L’impegno sociale dell’Ue

Maggio 2021

Dal Vertice di Porto la volontà di un rilancio a favore dell’Europa sociale

Tre anni e mezzo dopo la proclamazione del pilastro europeo dei diritti sociali (Göteborg, 17 novembre 2017) i rappresentanti delle istituzioni dell’Ue, delle parti sociali europee e della società civile si sono riuniti a Porto per rilanciare l’impegno a favore di un’Europa sociale. Basandosi sugli obiettivi fissati dal piano d’azione adottato a marzo dalla Commissione europea, i partecipanti al Vertice sociale di Porto hanno sottoscritto un documento congiunto che impegna l’Ue a definire azioni e risultati concreti in materia di occupazione, competenze e inclusione sociale, in modo da poter affrontare le trasformazioni derivanti dai nuovi sviluppi in campo sociale, tecnologico ed economico e dalle conseguenze socioeconomiche della pandemia. Entro il 2030, secondo quanto fissato dal piano d’azione della Commissione, almeno il 78% della popolazione di età 20-64 anni dovrebbe avere un lavoro, almeno il 60% degli adulti dovrebbe partecipare ad attività di formazione e il numero di persone a rischio di povertà o esclusione sociale dovrebbe essere ridotto di almeno 15 milioni, di cui almeno 5 milioni minori. «Siamo giunti alla conclusione che potremo realizzare società più prospere ed eque solo se, oltre a conseguire gli obiettivi climatici e digitali che ci siamo prefissati, attueremo il nostro pilastro sociale» ha dichiarato António Costa, primo ministro del Portogallo e alla presidenza di turno dell’Ue. Un Vertice sociale che dovrebbe rappresentare «il nostro impegno congiunto a costruire un’Europa sociale che sia adatta all’epoca in cui viviamo e che funzioni per tutti» ha aggiunto la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, indicando la volontà dell’Ue di «avvicinarsi alla piena occupazione, fare in modo che un maggior numero di europei abbia accesso alle competenze di cui ha bisogno e garantire pari opportunità a tutti in un’economia più digitale e sostenibile».

Dichiarazione congiunta per l’Europa sociale

«Unire le forze per una ripresa inclusiva, sostenibile, giusta e ricca di posti di lavoro» è l’intento del Vertice sociale di Porto dichiarato nel documento congiunto dai partecipanti. La pandemia ha esposto l’Europa a cambiamenti su lavoro, istruzione, economia, sistemi di welfare e vita sociale, con profonda crisi economica e sociale, in un contesto europeo già alle prese con l’ambizione di una transizione “verde”, digitale e socialmente giusta che «modellerà i mezzi di sussistenza per i decenni a venire»: da qui l’impegno congiunto per una completa attuazione del pilastro europeo dei diritti sociali. Con l’aumento della disoccupazione e delle disuguaglianze, dichiarano i partner istituzionali e sociali, è importante incanalare le risorse e concentrare gli sforzi politici per «uguali opportunità, accesso a servizi di qualità, creazione di posti di lavoro di qualità, imprenditorialità, formazione e riqualificazione e riduzione di povertà ed esclusione». Questo è «il momento giusto», sostengono i partecipanti al Vertice, «per affermare e sostenere collettivamente un’agenda ambiziosa di forte ripresa e modernizzazione economica e sociale sostenibile e inclusiva, di pari passo col rafforzamento del modello sociale europeo, in modo che tutte le persone traggano vantaggio dalle transizioni verdi e digitali». Vanno quindi mobilitate tutte le risorse necessarie, investimenti e riforme, per uscire dalla crisi economica e sociale rafforzando la resilienza dell’Ue e la competitività economica «basata su una crescita sostenibile e inclusiva, su un lavoro dignitoso e sulla giustizia sociale», con particolare attenzione all’empowerment ambientale, digitale e tecnologico. Il documento congiunto chiede inoltre di sviluppare politiche pubbliche che rafforzino la coesione sociale e combattano le discriminazioni, anche nel mondo del lavoro, e che sia promosso il dialogo sociale autonomo «come componente strutturante del modello sociale europeo», rafforzandolo a livello europeo, nazionale, regionale, settoriale e aziendale, «con un’enfasi particolare» per la contrattazione collettiva. Infine è sottolineata l’importanza di discutere come rafforzare la dimensione sociale europea nel contesto della Conferenza sul futuro dell’Europa, coinvolgendo i partner sociali e mobilitando la società europea.

Ces: «Dare inizio a un decennio di progresso sociale»

La dichiarazione di Porto «rappresenta una svolta simbolica per l’Europa, che inizia a ricollocarla sul percorso sociale necessario per ricostruire più equamente dopo la pandemia» ha dichiarato il segretario generale della Confederazione europea dei sindacati (Ces), Luca Visentini, secondo il quale «un decennio di austerità ha lasciato l’Europa economicamente più povera e politicamente più divisa» e per cui il Vertice «deve essere l’inizio di un decennio di progresso sociale che non lascia indietro nessuno». La visione concordata dai leader e dalle parti sociali, ha però avvertito Visentini, «ha il potenziale per aumentare gli standard di vita e di lavoro solo se la promessa del pilastro sociale si trasforma in politiche concrete a livello europeo e nazionale». Secondo i sindacati europei, infatti, il rilancio dell’Europa sociale «è possibile solo attraverso un cambiamento nel modello economico, da uno basato sulla ricerca dei profitti e della produttività a uno incentrato sul benessere delle persone e rispettoso dell’ambiente, della giustizia sociale e dei diritti». Al fine di trasformare in realtà i principi del pilastro sociale, la Ces chiede di sostenere le iniziative legislative del piano d’azione della Commissione, quali le direttive per salari minimi adeguati, per la trasparenza retributiva, così da affrontare il divario retributivo di genere, e per proteggere i lavoratori delle piattaforme nonché garantire la parità di diritti a tutti i lavoratori precari, atipici e autonomi.

La Ces ha poi sottolineato che i leader europei hanno accolto la proposta delle parti sociali europee di guardare oltre il Pil come unica misura del successo economico, passando a un approccio che dia la priorità al benessere delle persone. «Il Pil di un Paese è uno scarso indicatore del benessere dei cittadini – ha commentato la segretaria confederale Liina Carr –. In due terzi dei Paesi Ue i lavoratori ricevono una quota minore del Pil rispetto all’inizio del decennio. Un nuovo modo di misurare il benessere economico che metta le persone prima del profitto era atteso da tempo».

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