Grave l’uscita russa dal Consiglio d’Europa

Marzo 2022

Aumenta l’isolamento della Russia e cresce la repressione del dissenso interno

L’uscita della Federazione russa dal Consiglio d’Europa è passata in secondo piano sui mass media, ma in realtà si tratta di una questione delicata soprattutto in prospettiva futura, per tutto ciò che attiene ai diritti umani e civili in un Paese già scarsamente democratico. Il conflitto tra le attuali autorità russe e l’Europa, che va dalla geopolitica all’economia fino a tutto ciò che attiene allo stato di diritto e ai valori europei, rischia infatti di durare molto più a lungo della guerra in Ucraina. Due dati su tutti evidenziano la rilevanza dell’uscita russa dal Consiglio d’Europa: finora era successo solo una volta che un Paese uscisse dall’Organizzazione, con la Grecia del regime dei colonnelli nel 1969 che fu poi riammessa nel 1974 dopo la fine del regime militare; le denunce di cittadini russi occupano il secondo posto di tutte quelle presentate alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo (organo giurisdizionale del Consiglio d’Europa), dopo quelle di cittadini turchi, a dimostrazione della scarsa tutela dei diritti da parte dei tribunali russi già prima della stretta attuale.

Va ricordato che il Consiglio d’Europa è la principale organizzazione di difesa dei diritti umani del continente. Con l’uscita della Russia, che aveva aderito nel 1996, è attualmente composto da 46 Stati membri, tra cui i 27 Paesi dell’Unione europea. Tutti gli Stati membri del Consiglio d’Europa sottoscrivono la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, un trattato concepito per proteggere i diritti umani, la democrazia e lo stato di diritto, la cui attuazione è supervisionata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Fare in modo che la Russia non disprezzi i diritti umani

La decisione del Consiglio d’Europa è stata presa dal Comitato dei ministri il 16 marzo scorso sulla base dell’articolo 8 dello Statuto, dopo il parere adottato all’unanimità il giorno precedente dall’Assemblea parlamentare secondo la quale la Federazione russa non poteva più essere membro dell’Organizzazione. Nel lanciare l’aggressione militare dell’Ucraina, ha dichiarato l’Assemblea, «la Federazione Russa ha scelto il ricorso alla forza invece del dialogo e della diplomazia per raggiungere i suoi obiettivi di politica estera, in violazione delle norme giuridiche e morali che regolano la pacifica convivenza degli Stati. Questa condotta mostra disprezzo per l’essenza stessa del Consiglio d’Europa, come sancito dal suo Statuto, che è la convinzione che il perseguimento della pace basata sulla giustizia e sulla cooperazione internazionale è vitale per la conservazione di una società umana e civile».

Lo stesso giorno, anticipando la decisione del Comitato dei ministri, il governo della Federazione russa aveva informato la Segreteria generale del suo ritiro dal Consiglio d’Europa e della sua intenzione di denunciare la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Nella comunicazione inviata al Consiglio d’Europa, il ministero russo degli Affari Esteri ha affermato che «il ritiro da questa organizzazione non pregiudicherà i diritti e le libertà di cittadini russi» in quanto «la Costituzione della Federazione Russa stabilisce le loro garanzie non meno che nella Convenzione europea dei diritti dell’uomo». Come sottolinea però il periodico indipendente russo “Novaya Gazeta”, «i meravigliosi diritti democratici sanciti dal capitolo 2 della Costituzione del 1993 e formalmente non toccati da emendamenti costituzionali sono in realtà irrealizzabili per quella parte di cittadini che non sono d’accordo con la politica del Cremlino». Commentando l’uscita della Russia dal Consiglio d’Europa, la direttrice di Amnesty International per l’Europa orientale e l’Asia centrale, Marie Struthers, ha dichiarato: «Ponendosi fuori dal Consiglio d’Europa, nell’attuale degradazione dello stato di diritto in Russia, alcune delle tutele contro le violazioni dei diritti umani saranno fuori dalla portata di coloro che ne avrebbero maggiore bisogno. Occorre fare in modo che la Russia non scivoli ancora di più in un abisso di completo disprezzo per i diritti umani».

Repressione del dissenso ai massimi storici in Russia

Cosa che sta invece inevitabilmente accadendo, in base alle informazioni che giungono dalle poche voci indipendenti ancora attive in Russia dopo le restrizioni alla libertà di stampa introdotte il 4 marzo scorso, con pene detentive fino a 15 anni per chi diffonde notizie sulla guerra in Ucraina considerate “false” dal Cremlino: è vietato l’uso di parole quali “guerra” o “invasione” e ammessa solo la definizione di “operazione militare”. «Di fronte a migliaia di persone che in tutta la Russia manifestano contro la guerra, il Cremlino continua a ridurre al silenzio le proteste e obbliga gli organi di stampa nazionali a sostenere le sue posizioni. Nell’opinione pubblica cresce l’orientamento contrario alla guerra e in risposta le autorità russe ricorrono sempre di più alla repressione e usano la forza per disperdere le manifestazioni contro la guerra e censurano l’informazione» denuncia Amnesty International.

Stimando in oltre 15.000 le persone già arrestate e detenute in decine di città russe per manifestazioni contro la guerra, l’organizzazione russa per i diritti umani Ovd-Info rende noto che «le autorità hanno sperimentato nuovi strumenti di repressione e non c’è motivo di credere che lo Stato si fermerà qui. I media indipendenti e altre risorse di informazione sono chiusi o smettono di scrivere sulla guerra. Diventa sempre più pericoloso per i comuni cittadini diffondere informazioni ed esprimere comunque un punto di vista diverso da quello ufficiale. Intensificando la censura, distruggendo i media indipendenti e reprimendo brutalmente le proteste, le autorità russe cercano di mettere a tacere il dibattito pubblico, isolare ed emarginare coloro che si esprimono contro la guerra o aiutano le persone che sono state perseguitate. È molto probabile che le conseguenze negative di tali azioni si manifestino in vari settori della vita pubblica per molto tempo a venire». Detenzioni di massa e violenza contro i manifestanti non sono però una novità nella realtà russa, denuncia Ovd-Info, osservando come negli ultimi anni l’entità delle detenzioni «è solo aumentata» e le misure di pressione sono diventate più severe, facendo sì che «ora il numero di detenuti durante le proteste contro la guerra si sta gradualmente avvicinando al massimo storico per la Russia moderna».

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