Morti sul lavoro, una strage continua

4 - infortuni sul lavoro

Eurostat segnala un aumento degli infortuni mortali sui luoghi di lavoro nell’Ue

Ogni giorno nell’Ue almeno nove persone perdono la vita a causa di incidenti derivanti dall’attività lavorativa. Una media che si evince dai dati resi noti recentemente da Eurostat, che segnalano una vera e propria strage: 3.367 vittime di incidenti mortali sul lavoro nell’Ue nel 2024, l’anno più recente di cui è stata svolta una comparazione dei dati, con un aumento dell’1,4% (45 decessi in più) rispetto all’anno precedente. Complessivamente in quell’anno sono stati registrati nell’Ue 2,78 milioni di infortuni sul lavoro non mortali, cioè 826 infortuni non mortali per ogni infortunio mortale. Mentre gli incidenti mortali sono aumentati, quelli non mortali sono diminuiti dell’1,5% (43.742 in meno) in relazione all’anno precedente.

Secondo la metodologia statistica europea Esaw, un infortunio sul lavoro è un evento che si verifica durante l’attività lavorativa e provoca un danno fisico o mentale. Quelli mortali portano al decesso della vittima entro un anno dall’evento, mentre gli infortuni non mortali comportano almeno 4 giorni di assenza dal lavoro, ma spesso hanno gravi conseguenze per i lavoratori coinvolti e le loro famiglie, costringendo persone a convivere con disabilità permanenti e in molti casi ad abbandonare il mercato del lavoro o a cambiare impiego.

Soprattutto uomini e nel settore delle costruzioni

Circa due terzi degli infortuni sul lavoro non mortali nell’Ue riguardano gli uomini, mentre tra le donne la probabilità di infortunarsi lavorando è inferiore. Tra i fattori che influenzano questo dato, osserva Eurostat, figurano la quota di uomini e donne occupati, le diverse tipologie di lavoro svolte da uomini e donne e i settori di attività in cui sono impiegati: «Si registra un numero molto più elevato di infortuni nei settori minerario, manifatturiero o dell’edilizia, caratterizzati da una prevalenza di manodopera maschile. In generale, gli uomini tendono a lavorare a tempo pieno, mentre le donne hanno maggiori probabilità di lavorare part-time», trascorrendo quindi meno tempo sul luogo di lavoro e riducendo la probabilità di infortuni.

Il numero di infortuni sul lavoro varia a seconda dell’attività economica ed è più elevato, appunto, nei settori a prevalenza maschile. Il 65% degli infortuni mortali sul lavoro verificatisi nell’Ue nel 2024 ha riguardato le costruzioni (23%), il trasporto e magazzinaggio (15,9%), le attività manifatturiere (13,8%), agricoltura, silvicoltura e pesca (12,1%). Il settore delle costruzioni ha registrato ampiamente il maggior numero di incidenti mortali sul lavoro, con 776 decessi, una cifra leggermente inferiore rispetto alle 802 vittime del 2023, quando nel settore fu registrato il record negativo di morti sul lavoro dell’ultimo decennio. Molto alto il numero di vittime sul lavoro anche nei settori del trasporto e magazzinaggio (537) e delle attività manifatturiere (466). Per gli infortuni non mortali, invece, il 44,4% di quelli verificatisi nell’Ue nel corso del 2024 ha riguardato le attività manifatturiere (18,3% del totale), i settori delle costruzioni (12,7%), del commercio (12,4%) e le attività socio-sanitarie (12,3%).

Diversi sistemi di notifica e riconoscimento

Oltre a rilevare e analizzare i valori assoluti, Eurostat valuta i tassi di incidenza degli infortuni, mettendo in relazione il numero di eventi infortunistici con il numero di occupati. Nell’anno preso in considerazione, a livello di Ue si sono verificati 1,65 infortuni mortali ogni 100.000 occupati, con differenze rilevanti tra i tassi minimi inferiori all’unità di Lussemburgo, Belgio, Paesi Bassi, Germania e Svezia, rispetto a quelli più elevati, pari o superiori a 3, di Bulgaria e Francia. L’incidenza più elevata è stata registrata in Francia, con 3,61 infortuni mortali ogni 100.000 occupati, ma secondo Eurostat ciò potrebbe dipendere dal sistema di notifica e riconoscimento degli infortuni sul lavoro adottato nel Paese, che non distingue tra infortuni causati dal lavoro e infortuni verificatisi sul luogo di lavoro, cosa che potrebbe comportare un numero superiore rispetto ad altri Paesi. Gli infortuni non mortali nell’Ue nel 2024 sono invece stati 1.359 ogni 100.000 occupati, con tassi di incidenza che variano da meno di 100 infortuni ogni 100.000 occupati in Romania (65) e Bulgaria (87) a oltre 2.000 ogni 100.000 occupati in Francia (2.622), Portogallo (2.489) e Spagna (2.241).

«Tassi di incidenza particolarmente bassi per gli infortuni non mortali possono riflettere una sottostima dei dati, dovuta ad esempio a sistemi di segnalazione carenti, a scarsi incentivi economici per le vittime a denunciare tali infortuni o all’assenza di obblighi giuridici vincolanti per i datori di lavoro» osserva Eurostat, spiegando invece una situazione diversa per i tassi di incidenza degli infortuni mortali, la cui segnalazione è difficile da omettere.

Incidenza di cambiamenti climatici e nuove tecnologie

L’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (Osha), poi, segnala come oggi siano in forte aumento anche i rischi derivanti dall’uso di tecnologie digitali e dai cambiamenti climatici. Quasi la metà dei lavoratori nell’Ue (48%) riferisce che l’uso di tecnologie digitali sul luogo di lavoro determina la velocità o i ritmi della propria attività; circa tre su dieci indicano che tali tecnologie comportano lo svolgimento del lavoro in isolamento e un aumento del carico di lavoro. In merito alla salute e sicurezza sul lavoro nel contesto delle mutate condizioni lavorative dovute ai cambiamenti climatici, invece, un terzo dei lavoratori nell’Ue riferisce di essere stato esposto ad almeno un fattore di rischio legato ai cambiamenti climatici durante l’attività lavorativa. Il 20% dei lavoratori segnala un’esposizione a caldo estremo (sia in ambienti chiusi che all’aperto) e il 19% a problemi di qualità dell’aria, come la presenza di polline, polvere o fumo (sia in ambienti chiusi che all’aperto). Percentuali inferiori di lavoratori riferiscono di essere esposti a un’intensa esposizione solare (12%) o a eventi meteorologici estremi (ad es. inondazioni, incendi boschivi, siccità o uragani) (9%). L’esposizione ai fattori di rischio legati ai cambiamenti climatici varia a seconda dei settori, con i lavoratori di agricoltura, orticoltura, silvicoltura e pesca maggiormente esposti a caldo estremo, seguiti dagli addetti all’edilizia o alle costruzioni, ma in generale l’Agenzia avverte come i cambiamenti climatici incidano sempre più anche sui rischi di molte attività lavorative.