Bilancio sociale della strategia europea 2020

Novembre 2019

Alcuni miglioramenti nonostante la crisi, ma lacune in ottica di crescita inclusiva

Con il 2020 ormai alle porte è scontato fare un bilancio della strategia decennale dell’Ue per una «crescita intelligente, sostenibile e inclusiva», che proprio al 2020 fissava il raggiungimento di alcuni obiettivi in materia di occupazione, innovazione, clima/energia, istruzione e integrazione sociale. Un decennio, quello che si chiuderà nel 2020, caratterizzato dalla crisi finanziaria ed economica globale che ha colpito l’Ue poco prima dell’inizio della sua strategia Europa 2020, con un impatto profondo e duraturo sulla situazione occupazionale e sociale che ha ostacolato i progressi verso gli obiettivi dichiarati. Al bilancio della strategia europea è dedicato un Rapporto curato dal Comitato per l’occupazione (Employment Committee – Emco) e dal Comitato per la protezione sociale (Social Protection Committee –Spc), entrambi coinvolti nel monitoraggio e nel sostegno ai progressi verso gli obiettivi della strategia, soprattutto quello occupazionale per il raggiungimento di un tasso di occupazione al 75% e quello di riduzione di povertà ed esclusione sociale di almeno 20 milioni di persone.

Nella seconda metà del decennio l’Ue è entrata in una fase di ripresa economica che ha portato a progressi concreti in ambito occupazionale e sociale, tuttavia non ne hanno beneficiato tutti i cittadini, osserva il Rapporto: «Gli sviluppi del mercato del lavoro si sono tradotti in sostanziali miglioramenti in molti indicatori della situazione sociale, ma meno per quanto riguarda gli indicatori basati sulla distribuzione del reddito e vi sono segni di lacune nell’inclusività della crescita, mentre i redditi delle famiglie sono cresciuti a un ritmo più lento rispetto al Pil». Così, secondo Emco e Spc, se l’attuale tendenza occupazionale dovesse continuare l’Ue potrebbe effettivamente essere sulla buona strada per raggiungere l’obiettivo 2020 di un tasso di occupazione del 75%, mentre mostra invece notevoli ritardi nei progressi verso l’obiettivo di sollevare 20 milioni di persone dal rischio di povertà o esclusione sociale.

Tasso di occupazione vicino all’obiettivo

La strategia Europa 2020 aveva fissato l’obiettivo di un tasso di occupazione medio europeo al 75% per donne e uomini di età 20-64 anni, tradotto poi in una serie di obiettivi nazionali. Dall’adozione della strategia, nel 2010, il tasso di occupazione è cresciuto di quasi 5 punti percentuali, con la crescita più persistente dopo il 2015, raggiungendo nell’ultimo trimestre 2018 il 73,5% che è il livello più alto mai registrato. «Se l’attuale tendenza dovesse continuare in questo e nel prossimo anno, l’Ue sarebbe sulla buona strada per raggiungere l’obiettivo Europa 2020. Tuttavia, le ultime previsioni economiche della Commissione europea indicano che il rallentamento della crescita economica avrà un impatto sull’occupazione e quindi la creazione netta di posti di lavoro continuerà a un ritmo più moderato» osserva il Rapporto, indicando i tassi previsti al 73,8% nel 2019 e al 74,3% nel 2020, comunque molto vicini all’obiettivo del 75%. Gli aumenti dei tassi di occupazione delle donne e dei lavoratori più anziani hanno rappresentato dei successi nel periodo della strategia, spiegano gli autori sottolineando come, tuttavia, la disoccupazione e l’inattività economica rimangano molto elevate in alcuni Paesi, in particolare tra i giovani e le persone poco qualificate. Inoltre, aggiungono, «la povertà sul lavoro è aumentata e rimane costantemente elevata e la segmentazione del mercato del lavoro continua a rappresentare una sfida in numerosi Stati membri, mentre la qualità e la precarietà dell’occupazione sono questioni che stanno guadagnando crescente attenzione».

Povertà: l’obiettivo non verrà raggiunto

Diversa la situazione per l’obiettivo 2020 di sollevare 20 milioni di persone dal rischio di povertà o esclusione sociale. Il numero di persone in questa condizione nell’Ue è aumentato negli anni della crisi, salendo a quasi 124 milioni nel 2012 e rimanendo vicino a quel livello fino al 2014. Riduzioni sono state osservate poi nel 2015 e in particolare nel 2017, quando oltre cinque milioni di persone sono uscite dal rischio di povertà o esclusione sociale. Di conseguenza, il numero totale di persone a rischio povertà è tornato al di sotto del livello di inizio crisi, ma rimane lontano dall’obiettivo originale di una riduzione di 20 milioni. Permangono persistenti disparità tra gli Stati membri, osserva il Rapporto, con alcuni Paesi più colpiti dalla crisi economica (Cipro, Grecia, Spagna e Italia) che continuano a registrare quote più elevate di persone a rischio di povertà rispetto al 2008 e anche aumenti di tali percentuali in alcuni Stati membri settentrionali (Danimarca, i Paesi Bassi e Svezia). Così, i tassi di rischio di povertà sono più elevati in circa i due terzi degli Stati membri, i tassi delle famiglie senza lavoro sono più alti in circa la metà dei Paesi e il rischio di povertà lavorativa è aumentato in un terzo degli Stati dell’Ue. Secondo il Rapporto, «il rischio di povertà o esclusione sociale rimane una sfida, in particolare per i bambini, i giovani adulti, le persone con disabilità e le persone con un passato migratorio, mettendo in discussione i progressi compiuti in termini di crescita inclusiva».

Rafforzare la partecipazione della società civile

Il processo del semestre europeo, cioè il quadro dell’Ue per coordinare le politiche economiche, fiscali e sociali, dovrebbe «promuovere un migliore equilibrio tra le priorità sociali ed economiche. Altrimenti si rischia che le raccomandazioni sociali siano indebolite da quelle macroeconomiche e fiscali» osserva la Social Platform , la più grande rete di organizzazioni europee che operano nel settore sociale. Secondo la società civile europea, una futura strategia post-2020 dell’Ue dovrebbe favorire lo sviluppo inclusivo e sostenibile attraverso l’attuazione dell’Agenda 2030 e del pilastro sociale, nonché promuovere in modo più coerente politiche anti-povertà e di inclusione sociale basate sui diritti. Inoltre, sostiene la Social Platform, una strategia europea post-2020 «dovrebbe enfatizzare meglio il valore di un dialogo civile approfondito e strutturato a livello nazionale e dell’Ue, rafforzando la partecipazione della società civile soprattutto a livello nazionale e in tutti gli Stati membri».

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