Otto marzo di rabbia e lutto

Marzo 2022

La Giornata della donna 2022 caratterizzata dalla mobilitazione contro la guerra

«Quest’anno, l’8 marzo per noi è un giorno di rabbia e lutto» affermano le donne russe del movimento contro la guerra. La Giornata della donna 2022 non può infatti essere di festa, basti pensare alle migliaia di donne ucraine in fuga dalla guerra o alle centinaia di donne russe aggredite e arrestate perché manifestano contro la guerra. Una guerra voluta da uomini, combattuta prevalentemente da uomini e il cui prosieguo dipende da uomini: nessuna donna, infatti, fa parte delle delegazioni russa e ucraina che stanno provando a negoziare un difficilissimo accordo per porre fine al conflitto.

«Ci rifiutiamo di celebrare l’8 marzo, non regalateci fiori, meglio scendere in piazza e deporli in memoria dei civili morti in Ucraina contro cui il nostro Paese ha scatenato ostilità aggressive. Oppure deporre fiori già donati ai monumenti: i fiori sono meglio dei proiettili. L’8 marzo è il giorno della lotta per i diritti delle donne, oggi lottiamo per la pace per le donne ucraine e per la libertà per le prigioniere politiche russe, sempre di più ogni anno» si legge in un messaggio della rete di Resistenza femminista contro la guerra. In un appello, fatto circolare online dopo l’inizio del conflitto e tradotto rapidamente in varie lingue, le attiviste russe segnalano l’esistenza di 45 organizzazioni femministe in tutta la Russia e chiedono alle donne di tutto il mondo di «partecipare a manifestazioni pacifiche e lanciare campagne offline e online contro la guerra in Ucraina e la dittatura di Putin», lanciando un messaggio forte e deciso: «Siamo l’opposizione alla guerra, al patriarcato, all’autoritarismo e al militarismo. Siamo il futuro che prevarrà». Una mobilitazione che contribuisce attivamente alle molteplici manifestazioni contro la guerra messe in atto in decine di città russe e che hanno già portato all’arresto di oltre 13.400 persone secondo Ovd-Info, l’unica fonte indipendente sui diritti umani ancora attiva in Russia.

Un Otto marzo da vivere contro la guerra e l’oppressione in Europa anche da parte del femminismo italiano, come sottolinea un appello dell’associazione Se non ora quando – Libere: «Vogliamo che l’Europa sia la terra della libertà delle donne: non solo libertà da tutte le oppressioni, ma libertà di esprimere pienamente la propria umana differenza. E non accettiamo che, in questa nostra terra comune, prevalga la logica del più forte e dell’uso delle armi per risolvere i conflitti».

Donne e ragazze prime vittime della crisi

Al Parlamento europeo, in occasione dell’8 marzo la commissione interparlamentare per i diritti della donna, precedentemente incentrata sul futuro delle donne europee dopo la pandemia, è stata modificata per affrontare la situazione in Ucraina. Condannando l’aggressione dell’esercito russo e la necessità urgente di soccorrere i profughi ucraini, in prevalenza donne e bambini, la commissione ha sottolineato la difficile situazione delle donne in questa crisi. «Ricordiamoci che le donne e le ragazze sono sempre le prime vittime delle crisi. Nonostante ciò, sono escluse dalle discussioni e dagli scambi strategici sulla sicurezza e la pace» ha osservato la ministra francese per le Pari opportunità, Élisabeth Moreno, mentre la primo ministro islandese, Katrín Jakobsdóttir, ha dichiarato: «Dobbiamo fare pressione sulla Russia per fermare immediatamente questa guerra. I nostri pensieri sono con il popolo ucraino. La parità di genere dovrebbe essere sempre all’ordine del giorno, anche in momenti come questi. Il mondo sarebbe più pacifico con più donne ai vertici, su questo non ho dubbi».

Lo United Nations Population Fund (Unfpa) ha invece centrato l’attenzione sulla vulnerabilità di donne e ragazze aggravata dal conflitto, soprattutto rispetto alla maternità. «Il mondo ha visto le immagini di donne che partorivano nelle stazioni della metropolitana sotterranee e neonati trasferiti frettolosamente in rifugi antiaerei improvvisati mentre le strutture sanitarie diventavano inaccessibili o troppo danneggiate per funzionare. Si stima che circa 80.000 donne partoriranno nei prossimi tre mesi in Ucraina, molte delle quali senza accesso all’assistenza sanitaria materna fondamentale. Per alcune, il parto sarà un’esperienza pericolosa per la vita anziché cambiare la vita». Così come si aggrava ulteriormente il serio problema della violenza di genere nel Paese, dove secondo uno studio dell’Unfpa già nel 2019 il 75% circa delle donne riferiva di aver subito una qualche forma di violenza e una su tre di aver subito violenza fisica o sessuale.

Direttiva dell’Ue sulla protezione temporanea

Intanto, accogliendo l’esortazione contenuta nella risoluzione dell’Europarlamento del 1° marzo scorso a favore della protezione a tutte le persone che fuggono dalla guerra in Ucraina, che sono prevalentemente donne, bambini e anziani, la Commissione europea ha proposto l’attivazione della direttiva sulla protezione temporanea, per un’assistenza rapida che garantisca un permesso di soggiorno, l’accesso al mercato del lavoro e ai sistemi di istruzione negli Stati membri dell’Ue. Avranno così diritto a protezione temporanea nell’Ue tutte le persone che risiedono in Ucraina e i loro familiari sfollati a causa del conflitto, compresi i cittadini non ucraini e gli apolidi legalmente residenti in Ucraina che non sono in condizione di ritornare nel loro Paese di origine, come i richiedenti asilo o i beneficiari di protezione internazionale. Tutte queste persone avranno diritto al soggiorno nei Paesi dell’Ue, con accesso ad alloggio, lavoro, assistenza sociale, assistenza medica e mezzi di sussistenza, mentre i minori e gli adolescenti non accompagnati avranno diritto alla tutela legale e accesso all’istruzione. Creando un sistema di protezione che richiede formalità ridotte, la direttiva permette di ridurre la pressione sui sistemi nazionali di asilo e quindi la gestione più efficace dei flussi in arrivo. La nuova norma dovrebbe inoltre rafforzare la solidarietà e la condivisione delle responsabilità di accoglienza tra gli Stati membri dell’Ue, anche attraverso la creazione di una “piattaforma di solidarietà” in cui gli Stati membri potranno scambiarsi informazioni utili per gestire l’accoglienza.

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