Lavoro minorile: i rischi della pandemia

Giugno 2021

Ai progressi troppo lenti per l’obiettivo 2025 si aggiunge la minaccia Covid

In forte e costante diminuzione dal 2000, il lavoro minorile coinvolge ancora a livello mondiale circa 160 milioni di bambini e ragazzini, ma soprattutto ha ripreso ad aumentare negli ultimi anni e si teme che le conseguenze socioeconomiche della crisi pandemica possano causare un ulteriore incremento. Questa la situazione nel 2021, Anno internazionale per l’eliminazione del lavoro minorile. Gli obiettivi della comunità internazionale sono chiari: porre fine al lavoro minorile nel mondo entro il 2025, mentre il 2030 è l’anno entro cui dovrebbero essere eliminati il lavoro forzato, la tratta di esseri umani e le varie forme di schiavitù moderna. È però piuttosto evidente come la diffusione globale della pandemia di Covid-19 stia minacciando il raggiungimento di tali obiettivi.

«Non dobbiamo dimenticare che i bambini sono i primi a soffrire di povertà, esclusione, disuguaglianze e conflitti. È fondamentale aiutare i Paesi a rafforzare ed espandere i propri schemi di protezione sociale, a garantire la continuità di un’istruzione accessibile e di qualità e ad assicurare la capacità di ispezione del lavoro» hanno osservato la Commissione europea e l’Alto rappresentante dell’Ue in una dichiarazione congiunta resa nota in occasione della Giornata mondiale contro il lavoro minorile (12 giugno). «Dobbiamo assicurarci che i diritti dei bambini siano al centro della ripresa globale post-Covid» hanno aggiunto. L’Ue si impegna per tornare alla tendenza positiva degli ultimi decenni e accelerare il ritmo verso l’obiettivo 2025. La strategia europea prevede di liberare le catene di approvvigionamento delle aziende dal lavoro minorile, nonché rafforzare i sistemi di ispezione del lavoro per il monitoraggio e l’applicazione normativa. La protezione dei bambini è inoltre al centro della nuova strategia dell’Ue sulla lotta alla tratta di esseri umani 2021-2025, essendo spesso le vittime del lavoro minorile anche vittime di tratta. La lotta al lavoro minorile e la protezione dei minori da parte dell’Ue sono perseguite poi attraverso i canali della cooperazione allo sviluppo, il dialogo politico, i diritti umani, le politiche sociali, umanitarie e commerciali.

160 milioni di bambini lavorano, metà a rischio salute e sicurezza

Il punto della situazione sul lavoro minorile nel mondo è stato fatto da Organizzazione internazionale del lavoro (Oil-Ilo) e Unicef con un Rapporto pubblicato il 10 giugno scorso.

Attualmente si stimano in tutto il mondo circa 160 milioni di bambini e ragazzini (63 milioni femmine e 97 milioni maschi), di età compresa tra i 5 e i 17 anni, impegnati e costretti in attività lavorative, la metà dei quali svolge lavori pericolosi che mettono a rischio la loro salute, sicurezza o sviluppo morale. Dal 2016 ad oggi, il numero dei piccoli lavoratori è aumentato di 8,4 milioni passando da 152 a 160 milioni. Si è trattato del primo aumento da quando l’Ilo ha iniziato a quantificare le dimensioni del lavoro minorile: si era nel 2000 e la stima era di 245 milioni di bambini e ragazzini coinvolti in attività lavorative, poi da quell’anno c’era stata una diminuzione costante, di oltre 90 milioni. Secondo il Rapporto Ilo-Unicef il 72% del lavoro minorile si svolge ancora in famiglia e il 70% circa continua a verificarsi nel settore agricolo. Sono infatti decine di milioni in tutto il mondo le aziende agricole familiari che dipendono funzionalmente dal lavoro minorile: si tratta di «un problema strutturale nelle economie rurali di molti Paesi e catene di approvvigionamento, nazionali e globali» osservano gli autori dello studio. Un terzo dei bambini coinvolti nel lavoro minorile è poi completamente al di fuori del sistema educativo e quelli che lo frequentano ottengono scarsi risultati

Le tendenze recenti indicano che il lavoro minorile è sempre più concentrato nell’Africa subsahariana, regione che attualmente conta un numero di bambini lavoratori più alto del totale del resto del mondo messo insieme. Per questo, sostengono l’Ilo e l’Unicef, «raggiungere una svolta nell’Africa subsahariana sarà essenziale per il progresso globale contro il lavoro minorile». Nelle altre regioni mondiali fortemente interessate dal fenomeno, quelle dell’Asia e Pacifico e dell’America Latina e Caraibi, il lavoro minorile ha invece continuato a diminuire negli ultimi due decenni in termini percentuali e assoluti, con un forte calo di 2,3 milioni dal 2016 in America Latina.

La crisi pandemica minaccia di erodere i progressi

Il lavoro minorile, ammonisce però il Rapporto delle due agenzie globali, potrebbe aumentare di ulteriori 8,9 milioni entro la fine del 2022 a causa degli effetti della crisi sulla povertà e, cosa particolarmente preoccupante, sarebbero proprio i più piccoli a esserne maggiormente colpiti: i bambini di età compresa tra 5 e 11 anni rappresentano infatti oltre la metà dell’aumento previsto. «Questo possibile aumento equivale a un raddoppio dell’aumento del lavoro minorile a cui abbiamo assistito nei quattro anni precedenti lo scoppio della pandemia» sottolinea il Rapporto, condannando il fatto che, nonostante questo rischio, sia dedicato al supporto di minori e famiglie solo il 2% degli stimoli fiscali introdotti per contrastare le conseguenze sociali della pandemia.

Per questo, Ilo e Unicef sostengono che «garantire finanziamenti adeguati per i minori sarà essenziale al fine di riprendere un percorso di progresso contro il lavoro minorile durante e nella ripresa dalla crisi Covid-19». I governi, sostengono le due organizzazioni, dovranno adottare «strategie creative di mobilitazione delle risorse» per raggiungere l’obiettivo di porre fine al lavoro minorile entro il 2025, obiettivo che sarà raggiungibile però solo se sarà accelerato di addirittura 18 volte l’andamento registrato negli ultimi 20 anni. Secondo Ilo e Unicef, la comunità internazionale dovrà impegnarsi maggiormente per colmare le lacune finanziarie, considerando che molti Paesi continuano a non rispettare i loro impegni di assistenza ufficiale allo sviluppo (Aps), mentre la riduzione del debito dovrebbe essere estesa anche ai Paesi fortemente indebitati, in modo che la spesa sociale per i minori non sia compromessa dai pagamenti dei servizi del debito.

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