Il lavoro minorile non è in crisi

Riaffermato l’impegno internazionale contro lo sfruttamento dei minori

«Il modo in cui trattiamo i nostri figli è un riflesso delle nostre società e dei nostri valori» ha dichiarato in occasione della Giornata mondiale contro il lavoro minorile il direttore generale dell’International Labour Organization (Ilo) Guy Ryder, sollecitando governi, lavoratori e datori di lavoro a «dare una spinta finale» per porre fine al lavoro minorile. Quest’anno ricorre il centenario dell’Ilo, organizzazione che sin dalle sue origini ha lavorato per l’abolizione dello sfruttamento dei minori: due delle prime sei convenzioni che adottò nel suo primo anno, il 1919, riguardarono infatti il lavoro minorile. Ancora oggi, ricorda l’Ilo, la sua abolizione è oggetto di uno dei principi fondamentali insieme alla fine del lavoro forzato, alla discriminazione legata al lavoro e alla promozione della libertà di associazione e della contrattazione collettiva.

«In 100 anni abbiamo compiuto progressi sostanziali, e solo tra il 2000 e il 2016 c’è stata una diminuzione del 38% del lavoro minorile a livello globale. La Convenzione sulle peggiori forme di lavoro minorile (n. 182 del 1999) ha ottenuto una ratifica quasi universale da parte dei 187 Stati membri dell’Ilo, mentre il tasso di ratifica della Convenzione sull’età minima (n. 138 del 1973) non è molto indietro» ha spiegato Ryder, sottolineando però la necessità di «accelerare urgentemente il ritmo dei progressi» e che «sarebbe appropriato se la ratifica universale della Convenzione n. 182 fosse raggiunta nell’anno del centenario, e stiamo avanzando verso questo obiettivo».

Se le basi legali sono essenziali, il cambiamento pratico prevede però ancora un passo ulteriore, perché «è semplicemente inaccettabile» che 152 milioni di bambini siano ancora oggi intrappolati nel lavoro minorile. Per raggiungere l’obiettivo 8.7 degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, che richiede la fine del lavoro minorile entro il 2025, «è necessaria un’azione più coerente, garantendo la disponibilità di un’istruzione di qualità, protezione sociale per tutti e un lavoro dignitoso per i genitori» ha aggiunto il segretario generale dell’Ilo.

Alcuni numeri di un fenomeno vergognoso

Il quadro generale del lavoro minorile descritto dall’Organizzazione internazionale del lavoro non è infatti positivo, nonostante i notevoli progressi ottenuti.

Nel mondo sono impiegati in attività lavorative 218 milioni di bambini tra i 5 e i 17 anni. Tra questi, 152 milioni sono vittime del lavoro minorile; quasi la metà di loro, 73 milioni, svolgono attività lavorative pericolose.

Per quanto concerne la localizzazione a livello mondiale, quasi la metà del lavoro minorile, 72,1 milioni, si trova in Africa; 62,1 milioni in Asia e nel Pacifico; 10,7 milioni nelle Americhe; 1,2 milioni negli Stati arabi e 5,5 milioni in Europa e Asia centrale. L’Africa è anche l’area dove si registra la maggior intensità, con un bambino su 5 (19,6%) impiegato nel lavoro minorile, mentre la prevalenza in altre regioni è compresa tra il 3% e il 7%: 2,9% negli Stati arabi (1 bambino su 35); 4,1% in Europa e Asia centrale (1 su 25); 5,3% nelle Americhe (1 su 19) e 7,4% in Asia e nel Pacifico (1 su 14).

Il dato sull’età dei 152 milioni di bambini vittime del lavoro minorile è impressionante: quasi la metà ha un’età compresa tra i 5 e gli 11 anni, poi 42 milioni (28%) hanno 12-14 anni e 37 milioni (24%) hanno 15-17 anni. Il lavoro minorile pericoloso è più diffuso tra i ragazzini di 15-17 anni, tuttavia fino a un quarto di tutto il lavoro minorile a rischio (19 milioni) viene svolto da bambini di età inferiore ai 12 anni.

Il settore dov’è principalmente concentrato il lavoro minorile è l’agricoltura (71%), che comprende la pesca, la silvicoltura, la pastorizia e l’acquacoltura e riguarda sia la sussistenza che l’agricoltura commerciale; poi il 17% dei piccoli lavoratori è impiegato nei servizi e il 12% nel settore industriale, incluso quello minerario.

Nel lavoro minorile c’è una prevalenza maschile, ma l’impiego delle femmine è comunque molto frequente: si stimano 88 milioni di maschi e 64 milioni di femmine. Il 58% di tutti i bambini nel lavoro minorile e il 62% di tutti i bambini impiegati in lavori pericolosi sono maschi. Come nota però l’Ilo, «i ragazzi sembrano essere esposti a un rischio maggiore di lavoro minorile rispetto alle ragazze, ma questo può anche essere il riflesso di una scarsa segnalazione del lavoro delle ragazze, in particolare nel lavoro minorile domestico».

L’Ue ribadisce il suo impegno

In occasione della Giornata mondiale contro il lavoro minorile, il 12 giugno, anche l’Unione europea ha voluto ribadire il suo «forte impegno per garantire i diritti umani fondamentali di ogni bambino, come definito nell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile».

In una Dichiarazione congiunta dell’Alto Rappresentante e della Commissione europea è stata evidenziata la necessità di vedere più risultati verso l’eliminazione del lavoro minorile proprio quest’anno, in cui si celebrano il trentesimo anniversario della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia e il ventesimo anniversario della Convenzione dell’Ilo sulle forme peggiori di lavoro minorile, cioè due atti che «rappresentano la chiave di volta della protezione internazionale dei diritti dei bambini» osserva l’Ue.

Sottolineando come le istituzioni dell’Ue stiano agendo utilizzando tutti gli strumenti a disposizione, che vanno dalla cooperazione allo sviluppo, ai dialoghi politici e sui diritti umani, alle politiche sociali e commerciali, il comunicato congiunto ha voluto riaffermare l’importanza di «dare priorità alla lotta contro il lavoro minorile in tutti i settori e le politiche pertinenti», in particolare l’istruzione, le imprese responsabili, la formazione professionale, l’agricoltura, la produzione, l’estrazione mineraria, nonché l’importanza di facilitare la transizione scuola-lavoro.