La pandemia che cambia il mondo

Maggio 2020

Un Rapporto statistico per «promuovere una pianificazione basata sui fatti»

«Le decisioni prese ora e nei prossimi mesi saranno tra le più importanti prese da generazioni. Colpiranno le persone in tutto il mondo per gli anni a venire. È indispensabile che i governi che prendono tali decisioni abbiano accesso alle migliori informazioni disponibili». Per questo, cioè per garantire la disponibilità di dati e statistiche di qualità a supporto del processo decisionale durante e dopo la crisi, la comunità statistica internazionale ha elaborato un Rapporto redatto congiuntamente da 36 organizzazioni internazionali, sotto l’egida del Comitato per il coordinamento delle attività statistiche (Ccsa). Con questo Rapporto, su come il Covid-19 sta cambiando il mondo, le Nazioni Unite e le altre organizzazioni partner del Ccsa hanno deciso di rendere disponibile gratuitamente una vasta gamma di dati e statistiche al fine di «promuovere una pianificazione basata sui fatti».

Le informazioni contenute riguardano vari aspetti della vita pubblica e privata, dalle fluttuazioni economiche e ambientali ai cambiamenti che incidono sulle persone in termini di reddito, istruzione, occupazione e ordine pubblico e cambiamenti che riguardano i servizi pubblici, compresi gli effetti su alcuni gruppi di popolazione – come donne e bambini – e regioni geografiche. Ciò che accomuna questa vasta gamma di dati e analisi è però il chiaro messaggio lanciato dal Rapporto: «Questa è una crisi senza precedenti e nessun aspetto della vita è immune». Così, osservano gli autori dello studio, «le statistiche presentate non hanno precedenti», trattando dati e inflessioni nelle tendenze che sarebbero stati inimmaginabili solo pochi mesi fa, con record statistici impostati su base quasi settimanale.

«Covid-19 ha capovolto il mondo. Tutto è stato influenzato. Come viviamo e interagiamo gli uni con gli altri, come lavoriamo e comunichiamo, come ci muoviamo e viaggiamo» si legge nell’introduzione del Rapporto, dove il Ccsa spiega il senso di questo lavoro: «Sebbene il mondo sia bloccato, governi, epidemiologi, presìdi scolastici, imprenditori e famiglie in tutto il mondo stanno già programmando i prossimi passi: come riaprire in modo sicuro scuole e aziende, come muoversi e viaggiare senza trasmettere o contrarre l’infezione, come sostenere i più colpiti dalla crisi – i milioni che hanno perso il sostentamento o i loro cari – e come garantire che le già gravi disuguaglianze non peggiorino ulteriormente».

L’importanza di investire in dati e statistiche

Alla fine dello scroso mese di aprile, 212 Paesi, territori o aree avevano riportato casi confermati di Covid-19. Nei primi quattro mesi del 2020 si sono verificati oltre 3 milioni di casi di infezione con oltre 210.000 morti. In ambito economico, il Rapporto sottolinea alcuni numeri «sorprendenti» quali un calo del 9% su base annua della produzione globale e manifatturiera, oppure un valore del commercio globale di merci che scenderà di quasi il 27% nel secondo trimestre 2020, o ancora il più grande calo globale  dei prezzi delle materie prime, con un -20,4% tra febbraio e marzo 2020. In Europa, ad esempio, le statistiche stanno già segnalando una diminuzione del Pil del 3,5% nel primo trimestre 2020, cioè la caduta più alta dall’inizio delle serie storiche nel 1995. Sul fronte sociale è evidenziata la «scioccante perdita di posti di lavoro», con un calo di quasi il 10,5% del totale delle ore di lavoro che equivalente a 305 milioni di lavoratori a tempo pieno. Inoltre, circa 1,6 miliardi di studenti in tutto il mondo sono stati colpiti dalla chiusura delle scuole, mentre la crisi causata dalla pandemia farà scivolare altri 40-60 milioni di persone in condizioni di estrema povertà.

Il Rapporto segnala poi le sfide che gli uffici statistici nazionali devono affrontare in questo momento, in cui le statistiche sono più frequenti e necessarie: «Molti sistemi statistici stanno lottando per compilare statistiche di base, evidenziando ancora una volta la necessità di investire in dati e statistiche e l’importanza di disporre di infrastrutture e moderni sistemi statistici nazionali».

Da crisi sanitaria a crisi sociale

Tra le organizzazioni che hanno collaborato al Rapporto, l’Ocse segnala che il Covid-19, oltre ai suoi impatti immediati su salute, lavoro e reddito, ha causato un forte aumento di ansia e preoccupazione tra le persone, influenzando le loro relazioni sociali, la fiducia, la sicurezza personale e il senso di appartenenza. Le conseguenze «saranno particolarmente gravi per coloro che sono finanziariamente insicuri o che vivono in abitazioni sovraffollate, aggravando le disparità esistenti» osserva l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Nei 28 Paesi dell’Ocse con dati disponibili, le persone «finanziariamente insicure» rappresentano il 36%, il che significa che se attualmente non sono considerate “a basso reddito” (essendo il loro reddito superiore alla metà della mediana nel loro Paese) mancano però di risorse finanziarie per mantenere la famiglia al di sopra della soglia di povertà per più di 3 mesi se il loro reddito si interrompe improvvisamente. Si tratta di un rischio particolarmente elevato tra giovani, persone con basso livello di istruzione, famiglie monoparentali e coppie con bambini, ulteriormente affaticate da chiusure scolastiche, nuove responsabilità di cura, difficoltà con l’assistenza all’infanzia e mancanza di sostegno familiare. «La crisi sanitaria rischia di diventare una crisi sociale» osserva l’Ocse, segnalando serie difficoltà per le persone che vivono in condizioni di povertà o di insicurezza finanziaria, in abitazioni sovraffollate o inadeguate e coloro che sono socialmente isolati o con scarso benessere psicologico: «Lavoratori con bassi salari, persone con lavori precari, persone che vivono la minaccia di abusi o violenze domestiche e coloro che necessitano di assistenza sanitaria mentale o sostegno alle disabilità sono a rischio più elevato».

Basandosi su dati della Banca Mondiale si prevede poi che la pandemia costringerà in estrema povertà 40-60 milioni di persone, che potrebbero essere oltre 100 milioni se si considerano linee di povertà appena più alte, cioè coloro che vivono con meno di 3 o 5 dollari al giorno anziché con meno di 2 dollari.

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