ma le imprese avrebbero potuto mirare ad un’applicazione anche ad altri settori, trovando fondamento normativo nelle disposizioni proposte dal Consiglio. Il progetto di direttiva, profondamente modificato dal Parlamento, correggeva il meccanismo dell’opt-out ma in maniera solo marginale, aggiungendo alle precedenti le seguenti condizioni:
• è vietata la sottoscrizione di clausole di opt-out se non dopo il primo mese di lavoro;
• viene introdotta una soglia massima per i lavoratori che “optano”: pari a 60 ore, salvo che le parti sociali decidano diversamente.

(Fonte: Vincenzo Ferrante, “La nuova proposta di direttiva sull’orario di lavoro”, 24 ottobre 2008, Milano)

 

 

direttiva sull’orario di lavoro: un lungo percorso di revisione

La regolazione europea della materia relativa agli orari di lavoro iniziò nel 1990, quando la Commissione europea presentò una proposta di direttiva concernente «taluni aspetti dell’organizzazione dell’orario di lavoro» (GUCE C 254 del 9/10/1990), dalla quale è poi derivata la successiva direttiva n. 104 del 1993, che ha rappresentato per un decennio la fonte di riferimento fino a quando il suo contenuto non è stato trasfuso, con marginali modifiche, nella ancor vigente direttiva n. 88 del 2003. Sulla base del mutato orizzonte politico, si bilanciava riduzione dell’orario massimo con un’accresciuta flessibilità della prestazione, radicando l’iniziativa comunitaria sulle competenze in tema di tutela della salute e sicurezza dei lavoratori, che non imponevano l’approvazione all’unanimità.
In sintesi, la direttiva comunitaria regola sia il riposo (quotidiano, settimanale e le ferie annuali - artt. 3, 5 e 7), sia in maniera dettagliata il lavoro notturno (artt. 8 e 12); una breve disposizione è dedicata al lavoro su turni e, più in generale, ai ritmi di lavoro (art. 13) e un’altra alle pause intermedie (art. 4). Le previsioni maggiormente innovative (anche rispetto ai precedenti limiti determinati dalle norme Ilo in relazione alle ferie settimanali e annuali), sono rappresentate: dalla norma relativa alla durata media della prestazione lavorativa, fissata in 48 ore settimanali comprensive dello straordinario; dalla disposizione che determina in 11 ore l’intervallo minimo obbligatorio fra un segmento di prestazione e il successivo; dalla disciplina di tutela del lavoro notturno; dalla fissazione della durata delle ferie retribuite in quattro settimane annue. La versione approvata nel 1993 era diversa da quella formulata inizialmente, per l’introduzione di varie disposizioni che consentivano ampie deroghe per settori di attività specifici e della cosiddetta clausola di “opt-out”, che legittima i governi a rinviare la conformazione dell’ordinamento interno alle previsioni comunitarie (art. 18.1, lett. b, dir. n. 104, poi art. 22.1. dir. 2003/88/CE). Si è così venuto a creare una sorta di doppio regime che ha permesso, accanto alle regole definite in via generale, un’amplissima serie di eccezioni, destando negli Stati membri la tentazione di una corsa al ribasso nella definizione dei limiti interni. Paventando già un tale rischio, la direttiva consentiva agli Stati membri di mantenere in vigore le previsioni più favorevoli ai lavoratori (art. 15 dir. 93/104/CE), prevedendo inoltre una clausola di “non-regressione” per garantire che la trasposizione della direttiva non potesse costituire giustificazione per peggiorare «il livello generale di protezione dei lavoratori» nell’ambito dei singoli ordinamenti interni (art. 18.3, dir. 93/104/CE, poi art. 23, dir. 2003/88/CE).

la nozione di “orario di lavoro”
Nell’ambito delle definizioni di cui all’art. 2.1, dir. 2003/88/CE, una particolare attenzione si deve alla nozione di “orario di lavoro”, la cui interpretazione ha dato luogo ad una lunga serie di pronunciamenti della Corte di Giustizia europea. Questo viene infatti definito dalla direttiva come «qualsiasi periodo in cui il lavoratore sia al lavoro, a disposizione del datore di lavoro e nell’esercizio della sua attività o delle sue funzioni, conformemente alle legislazioni e/o prassi nazionali». Non è chiaro se i tre elementi della definizione debbano coesistere o se, al contrario, si tratta di definizioni tra di loro alternative. In particolare, il problema si è posto per il personale sanitario dando luogo ad un contenzioso che ha lungamente impegnato la Corte di Giustizia europea rispetto ai servizi cosiddetti di “guardia”, prestati in genere presso il pronto soccorso, nei cui locali il lavoratore deve mantenersi sempre pronto all’intervento immediato per tutta la durata del turno notturno, sebbene gli sia consentito riposare in assenza di urgenze.

la revisione della direttiva 
Nel dicembre 2003, sulla scorta della originaria previsione degli artt. 16.4 e 18.1 della direttiva 93/104/CE che prevedeva, decorso un termine di dieci anni, una revisione della definizione del periodo di riferimento cui rapportare i valori medi e della clausola di opt-out, la Commissione ha intrapreso un’iniziativa rivolta alla modifica della direttiva n. 88 (COM 2003 843 def, del 30/12/2003). Una tale iniziativa era, peraltro, determinata anche dalla necessità di risolvere la situazione nella quale quasi tutti gli Stati membri si sono venuti a trovare a seguito delle sentenze della Corte di Giustizia in tema di servizi di guardia. Il processo si è però rivelato difficile sin dall’inizio, a fronte delle posizioni manifestate dalle parti sociali. E infatti, mentre i rappresentanti dei lavoratori suggerivano alle istituzioni comunitarie una profonda revisione della direttiva, soprattutto attraverso l’abrogazione della facoltà di opt-out individuale, le imprese manifestavano un’opinione contraria nel senso del mantenimento della disposizione. Entrambe le parti, perciò, comunicavano l’insussistenza di una loro posizione comune. Non c’è da stupirsi, dunque, delle difficoltà immediatamente incontrate dall’iniziativa successivamente portata avanti dalla Commissione: la proposta di modifica della direttiva formulata nel settembre 2004 (COM 2004 0607 del 22/9/2004) raccoglieva, infatti, l’opposizione sia del Comitato economico e sociale (in GU C 267 del 27/10/2005) sia del Parlamento europeo (risoluzione del 25/4/2005).

la prima proposta della Commissione
La proposta della Commissione si articolava essenzialmente su quattro punti: in primo luogo, in relazione ai servizi di guardia, si proponeva di introdurre una nozione ulteriore, intermedia fra quelle di lavoro e di riposo, escludendo dal computo dell’orario, utile ai fini del rispetto della soglia di 48 ore medie settimanali, il “periodo inattivo” nei servizi di guardia, speso senza alcuna attività se non quella di attesa; secondariamente si proponeva di facilitare l’annualizzazione dell’orario, semplificando le norme che fissano i periodi plurimensili in relazione ai quali computare la media settimanale; si proponeva poi di fissare un termine massimo entro il quale poter godere del risposo compensativo settimanale, nei casi in cui, come nelle “guardie in pronta reperibilità”, vi fosse stata deroga alla norma della direttiva sul riposo minimo settimanale; infine si delineavano nuove e più restrittive condizioni per ammettere la clausola di esclusione (opt-out), che tuttavia veniva mantenuta in vita a tempo indeterminato.

reazioni dell’Europarlamento
Il Parlamento europeo, chiamato a esaminare la proposta sottoposta a “procedura di codecisione”, formulava numerosi emendamenti, richiedendo innanzitutto che si desse conto del complessivo dibattito che ha interessato le istituzioni comunitarie in campi prossimi a quello direttamente regolato dalla direttiva sull’orario. Si chiedeva, pertanto, che nelle premesse fosse inserito un richiamo espresso sia alla Strategia di Lisbona e alla necessità di incrementare l’occupazione femminile, sia alle esigenze di “conciliazione” e all’alternanza fra periodi di lavoro e studio (long life education). In secondo luogo, il Parlamento si schierava in senso contrario sia al mantenimento in vita della clausola di opt-out, sia al sovvertimento degli effetti delle sentenze della Corte di Giustizia in tema di pronta reperibilità. Al riguardo si avallava una soluzione simile a quella praticata in alcuni Stati, di un criterio di equivalenza che conduce a considerare le ore di attesa come ore di lavoro, sulla scorta di una certa percentuale della loro durata (da definire «sulla base di contratti collettivi o di accordi tra le parti sociali ovvero per via legislativa o regolamentare»).
Contemporaneamente all’Europarlamento, il Comitato economico e sociale europeo richiamava le altre istituzioni europee a non deflettere dalle politiche di riduzione perseguite e consacrate più volte nelle solenni dichiarazioni adottate in sede internazionale o comunitaria. In questo senso, il Comitato si opponeva ad ampliare i periodi di riferimento utili ai fini della definizione del valore medio, ad interventi rivolti ad aggirare le sentenze della Corte di Giustizia, ricordando alla Commissione, quanto all’opt-out, come essa stessa ne avesse in precedenza auspicato l’eliminazione.

la seconda proposta della Commissione

A fronte degli esiti raccolti nel corso della prima fase della procedura, la Commissione, caricandosi del «ruolo d’intermediazione tra i due rami del potere legislativo comunitario» attribuitole nel quadro della procedura di codecisione, procedette nel 2005 alla redazione di una seconda proposta, che in parte accoglieva gli emendamenti formulati dal Parlamento (COM 2005 246 del 31/5/2005). Neanche questa mediazione, tuttavia, ha avuto vita facile. La difficoltà a trovare un accordo che accontentasse tutti i soggetti istituzionali coinvolti nel processo normativo europeo emerse chiaramente durante un Vertice del dicembre 2006, quando non si riuscì a raggiungere alcun accordo. Da quel fallimento derivò, anzi, un generale sconforto circa la capacità dell’Ue di continuare a procedere sulla strada della parificazione nel progresso del diritto sociale nazionale, tanto che in breve tempo, proprio prendendo le mosse da quel fallimento, la Commissione produsse prima il Libro verde sul diritto del lavoro e, successivamente, il Libro sulla flessicurezza: quasi a rimettere in discussione le stesse basi dell’intervento normativo comunitario.

la proposta del Consiglio
Solo tre anni dopo la seconda proposta della Commissione, nel giugno 2008, si è potuto vedere approvata una nuova proposta da parte del Consiglio (vedi box di seguito), che ridimensionava per vari aspetti una proposta già considerata deludente dalle altre istituzioni comunitarie. Il Consiglio manteneva la clausola di opt-out, con la possibilità di una soglia massima settimanale di 60 ore lavorative estendibili a 65 in alcuni casi, e confermava che il periodo inattivo non andava considerato come orario di lavoro.
L’accordo politico raggiunto dai ministri dell’Ue era poi esplicitato nella Posizione comune adottata dal Consiglio il 15 settembre 2008 che specificava: «Essendo trascorsi oltre dieci anni dall’adozione della direttiva 93/104/CE del Consiglio, prima direttiva in materia di organizzazione dell’orario di lavoro, appare necessario tener conto dei nuovi sviluppi e delle richieste sia dei datori di lavoro che dei lavoratori e dotarsi delle risorse per raggiungere gli obiettivi in materia di crescita e di occupazione fissati dal Consiglio europeo del 22 e 23 marzo 2005 nel quadro della Strategia di Lisbona». Il Consiglio decideva dunque di consentire agli Stati di prolungare la durata delle prestazioni lavorative, sia per quanto attiene ai lavori “discontinui” (come le guardie in regime di presenza fisica), sia per la possibilità di pattuire individualmente accordi (di opt-out) che prolunghino i limiti massimi (attualmente 48 ore settimanali in media).

la seconda lettura del Parlamento

Perché la proposta del Consiglio diventasse legge era però necessario il voto favorevole del Parlamento europeo. Il 5 novembre 2008 la commissione europarlamentare Occupazione e Affari sociali ha approvato la Relazione in materia del deputato Alejandro Cercas (Pse), manifestando un forte disaccordo con la posizione del Consiglio. Tre i punti centrali della Relazione:
• opt-out: la commissione parlamentare ha confermato la posizione espressa dal Parlamento europeo in prima lettura, adottando un emendamento in base al quale l’opt-out deve essere abrogato entro tre anni dall’entrata in vigore della direttiva;
• periodo di guardia: nella Relazione si riconosce la differenza tra periodo di guardia attivo e tempo di inattività e che quest’ultimo può essere calcolato - in base ad accordi collettivi o normativa nazionale - in maniera specifica. Tuttavia, il periodo di guardia deve essere considerato nella sua interezza come orario di lavoro;
riposo compensativo: si tratta di un tempo di recupero che deve avvenire subito dopo i periodi di servizio, in conformità a quanto stabilito dalla legislazione vigente o dagli accordi collettivi.
Gli eurodeputati hanno inoltre adottato degli emendamenti volti a chiarire la situazione dei lavoratori legati da più contratti, stabilendo che l’orario di lavoro dovrebbe essere calcolato come somma dei periodi di lavoro svolti in base ai singoli contratti.
La Relazione Cercas è quindi stata approvata a grande maggioranza dalla plenaria dell’Europarlamento il 17 dicembre 2008 (vedi pag. II).

(Fonte: gran parte delle informazioni contenute in questo articolo sono tratte da “Orario e tempi di lavoro nella disciplina dell’Unione europea”, di Vincenzo Ferrante)

 

LA POSIZIONE DELLA CES: SALVAGUARDARE I DIRITTI FONDAMENTALI

Commentando il voto dell’Europarlamento del 17 dicembre scorso sulla revisione della direttiva in materia di orario di lavoro, il segretario generale della Confederazione europea dei sindacati (Ces), John Monks, ha dichiarato: «Questa benvenuta decisione presa dal Parlamento europeo completa un’ottima settimana per tutti i lavoratori dell’Ue. Abbiamo ottenuto prima l’uguaglianza per i lavoratori delle agenzie temporanee, poi Comitati aziendali europei (Cae) più forti per aiutare i lavoratori in questo periodo di recessione e ora abbiamo sconfitto la tendenza al peggioramento dei posti di lavoro che voleva imporre orari eccessivi. Ovviamente la situazione economica resta preoccupante, ma questi tre passi hanno dimostrato che l’Europa sociale e viva e in salute. Siamo grati a tutti coloro che ci hanno supportato in questa lotta». Il giorno precedente, infatti, si era svolta a Strasburgo un’euromanifestazione organizzata dalla Ces cui hanno preso parte oltre 15.000 persone che, secondo Monks, ha persuaso l’Europarlamento a prendere la «giusta decisione». Si è così evitata «una regressione sociale e un pessimo segnale in tempo di recessione economica e in prossimità di elezioni europee» ha osservato la Ces. «Abbiamo chiesto ai membri del Parlamento europeo di votare per una direttiva sull’orario di lavoro che costituisca un passo nella direzione del progresso sociale. Una decisione in senso contrario avrebbe costituito la prima regressione sociale legislativa nella storia della politica sociale dell’Ue» ha dichiarato il segretario generale della Ces, aggiungendo che alla vigilia delle elezioni europee della primavera prossima era essenziale «dimostrare a tutti i cittadini europei che l’Ue non è solo un libero mercato che dà priorità ai grandi gruppi industriali e alla banche ma che invece intende rispondere ai problemi sociali degli europei».
I sindacati europei sono da sempre impegnati in prima linea contro la proposta di revisione della direttiva sull’orario di lavoro avanzata negli ultimi anni da Commissione e Consiglio, chiedendo al Parlamento di bloccare un simile approccio.
La ferma posizione della Ces sul merito della revisione della direttiva comprende:
- l’abolizione dell’opt-out;
- il riconoscimento di tutti i periodi di guardia come orario di lavoro;
- la salvaguardia del ruolo speciale della contrattazione collettiva nell’organizzazione del tempo di lavoro;
- il diritto per tutti i lavoratori di conciliare vita professionale e vita familiare, assicurando loro salute e sicurezza;
- la protezione contro gli orari di lavoro prolungati che sono dannosi per la salute di tutti i lavoratori e a tutti i livelli di occupazione.
Secondo la Ces, l’Europa necessita una moderna organizzazione del lavoro e degli orari di lavoro che vada incontro alle esigenze dei lavoratori in termini di tempi di lavoro sani, miglior bilanciamento lavoro-vita privata e salari dignitosi. Perciò, la revisione della direttiva sull’orario di lavoro deve essere attuata solo salvaguardando i principi fondamentali dell’Ue. Cosa che non era stata rispettata dalla proposta di revisione adottata dal Consiglio dei ministri dell’Ue nel giugno 2008 secondo la Ces, che vi si è opposta fermamente perché l’ha giudicata non rispettosa dei diritti e degli interessi dei lavoratori e delle loro famiglie. Di conseguenza, i sindacati europei hanno chiesto:
- che la proposta del Consiglio fosse respinta in quanto fondamentalmente squilibrata e dannosa;
- che il Parlamento europeo, in seconda lettura, svolgesse il suo importante ruolo indipendente e democratico proponendo modifiche essenziali;
- che le istituzioni europee collaborassero strettamente col Parlamento nel processo di revisione al fine di salvaguardare i diritti sociali fondamentali nell’Ue e di supportare lo sviluppo di un’Europa sostenibile.
La Carta europea dei diritti fondamentali garantisce a tutti i lavoratori il diritto alla limitazione degli orari di lavoro e la protezione contro i rischi, in termini di salute e sicurezza, derivanti da orari di lavoro lunghi e irregolari: «Principio incompatibile con l’opt-out individuale e con le altre esclusioni dalla protezione nell’orario di lavoro» osserva la Ces. I Trattati dell’Ue, aggiunge la Ces, sanciscono che le politiche sociali dovrebbero sviluppare il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei cittadini e dei lavoratori europei: «Provvedimento incompatibile con la proposta di peggiorare gli standard esistenti».
La regolazione degli orari di lavoro «è fondamentale per la nostra società ed è al cuore dell’Europa sociale» osserva la Ces, ma ciò deve avvenire salvaguardando i diritti, perché dare la possibilità alle persone che lavorano di migliorare la condizione loro e delle loro famiglie «è cruciale per gli interessi dei lavoratori, delle società e delle economie».

INFORMAZIONI: http://www.etuc.org

 

LA PROPOSTA DI REVISIONE DEL CONSIGLIO DELL’UE

Nella sua sessione di lavoro del 9-10 giugno 2008 a Lubiana, il Consiglio dei ministri dell’Occupazione e degli Affari sociali aveva raggiunto un accordo politico sulla proposta di revisione della direttiva sull’orario di lavoro. L’accordo era stato accompagnato da due prese di posizione ufficiali critiche. La prima firmata congiuntamente dalle delegazioni di Belgio, Cipro, Grecia, Ungheria e Spagna che avevano espresso orientamento contrario al provvedimento, osservando che, dal punto di vista sociale, non era stato raggiunto un valido compromesso sul tema dell’orario di lavoro, che le deroghe presenti nella direttiva erano rimaste per un tempo illimitato ed anzi, con il sistema dell’opt-out, era possibile una deroga che portava fino a 65 le ore massime di lavoro a settimana. Inoltre, le delegazioni sottolineavano come il dialogo sociale non fosse stato tenuto in considerazione sufficientemente e si impegnavano a ricercare «dei miglioramenti» in collaborazione con la presidenza dell’Ue, la Commissione e il Parlamento europei. Una breve e più specifica nota era stata allegata anche dalla delegazione francese, che aveva sottolineato come il compromesso raggiunto doveva essere migliorato grazie alla procedura di codecisione, che prevede un tempo di sei mesi in cui il Parlamento europeo può formulare emendamenti (cosa avvenuta infatti nel dicembre 2008). Secondo la Ces, invece, l’accordo del Consiglio era «insoddisfacente e inaccettabile», considerando le disposizioni sul lavoro a chiamata e la prosecuzione dell’opt-out, per cui annunciava di voler agire presso il Parlamento europeo al fine di modificare questa parte dell’accordo.
punti salienti della direttiva secondo il Consiglio dell’Ue
• Il “periodo inattivo del tempo di guardia”, definito come periodo durante il quale il lavoratore è di guardia ma non esercita effettivamente la propria attività o le proprie funzioni, non verrà più computato pienamente come tempo di lavoro a meno che ciò non sia previsto dalla contrattazione collettiva o dalla legislazione nazionale. Tale periodo di guardia inattiva può essere determinato dalla contrattazione collettiva o dalla legislazione nazionale, sulla base di una media di numero di ore o di una quota del tempo di guardia tenendo conto delle specificità del settore. Il periodo di guardia inattiva non dovrà essere preso in considerazione per calcolare i periodi di riposo giornaliero e settimanale, a meno che la legislazione nazionale, un contratto collettivo o un accordo tra partner sociali non disponga altrimenti. Questa disposizione contraddice una serie di sentenze della Corte di Giustizia europea.
• I periodi di riposo compensativi, da concedere alle categorie di lavoratori soggetti alle deroghe sui periodi di riposo e le pause (dirigenti, manodopera familiare), saranno concessi in un “periodo ragionevole” determinato dalla legislazione o da contratti/accordi tra le parti sociali a livello nazionale (e non, come richiesto dalla Corte di Giustizia, “immediatamente” dopo la fine del periodo di lavoro).
• Il limite settimanale dell’orario di lavoro, compreso lo straordinario, è confermato in 48 ore, da calcolare in un periodo di riferimento di 4 mesi, che potrà però essere portato a 12 mesi dalla legislazione, «sentite le parti sociali», mentre prima l’allungamento del periodo di riferimento era  vincolato alla contrattazione collettiva.
• Opt-out individuale: la possibilità di derogare all’orario massimo settimanale di lavoro. Se previsto in una legge nazionale o in un contratto collettivo, il limite massimo di 48 ore di lavoro settimanali potrà essere superato, con il consenso del lavoratore.