Militarizzazione europea

Marzo 2022

Stati membri e istituzioni dell’Ue aumentano spese e investimenti per la difesa

«La maggiore crescita delle importazioni di armi tra le regioni del mondo negli ultimi anni si è verificata in Europa. Nel periodo 2017-21 le importazioni di armi da parte degli Stati europei sono state del 19% superiori rispetto al periodo 2012-16 e hanno rappresentato il 13% dei trasferimenti globali di armi». È quanto segnala un nuovo Rapporto pubblicato il 14 marzo dallo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), che evidenzia il preoccupante accumulo di armamenti a livello globale cui contribuiscono in modo rilevante i Paesi europei. Secondo l’istituto di ricerca, «il grave deterioramento delle relazioni tra la maggior parte degli Stati europei e la Russia è stato un importante motore di crescita delle importazioni europee di armi, soprattutto per i Paesi che non possono soddisfare tutte le loro esigenze attraverso le industrie nazionali». I nuovi dati del Sipri individuano come maggiori importatori di armi in Europa il Regno Unito, la Norvegia e i Paesi Bassi, ma si prevede che anche altri Stati europei aumenteranno in modo significativo le loro importazioni di armi nel prossimo decennio, avendo recentemente effettuato ingenti ordini.

Sul fronte delle esportazioni di armamenti, invece, gli Stati Uniti si sono confermati al primo posto con una crescita del 14% tra il 2012-16 e il 2017-21, aumentando così la propria quota globale dal 32% al 39%. In particolare, nel periodo 2017-21 le esportazioni di armi degli Usa sono state più del doppio (108% in più) rispetto a quelle del secondo esportatore, la Russia. La Francia è diventato il terzo maggiore esportatore di armi con un aumento del 59% tra il 2012-16 e il 2017-21 e detenendo l’11% delle esportazioni globali di armamenti nell’ultimo periodo, in cui la Cina è stata il quarto esportatore (diminuzione del 31%) e la Germania il quinto (-19%). Per quanto concerne l’Italia, nel periodo 2017-21 le esportazioni di armi sono aumentate del 16% rappresentando il 3,1% del totale mondiale.

Il Sipri specifica che i suoi dati riflettono il volume delle consegne di armi, non il valore finanziario, e che considera periodi di cinque anni per una misura più stabile delle tendenze.

Consiglio europeo: «Aumentare le spese per la difesa»

I dati sugli armamenti europei forniti dal Sipri sono oltretutto destinati a crescere, considerando le indicazioni che giungono dalle istituzioni dell’Ue. Nel corso del Consiglio europeo informale svoltosi a Versailles il 10-11 marzo, i capi di Stato e di governo dell’Ue hanno infatti espresso la convinzione che «un’Ue più forte e più capace nel campo della sicurezza e della difesa contribuirà positivamente alla globalizzazione». Così, «alla luce delle sfide che dobbiamo affrontare e al fine di proteggere meglio i nostri cittadini», si legge nella dichiarazione finale, i leader dei 27 Stati membri hanno concordato di «aumentare sostanzialmente le spese per la difesa; (…) sviluppare ulteriori incentivi per stimolare gli investimenti collaborativi degli Stati membri in progetti congiunti e appalti congiunti di capacità di difesa; investire ulteriormente nelle capacità necessarie per condurre l’intera gamma di missioni e operazioni; promuovere le sinergie tra la ricerca e l’innovazione nel settore civile, della difesa e spaziale; adottare misure per rafforzare e sviluppare l’industria della difesa, comprese le Pmi; (…) accelerare gli sforzi in corso per migliorare la mobilità militare in tutta l’Ue». Una sorta di militarizzazione europea, che stride non poco con l’idea di un’Unione che «si prefigge di promuovere la pace», come recita il Trattato, ma in linea con la cosiddetta “bussola strategica” che sarà varata dal Consiglio europeo entro fine marzo e che fornirà la guida per l’azione di difesa e sicurezza dell’Ue. Un documento strategico presentato in bozza già lo scorso novembre, ma che la guerra in Ucraina ha inevitabilmente modificato nella sua versione definitiva. L’utilizzo del Fondo europeo per la pace (Epf) per fornire armamenti all’Ucraina, oltre a costituire un pericoloso paradosso, è stato un chiaro esempio del cambio di modello di difesa da parte dell’Ue: uno strumento di finanziamento esterno al bilancio con un tetto di 5 miliardi di euro che potrà essere utilizzato per fornire aiuti militari. Nella definizione della “bussola strategica”, che sottolinea «l’urgente necessità» di garantire il miglioramento della «mobilità militare all’interno e all’esterno dell’Unione», la Commissione europea è poi stata incaricata di individuare le modalità per una «maggiore e migliore spesa per la difesa». Secondo la nuova bozza della “bussola”, citata da Euractiv, entro la fine del 2022 l’Ue vuole iniziare ad analizzare la capacità delle infrastrutture di trasporto europee di sostenere movimenti su larga scala con breve preavviso e completare il miglioramento e l’armonizzazione delle procedure transfrontaliere entro il 2025. Obiettivo non proprio rassicurante.

Contributo della Commissione alla difesa comune

Da parte sua la Commissione europea ha esplicitato la sua volontà di protagonismo nella definizione della strategia militare dell’Ue con due comunicazioni adottate il 15 febbraio scorso, indicando il proprio Contributo alla difesa europea e una Tabella di marcia sulle tecnologie critiche per la sicurezza e la difesa. Secondo la Commissione, l’aumento dell’instabilità globale e degli attriti geopolitici obbliga ad un «salto di qualità nella difesa europea (…) per mettere al sicuro l’Ue e i suoi cittadini negli anni e nei decenni a venire».

Oltre all’utilizzo del Fondo europeo per la difesa (Fed), dotato di quasi 8 miliardi di euro per il periodo 2021-2027, la Commissione propone incentivi per «stimolare gli investimenti collaborativi» degli Stati membri nelle capacità strategiche di difesa. Inoltre, raccomanda di «aver cura che le altre politiche trasversali, quali le iniziative nel campo della finanza sostenibile, si articolino sempre coerentemente con gli sforzi profusi dall’Ue per favorire un adeguato accesso ai finanziamenti e agli investimenti per l’industria europea della difesa». Il che sembra voler dare un’etichetta “ecolabel e sociale” alle imprese di aerospazio, sicurezza e difesa in modo da non escluderle dagli investimenti etici (quali fondi sociali e pensionistici). Al vaglio della Commissione anche l’ipotesi di un’esenzione Iva «per sostenere l’acquisizione congiunta e la comproprietà di capacità di difesa in ambito Ue».

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