Crisi d’identità per l’Unione europea
La deriva bellico-militare mette in forte discussione i principi fondativi dell’Ue
«Oggi, di quale Europa stiamo parlando? Europa di pace o Europa di guerra? Europa armata o Europa disarmata? Europa che investe in armi tagliando il welfare? O Europa che investe in cooperazione tagliando le spese militari? Ci opponiamo alla scellerata decisione di sospendere le regole di bilancio per le spese della difesa armata, facendoci entrare in una economia di guerra». Inizia così un appello della Rete Italiana Pace e Disarmo per lanciare una grande campagna europea contro la corsa al riarmo e all’economia di guerra, annunciate nei giorni scorsi dalla Commissione europea e confermate dal Consiglio europeo.
«Siamo con gli ucraini, d’accordo, ma come? Dicendogli “vi diamo le armi e combattete” o facendo diplomazia per salvare il salvabile?» prosegue l’appello, ripetendo che «non esiste soluzione militare del conflitto» perché, com’è noto, «la guerra non la vince nessuno. (…) La via militare è un fallimento e l’evidenza dei fatti è lì a dimostrarlo». L’Europa invece, ricordano le organizzazioni della Rete pacifista, «per dimensione e peso economico, per cultura politica, per tradizione storica deve farsi carico di promuovere il rilancio della multilateralità e la collaborazione globale per un futuro comune», ponendosi in una posizione di «neutralità attiva» nella competizione globale. L’idea che la costruzione di un complesso militare-industriale europeo possa rafforzare i legami tra gli Stati membri dell’Ue è solo «un tragico errore», sostengono gli estensori dell’appello, secondo i quali «l’Esercito europeo è attualmente solo una giustificazione retorica di decisioni che puntano a spostare ingenti risorse dai compiti civili dell’Unione a fondi a disposizione degli interessi dell’industria militare senza una visione ed un progetto di società per le future generazioni, con il solo risultato di togliere fondi alla coesione sociale ed economica, alla cooperazione ed alla transizione ecologica». La guerra è sempre il fallimento della politica, quindi l’Europa non può essere «usata per giustificare la corsa al riarmo e alla guerra», ma invece deve rimanere uno spazio multinazionale «capace di diventare una grande potenza di pace», osserva la Rete pacifista. In questi termini, allora, il concetto di difesa dell’Europa assume un connotato completamente diverso da quello che si sta discutendo: «Non è più la difesa militare ed il riarmo per difendersi da un nemico o da una invasione, ma è il consolidamento di un sistema di relazioni tra Stati che cooperano, regolato dal diritto internazionale e da forti scambi economici, culturali, di interdipendenza, con un basso investimento negli eserciti e nelle armi».
L’«era di riarmo» secondo la Commissione
L’appello a una mobilitazione generale per un’Europa diversa da quella che stanno proponendo istituzioni e Stati membri dell’Ue è in effetti comprensibile e condivisibile, considerando i termini raggiunti da un dibattito europeo inimmaginabili solo fino a pochi anni fa. L’Unione europea del modello sociale, dei diritti, delle tutele e delle libertà, che l’hanno caratterizza fin dalla sua nascita e distinta nel panorama internazionale, è violentemente sostituita ora dall’Europa degli armamenti, dell’economia di guerra e dell’illusione di «pace attraverso la forza». «Siamo in un’era di riarmo. E l’Europa è pronta ad aumentare massicciamente la sua spesa per la difesa» ha detto la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, presentando il piano ReArm Europe, contenente una serie di proposte per utilizzare tutte le leve finanziarie dell’Ue in modo da aumentare «rapidamente e significativamente» le spese militari. Al fine di «liberare l’uso dei finanziamenti pubblici per la difesa a livello nazionale» il piano propone di attivare la clausola di salvaguardia nazionale del Patto di stabilità e crescita, che consentirà agli Stati membri di aumentare significativamente le loro spese per la difesa senza innescare la procedura per i disavanzi eccessivi. Se gli Stati membri aumentassero la loro spesa per la difesa mediamente dell’1,5% del Pil, ha dichiarato von der Leyen, «ciò potrebbe creare uno spazio fiscale di circa 650 miliardi di euro in un periodo di quattro anni». È poi proposto un nuovo strumento che fornirà 150 miliardi di euro di prestiti agli Stati membri per investimenti in armamenti, così da «spendere meglio e spendere insieme» ha detto la presidente della Commissione. Come se non bastasse, è prevista la possibilità di utilizzare anche il bilancio dell’Ue: «Proporremo ulteriori possibilità e incentivi per gli Stati membri che decideranno, se vorranno utilizzare i programmi della politica di coesione, di aumentare la spesa per la difesa». In sostanza, ha concluso von der Leyen, «ReArm Europe potrebbe mobilitare circa 800 miliardi di euro per un’Europa sicura e resiliente».
Un processo in corso da un decennio
Ma gli eventi recenti, cioè la guerra in Ucraina e le iniziative della nuova amministrazione Usa, hanno solo accelerato e legittimato un processo in corso da un decennio, in cui si è registrata «una rapida evoluzione a livello europeo del sostegno all’industria degli armamenti» sottolinea in un Rapporto l’European Network Against Arms Trade (Enaat). Dagli strumenti di finanziamento come il Fondo europeo per la difesa (European Defence Fund) all’Act in Support of Ammunition Production (per produrre munizioni), dall’utilizzo anomalo del Fondo europeo per la pace fino all’annunciato ReArm Europe, osserva il network europeo, «questi fondi e i prestiti in arrivo equivalgono a sovvenzioni volte a rafforzare la competitività globale dell’industria europea degli armamenti, cioè ad aumentare le esportazioni di armi e a ridurre controlli e restrizioni». Il risultato di un processo in cui l’industria degli armamenti ha coltivato «legami sempre più stretti con i decisori politici e le istituzioni dell’Ue» sostiene Enaat, segnalando come le grandi aziende di armamenti e le principali lobby abbiano avuto centinaia di incontri con la Commissione europea e i membri dell’Europarlamento nell’ultimo decennio.
Con conseguenze estremamente pericolose, avverte l’Enaat: «I nuovi passi nella militarizzazione europea guidati dall’industria allontanano ulteriormente l’Ue dalla sua nascita come progetto di pace, aumentano il rischio di coinvolgimento in conflitti armati e porteranno a un aumento delle esportazioni di armi, alimentando la guerra e la repressione in tutto il mondo».