Ma i leader dell’Ue promuovono la pace?

Mentre investe in armamenti l’Europa mostra scarso impegno diplomatico

«È giunto il momento per un autentico cambiamento di paradigma, sono decenni che l’Europa non investe a sufficienza nella propria sicurezza e difesa. Ora che ci troviamo di fronte alla più grande minaccia per la sicurezza dalla seconda guerra mondiale, è tempo di adottare misure radicali e concrete per essere pronti a difenderci e mettere l’economia dell’Ue sul “piede di guerra”». Sembra incredibile, ma queste sono parole del presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, contenute nella lettera d’invito ai leader degli Stati membri dell’Ue che hanno preso parte al Vertice svoltosi nei giorni 21-22 marzo scorsi. Lo stesso Consiglio europeo che nelle sue Conclusioni sottolinea «la necessità imperativa di rafforzare e coordinare la preparazione militare e civile e di una gestione strategica delle crisi nel contesto dell’evoluzione del panorama delle minacce», invitando inoltre a «rafforzare la preparazione e la risposta alle crisi nel quadro di un approccio multirischio ed esteso a tutta la società, in vista di una futura strategia di preparazione». Uno stile un po’ più contorto rispetto a quello esplicito utilizzato da Michel, ma che allo stesso modo esprime una sorta di fatalismo verso l’inevitabilità della guerra. Il tutto senza aver esercitato, in due anni di conflitto tra Russia e Ucraina, alcun serio tentativo diplomatico. «L’Unione si prefigge di promuovere la pace, i suoi valori e il benessere dei suoi popoli» sancisce l’articolo 3 del Trattato dell’Ue, proclama totalmente disatteso dagli attuali leader delle istituzioni dell’Ue e dei suoi Stati membri.

Aumento della spesa per la difesa

Secondo il Consiglio europeo, l’Ue «è determinata ad aumentare la sua prontezza alla difesa e le sue capacità di difesa complessive affinché siano all’altezza delle sue esigenze e ambizioni nel contesto delle crescenti minacce e sfide per la sicurezza», perciò «la base industriale e tecnologica di difesa europea dovrebbe essere rafforzata in tutta l’Ue» e a questo fine è stato annunciato un «impegno comune di aumentare in modo sostanziale la spesa per la difesa, investire insieme in modo migliore e più rapido, migliorare l’accesso dell’industria europea della difesa ai finanziamenti pubblici e privati». Un approccio già definito dalla Commissione europea, con la proposta legislativa per un Programma europeo di investimenti nel settore della difesa (Edip), che ha indicato la direzione dell’Ue per il prossimo decennio: «Per accrescere la prontezza industriale europea alla difesa, gli Stati membri devono investire di più, meglio, insieme e in Europa». L’Edip mobiliterà 1,5 miliardi di euro del bilancio dell’Ue nel periodo 2025-2027, rappresentando un «cambiamento del paradigma di sicurezza europeo» hanno detto i rappresentanti della Commissione. «Ora che i bilanci per la difesa in tutti gli Stati membri sono in forte aumento, dovremmo investire meglio. Ciò ci consentirà di passare da una modalità di risposta alle crisi a una modalità strutturale di prontezza alla difesa» secondo Margrethe Vestager, vicepresidente esecutiva per il Digitale. Mentre il commissario europeo per il Mercato interno, Thierry Breton, ritiene che «con il ritorno di un conflitto ad alta intensità nel nostro continente, l’Europa non può più attendere per potenziare la capacità della base industriale e tecnologica di difesa europea di produrre di più e in tempi più rapidi».

Il rischio nucleare

Eppure, proprio alla luce del preoccupante stato della sicurezza in Europa e nel mondo, come chiedono anche i sindacati europei (Ces) l’Ue dovrebbe «raddoppiare gli sforzi per la pace» anziché prepararsi alla guerra. E tantomeno evocare l’arma nucleare europea, come fatto irresponsabilmente da alcuni leader dell’Ue. «Negli ultimi due anni abbiamo visto gli Stati dotati di armi nucleari e i loro alleati continuare a erodere il tabù nucleare. L’escalation della retorica nucleare non è stata osservata solo in Russia, ma anche in Israele, Corea del Nord e nelle recenti richieste di politici polacchi e tedeschi e di leader della Nato per un’arma nucleare europea. Le minacce nucleari aumentano le tensioni in un ambiente già pericoloso, riducono la soglia per l’uso delle armi nucleari e aumentano notevolmente il rischio» ammonisce Melissa Parke, direttrice esecutiva della Campagna internazionale per la proibizione delle armi nucleari (Ican), iniziativa premio Nobel per la pace 2017 costituita da 500 associazioni in 100 Paesi. Secondo Parke, «finché ci aggrappiamo alla dottrina fuorviante della deterrenza, ci troviamo di fronte alla probabilità che queste armi prima o poi verranno utilizzate», motivo per cui «le armi nucleari dovrebbero essere abolite prima che sia troppo tardi». Obiettivo realizzabile se tutti i Paesi aderissero al Trattato delle Nazioni Unite sulla proibizione delle armi nucleari (Tpnw), entrato in vigore nel 2021, che vieta specificamente la minaccia di utilizzare armi nucleari, finora però ignorato dagli Stati nucleari e dai loro alleati (compresa l’Italia).

È tempo di cambiare

Servirebbe dunque una grande mobilitazione “dal basso”, perché «la minaccia delle armi nucleari non fa parte del dibattito pubblico. E il mondo è meno sicuro» sostengono gli autori di una serie di saggi sul rischio nucleare pubblicati sul sito web del New York Times. «La democrazia raramente previene la guerra, ma alla fine può servire a controllarla. Nessuno scenario offre abbastanza tempo agli elettori per valutare se dispiegare un’arma nucleare. I cittadini, quindi, devono esercitare la loro influenza ben prima che il Paese si trovi in una situazione del genere» si legge in uno degli articoli, in cui si ritiene che sia giunto «il tempo di protestare, ancora una volta, contro la guerra nucleare», perché «quando le persone in tutto il mondo negli anni ‘60, ‘70, ‘80 e all’inizio degli anni ‘90 iniziarono a comprendere il pericolo nucleare, un elettorato vocale chiese e ottenne il cambiamento». Le «vecchie e limitate» misure di salvaguardia che hanno «mantenuto fredda la Guerra Fredda» sono infatti scomparse da tempo, si legge ancora, mentre le potenze nucleari stanno diventando «sempre più numerose e meno caute». Da qui un appello al cambiamento: «Abbiamo condannato un’altra generazione a vivere su un pianeta che è a un solo atto di arroganza o di errore umano lontano dalla distruzione, senza chiedere alcuna azione ai nostri leader. Questo deve cambiare».