Responsabilità sociale obbligatoria per le imprese

L’Europarlamento accoglie le richieste della campagna sulla “due diligence”

Dal disastro nella città indiana di Bhopal nel 1984, quando una nube tossica fuoriuscita dallo stabilimento della multinazionale Union Carbide uccise oltre 2000 persone e causò danni a circa 500.000, al crollo del Rana Plaza del 2013 in Bangladesh, dove persero la vita 1.134 lavoratori tessili e altre 2.500 persone rimasero ferite, fino alla recente causa intentata contro Apple, Google, Dell, Microsoft e Tesla in Repubblica Democratica del Congo per la morte e il ferimento di decine di bambini durante il lavoro nelle miniere di cobalto, poco è cambiato in merito alla responsabilità sociale e ambientale delle imprese che resta un problema irrisolto. La globalizzazione dell’attività economica ha addirittura aumentato l’incidenza degli impatti negativi delle attività aziendali sui diritti umani, i diritti sociali e del lavoro, l’ambiente e la governance degli Stati, mentre l’attuale crisi economica e occupazionale derivante dalla pandemia sta aggravando ulteriormente la situazione.

L’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil-Ilo) stima in tutto il mondo circa 25 milioni di vittime del lavoro forzato, 152 milioni di vittime del lavoro minorile di cui 72 milioni in condizioni pericolose spesso costretti a lavorare mediante violenza, ricatto e altri mezzi illegali, 2,78 milioni di decessi all’anno causati da malattie professionali e 374 milioni di infortuni non fatali sul lavoro. La stessa rivoluzione digitale, così come la necessaria e auspicabile svolta “green”, non garantiscono di per sé maggior attenzione in materia di responsabilità aziendale, basti pensare a quanto avviene sia a livello di estrazione di materie prime necessarie per le nuove tecnologie, quali terre rare, litio, cadmio ecc., sia per quando riguarda le catene di produzione e le piattaforme digitali.

È sempre più evidente, quindi, la necessità di rendere le imprese più consapevoli e reattive rispetto agli impatti negativi che provocano, a cui contribuiscono o a cui sono direttamente collegate, nonché responsabili di tali impatti e pronte a risponderne. Iniziativa sollecitata a più riprese dalle organizzazioni sindacali e sociali anche nei confronti dell’Ue, affinché legiferi per ritenere le imprese europee responsabili delle violazioni dei diritti umani e degli standard ambientali in tutto il mondo.

Rendere vincolante la dovuta diligenza

La questione è giunta il 10 marzo scorso al Parlamento europeo, che ha approvato una risoluzione sul Dovere di diligenza e responsabilità delle imprese, aprendo di fatto la strada a una nuova legge dell’Ue per far sì che le aziende siano ritenute responsabili e tenute a rispondere degli effetti negativi delle proprie decisioni sui diritti umani, sull’ambiente e sulla buona governance che causano o cui contribuiscono nella loro catena del valore. La due diligence (dovere di diligenza) richiede che le imprese prevengano qualsiasi effetto negativo su diritti umani e ambiente in tutta la catena di valore; prevede il divieto di importazione di prodotti legati a gravi violazioni dei diritti umani, come il lavoro forzato o minorile; definisce le regole da applicarsi alle imprese che operano nel mercato unico, comprese quelle stabilite al di fuori dell’Ue, le sanzioni per il mancato rispetto e il supporto legale per le vittime nei Paesi terzi.

Esistono già vari strumenti internazionali relativi alla responsabilità delle imprese ma, sostiene l’Europarlamento, «il carattere volontario di tali strumenti ne può ostacolare l’efficacia e il loro effetto si è dimostrato limitato, dal momento che sono poche le imprese che attuano volontariamente la dovuta diligenza in materia di diritti umani nelle proprie attività e in quelle svolte nell’ambito delle proprie relazioni d’affari». Secondo uno studio condotto dalla Commissione europea, attualmente solo il 37% delle imprese interpellate esercita la dovuta diligenza in materia di ambiente e diritti umani. Gli attuali strumenti internazionali, inoltre, a causa della loro natura volontaria e non giudiziaria non hanno garantito alle vittime di violazioni dei diritti umani e di impatti negativi sull’ambiente l’accesso alla giustizia e a mezzi di ricorso.

Per questo il Parlamento europeo, sottolineando il valore preventivo della dovuta diligenza più che punitivo e centrato sulla riparazione dei danni, ritiene necessaria l’introduzione dell’elemento di obbligatorietà. Così, le norme vincolanti dell’Ue obbligherebbero le imprese a individuare, valutare e prevenire gli effetti negativi che possono comportare le loro attività, e quelle delle loro catene del valore (tutte le operazioni, le relazioni commerciali dirette o indirette e le catene di investimento), e che potrebbero violare i diritti umani (compresi i diritti sociali, sindacali e del lavoro), danneggiare l’ambiente (contribuendo al cambiamento climatico o alla deforestazione, per esempio) e la buona governance (come la corruzione e le tangenti).

Una proposta legislativa entro l’anno

La Commissione europea ha annunciato che presenterà la sua proposta legislativa in materia entro la fine dell’anno. Secondo i deputati europei, la futura direttiva dovrà «prevenire e attenuare gli impatti negativi, potenziali o effettivi, sui diritti umani, sull’ambiente e sulla buona governance lungo la catena del valore, nonché garantire che le imprese possano essere ritenute responsabili di tali impatti» e che chiunque abbia subito un danno abbia diritto a un equo processo. Le strategie di dovuta diligenza dovrebbero essere in linea con gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu e con le politiche europee su diritti umani e ambiente, dovrà esserne misurata l’efficacia e assicurato il coinvolgimento di sindacati e rappresentanti dei lavoratori a livello nazionale, europeo e globale. «C’è un forte appello al diritto dell’Ue per garantire un cambiamento del comportamento aziendale in tutto il mondo e per rendere le aziende responsabili degli impatti negativi delle loro operazioni» ha dichiarato la segretaria confederale della Ces, Isabelle Schömann. Confederazione europea dei sindacati che, insieme ad altre organizzazioni, ha dato vita alla campagna europea sulla due diligence chiedendo «una legge per proteggere i lavoratori, le persone e il pianeta dai cattivi affari».