Rallenta la crescita economica dell’Ue

Maggio 2019

Previsioni di primavera caratterizzate dall’incertezza della situazione globale

L’Unione europea dove «evitare di scivolare nel protezionismo», come conseguenza delle tensioni commerciali in corso a livello globale, perché «non farebbe altro che esacerbare le tensioni sociali ed economiche esistenti». L’affermazione del commissario europeo per gli Affari economici e finanziari, Pierre Moscovici, descrive l’attuale clima economico evidenziato dalle Previsioni di primavera 2019, con un rallentamento della crescita globale e un’elevata incertezza sulle politiche commerciali che incidono negativamente sulle prospettive di crescita del Pil europeo sia quest’anno che nel prossimo. Si prevede infatti che l’economia dell’Ue continui a crescere nel 2019 per il settimo anno consecutivo, con un aumento del Pil reale in tutti gli Stati membri, ma dato il persistere di incertezze a livello globale saranno le dinamiche interne a sostenere l’economia europea. «Dobbiamo essere pronti a sostenere maggiormente l’economia, se necessario, e ad adottare ulteriori riforme per stimolare la crescita» ha aggiunto il responsabile economico dell’Ue.

L’influenza delle tensioni internazionali

È la situazione internazionale a incidere sulle previsioni determinando molta incertezza. Lo scontro commerciale tra Usa e Cina si è infatti intensificato ed è concreto il rischio di una vera e propria guerra commerciale. Una situazione di non facile soluzione perché, come spiegato anche da “Il Sole 24 ore” del 12 maggio, «a differenza del passato, la vera partita tra Washington e Pechino non riguarda solo le tasse sul commercio: più della soia, delle auto o dei computer, è il ruolo della Cina nel finanziamento del deficit americano ad essere entrato prepotentemente in gioco». La Cina è infatti il primo creditore degli Usa e di conseguenza il primo finanziatore della politica di deficit spending dell’attuale amministrazione statunitense, così «più la Casa Bianca alza la posta nello scontro commerciale e valutario con Pechino, più il governo cinese toglie il denaro dal banco. Senza proclami, e senza che nessuno se ne accorga», salvo ovviamente i responsabili economico-finanziari statunitensi. Tutto ciò influisce pesantemente sull’attuale rallentamento del commercio e della crescita del Pil sia a livello globale che delle varie aree, mentre per l’Europa si aggiungono i rischi legati a una Brexit senza accordo e «alla possibilità di un protrarsi delle perturbazioni temporanee che gravano attualmente sul settore manifatturiero» osserva la Commissione Europea, secondo cui «vi è inoltre il rischio che l’aumento dell’incertezza politica e misure meno favorevoli alla crescita possano tradursi in una riduzione degli investimenti privati».

Mercato del lavoro in costante miglioramento

Sulla base di questo quadro globale, secondo la Commissione la crescita economica dell’Ue quest’anno e il prossimo sarà determinata «interamente» dall’attività interna. Così, complessivamente il Pil nell’anno in corso dovrebbe crescere dell’1,4% nell’Ue e dell’1,2% nella zona euro. Nel 2020, poi, «i fattori interni negativi dovrebbero attenuarsi e l’attività economica al di fuori dell’Ue dovrebbe conoscere una ripresa, anche grazie a condizioni finanziarie globali più favorevoli e a politiche di stimolo in alcune economie emergenti» spiega la Commissione, che prevede quindi un leggero rafforzamento della crescita del Pil nel 2020 fino all’1,6% nell’Ue e all’1,5% nella zona euro.

Sul fronte dell’occupazione si rileva un costante miglioramento: il numero dei cittadini europei che hanno un lavoro è il più alto di sempre e, stando alle previsioni, l’occupazione dovrebbe continuare a crescere, anche se a ritmo minore. La disoccupazione, ancora elevata in alcuni Stati membri, è scesa nell’Ue al tasso più basso registrato dall’inizio della serie mensile dei dati nel gennaio 2000 (6,4% nel marzo 2019), mentre nella zona euro è attualmente al livello più basso dal 2008. È prevista un’ulteriore diminuzione in prospettiva, con un tasso che nel 2020 dovrebbe raggiungere il 6,2% nell’Ue e il 7,3% nella zona euro, cioè un livello inferiore rispetto a prima dell’inizio della crisi nel 2007.

Tutto questo, sostiene la Commissione, «accompagnato da un aumento dei salari, un’inflazione contenuta, condizioni di finanziamento favorevoli e misure di stimolo fiscale in alcuni Stati membri, dovrebbe stimolare la domanda interna».

Previsioni negative per l’Italia

Negative le previsioni per quanto riguarda la situazione italiana, dove «la crescita economica modesta e l’allentamento fiscale incidono sulle finanze pubbliche, con un disavanzo e un debito che dovrebbero aumentare sensibilmente nell’orizzonte di previsione». In Italia infatti, osserva la Commissione, la crescita del Pil reale è andata a rovescio nella seconda metà del 2018 e l’economia è scivolata in una lieve contrazione. La fiducia ancora debole delle imprese e dei consumatori suggerisce che la crescita acquisterà maggiore trazione solo verso la fine del 2019, così sull’intero anno «si prevede che la crescita del Pil reale rimarrà stagnante allo 0,1%», che è anche di gran lunga la peggiore prestazione tra gli Stati membri dell’Ue, dove la crescita media è prevista all’1,4%, e della zona euro con una crescita prevista all’1,2%.

Se la crescita dei consumi privati dovrebbe essere favorita dall’impatto positivo della minore inflazione sui redditi reali disponibili e dall’introduzione del reddito di cittadinanza, tuttavia osserva la Commissione «un deterioramento del mercato del lavoro è destinato a frenare la spesa dei consumatori e il calo della fiducia dei consumatori suggerisce che parte del previsto aumento dei redditi potrebbe essere deviato verso il risparmio». L’esecutivo dell’Ue ritiene infatti «improbabile» che il mercato del lavoro sfugga all’impatto dell’attività economica lenta, per questo si prevede che la crescita dell’occupazione si fermerà nel 2019, con un tasso di disoccupazione che salirà intorno all’11%, «dal momento che il nuovo schema di reddito di cittadinanza potrebbe indurre un maggior numero di persone a registrarsi ufficialmente come disoccupato e quindi ad essere conteggiato».

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