La parità di genere migliora, ma non abbastanza

L’Indice sull’uguaglianza di genere nell’Ue mostra ritardi e differenze tra Paesi

«In un mondo che affronta molteplici crisi che esercitano un’enorme pressione sulle comunità, raggiungere l’uguaglianza di genere è più vitale che mai. Garantire i diritti delle donne e delle ragazze in tutti gli aspetti della vita è l’unico modo per garantire economie prospere e giuste e un pianeta sano per le generazioni future». Lo dichiara l’UN Women, l’ente delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere e l’emancipazione delle donne, in occasione della Giornata internazionale della donna 2024. Secondo l’UN Women, una delle sfide principali per raggiungere l’uguaglianza di genere entro il 2030 è costituita dalla mancanza di finanziamenti, «con uno sconcertante deficit annuo di 360 miliardi di dollari nella spesa per misure sull’uguaglianza di genere». Servono invece investimenti e ciò deve avvenire in alcune aree chiave, sostiene l’UN Women: «L’uguaglianza di genere resta la più grande sfida per i diritti umani. Investire nelle donne è un imperativo in materia di diritti umani e una pietra miliare per costruire società inclusive». Un’azione immedita è necessaria anche per contrastare la povertà, perché la pandemia, i conflitti geopolitici, i disastri climatici e le turbolenze economiche «potrebbero portare oltre 342 milioni di donne e ragazze al di sotto della soglia di povertà entro il 2030». L’UN Women ritiene poi importante «passare a un’economia verde e a una società della cura», perché «l’attuale sistema economico aggrava la povertà, la disuguaglianza e il degrado ambientale, colpendo sproporzionatamente donne e gruppi emarginati».

La situazione dell’uguaglianza di genere nell’Ue

Per quanto riguarda la parità di genere all’interno dell’Unione europea, la situazione è in miglioramento negli ultimi decenni ma in modo non costante e soprattutto non omogeneo tra i vari Stati membri. Una fotografia della situazione è fornita dall’European Institute for Gender Equality (Eige), che da alcuni anni misura un Indice sull’uguaglianza di genere (Gender Equality Index) attribuendo all’Ue e agli Stati membri un punteggio da 1 a 100, con il valore 100 che rappresenta la piena uguaglianza tra donne e uomini. Ebbene, nel 2023 questo indice ha superato per la prima volta i 70 punti per l’Ue, registrando una crescita di 1,6 punti rispetto all’anno precedente e di oltre 7 punti dalla prima edizione dell’Indice nel 2013. Con 70,2 punti su 100, l’Ue ha comunque ancora molto da fare per raggiungere l’uguaglianza di genere. Certo, la convergenza verso l’alto descrive una crescente uguaglianza tra donne e uomini, accompagnata da un calo delle variazioni tra gli Stati membri, il che significa che i Paesi con livelli più bassi di uguaglianza di genere stanno recuperando rispetto a quelli con i livelli più alti, riducendo così le disparità. Tuttavia, osserva l’Eige, «solo il 2% della popolazione dell’Ue è in dirittura d’arrivo per raggiungere la parità di genere». L’analisi del Gender Equality Index per Paese mostra infatti una notevole variabilità, con 11 Stati membri al di sopra della media europea ma la sola Svezia a superare gli 80 punti (82,2), perciò solo il 2,3% della popolazione dell’Ue avviata davvero verso un’uguaglianza di genere. Altro dato significativo è che la stessa Svezia ha fatto registrare un calo nell’ultimo anno ed è anche uno dei Paesi con la crescita più bassa dal 2010. Paesi Bassi e Danimarca occupano le posizioni successive, mentre al quarto posto è salita la Spagna che, con un punteggio di 76,4, ha superato Francia e Finlandia. Cinque Stati membri ottengono invece un punteggio inferiore a 60 punti, con Romania, Ungheria e Repubblica Ceca che sono i Paesi con maggiori difficoltà nel promuovere l’uguaglianza di genere. In generale, 15 Stati membri si sono avvicinati nel tempo alla media dell’Ue, mentre i restanti 12 Stati membri hanno aumentato la loro distanza dalla media. «La sostanziale eterogeneità prestazionale tra Paesi e ambiti evidenzia le opportunità di progresso» osserva il Report, sottolineando come i Paesi migliorati di più non sempre sono quelli meglio posizionati.

Nel lavoro resta forte la segregazione di genere

L’Indice misurato dall’Eige è costituito dall’insieme di indici rilevati in vari settori. Quello che più si avvicina all’uguaglianza di genere è stato registrato nel settore della salute  (88,5 punti), soprattutto nel campo dell’accesso ai servizi sanitari (97,3 punti). Tuttavia, osserva l’Eige, la salute è l’unico ambito che mostra un calo rispetto all’anno precedente (-0,2 punti) e ha registrato i progressi minori dal 2010 (+ 1,8 punti). Le disuguaglianze di genere sono invece più pronunciate nell’ambito del “potere” (59,1 punti), che misura l’uguaglianza di genere nelle posizioni decisionali della sfera politica, economica e sociale. Mentre dal 2010 è migliorato di oltre 17 punti, dal 2020 l’aumento è stato solo di 1,9 punti e in 8 Paesi si sono verificati regressi rispetto all’anno precedente. Dal 2020, il miglioramento maggiore è avvenuto nell’ambito del “tempo” (+ 3,6 punti) che ottiene 68,5 punti, campo che misura le disuguaglianze di genere nella distribuzione del tempo dedicato alla cura, al lavoro domestico e alle attività sociali. Un miglioramento registrato soprattutto nelle attività assistenziali (+ 9,6 punti), dovuto però principalmente al minore impegno delle donne nei lavori domestici e di cura non retribuiti in generale, piuttosto che alla maggiore partecipazione degli uomini a tali attività.

L’indice di uguaglianza nell’ambito del lavoro (73,8) è il terzo più alto, dopo quelli relativi a salute e denaro, particolarmente elevato per quanto concerne la partecipazione (82,3), ma caratterizzato da tre aspetti importanti, evidenzia l’Eige: «I tassi di partecipazione al lavoro per le donne sono ancora sistematicamente inferiori a quelli degli uomini in tutti gli Stati membri. In secondo luogo, ci sono enormi differenze tra gli Stati membri, con un punteggio che varia dal 68,9 in Italia al 93,3 in Svezia. In terzo luogo, copre diversamente forme di occupazione: una percentuale più elevata di donne rispetto agli uomini svolge lavori atipici e spesso precari, compresi i lavori a tempo parziale». Resta poi una diffusa segregazione di genere che continua a limitare scelte di vita, istruzione e occupazione, contribuisce a creare il divario retributivo di genere, rafforzando e perpetuando stereotipi di genere. Il punteggio basso per il sottoambito della segregazione e della qualità del lavoro, nota l’Eige, riflette il fatto che le donne continuano a dominare i settori occupazionali di istruzione, sanità e sociale anche nei Paesi con elevati tassi di partecipazione femminile al lavoro. Situazione confermata dagli ultimi dati Eurostat.