Più attenzione alla tutela dei diritti

Agosto 2020

I casi di Polonia e Ungheria dimostrano come non si debba abbassare la guardia

Gli stanziamenti finanziari su cui si è impegnata l’Ue con il Recovery Fund sono indubbiamente importanti, ma non meno lo saranno i criteri e le modalità con cui verranno eleargiti i fondi. Così cresce in Europa un fronte di soggetti che chiede di vincolare aiuti e prestiti alla coerente accettazione dei principi e dei valori fondanti il progetto di costruzione europea.

La Social Platform, la più ampia rete europea di organizzazioni delle società civile, ritiene ad esempio necessario garantire che tali «fondi senza precedenti» siano spesi «in modo saggio, non solo per riparare i lividi», ma soprattutto debba esserci una forte condizionalità sul rispetto dello stato di diritto: «L’Ue non può rimanere pigra e chiudere gli occhi sulle continue violazioni della libertà di parola e della libertà dei media, come sta accadendo in Ungheria, o in merito a una spinta politicamente dogmatica per ritirarsi da importanti trattati internazionali come la Convenzione di Istanbul, provenienti dal governo polacco. In entrambi i casi, i cittadini sono in strada a protestare».

Le istituzioni dell’Ue sono dunque chiamate a condurre una ripresa basata sui diritti, a breve, medio e lungo termine, sostenendo il settore della società civile oltre che quello economico. Il recente caso della Polonia, in seguito alla vittoria di Andrzej Duda alle elezioni presidenziali e alle varie iniziative del governo, ha riaperto il dibattito in corso da anni sull’Ungheria di Viktor Orbán in relazione ai diritti umani e civili all’interno dell’Ue. «Siamo determinati a rimanere accanto ai gruppi e alle singole persone prese di mira dalle istituzioni statali e a contribuire a resistere all’arretramento della protezione dei diritti umani in Polonia» ha dichiarato recentemente l’Ufficio europeo di Amnesty International, organizzazione che già da tempo denuncia le ostilità istituzionali polacche sui diritti delle donne, delle comunità Lgbti, dei migranti e dei rifugiati.

Convenzione di Istanbul essenziale per la protezione delle donne

L’ultimo atto a destare diffusa preoccupazione è stato l’annuncio del ministro polacco della Giustizia, Zbigniew Ziobro, di voler ritirare il Paese dalla Convenzione di Istanbul definendola «una fantasia e un’invenzione femminista volta a giustificare l’ideologia gay». Si tratta della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, entrata in vigore il 1° agosto 2014, firmata da tutti gli Stati membri del Consiglio d’Europa (tranne Azerbaigian e Federazione russa) e ratificata da 34 Stati membri. La Polonia si aggiunge ora a Ungheria, Slovacchia e Turchia, già pronunciatesi per il ritito dalla Convenzione.

«Oggi, di fronte alle tendenze regressive riscontrate in diversi Paesi e in particolar modo in Polonia, ribadiamo con forza che la Convenzione di Istanbul costituisce una base giuridica essenziale per la protezione delle donne contro le violenze. Mettere in discussione questo importante trattato o rallentarne la ratifica è un allarme preoccupante e un grave passo indietro per i diritti delle donne» ha dichiarato Jelena Drenjanin, portavoce del Congresso del Consiglio d’Europa sull’uguaglianza di genere.

A inizio 2020 era stato il Parlamento europeo a intervenire, denunciando «un evidente rischio di violazione grave da parte della Polonia e dell’Ungheria dei valori su cui si fonda l’Unione» e sottolineando la necessità dell’introduzione di «un meccanismo dell’Ue in materia di democrazia, Stato di diritto e diritti fondamentali», che valuti il rispetto da parte di tutti gli Stati membri dell’Ue dei valori stabiliti dall’articolo 2 del Trattato.

Ces: messaggio negativo dai ritardi dell’Ue nell’adesione

Anche i sindacati europei hanno prontamente preso posizione contro l’annuncio del governo polacco, chiedendo ai leader dell’Ue di dare priorità alla ratifica della Convenzione di Istanbul. L’adesione dell’Ue, iniziata nell’ottobre 2015, è infatti ancora bloccata in sede di Consiglio europeo dal veto di alcuni Stati membri, cosa inaccettabile secondo la Confederazione europea dei sindacati (Ces): «Il ritardo nella ratifica da parte dell’Ue della Convenzione di Istanbul ha inviato agli Stati membri un messaggio totalmente sbagliato sull’importanza di porre fine alla violenza contro le donne». Inoltre, «i tentativi di tornare indietro rispetto alle protezioni per le donne in Polonia fanno parte di una crescente reazione contro l’uguaglianza di genere che dimostra che non possiamo dare per scontati i progressi raggiunti» ha dichiarato la vicesegretaria generale della Ces, Esther Lynch.

Così, oltre 50 donne leader sindacali, di cui tre polacche, hanno scritto a fine 2019 una lettera alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, per chiedere l’adesione dell’Ue nella lotta alla violenza contro le donne sul lavoro. «Le buone intenzioni devono essere trasformate in diritti per le donne che affrontano la violenza sul lavoro e in casa» scrivono le rappresentanti della Ces, ricordando che la violenza fisica e psicologica contro le donne «non si ferma alla porta di casa», si verifica anche sul luogo di lavoro, indipendentemente da settore, professione o livello di istruzione. Alcuni lavori sono particolarmente vulnerabili, ad esempio infermieri, insegnanti, badanti, addetti alle pulizie, trasporti, commercio al dettaglio, domestici e operatori dell’ospitalità, «ma il rischio è reale per tutti» ammoniscono i sindacati europei.

La Ces chiede quindi l’adesione dell’Ue alla Convenzione di Istanbul, poi maggiore sostegno, protezione e diritti per le vittime di violenza contro le donne se la Convenzione rimane bloccata in seno al Consiglio europeo e, infine, che la violenza contro le donne sia aggiunta all’elenco dei reati previsti dall’Ue. I sindacati europei invitano dunque la Commissione europea ad adottare misure urgenti per incoraggiare la ratifica della Convenzione da parte dei sei Stati membri dell’Ue che non l’hanno fatto (Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Lettonia, Lituania, Slovacchia e l’uscente Regno Unito), nonché la ratifica da parte di tutti gli Stati membri dell’Ue della Convenzione Ilo 190 sulla violenza e molestie sul lavoro.

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