L’Unione armata

Maggio 2022

Un Rapporto denuncia le responsabilità dell’Ue nella corsa agli armamenti

«Molte tra le nazioni più potenti del mondo stanno facendo “tintinnare le sciabole”, arruolando e schierando truppe, accumulando merci militari e preparandosi attivamente alla guerra. L’Unione europea non si sta comportando diversamente. In direzione contraria rispetto al proprio principio fondatore di promozione della pace, anch’essa ha intrapreso un percorso per affermarsi come potenza militare globale». Parte da questa costatazione il Rapporto Accendere le fiamme. Come l’Unione europea sta alimentando una nuova corsa agli armamenti, curato dalla rete europea contro il commercio di armi, European network against the arms trade (Enaat), e dall’istituto internazionale di ricerca Transnational Institute (Tni). Il fatto che, con una scelta senza precedenti, l’Ue abbia deciso di finanziare e fornire armamenti all’Ucraina attraverso il Fondo europeo per la pace, per quanto risulti anomalo rispetto alla storia dell’Unione non è giunto inaspettato, secondo l’Enaat: «L’Ue si sta ritagliando un percorso militarista da alcuni anni». Con l’obiettivo della creazione di una politica di sicurezza e difesa comune, la cui base giuridica è stata tracciata dal Trattato di Lisbona del 2009, l’Ue ha gradualmente cambiato rotta e ora si sta muovendo «su un percorso nuovo e profondamente preoccupante, dove i problemi politici e sociali vengono affrontati non attraverso il dialogo e la diplomazia, ma attraverso la guerra e il militarismo».

Più che decuplicato il budget

Il Rapporto evidenzia come la scelta politica dell’Ue verso una militarizzazione diffusa sia dimostrata dagli stanziamenti finanziari dedicati. Il Fondo europeo per la Difesa (European Defence Fund) ha un budget di circa 8 miliardi di euro per la ricerca e lo sviluppo di sistemi militari: una cifra record per l’Ue che è 13,6 volte superiore a quella dei programmi precursori, con un aumento dei finanziamenti per la ricerca e lo sviluppo militare addirittura del 1250% da un ciclo di bilancio all’altro. Prima della definizione del Fondo europeo per la difesa (Edf 2021-2027), infatti, erano in vigore due programmi che regolavano la materia: l’Azione preparatoria per la ricerca sulla difesa (Padr 2017-2019) con un budget di 90 milioni di euro per finanziare la ricerca sulla difesa, e il Programma europeo di sviluppo industriale della difesa (Edidp 2019-2020) con un budget di 500 milioni di euro per finanziare lo sviluppo di attrezzature e tecnologie di difesa. Due linee di bilancio per meno di 600 milioni di euro complessivi ora sostituite con un Fondo da 8 miliardi, cosa che secondo l’Enaat mostra come l’Ue sia «sempre più intenzionata a investire nella guerra piuttosto che nella costruzione o nel mantenimento della pace». Un giudizio perentorio quello degli autori del Rapporto: «Nel destinare miliardi di euro ai progetti di difesa, l’Unione europea ha fatto una scelta politica: ha scelto di dare la priorità ai profitti delle compagnie di armi altamente lucrative piuttosto che al benessere delle persone. Così facendo sta alimentando, piuttosto che arginare, l’instabilità e la probabilità di una guerra».

Decisioni influenzate dalle lobby delle armi

Grande l’influenza che i lobbisti del commercio di armi hanno nel definire l’agenda dell’Ue, denuncia il Rapporto. Nove dei sedici rappresentanti nel Gruppo di personalità per la ricerca sulla difesa, istituito dalla Commissione europea nel 2015, erano affiliati a società di armi, istituti di ricerca sulle armi e un’organizzazione di lobby dell’industria delle armi. Su di un report redatto da questo Gruppo si è basata la proposta della Commissione per l’istituzione del Fondo europeo per la difesa, così i componenti del Gruppo hanno ricevuto oltre 86 milioni di euro, pari al 30,7% del bilancio finora assegnato, ma «è probabile che riceveranno ancora più fondi» osserva il Rapporto. Inoltre, sottolinea l’Enaat, i sette maggiori beneficiari di questa linea di finanziamento dell’Ue sono coinvolti in esportazioni di armi «altamente controverse» verso Paesi coinvolti in conflitti armati o dove si violano i diritti umani. Cinque degli otto maggiori beneficiari sono stati accusati di corruzione negli ultimi anni: Leonardo, Safran, Thales, Airbus e Saab. E, aggiunge l’Enaat, «attraverso il finanziamento di questi beneficiari, l’Ue sta finanziando indirettamente gli arsenali nucleari, considerando che molti di coloro che ricevono il denaro dell’Ue sono anche coinvolti nello sviluppo, produzione o manutenzione di armi nucleari».

Si alimenta la corsa agli armamenti

L’Ue attualmente finanzia 62 progetti di ricerca e innovazione militare per un totale di 576,5 milioni di euro (al netto dei costi amministrativi), spiega il Rapporto, secondo cui il 68,4% dei fondi a sostegno dell’industria militare va a Francia, Germania, Italia e Spagna. In particolare, la più grande azienda a produzione militare dell’Ue, che è l’italiana Leonardo, è il maggiore destinatario singolo con 28,7 milioni di euro. Queste linee di finanziamento, osserva l’Enaat, «non solo promuovono le fasi di ricerca e sviluppo dell’industria della difesa, ma richiedono attivamente che i Paesi dell’Ue acquistino poi le armi e le relative tecnologie, le aggiungano al proprio arsenale di difesa o promuovano la loro esportazione verso Paesi extraeuropei». Oltretutto, ciò avviene con procedure di controllo sul finanziamento di nuove armi letali «molto al di sotto anche dei più basilari standard legali ed etici», con procedure di valutazione del rischio legale ed etico basate principalmente su «autovalutazioni da parte dei richiedenti (principalmente società private) che sperano di beneficiare dei finanziamenti dell’Ue». Questo nonostante i tipi di tecnologie finanziati possano portare a violazioni del diritto comunitario e internazionale una volta che diventeranno operativi.

Secondo l’Enaat «questi fondi contribuiranno ad aumentare le esportazioni di armi europee e alimenteranno la corsa globale agli armamenti, che a sua volta porterà a più guerre, maggiore distruzione, una significativa perdita di vite umane e un aumento degli spostamenti forzati».

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