Grande incertezza nelle previsioni economiche

Novembre 2020

L’impatto della pandemia al centro delle previsioni economiche d’autunno 2020

Un elevato grado di incertezza e di rischio caratterizza le previsioni economiche dell’autunno 2020 presentate dalla Commissione europea, e non poteva essere altrimenti dato il nuovo peggioramento della pandemia che richiede misure sanitarie più rigorose con un forte impatto economico e sociale. Previsioni basate sull’ipotesi che le misure di sanità pubblica restino in vigore durante tutto il periodo preso in esame, ma che le conseguenze economiche delle restrizioni diminuiscano col tempo. Ne deriva uno scenario relativo all’impatto economico di due possibili percorsi di evoluzione della pandemia, uno più favorevole e uno negativo. A ciò si aggiunge il rischio delle conseguenze sui mercati economici e del lavoro, come i fallimenti, la disoccupazione di lunga durata e le interruzioni dell’approvvigionamento, nonché l’impatto negativo per l’Ue nel caso l’economia globale e il commercio mondiale migliorassero meno del previsto o dovessero aumentare le tensioni internazionali.

La Commissione prevede così che l’economia della zona euro subirà una contrazione del 7,8% nel 2020, per poi crescere del 4,2% nel 2021 e del 3% nel 2022. Simile l’andamento previsto per l’intera Ue, con una contrazione del 7,4% nel 2020 e poi una crescita del 4,1% nel 2021 e del 3% nel 2022. Rispetto alle previsioni economiche dell’estate  scorsa si ipotizza una crescita leggermente più elevata per il 2020 e più bassa per il 2021, ma comunque si prevede che nel 2022 sia il prodotto della zona euro che quello dell’Ue non tornino ai livelli precedenti alla pandemia. Sul fronte occupazionale, invece, è previsto un aumento del tasso di disoccupazione nella zona euro dal 7,5% del 2019 all’8,3% nel 2020 e al 9,4% nel 2021, con un lieve calo all’8,9% nel 2022. Per l’intera Ue l’aumento è stimato dal 6,7% del 2019 al 7,7% nel 2020 e all’8,6% nel 2021, con una leggera diminuzione all’8% nel 2022. È evidente, sottolinea la Commissione, che le misure adottate dagli Stati membri e dall’Ue hanno contribuito ad alleviare il devastante impatto della pandemia sui mercati del lavoro, facendo sì che l’aumento della disoccupazione rimanesse moderato rispetto all’enorme calo dell’attività economica.

Ces: mantenere le misure di sostegno economico

«La previsione mostra che la crisi economica creata dal Covid-19 continuerà più a lungo del previsto, il che significa che anche le misure introdotte per affrontarla devono continuare, ed essere estese a tutti i lavoratori» ha dichiarato il segretario generale della Confederazione
europea dei sindacati (Ces), Luca Visentini, commentando le previsioni economiche d’autunno della Commissione europea. Secondo la Ces deve essere rinnovato per il 2021 il programma europeo Sure, così da garantire che gli Stati membri non ritirino prematuramente le misure di sostegno al lavoro e al reddito. Questo perché, ammoniscono i sindacati europei, porre termine ai regimi di sostegno al lavoro prima dell’inizio di una vera ripresa economica causerebbe probabilmente un rapido incremento del tasso di disoccupazione dell’Ue facendo salire a 30 milioni il numero di disoccupati. Inoltre, aggiunge la Ces, «se la Commissione europea si aspetta che la crescita sia guidata dai consumi privati deve garantire che i lavoratori abbiano un salario dignitoso da spendere». La ripresa dovrà poi aprire la strada a «un’Europa socialmente più equa, più verde e sostenibile», sottolineano i sindacati europei auspicando che il fondo per la ripresa e il budget a lungo termine, compresi i maggiori fondi per l’assistenza sanitaria e una giusta transizione verso un’economia verde, siano approvati il prima possibile.
Oltre a chiedere un maggior coinvolgimento dei sindacati nella definizione e applicazione dei piani nazionali di ripresa, la Ces ha suggerito alla Commissione europea di alleviare la pressione sul bilancio degli Stati membri rendendo permanente la sospensione nei termini del patto di stabilità e crescita.

Impatto negativo soprattutto sui lavoratori vulnerabili

Intanto Eurostat ha pubblicato uno studio relativo all’impatto del Covid-19 sui mercati del lavoro che evidenzia quali sono le categorie di lavoratori maggiormente colpite. In generale, osserva Eurostat, il rischio di perdita di reddito e di povertà varia a seconda delle fasce di età, dei settori economici e dei Paesi. Nei mercati del lavoro milioni di lavoratori sono stati colpiti da sospensioni dell’attività e licenziamenti temporanei (inclusa la riduzione dell’orario di lavoro), mentre è stato minore il rischio di perdere il posto di lavoro in quanto mitigato da schemi di sostegno a breve termine. Lo studio evidenzia che i lavoratori a basso reddito, compresi quelli al di sotto della soglia di rischio di povertà, hanno maggiori probabilità di essere licenziati temporaneamente o di perdere il lavoro. I giovani, i lavoratori scarsamente qualificati e quelli dei settori alimentare e ricettivo sono spesso sovrarappresentati nei gruppi di lavoratori a basso reddito in molti Paesi, e quindi sono a maggior rischio. I livelli più elevati di cassa integrazione hanno interessato soprattutto i settori ricettivo e alimentare, mentre il rischio maggiore di perdita del lavoro è stato più alto per i lavoratori temporanei, i giovani occupati (16-24 anni) e le occupazioni poco qualificate. Naturalmente le conseguenze sociali ed economiche della pandemia variano tra i Paesi, con un impatto maggiore sul lavoro osservato da Eurostat in Spagna, Italia, Cipro, Irlanda e Grecia. Gli effetti del Covid-19 sul lavoro, poi, tendono ad essere altamente diseguali rispetto alle categorie di lavoratori più colpite, che sono quelle dei lavoratori più vulnerabili e a basso reddito soprattutto in Spagna, Irlanda, Italia e Portogallo. In generale, osserva Eurostat, «gli shock del mercato del lavoro innescati dalla crisi sanitaria hanno un impatto più forte per quelle categorie di lavoratori che si trovano già in una posizione di svantaggio».

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