Allarme disoccupazione

Ottobre 2020

Monito della Ces alla luce di un aumento costante in corso ormai da sei mesi

La disoccupazione nell’Ue è aumentata per il sesto mese consecutivo, per questo i governi degli Stati membri devono mantenere le misure di emergenza introdotte nei mesi scorsi per la protezione del lavoro. È quanto chiede la Confederazione europea dei sindacati (CES), sottolineando come il numero di perdite di posti di lavoro permanenti dall’inizio del blocco delle attività nel marzo scorso è di oltre 1,7 milioni, il che ha portato il numero totale di persone disoccupate nell’Ue a 15,6 milioni, con un tasso di disoccupazione complessivo al 7,4% e tra i giovani al 17,6%. Inoltre, osservano i sindacati europei, circa 45 milioni di lavoratori hanno programmi di lavoro a tempo ridotto e quindi sono a rischio di disoccupazione permanente, a meno che non vengano estese le misure di emergenza e avviato il piano di ripresa. Secondo il segretario generale della Ces, Luca Visentini, «la disoccupazione sta aumentando rapidamente e l’auspicato ritorno al lavoro non sta realmente accadendo». Essendo quella attuale a tutti gli effetti un’emergenza economica, le misure per proteggere i posti di lavoro e i salari «devono rimanere in vigore fino a quando non si verificherà una vera ripresa» sostiene la Ces, che sottolinea come gli Stati membri dell’Ue abbiano dei buoni motivi per raggiungere un accordo sul piano europeo di ripresa, perché più a lungo sarà ritardato più saranno necessarie misure di emergenza. «Il numero di persone senza lavoro in Europa è molto alto e, con 45 milioni di persone a rischio di licenziamento, potrebbe rapidamente passare da inaccettabile a catastrofico se le politiche di protezione del lavoro garantite dai sindacati venissero abbandonate dai governi nazionali» ha poi ammonito il segretario generale della Confederazione europea dei sindacati.

Disoccupazione in forte aumento con la pandemia

Gli ultimi dati sulla disoccupazione nell’Ue, a cui fanno riferimento i sindacati europei, sono stati pubblicati da Eurostat l’1 ottobre ed evidenziano appunto come il tasso di disoccupazione abbia continuato a salire per 5 mesi consecutivi, raggiungendo l’8,1% nella zona dell’euro e il 7,4% nell’intera Unione, rispetto ai tassi rispettivamente del 7,5% e del 6,6% che si registravano un anno fa, a fine estate 2019. Eurostat stima così un numero di 15,6 milioni di disoccupati nell’Ue, di cui 13,2 milioni nell’area dell’euro, con un aumento tra luglio e agosto 2020 di circa 238.000 disoccupati nell’Ue e di circa 1,5 milioni in un anno (erano 14,2 milioni nell’Ue nell’agosto 2019). Per quanto concerne la differenziazione di genere, il tasso di disoccupazione femminile è salito al 7,6% nell’Ue e all’8,4% nei Paesi dell’euro, mentre quello maschile è al 7,1% nell’Ue e al 7,9% nella zona euro. Continua a preoccupare la situazione dell’occupazione giovanile, con circa 3 milioni di giovani (sotto i 25 anni) disoccupati nell’Ue, di cui 2,4 milioni nella zona euro, e un tasso di disoccupazione giovanile salito al 17,6% nell’Ue e al 18,1% nell’area dell’euro. Rispetto ai dati forniti, Eurostat spiega che l’epidemia e le misure applicate per combatterla hanno innescato un forte aumento del numero di richieste di sussidi di disoccupazione in tutta l’Ue, mentre una parte significativa di coloro che si erano registrati prima della crisi nelle agenzie di disoccupazione non hanno più cercato attivamente lavoro o non sono più stati disponibili per un lavoro, soprattutto se dovevano prendersi cura dei figli. «Questo porta a discrepanze nel numero di disoccupati registrati e di quelli misurati come disoccupati secondo la definizione dell’Ilo» osserva l’Ufficio statistico dell’Ue, aggiungendo che «per cogliere appieno la situazione senza precedenti del mercato del lavoro innescata dall’epidemia, i dati sulla disoccupazione sono stati integrati con indicatori aggiuntivi, ad esempio su lavoratori part-time sottoccupati, persone in cerca di lavoro ma non immediatamente disponibile e persone disponibili a lavorare ma non in cerca di lavoro».

Ilo: in calo il reddito da lavoro

Intanto, un nuovo Rapporto dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil-Ilo) sull’impatto del Covid-19 nel mondo del lavoro evidenzia un declino imponente del reddito generato dal lavoro e un divario tra gli interventi di stimolo fiscale messi in campo da diversi Paesi, situazione che potrebbe portare a un ulteriore aumento delle disuguaglianze tra Paesi ricchi e Paesi poveri. Secondo le stime dell’Ilo, infatti, a causa della pandemia si sono verificate «perdite imponenti» del numero di ore lavorate che, su scala mondiale, hanno causato una riduzione considerevole del reddito generato dal lavoro. Così, nei primi nove mesi del 2020 il reddito da lavoro è diminuito a livello globale del 10,7%, equivalente a 3.500 miliardi di dollari, rispetto allo stesso periodo del 2019. La riduzione maggiore si è registrata nei Paesi a reddito medio-basso, con perdite di reddito da lavoro fino al 15,1%. Come emerge dalle stime aggiornate, uno dei motivi delle maggiori perdite di ore lavorate è che i lavoratori delle economie emergenti e in via di sviluppo, soprattutto quelli che lavorano nell’economia informale, sono stati maggiormente colpiti rispetto alle crisi passate. Inoltre, osserva l’Ilo, la riduzione delle ore lavorate è maggiormente attribuibile all’inattività piuttosto che alla disoccupazione. Nonostante l’allentamento delle misure restrittive riguardo la chiusura dei luoghi di lavoro, il 94% dei lavoratori si trova ancora in Paesi con qualche tipo di restrizione sulle attività economiche ed il lavoro, e il 32% in Paesi dove sono in vigore misure che prevedono la chiusura di tutti i luoghi di lavoro, tranne i lavori essenziali. «Così come dobbiamo raddoppiare i nostri sforzi per sconfiggere il virus, dobbiamo agire con urgenza e su larga scala per mitigarne l’impatto economico, sociale e occupazionale. Ciò include il sostegno al lavoro, alle imprese e ai redditi» ha dichiarato Guy Ryder, direttore generale dell’Ilo.

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