Popolazione dell’Ue, oggi e in prospettiva

Luglio 2019

Eurostat osserva un saldo naturale negativo e prevede un forte invecchiamento

La popolazione dell’Unione europea è stata stimata da Eurostat in 513,5 milioni a inizio 2019, con un aumento di circa un milione rispetto a un anno prima, ma nell’ultimo anno di rilevazione sono stati registrati più decessi (5,3 milioni) che nascite (5 milioni), il che significa che il cambio naturale della popolazione è stato negativo, per il secondo anno consecutivo, e che il saldo demografico positivo è stato possibile solo grazie all’immigrazione.

La Germania continua a essere lo Stato membro dell’Ue più popolato, con 83 milioni di residenti pari al 16,2% della popolazione totale dell’Unione europea, davanti alla Francia (67 milioni, o 13,1%), al Regno Unito (66,6 milioni, o 13%), all’Italia (60,4 milioni, o 11,8%), alla Spagna (46,9%, o 9,1%) e alla Polonia (38 milioni, pari al 7,4%). Per quanto riguarda gli altri Stati membri, quattordici hanno una quota compresa tra l’1% e il 4% della popolazione dell’Ue mentre otto registrano percentuali di popolazione inferiori all’1% di quella dell’Ue.

Tali cifre sono state rese note dall’Ufficio statistico europeo in occasione della Giornata mondiale della popolazione (11 luglio), evento annuale fissato dalle Nazioni Unite nel 1989 per aumentare la consapevolezza sulle problematiche riguardanti la popolazione mondiale.

Tassi di natalità più alti in Irlanda, più bassi in Italia

Nel corso del 2018 la popolazione è aumentata in diciotto Stati membri dell’Ue e diminuita in dieci. L’aumento più rilevante è stato osservato a Malta (+36,8 per 1.000 abitanti), davanti a Lussemburgo (+19,6‰), Irlanda (+15,2‰), Cipro (+13,4‰), Svezia (+10,8‰), Slovenia (+6,8‰), Belgio (+6,1‰), Spagna e Paesi Bassi (entrambi +5,9‰) e al Regno Unito (+5,6‰).

Al contrario, la diminuzione più grande di popolazione è stata registrata in Lettonia (-7,5‰), seguita da Bulgaria e Croazia (entrambe -7,1‰), Romania (-6,6‰) e Lituania (-5,3‰). Complessivamente, la popolazione dell’intera Ue è aumentata di 1,1 milioni di persone (+2,1‰) nel 2018, anno in cui sono nati negli Stati membri 5 milioni di bambini, con una diminuzione di circa 118.000 rispetto all’anno precedente. I tassi di natalità più elevati tra i Paesi dell’Ue sono stati registrati in Irlanda (12,5 per 1.000 abitanti), Svezia (11,4‰), Francia (11,3‰) e Regno Unito (11‰), mentre i più bassi hanno riguardato l’Italia (7,3‰), la Spagna (7,9‰), la Grecia (8,1‰), il Portogallo (8,5‰), la Finlandia (8,6‰), la Bulgaria (8,9‰) e la Croazia (9‰). A livello di Unione europea il tasso di natalità medio nel 2018 è stato del 9,7‰.

Nello stesso anno, sono stati registrati nell’Ue 5,3 milioni di decessi, quasi 46.000 in più rispetto all’anno precedente. I tassi di mortalità più bassi sono stati rilevati in Irlanda (6,4 per 1.000 abitanti), a Cipro (6,6‰) e in Lussemburgo (7,1‰), seguiti da Malta (7,6‰), Paesi Bassi (8,9‰), Spagna e Svezia (entrambi 9,1‰). All’estremità opposta, con tassi di mortalità più elevati, si trovano invece Bulgaria (15,4‰), Lettonia (15‰), Lituania (14,1‰), Romania (13,5‰) e Ungheria (13,4‰), mentre nell’intera Unione europea il tasso di mortalità medio nel 2018 è stato del 10,4‰.

Di conseguenza, l’Irlanda è stato il Paese dell’Ue con il saldo naturale della popolazione più positivo nel 2018, con un +6,1‰, e cioè dove il numero di nascite ha superato più ampiamente quello dei decessi, davanti a Cipro (+4,1‰), Lussemburgo (+3,2‰), Svezia (+2,3‰), Francia (+2,2‰), Regno Unito (+1,7‰) e Malta (+1,6‰). Al contrario, tra i quindici Stati membri dell’Ue dove le morti sono state nettamente superiori alle nascite, quindi si è registrato un saldo naturale negativo nel 2018, si trovano ai primi posti la Bulgaria (-6,6‰), la Lettonia (-4,9‰), la Lituania (-4,1‰), seguite da Croazia, Ungheria e Romania (tutti -3,9‰).

Società europea destinata a invecchiare

Oltre all’analisi della situazione sullo stato attuale della popolazione dell’Ue, Eurostat ha presentato anche uno scenario di prospettiva basato sulle più recenti proiezioni demografiche, secondo cui la popolazione dell’Unione europea diminuirà di quasi il 4% tra il 2018 e il 2100, il che equivale a un calo di circa 20 milioni di persone entro la fine del secolo.

Secondo Eurostat, infatti, dopo anni di costante aumento la popolazione dell’Ue raggiungerà un picco di 525 milioni di persone nel 2044, per poi diminuire progressivamente. In base a questo scenario, si registrerà un progressivo e costante invecchiamento della popolazione europea complessiva. Si prevede che la proporzione di bambini diminuirà leggermente, passando dalla quota del 16% rilevata all’inizio del 2018 al 14% previsto entro il 2100. Analogamente, la quota di persone in età lavorativa nella popolazione totale dell’Ue dovrebbe diminuire dal 65% nel 2018 a 55% nel 2100.

Al contrario, la percentuale di persone di età pari o superiore a 65 anni nella popolazione dell’Ue dovrebbe aumentare di 11 punti percentuali, dal 20% rilevato all’inizio del 2018 al 31% previsto entro il 2100. Nello stesso periodo, la quota delle persone ultraottantenni è destinata a quasi triplicarsi, passando dal 6% al 15%.

L’effetto di tali previsioni dovrebbe innalzare l’età media europea dagli attuali 43,1 anni a 48,7 anni nel 2100. Le conseguenze di questi cambiamenti demografici saranno rilevanti soprattutto per quanto concerne il rapporto tra la popolazione lavorativamente attiva e quella invece non più in attività per questioni anagrafiche. Entro quell’anno, infatti, ci saranno negli Stati membri dell’Ue meno di due persone in età lavorativa per ogni persona di età pari o superiore ai 65 anni, con un rapporto di dipendenza degli anziani nell’Ue quasi raddoppiato che dovrebbe passare dal 31% attuale al 57% nel 2100. Tale rapporto di dipendenza degli anziani entro il 2100 dovrebbe essere compreso tra il 53% in Belgio, Lussemburgo e Svezia, fino al 70% in Portogallo e al 72% in Croazia. Un problema da affrontare per tempo ai fini della sostenibilità economica e sociale dell’Ue che verrà.

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