I pericoli dell’“infodemia”

Giugno 2020

L’Ue intende contrastare la disinformazione, aumentata durante la pandemia

La pandemia di Covid-19 è stata accompagnata da una “infodemia” senza precedenti, neologismo che intende rappresentare la circolazione di una quantità enorme di informazioni, soprattutto attraverso il web, non sempre attendibili o verificate e che per questo rendono difficile la comprensione reale di un argomento. Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), un’ondata di informazioni sul virus diffuse rapidamente sulla rete e sui social media, spesso inaccurate o addirittura false, può «creare confusione e sfiducia e minare una risposta efficace alla salute pubblica».

Per completezza di informazione va detto che la stessa Oms in questo periodo di crisi da pandemia non è stata un esempio di totale chiarezza informativa, diffondendo informazioni che in alcuni casi contraddicevano le precedenti, e inoltre che l’ampia differenziazione di informazioni è anche sintomo di libertà informativa e comunicativa, buon antidoto al rischio di un “pensiero unico”. È vero però che «la disinformazione ai tempi del coronavirus può uccidere», come ha detto il vicepresidente della Commissione europea e Alto rappresentante dell’Ue, Josep Borrell, presentando una comunicazione contenente le azioni che l’Ue intende intraprendere per «contrastare con decisione la disinformazione e rafforzare la resilienza delle società europee». Questa infodemia, ha spiegato la Commissione europea, «si nutre delle ansie più elementari delle persone. Il confinamento sociale ha obbligato milioni di persone a rimanere nelle loro case, aumentando l’uso dei social media anche come mezzo di accesso alle informazioni, mentre piattaforme online, verificatori di fatti e utenti dei social media segnalano milioni di post falsi o fuorvianti».

Comprensione, comunicazione e trasparenza

La Commissione sottolinea innanzitutto l’importanza della “comprensione”, cioè distinguere tra contenuti illegali e contenuti dannosi ma non illegali, e poi considerare i confini tra le varie forme di contenuti falsi o ingannevoli: dalla disinformazione, che è per definizione intenzionale, alla cattiva informazione, che può essere involontaria. «La motivazione può variare, da operazioni di influenza mirate condotte da soggetti stranieri a ragioni puramente economiche. Ciascuna di tali sfide richiede una risposta calibrata» precisa l’esecutivo dell’Ue, indicando la necessità di mettere a disposizione una maggiore quantità di dati per il controllo pubblico e migliorare le capacità analitiche. C’è poi la questione centrale della “comunicazione”, che l’Ue ha intensificato durante la crisi per informare i cittadini sui rischi e, insieme al altri soggetti internazionali, per contrastare la disinformazione tramite una pagina web che ha finora totalizzato oltre 7 milioni di visualizzazioni. La cooperazione nella lotta alla disinformazione e avvenuta a più livelli: tra istituzioni dell’Ue e con gli Stati membri; con i partner internazionali, compresi tra gli altri l’Oms, garantendo una maggiore condivisione di informazioni, attività e migliori prassi;          nei Paesi terzi, dove l’Ue intende potenziare il sostegno e l’assistenza a protagonisti della società civile, media e giornalisti indipendenti col pacchetto “Team Europa”; con le piattaforme digitali, attivando la cooperazione per la tutela dei consumatori: molti consumatori sono stati fuorviati e indotti ad acquistare a prezzi eccessivi prodotti inefficaci o potenzialmente pericolosi e le piattaforme hanno rimosso milioni di annunci pubblicitari ingannevoli.In merito alla “trasparenza” la Commissione ha monitorato le azioni delle piattaforme digitali ai sensi del codice di buone pratiche sulla disinformazione, indicando la necessità di «ulteriori sforzi, più trasparenza e maggiore responsabilità» e impegnandosi a potenziare il sostegno offerto a verificatori di fatti e ricercatori.

«Garantire la libertà di espressione e il pluralismo del dibattito democratico è un aspetto centrale della nostra risposta alla disinformazione» dichiara la Commissione, secondo cui «la crisi ha fornito una testimonianza del ruolo dei media liberi e indipendenti quali servizio essenziale, che fornisce ai cittadini informazioni attendibili e verificate, contribuendo a salvare delle vite». L’obiettivo è «fornire strumenti ai cittadini, sensibilizzarli e rafforzare la resilienza della società», consentendo di partecipare al dibattito democratico, salvaguardando l’accesso alle informazioni e la libertà di espressione e promuovendo l’alfabetizzazione mediatica e la cultura dell’informazione, «compresi pensiero critico e competenze digitali».

La strategia dell’Ue contro la disinformazione

La comunicazione della Commissione fa seguito all’incarico di contrastare la disinformazione conferitole nel marzo 2020 dal Consiglio europeo e dai ministri degli Affari esteri dell’Ue, nonché alle preoccupazioni espresse in merito dal Parlamento europeo. Si concentra sulla risposta immediata che l’Ue intende dare alla disinformazione intorno alla pandemia di coronavirus, esaminando i passi già intrapresi e le azioni concrete da seguire, che possono essere rapidamente attivate in base alle risorse esistenti. L’iniziativa segue quanto indicato dal piano d’azione contro la disinformazione stilato dall’Ue nel dicembre 2018, che delineava quattro pilastri per la lotta contro la disinformazione: migliorare le capacità di individuare, analizzare e denunciare la disinformazione; potenziare risposte coordinate e comuni, anche attraverso il sistema di allarme rapido; mobilizzare il settore privato per contrastare la disinformazione; sostenere azioni di sensibilizzazione e rafforzare la resilienza sociale.

Nell’ottobre 2018, inoltre, Facebook, Twitter, Mozilla e le associazioni di categoria che rappresentano le piattaforme online, l’industria della pubblicità e gli inserzionisti avevano firmato un codice di buone pratiche che costituisce uno strumento di autoregolamentazione per contrastare la disinformazione. Microsoft aveva poi aderito al codice nel 2019.

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