Un allargamento complesso per l’Ue

Vent’anni dopo l’estensione del 2004, altri 10 Paesi attendono l’ingresso nell’Ue

Sono trascorsi 20 anni dal 1° maggio 2004, quando Cipro, Repubblica Ceca, Estonia, Lituania, Lettonia, Ungheria, Malta, Polonia, Slovacchia e Slovenia aderirono all’Unione europea. Si trattò del quinto allargamento dell’Ue, ma soprattutto del più grande, con l’ingresso di 10 nuovi Stati membri, e simbolicamente il più importante dal momento che aprì l’adesione ai Paesi dell’ex blocco sovietico, processo poi proseguito con l’ingresso di Romania e Bulgaria e nel 2013 della Croazia. «Non abbiamo esportato la democrazia ma abbiamo siglato un contratto democratico con parità di diritti tra chi apriva la porta e chi entrava» ha dichiarato l’allora presidente della Commissione europea, Romano Prodi, ricordando anche le difficoltà nei negoziati per l’adesione: «Ogni Stato aveva le sue specificità che voleva tutelare ma anche il fatto che 8 dei 10 Paesi entrati nel 2004 facevano parte del Patto di Varsavia complicò il processo». L’attuale presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha invece sottolineato i numerosi vantaggi che l’adesione all’Ue ha portato agli allora nuovi Stati membri e che la stessa Ue ha tratto da quell’allargamento. Dall’adesione, ha detto la presidente della Commissione europea, le economie degli allora nuovi Stati membri hanno registrato una forte crescita, la loro produzione agricola è triplicata e il loro tasso di disoccupazione si è dimezzato. Allo stesso tempo, «persone e aziende in tutta Europa hanno goduto di nuove opportunità di studiare e lavorare, esportare e investire in un’Unione più ampia», grazie ai nuovi Stati membri. Ora però sta per aprirsi un nuovo capitolo nell’estensione dell’Ue, non meno importante e problematico. Come ha spiegato von der Leyen, infatti, «i Balcani occidentali si stanno avvicinando sempre più a noi. Abbiamo preso la decisione storica di avviare negoziati con l’Ucraina e la Moldavia, mentre il popolo georgiano non nasconde i propri sogni europei», sottolineando che «la guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina ha creato un nuovo senso di urgenza di unire la famiglia europea». Così, in occasione del ventesimo anniversario   dell’allargamento del 2004 la presidente della Commissione ha invitato l’Ue a «rimanere ambiziosa riguardo all’allargamento e alle riforme» per «mantenere la promessa europea».

Altri 10 Paesi attendono l’ingresso nell’Ue

Nel pacchetto sull’allargamento presentato lo scorso novembre, la Commissione europea ha presentato una valutazione dettagliata della situazione e dei progressi compiuti dai Paesi che stanno negoziando la loro futura adesione all’Ue: Albania, Bosnia-Erzegovina, Kosovo, Montenegro, Macedonia del Nord, Serbia, Turchia, a cui si sono aggiunti l’Ucraina, la Repubblica di Moldova e la Georgia.

Per quanto riguarda i sei Paesi dei Balcani Occidentali interessati, quattro hanno già avviato i negoziati di adesione: Albania e Macedonia del Nord dal luglio 2023, dopo un lungo periodo di attesa rispettivamente di otto e diciassette anni; Montenegro e Serbia anche loro dopo una lunga attesa di undici e nove anni. La Bosnia ed Erzegovina ha invece ricevuto lo status di Paese candidato nel dicembre 2022 e attende l’avvio dei negoziati di adesione, mentre il Kosovo ha presentato formale richiesta di adesione ma non è ancora riconosciuto come Stato sovrano da cinque Stati membri dell’Ue (Cipro, Grecia, Romania, Slovacchia e Spagna).

La Commissione europea ricorda che «l’adesione è e rimarrà un processo meritocratico interamente dipendente dai progressi oggettivi conseguiti da ciascun Paese nell’attuare le riforme fondamentali e sulla definizione di orientamenti chiari per le priorità di riforma future».

Più complessa la situazione della Turchia, Paese candidato con cui i negoziati di adesione sono in stallo dal 2018 perché, osserva la Commissione, «non ha invertito il percorso negativo di allontanamento dall’Ue e ha perseguito soltanto in misura limitata le riforme finalizzate all’adesione». Nonostante la cooperazione in corso con l’Ue in ambiti di interesse comune quali le migrazioni, la lotta al terrorismo, l’energia, la sicurezza alimentare, restano forti dubbi da parte dell’Ue sulle garanzie dei diritti dei cittadini e sulle posizioni di politica estera. Dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, poi, si è aperto un ulteriore capitolo di estensione dell’Ue. Pochi giorni dopo l’inizio della guerra nel febbraio 2022, infatti, l’Ucraina ha presentato domanda di adesione «immediata» all’Ue, iniziativa presa poi nelle settimane successive anche da Moldova e Georgia. La Commissione ha quindi raccomandato al Consiglio di avviare negoziati di adesione con Ucraina e Moldova e di concedere lo status di Paese candidato alla Georgia, richieste poi accolte dai leader politici dell’Ue. «L’allargamento è una politica d’importanza vitale per l’Ue. Il completamento della nostra Unione risponde all’appello della storia, è l’orizzonte naturale dell’Unione stessa e rientra anche in una forte logica economica e geopolitica» ha dichiarato la presidente della Commissione europea.

Servono riforme di governance e processo decisionale

L’affascinante progetto di allargamento dell’Ue presenta tuttavia vari aspetti problematici, derivanti dal fatto che nei prossimi anni si potrebbe avere un’Ue a 36 o 37 Stati membri, con tutto ciò che comporterebbe in termini di governance e politiche comuni. «Massimizzare le opportunità dipenderà dalla nostra capacità di identificare, definire e anticipare le aree di miglioramento e definire una strategia chiara su come avanzare sui binari paralleli dell’allargamento e delle riforme» si legge nella comunicazione presentata dalla Commissione europea il 20 marzo scorso, nella quale è specificato come i valori, le politiche, il bilancio e la governance rappresentino le aree principali di intervento e che, sulla base «degli insegnamenti tratti dai precedenti allargamenti», è ipotizzabile una sorta di “integrazione graduale” attraverso la quale i i nuovi possibili Stati membri possano prepararsi «ben prima dell’adesione».

Resta difficile immaginare nelle condizioni attuali un’Ue a 36-37 Paesi, così diversi tra loro, che riesca a decidere unanimemente su questioni quali la politica estera, le migrazioni ma anche sulla convergenza sociale, economica e territoriale, per questo le riforme dovranno coinvolgere «la credibilità e la capacità di azione dell’Unione», si legge nella comunicazione, inclusi i processi decisionale e di governance.