Esclusione abitativa: un fallimento europeo

marzo 2019

Lontanissimo l’obiettivo 2020 di riduzione della povertà e dell’esclusione sociale

Alla vigilia delle elezioni europee e alla scadenza della strategia Europa 2020 è tempo di bilanci e valutazioni sui progressi compiuti nei dieci anni di applicazione della strategia, soprattutto in ambito sociale. Se da un lato si è registrato un fragile ritorno alla crescita economica che si estende alla quasi totalità degli Stati membri dell’Ue (lo stallo italiano è tra le poche eccezioni), dall’altro è evidente un fallimento rispetto agli obiettivi della lotta alla povertà e all’esclusione sociale: rispetto al 2008, la prima lieve diminuzione del numero di persone a rischio di povertà ed esclusione sociale è stata registrata solo nel 2017.

«Non tutti stanno beneficiando della rinnovata crescita, tutt’altro. Vogliamo condannare il significativo declino dell’ambizione europea per combattere la povertà e porre una domanda: cosa si intende per “coesione europea” quando un’altra Europa, le cui file si sono gonfiate negli ultimi anni, è lasciata ai margini delle nostre società, privata di una casa, di un’abitazione o anche un rifugio?» si legge nell’editoriale del quarto Rapporto sull’esclusione abitativa curato dalla Federazione europea delle organizzazioni che lavorano con persone senza dimora (Feantsa), una rete che comprende 130 membri in 30 Paesi europei.

Nonostante i campanelli d’allarme suonati fin dalla prima edizione del 2015, osservano gli autori del Rapporto, i cambiamenti decisivi indicati come necessari non sono stati attuati né a livello europeo né nazionale: «Istituzioni europee, Stati membri e autorità locali, in qualità di legislatori e garanti delle politiche pubbliche, devono accettare la loro responsabilità per questa situazione, che sta peggiorando ogni anno nella maggior parte dei Paesi europei». Il Rapporto denuncia l’inadeguatezza di servizi per una popolazione di persone senza dimora sempre più diversificata, la grave saturazione delle strutture ricettive di emergenza, la carenza di soluzioni abitative sostenibili e a prezzi accessibili quando le persone escono da queste strutture. «Condizioni che rendono insignificante il diritto fondamentale a un rifugio di emergenza» sostengono gli autori del Rapporto, che invitano le istituzioni europee a istituire una nuova strategia per sradicare la condizione senzatetto in Europa entro il 2030.

Disagio abitativo diffuso a milioni di famiglie

Dal Rapporto sull’esclusione abitativa nei Paesi dell’Ue emerge un quadro di forte disagio per parti rilevanti delle oltre 221 milioni di famiglie residenti nell’Ue. Ad esempio, 34,7 milioni di famiglie (il 15,7% del totale) vivono condizioni di sovraffollamento; 31,2 milioni di famiglie (14,1%) vivono in abitazione situate in aree particolarmente inquinate da fumi, polveri, odori imprevisti o inquinamento dell’acqua; 29,4 milioni di famiglie (13,3%) vivono in abitazioni umide; 23 milioni di famiglie (10,4%) spendono eccessivamente per il costo della casa, almeno il 40% del reddito familiare; 17,2 milioni di famiglie (7,8%) non sono in grado di riscaldare adeguatamente le proprie abitazioni; 8,8 milioni di famiglie (4%) vivono in alloggi inadeguati; 7,3 milioni di famiglie (3,3%) sono in mora per il pagamento dell’affitto o delle rate del mutuo.

C’è poi un numero elevato di persone che una casa non ce l’ha e che è difficilmente quantificabile: una stima approssimativa ma realistica ritiene che siano almeno 700.000 in Europa le persone che mediamente ogni notte sono in condizioni senza dimora. Ma quel che è peggio è che sono in costante aumento negli ultimi 4-5 anni, secondo i rilevamenti delle organizzazioni che aderiscono a Feantsa: più 160% in Irlanda, più 150% in Germania, più 142% in Belgio, più 71% nel Regno Unito, più 50% in Francia, più 32% in Austria, più 20% in Spagna, più 10% circa nei Paesi Bassi e in Danimarca, più 6% in Italia dove si stimano circa 51.000 persone senza dimora che richiedono un’assistenza di base. Solo la Finlandia in Europa è in controtendenza e ha registrato una diminuzione del 19% del numero di persone senza dimora negli ultimi dieci anni.

Spese per la casa e diseguaglianze in aumento

In materia di povertà l’obiettivo della strategia Europa 2020 era di ridurre di almeno 20 milioni il numero di persone a rischio di povertà o di esclusione sociale nell’Ue. Ebbene, nel 2008 c’erano circa 116 milioni di persone in questa condizione (23,7% della popolazione totale), salite poi a 124 milioni nel 2012 (24,8% della popolazione). Il 2017 è il primo anno in cui i dati sono scesi leggermente al di sotto del livello del 2008 con 113 milioni di persone a rischio (22,5% della popolazione), ma si può ben capire come l’obiettivo 2020 sia irrealizzabile. Tra l’altro, anche le persone che vivono al di sopra della soglia di povertà non sono state risparmiate: oltre una persona su tre nei Paesi dell’Ocse è economicamente vulnerabile, priva di sufficienti risorse finanziarie per mantenere il proprio tenore di vita al di sopra della soglia di povertà per almeno tre mesi.

Il Rapporto europeo sul disagio abitativo sottolinea poi come nel 2017 le famiglie residenti nell’Unione europea abbiano speso oltre 2.000 miliardi di euro in “alloggi, acqua, elettricità, gas e altri combustibili” (cioè il 13,1% del Pil dell’Ue). Tra queste aree di spesa, l’edilizia abitativa ha visto il maggiore aumento negli ultimi dieci anni (prima della spesa per trasporti, cibo, salute, comunicazioni, cultura, istruzione, ecc.): nel 2017 le famiglie hanno speso per l’alloggio il 24,2% della loro spesa totale, con un aumento di 1,5 punti rispetto al 2007.

Spesa che per le famiglie povere ha raggiunto livelli sempre più alti nel budget familiare complessivo (fino al 72% in Grecia, ad esempio) e che nella maggior parte dei Paesi dell’Ue ha segnato un significativo aumento delle diseguaglianze: in alcuni Paesi (Danimarca, Austria, Italia, Francia, Repubblica Ceca, Ungheria e Portogallo), il bilancio destinato alle abitazioni è diminuito per la popolazione complessiva tra il 2007 e il 2017, ma aumentato per le famiglie povere; in altri Paesi (Grecia, Spagna, Lussemburgo, Irlanda, Slovenia, Lituania, Cipro e Finlandia) questo bilancio è aumentato per tutte le famiglie e in misura maggiore per le famiglie povere.

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