Clima: uno sciopero per il futuro

marzo 2019

Adesione di Ces e Ituc al “Global Strike for Future”, mentre l’Ue decide cosa fare

Nessun lavoro su un pianeta morto – i lavoratori sostengono l’azione per il clima” è lo striscione appeso il 15 marzo sull’edificio che a Bruxelles ospita le sedi delle organizzazioni internazionali dei sindacati, le Confederazioni internazionale (Csi-Ituc) ed europea (Ces-Etuc). Il movimento sindacale internazionale ha infatti deciso di appoggiare pienamente l’iniziativa del Global Strike for Future indetta e organizzata da giovani di tutto il mondo per chiedere un maggiore impegno contro i cambiamenti climatici. I sindacati europei e internazionali e le loro organizzazioni giovanili si sono così uniti agli studenti nel chiedere ai Paesi di adempiere ai loro obblighi ai sensi dell’Accordo di Parigi, che li impegna a limitare l’aumento di temperatura al di sotto dei 2 gradi e adoperarsi per limitarlo a 1,5 gradi, garantendo una “giusta transizione” verso un’economia e una società “verdi”. Il movimento sindacale europeo da molti anni è impegnato per la costruzione di una società «socialmente equa e a basse emissioni di carbonio», per questo la Ces ha chiesto all’Ue di adottare l’obiettivo di “emissioni nette zero entro il 2050”.

«Congratulazioni a tutti i giovani che stanno agendo per il nostro pianeta. I sindacati sostengono con forza la loro richiesta di maggiore urgenza e ambizione nell’affrontare il cambiamento climatico. Abbiamo il dovere di lasciare alle generazioni future un pianeta vivente e una società decente» ha dichiarato il segretario generale della Ces, Luca Visentini.

Secondo il segretario di IndustriAll Europa, Luc Triangle, invece, «non c’è dubbio che il cambiamento climatico richiede un’altra rivoluzione industriale e una transizione giusta è l’unico modo per garantire che ciò non avvenga a discapito di posti di lavoro e prosperità. È tempo che i responsabili delle politiche smettano di attenersi a parole a questo principio e seguano questi giovani nel prendere l’iniziativa».

«Oggi 83 milioni di rifugiati climatici sono in fuga da disastri ambientali o perdite di sostentamento. Il cambiamento climatico non controllato minaccia tutti, stiamo già assistendo a eventi meteorologici estremi con distruzione e devastazione per troppe persone» ha dichiarato la segretaria generale dell’Ituc, Sharan Burrow, secondo la quale «gli studenti si assumono le responsabilità di leader politici che hanno fallito. Dobbiamo ringraziarli per il loro coraggio nell’affrontare la crisi climatica e questo coraggio merita il nostro sostegno».

Cambiare le regole per salvare il pianeta

L’iniziativa del Global Strike for Future, svoltasi il 15 marzo con manifestazioni organizzate in oltre mille città di 82 Paesi di tutto il mondo, è nata da un’idea della studentessa sedicenne svedese Greta Thunberg che dallo scorso agosto porta avanti un’azione di protesta pacifica ogni venerdì di fronte al Parlamento svedese per chiedere un maggior impegno nella salvaguardia del pianeta. L’azione del Friday for future si è estesa fino a diventare un movimento giovanile mondiale, che ha portato le istanze del «cambiare le regole per salvaguardare il pianeta» prima alla Cop24 di Katowice nel dicembre scorso, poi al Wef di Davos a gennaio e alla Commissione europea a febbraio.

Questa ribellione pacifica delle nuove generazioni contro l’inazione delle élite politiche sui cambiamenti climatici ha un obiettivo dichiarato: convincere i leader politici di tutti i Paesi ad «ascoltare gli scienziati» che hanno lanciato l’allarme sul riscaldamento globale e a rispettare gli impegni presi con l’Accordo alla Conferenza Onu sul clima di Parigi del 2015 di mantenere l’aumento della temperatura media sotto 1,5 gradi centigradi entro questo secolo. Una priorità che implica una drastica limitazione delle emissioni a effetto serra.

A livello di Unione europea, i governi di Danimarca, Francia, Lussemburgo, Olanda, Spagna e Svezia si sono già espressi a favore di un’azione più determinata e ambiziosa al fine di rispettare l’Accordo di Parigi, mentre altri Stati membri (soprattutto dell’Est europeo) non sono dello stesso avviso. Il tutto avviene alla vigilia di un Consiglio europeo, il 21-22 marzo, che deve concordare la visione climatica a lungo termine dell’Ue e le azioni che gli Stati membri dovrebbero intraprendere per limitare l’aumento della temperatura, come già proposto sia dalla Commissione che dal Parlamento europei.

Obiettivo dell’Ue: emissioni zero entro il 2050

Nel novembre 2018 con la comunicazione Un pianeta pulito per tutti la Commissione europea ha presentato una strategia a lungo termine per un’economia neutrale dal punto di vista climatico entro il 2050, includendo otto possibili percorsi. Il dibattito avviato dovrebbe consentire all’Ue di adottare e presentare alla Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc) una strategia ambiziosa entro il 2020 e di definire l’orientamento della futura politica climatica ed energetica dell’Ue.

Il 14 marzo scorso il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione secondo cui solo due degli otto scenari proposti dalla Commissione consentirebbero all’Ue di raggiungere l’azzeramento delle emissioni nette di gas a effetto serra entro il 2050 e che tale obiettivo sia l’unico compatibile con gli impegni dell’Ue nel quadro dell’Accordo di Parigi sul clima. Secondo l’Europarlamento l’Ue dovrebbe impiegare almeno il 35% della spesa in ricerca per sostenere gli obiettivi climatici, mentre la transizione verso un regime a zero emissioni di gas serra, se gestita bene e col sostegno adeguato a regioni, settori e cittadini più vulnerabili, «può potenzialmente creare 2,1 milioni di posti di lavoro aggiuntivi entro il 2050 nell’Ue». Dovrebbe inoltre essere creato un «fondo per una transizione giusta» in modo da sostenere le regioni più colpite dalla decarbonizzazione, come le regioni carbonifere.

L’Europarlamento ritiene che gli investimenti nell’innovazione industriale, comprese le tecnologie digitali e le tecnologie pulite, siano necessari per stimolare la crescita, rafforzare la competitività e creare posti di lavoro, per esempio «nell’ambito di un’economia circolare e una bioeconomia in espansione». I deputati sottolineano infine l’importanza di una politica energetica e climatica stabile e prevedibile per incoraggiare gli investimenti a lungo termine.

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