Sulla questione israelo-palestinese non c’è l’Unione

Cisgiordania

Come ammesso dalla Commissione, l’Ue non riesce a trovare una risposta unitaria

È importante che «l’Europa agisca unita, altrimenti rischia di essere smembrata» ha detto la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, presentando al Parlamento europeo lo stato dell’Unione. Affrontando un ampio raggio di questioni, la presidente della Commissione ha aggiunto: «È il momento del coraggio, dell’ambizione e dei risultati». Ci sono questioni, però, per le quali l’unità europea è difficilmente raggiungibile, soprattutto se si tratta di delicate situazioni internazionali quali il conflitto israelo-palestinese. «Le profonde sofferenze a Gaza e la violenza incontrollata dei coloni in Cisgiordania hanno colpito profondamente gli europei. La decisione del governo israeliano di portare avanti il progetto di insediamento illegale E1 è inaccettabile» secondo von der Leyen, che ha ricordato: «L’anno scorso ho esortato l’Europa ad agire, proponendo una serie di misure. Per molte persone nel nostro continente è doloroso che gli Stati membri non siano riusciti a formare le maggioranze necessarie per una risposta unitaria. Alcuni Stati membri si sono mossi, altri ne stanno valutando la possibilità». La presidente della Commissione ha però costatato amaramente che «quando è divisa, l’Europa non è in grado di cambiare il corso degli eventi», sottolineando come sia «compito dell’Europa mantenere viva la soluzione sulla coesistenza di due Stati».

Eurodeputati chiedono il blocco del commercio con le colonie

La presidente della Commissione ha così ammesso lo stallo dell’Ue sulla questione, rispondendo alla sollecitazione avanzata da un centinaio di europarlamentari affinché la Commissione proponga un’iniziativa per vietare il commercio dell’Ue con gli insediamenti illegali israeliani in Territorio palestinese, come già chesto da decine di Ong. «L’Europea ha a lungo rivendicato un ruolo di leadership nella regione, come uno dei principali sostenitori della soluzione a due Stati. Eppure sono il Regno Unito e il Canada ad essersi impegnati ad agire a sostegno di questo obiettivo vietando il commercio con gli insediamenti» ha scritto il gruppo di eurodeputati in una lettera  inviata alla Commissione. L’urgenza di un’azione dell’Ue è aumentata, osservano gli europarlamentari, «da quando il governo israeliano ha pubblicato una gara d’appalto per l’insediamento E1 il 18 agosto, violando una linea rossa di lunga data dell’Ue. In quanto custode dei trattati Ue, che richiedono il rispetto del diritto internazionale, la Commissione deve proporre un regolamento appropriato senza ulteriori indugi». L’appello sottolinea che il Servizio giuridico del Consiglio ha confermato che l’articolo sulla politica commerciale (207 TFUE) permette il ricorso alla maggioranza qualificata e non necessariamente all’unanimità, quindi potrebbe costituire una «base giuridica per tale misura», come condiviso da oltre 100 giuristi e da decine di organizzazioni per i diritti umani e sindacati.

L’Ue deve quindi «proporre un regolamento appropriato senza ulteriori indugi» sostengono i deputati europei, dal momento che «misure parziali, come l’aumento delle tariffe o il rafforzamento dell’attuale politica di differenziazione», non farebbero che prolungare «l’inadempimento dell’Ue al diritto internazionale».

L’iniziativa dei cittadini “Justice for Palestine”

Oltretutto, anche molti cittadini europei chiedono un intervento dell’Ue sulla questione israelo-palestinese. Milioni di persone hanno infatti partecipato alle numerose manifestazioni svoltesi nei mesi scorsi e oltre un milione ha sottoscritto l’iniziativa dei cittadini europei Justice for Palestine, Stop Eu trade with criminals, che ha raggiunto il traguardo nel luglio scorso. L’iniziativa chiede all’Ue di sospendere completamente l’accordo di associazione con Israele a causa del «genocidio, dell’occupazione e dell’apartheid di Israele contro la popolazione palestinese e delle sue continue violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani». La partecipazione dei cittadini europei a questa azione è evidenziata dal fatto che si è trattato dell’iniziativa che ha raggiunto più velocemente un milione di firme e la soglia minima dei sei Stati membri da quando è stata registrata. Entro sei mesi la Commissione dovrà così presentare una proposta, come previsto dallo strumento di democrazia partecipativa introdotto dal Trattato di Lisbona (art. 11, paragrafo 4). Per sottolineare l’impatto di una simile azione, va ricordato che l’Ue è il principale partner commerciale di Israele, con oltre il 34% delle importazioni di Israele provenienti dall’Ue e il 28,8% delle esportazioni israeliane verso l’Ue.

12 Paesi, di cui 8 membri dell’Ue, adottano restrizioni

La mancanza di unità dell’Ue sulle iniziative da intraprendere in merito alla situazione israelo-palestinese è stata evidenziata l’8 settembre scorso, quando in una nota congiunta 12 Paesi hanno annunciato la volontà di introdurre restrizioni nazionali e/o di sostenere quelle europee sul commercio di beni provenienti dagli insediamenti israeliani nei Territori palestinesi. «Le azioni del governo israeliano in Cisgiordania stanno compromettendo la possibilità di una soluzione a due Stati. La situazione sta rapidamente peggiorando a causa di livelli senza precedenti di violenza da parte dei coloni e dell’espansione degli insediamenti» hanno scritto in una dichiarazione comune i governi di Canada, Danimarca, Finlandia, Francia, Islanda, Irlanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Spagna, Svezia e Regno Unito. I 12 governi hanno inoltre affermato: «La soluzione dei due Stati deve essere protetta e agiremo per perseguire una pace giusta e duratura, basata sui principi sanciti nella Dichiarazione di New York adottata un anno fa. Ci opponiamo fermamente ad azioni che equivalgano all’annessione di territori palestinesi e allo sfollamento forzato della popolazione palestinese», aggiungendo che il governo israeliano «deve fermare immediatamente l’espansione degli insediamenti e dei poteri amministrativi civili, garantire la responsabilità per le violenze perpetrate dai coloni e indagare sulle accuse contro le forze israeliane». L’obiettivo dei 12 Paesi firmatari è chiaro: «La soluzione dei due Stati, in conformità con le risoluzioni dell’Onu, che consenta a Israele e a uno Stato palestinese sovrano, democratico e vitale di vivere fianco a fianco in pace, sicurezza e mutuo riconoscimento entro confini sicuri e internazionalmente riconosciuti».